Di queste riforme una verrà attuata e l'altra no: vediamo se indovinate quale.
orriere della Sera, 28.6.03
«Una riforma radicale delle pensioni ma voglio la maggioranza schierata»
Berlusconi: altrimenti meglio non fare niente, perché avremo comunque la gente in piazza
E' dinnanzi a questo macigno che la maggioranza si è fermata, è questo il tema della verifica, il resto è tattica, rumori di disturbo. E siccome nel '94 proprio sulla previdenza inciampò il suo primo governo, «per evitare che accada quel che è già accaduto, voglio prima il consenso di tutta la maggioranza sul progetto», ha detto ieri Berlusconi in un colloquio riservato. E’ poco propenso a «ritocchi marginali» del sistema, piuttosto - se dovesse sciogliere la riserva - sarebbe pronto a varare «una riforma seria e radicale»: «Tanto so già cosa accadrebbe. Avremmo comunque la gente in piazza». Appare chiaro il motivo che induce il premier a misurare il passo, nonostante le sollecitazioni di Tremonti. Ora le parti si sono rovesciate, per due anni è stato il ministro dell'Economia a dichiararsi contrario all'intervento, tanto che Berlusconi ripeteva ogni volta ai vertici di Confindustria: «Io vorrei, è Giulio che non vuole». Non è più così, «ora è Giulio il più determinato», sottolinea un esponente di Forza Italia. Tremonti lo ha spiegato al Cavaliere che «le cose non funzionano», che «è necessaria una profonda riforma del sistema pensionistico». Non si capisce fin dove vorrebbe spingersi, ma è certo che - fosse per lui - punterebbe la nave del governo oltre quelle colonne d'Ercole. E si racconta di una bozza riservata del governo in cui sarebbero contenute le proposte e le cifre del risparmio: tre miliardi di euro all’anno. Bisogna vedere se il resto dell'equipaggio sarà favorevole alla rotta, anche se prima di mollare gli ormeggi in molti si dissero pronti all'impresa. A parte Bossi, fu Fini, due anni fa, a indicare come «obiettivo prioritario» l'abolizione delle pensioni di anzianità. E Follini, fino all'altro giorno, ha invocato la riforma. Persino il presidente della Camera si è esposto a più riprese. E adesso?
Ecco perché il Cavaliere temporeggia. Due settimane fa, incontrando a cena i rappresentanti degli industriali, il premier e il suo vice parvero ai loro ospiti «poco propensi a cogliere l'occasione del momento». «Perché è il momento», disse D'Amato a Berlusconi, preannunciandogli l'intesa sulla competitività raggiunta con i sindacati, e chiedendogli un «gesto di coraggio», così da favorire il rilancio delle imprese e dell'economia. «Avete ragione - gli rispose il Cavaliere - però sono in mezzo a mille vincoli. Da Bruxelles ci spingono in un verso, a Roma la coalizione mi spinge in un altro. Insomma, ci sono dei problemi. Come faccio con questa situazione politica ed economica a parlare di riforma delle pensioni? L'opinione pubblica percepirebbe negativamente il segnale». Pare che D'Amato abbia consigliato a Berlusconi il modo in cui comunicare il progetto al Paese: sarebbe opportuno rovesciare la prospettiva, «la riforma non dovrebbe apparire come un fatto ansiogeno. In realtà la modifica del sistema non sarebbe altro che la conseguenza del prolungamento dell'età media di vita».
Quella sera il premier preferì cambiar discorso, riparando nelle acque rassicuranti delle relazioni internazionali. Parlò dei suoi rapporti con i capi di Stato e di governo, si dilungò sul semestre europeo di presidenza e sul legame con Bush: «E vedrete che appena ripartirà l'economia negli Stati Uniti, anche noi ne trarremo benefici». Gli industriali accolsero con scetticismo quell'analisi, preoccupati dal rischio che gli investitori - quando verrà il momento - decidano di non puntare sull'Italia, per via di un sistema macchinoso e poco attraente. Così la loro speranza è affidata alla capacità di Tremonti di aprire un varco nelle perplessità di Berlusconi. Sia chiaro, il Cavaliere non è contrario al progetto, ma deve verificare se la maggioranza saprà e vorrà seguirlo, conscio inoltre che i sindacati sono pronti alla battaglia.
Per il momento Bossi non si pronuncia, secondo un autorevole ministro forzista «lui vuole prima veder soddisfatte le sue richieste, la devolution innanzitutto, perché dice che in caso contrario non reggerebbe a lungo la situazione. Se ci fossero segnali positivi, allora accetterebbe un accordo sulla riforma delle pensioni». Come? Con un escamotage. «Se da Bruxelles partisse un invito ai Paesi dell'Unione per rendere finanziariamente sostenibili i rispettivi sistemi di welfare, e se durante il semestre italiano i capi di Stato e di governo sottoscrivessero un documento in tal senso, allora...». Allora Bossi direbbe sì? «Sì, perché potrebbe farla accettare ai suoi come una sorta di imposizione dall'alto. Ma nel frattempo andrebbero tolti gli ostacoli alle riforme della Lega». Ecco dunque spiegate le parole pronunciate in Parlamento da Berlusconi alla vigilia del semestre di presidenza: «Sarà importante riflettere sui regimi pensionistici e previdenziali. Su questo problema sta maturando in Europa la consapevolezza che misure di riforma sono necessarie».
Il fatto è che bisogna prima incastrare le diverse esigenze degli alleati. E bisogna farlo in fretta. C'è il Dpef da varare, e c'è da approntare una Finanziaria difficile da scrivere. Dopo due anni di soluzioni «creative», restano poche carte a un «ministro senza Pil». «Ci prepariamo al condono edilizio - sussurra un importante esponente della maggioranza - e nessuno può far finta di non saperlo, perché tutti sono avvertiti: dai leader di partito ai ministri del governo». Al contrario della sanatoria fiscale, sul condono edilizio Tremonti è più pragmatico. Nei colloqui riservati chiede ai suoi interlocutori: «Quanto gettito può dare? Quanto consenso potrà avere?». Circa l'aspetto economico, «alcuni uffici - secondo un rappresentante dell'esecutivo - stanno valutando già varie ipotesi».
Sotto il profilo politico, stavolta il superministro non intende caricarsi tutte le responsabilità. Perciò aveva condiviso la richiesta di Fini sul Consiglio di gabinetto, non certo il rafforzamento del Dipartimento economico a palazzo Chigi: un conto era gestire «collegialmente» le poche risorse rimaste, oltre quelle necessarie a ridurre ancora un po’ il carico fiscale, altra cosa sarebbe stato il «commissariamento» del suo ministero. Tuttavia anche sul condono edilizio Tremonti ha voluto esser chiaro con gli alleati, perché non basta far passare la Finanziaria in Parlamento, serve poi farla approvare da Bruxelles, e lì non sono più propensi ad accettare un’altra manovra fatta di una-tantum, visto il debito pubblico che l'Italia si porta appresso. Perché passi la sanatoria edilizia - a detta del ministro - «dovremo offrire in cambio un segno tangibile della nostra fedeltà al Patto di stabilità», servirà insomma una riforma strutturale, cioè la riforma del sistema previdenziale.
E si torna al punto di partenza: riuscirà la maggioranza a spostare questo macigno in tempi brevi? Già solo a sentir parlare di condono edilizio, l'opposizione si prepara a far le barricate. «Anche se garantirebbe molti soldi alle casse dello Stato, e credo pure un filino di consenso della pubblica opinione, sarebbe una scelta disastrosa», commenta il diessino Bersani: «Sarebbe il segno del fallimento della politica economica di Tremonti, che per due anni ha sovrastimato la crescita, tranne poi dover fare ammenda. E la storia che lo facesse per non deprimere i consumi, non regge. Oggi il nostro è un Paese che non spende». La Quercia ha un osservatorio particolare per misurare il dato: le feste dell'Unità. Da un primo rendiconto delle manifestazioni di questo anno, è stato calcolato che il numero delle presenze è rimasto invariato rispetto all'anno scorso, come invariati sono rimasti i prezzi delle salamelle. Ma gli incassi sono calati del 25%. Cosa può fare «un ministro senza Pil»? Un'idea Tremonti ce l'ha, in attesa di incrociare la ripresa: chiede a Berlusconi e agli alleati d’intraprendere una rotta coraggiosa quanto rischiosa. Forse l'unica.
Francesco Verderami
IL CAVALIER TENTENNA
26 marzo 2002
"Avanti con le riforme, resisteremo alla piazza e ai colpi di pistola.".
30 dicembre 2002: "L'attuale proposta per la riforma dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori sui licenziamenti, con i vincoli che sono stati decisi ha perso l'importanza che gli avevamo attribuito e che gli attribuiamo''
27 giugno 2003: "Come faccio con questa situazione politica ed economica a parlare di riforma delle pensioni? L'opinione pubblica percepirebbe negativamente il segnale"
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