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Ora che la cosiddetta devolution è stata approvata al Senato per la prima lettura parlamentare, si può abbozzare, sui suoi effetti, un verosimile bilancio politico.
Essa procura un innegabile vantaggio d'immagine a Umberto Bossi che può agitare nelle valli del Nord lo scalpo del suo federalismo selvaggio: un impianto costituzionale in cui il vincolo del sangue, della lingua, del dialetto prevalgono sulla logica dei valori condivisi.
Un avventuroso salto all'indietro rispetto alla cultura istituzionale del mondo occidentale.
Comunque, sia come sia, la prima fase di quell'intesa raggiunta verso la fine del ‘98 con l'attuale Premier è ormai nel suo forziere. L'effetto che si riverbera sul paese ed in particolare sul Mezzogiorno non è di poco conto. Da oggi infatti aumentano le possibilità che una parte delle risorse prodotte dal nord non prendano, attraverso il fondo di perequazione, la via del sud. Si tratta di un vecchio pallino di Bossi che nasce verso la fine degli anni 80 e si fonda su di un forte pregiudizio antimeridionale che non aveva trovato finora la possibilità - se si eccettuano i sette mesi del primo governo Berlusconi - di materializzarsi in progetto di legge per mancanza di alleati disponibili a seguire la Lega su di un crinale carico di rischi per il paese.
In ogni caso, se Bossi da questa battaglia politica esce vincitore, la Casa delle Libertà ne esce invece irrimediabilmente sfregiata. Per primo il premier, che è costretto ad asserragliarsi in un solitario fortino in cui neanche il consenso ricevuto dagli elettori può fargli da scudo presso l'opinione pubblica, perché la materia di cui si tratta in questo caso è costituzionale e riguarda diritti essenziali, beni indisponibili, di fatto indifferenti alla logica, spesso meccanica, del voto. Senza contare che, come ha ricordato di recente Casini, gli attuali equilibri all'interno del Parlamento, non sono certo favorevoli alla devolution. Accanto a quello politico esiste poi un aspetto, come dire, estetico, che non è meno grave. Non è infatti agevole per un capo di governo, trovarsi schierato contro, su di un tema afferente ai diritti dei cittadini, tutto l'establishment istituzionale, dal presidente della Repubblica al presidente della Corte costituzionale, la grande parte delle regioni, delle province, dei comuni, le forze imprenditoriali, quelle sociali, otto premi Nobel, le università, la Chiesa ed oggi, sicuramente, la maggioranza della società italiana. Una cosa del genere non la regge a lungo nessuno.
Vediamo adesso la condizione degli altri alleati della Cdl. La situazione più difficile appare in tutta evidenza quella di Alleanza Nazionale. La leggerezza dell'attuale stagione politica, priva di un minimo presupposto ideologico-culturale nasconde a malapena le contraddizioni in cui la formazione politica del vicepremier si dibatte. Vi si faccia caso. Il partito di Fini, nella sua continuità storica, prima come Msi e poi come An, si è sempre identificato in alcuni valori fondanti, primi fra tutti, la Patria, l'unità. Ricordo che fino alla presidenza di Sandro Pertini la parola «Patria», che, secondo alcuni storici, si era dissolta l'otto settembre del 1943, la pronunciavano in Italia solo Almirante e Fini. Le forze «democratiche» la sostituivano con «paese», scritto in minuscolo. Oggi non sfugge a nessuno, su tale tema delicato, la svolta storica di questo partito: la permanenza al governo ad ogni costo, anche a costo di un grigio galleggiamento, e l'ambizione di succedere un giorno a Berlusconi a Palazzo Chigi costringe Fini ad una strategia audace. Dipendono da questa neanche tanto nascosta prospettiva politica il conflitto con Casini e la stretta alleanza con Bossi all'interno della Cdl. Il conflitto con Casini, ancora sottovalutato dagli analisti politici è il principale grimaldello che ha fatto saltare i tradizionali equilibri politici nel centrodestra. La seconda, l'alleanza con Bossi, ha comportato per An, come dicevo prima, oltre all'oscuramento degli antichi valori di riferimento, anche alcune conseguenze pratiche. La più importante: il sacrificio di Fisichella, il personaggio di migliore qualità culturale del partito, tenuto però fuori dalla squadra di governo in nome, appunto di quell'ibrida alleanza.
Da ultimo, la nascente Udc. I «democristianoni», come li definisce con scherno Bossi, sono impegnati in questo fine settimana in un congresso teso a mettere insieme alcuni frammenti dell'esperienza democristiana. Della quale, dopo la demonizzazione dell'ultimo decennio in presenza del livello non altissimo dell'attuale classe di governo, si avverte qua e là una certa mancanza. Casini, che di questa squadra è il leader riconosciuto, difensore di quell'esperienza storica, non priva di ombre ma anche di tante luci, si è assestato in una posizione dialettica all'interno della maggioranza. Il fatto che da solo, si opponga al premier, a Fini ed a Bossi esibendo una politica non servile ma non per questo rivoluzionaria, pronta a difendere il paese e le istituzioni dalla mina leghista, non passa inosservato nell'opinione pubblica.
Il nodo di questa legislatura è infatti tutto qui. Questo giornale afferma da più di un anno che le vicende della politica congiurano nel nostro paese in maniera tale che l'azione di Bossi non sia più compatibile con la permanenza nella coalizione di governo. Se il trionfo di oggi al Senato si trasformerà fra tre mesi in una sconfitta alla Camera sarà bene aspettarsi da lui gesti estremi.
Per quanto possa apparire paradossale, dal suo punto di vista ha pure ragione. Il capo della Lega ha servito, in questa seconda esperienza di governo, il premier con una fedeltà quasi canina che gli era in passato sconosciuta. Lo ha fatto per un obiettivo solo: la devolution. Se questa non passa nella sua formula disgregatrice, quella, per intenderci, che punta egoisticamente alle risorse, lui non solo non resta nel governo, ma continuo a sostenere che non gli conviene restare. Per tale motivo Berlusconi lo spalleggia ad oltranza, fino a sfidare il capo dello Stato, l'opinione pubblica ed i suoi amati sondaggi. Ma se continua su questa linea di difesa esplode la coalizione, se la interrompe esplode la Lega. In entrambi i casi il banco è destinato a saltare.




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