Da "Avvenire" del 29 novembre.
Che ne pensate? Io ci sento tanta retorica neomodernistica della "ricerca", che, come spiegava Amerio, sembra segno di umiltà e invece è segno di infinita superbia.
DIBATTITO
Le ragioni di credere
Un filosofo e un teologo si interrogano sulle difficoltà di molti nell'avvicinarsi alla fede. Dal paganesimo al romanticismo, dal deserto spirituale alla sfida dell'Altro: ecco la «lotta con Dio»
Dibattito sulle ragioni di credere, che coinvolge un teologo cattolico, Bruno Forte, e un filosofo laico, Salvatore Natoli. Escono infatti in contemporanea «Il cristianesimo di un non credente» di Natoli (Qiqajon, pagine 92, euro 6) e «L'essenza del cristianesimo» di Bruno Forte (Mondadori, pagine 182, euro 15), del quale ieri Massimo Cacciari e Giovanni reale hanno presentato all'Università Vita-Salute San Raffaele di Cesano Maderno anche i tre volumi della «Dialogica» editi da Morcelliana. Dai saggi di Natoli e Forte pubblichiamo alcuni estratti.
Natoli: «Il mio cristianesimo è un'etica ancorata alla terra»
l credere cristiano, come in generale ogni credenza, non si risolve nel semplice affidarsi a qualcuno - e di conseguenza nell'essere intellettualisticamente persuasi della verità di qualcosa - ma informa per intero il comportamento, è «vivere secondo quel che si crede». Credere, infatti, è fare la verità, non afferrarla: «qui autem fac it veritatem venit ad lucem», «chi opera la verità viene alla luce» (Gv 3,21). La fede è tale se plasma la vita: è qui che trova la sua realizzazione e perfino la prova della sua verità. Credere nell'invisibile è più dell'etica o magari è altro, ma in ogni caso ispira una morale. Da questo punto di vista si può parlare sensatamente di «etica cristiana».
Il cristianesimo come fede - e specificamente nella «vita eterna» - non coincide con un'etica e tuttavia la ispira, ha un'etica. Del pari chi cristiano non è, modella la sua etica su altre credenze o magari su nessuna in particolare, ma solo sulle sue convinzioni. Quando dunque s'impiega una formula quale «etica dei non credenti» non si dice nulla di particolarmente istruttivo nel merito, ma si segnala solamente che non è affatto necessario essere cristiani per essere etici. «Etica dei non credenti» è una formula di comodo per segnalare una differenza, ma ha anche una sua rilevanza polemica nei confronti di coloro che sostengono che senza cristiane simo non c'è morale o - più moderatamente - se c'è, è una morale imperfetta. Che vi siano morali non cristiane è un dato di fatto su cui non vale la pena spendere ragionamenti, ma caso mai è da chiedersi se un agire separato dal credere sia possibile. Detto altrimenti: è possibile condursi nel mondo senza averne alcuna visione? Non credo, dal momento che non si potrebbe mai dare senso alle azioni se privi di convinzioni.
Chi sono, dunque i non credenti? Si dirà, quelli che non credono in Dio. E i credenti? Quelli che in Dio ci credono. Ma cosa vuol dire credere in Dio e soprattutto in «quale Dio?». Volgendo lo sguardo alle sterminate antichità, le si vede popolate da grandi masse religiose. Nel corso della storia gli uomini hanno creduto in molti dèi e in modi diversi a un medesimo dio. Il sistema delle credenze, vario e multicolore, è coestensivo alla storia delle civiltà, e osservando questo caleidoscopio si riesce a distinguere, quanto meno in via preliminare, tra l'esper ienza del divino e il suo determinarsi positivo, tra il contatto con il tremendum e le «religioni storiche». La religione cristiana, così come si è venuta storicamente configurando, è per suo conto e specificamente orientata alla salvezza del mondo e, in alcune versioni radicali, perfino dal mondo. A ogni modo questo mondo deve tramontare. L'idea di redenzione coincide con la convinzione che questo mondo sarà liberato dal peccato, dal male e dalla morte. Quest'idea segna una discontinuità se non assoluta certamente senza ritorno tra la condizione presente del mondo e la sua destinazione finale. Discrimine e confine, i novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Tutto ciò si fonda sulla fiducia nella parola di un «Altro» che è anche la «Parola»: il cristiano si appella a essa, da essa dipende, a essa si consegna.
Il cristianesimo così descritto - vale a dire come fede - non coincide, nella sua essenza, con un'etica: magari è più che un'etica e tuttavia non si può dire che non ha un'etica. La «distinzione» tra etica dei credenti - in questo caso dei cristiani - e quella dei non credenti è, allora, plausibile non tanto perché i credenti abbiano un'etica e i non credenti non ce l'abbiano, ma perché per i non credenti il condursi bene nella vita basta a dare senso alla vita stessa - e questo gli uomini lo possono fare da sé singolarmente e insieme come genere umano - per i credenti, invece, la vita trae il suo senso ultimo e pieno da Dio.
Forte: «Da orfani spirituali rileggiamo la modernità»
Il credente è il prigioniero dell'Altro: proprio così egli può portare al pensiero la verità della fede, il lasciarsi far prigionieri dell'invisibile, non immediatamente disponibile e certo. Il credente perciò non ha un pensiero totalizzante, luminoso su tutto, ma vive in una sorta di pensiero notturno, carico di attesa, sospeso tra il primo e l'ultimo avvento, già confortato dalla luce che è venuta ne lle tenebre e tuttavia assetato di aurora. Il pensiero della fede, non ancora pienamente illuminato dal giorno che appartiene a un altro tempo e a un'altra patria, è tuttavia sufficientemente rischiarato per sostenere la fatica di conservare la fede: pensiero umile, appeso alla Croce, che è e resta nella notte del mondo il punto di riferimento del discepolo di Cristo, la stella della redenzione.
A sua volta, il non credente che abbia attraversato il guado della modernità, quando è veramente e fino in fondo tale, quando lo è, quindi, non per una semplice qualificazione esteriore, ma per le sofferenze di una vita che lotta con Dio senza riuscire a credere in Lui, vive in una medesima condizione di ricerca e di attesa. La non credenza non è la facile avventura di un rifiuto, che lasci l'uomo come l'ha trovato. La non credenza seria, pensosa, non negligente davanti alle domande vere, è sofferenza, passione di chi paga di persona l'amaro coraggio di non credere.
Lo mostra il testo, che segna forse l'inizio del tema della morte di Dio nella coscienza europea: il Discorso di Cristo morto, scritto sul finire del XVIII secolo da Jean Paul Richter, poeta romantico tedesco. Agli albori delle avventure della ragione emancipata, questa pagina mostra come non credere significhi avvertire il lacerante dolore dell'assenza, sperimentando il senso di un'orfananza infinita, di un abbandono totale, quale solo la morte di Dio può creare nel cuore dell'uomo e nella storia del mondo.
Perciò, il non credente pensoso, come il credente non negligente, lotta con Dio. Mi religion es luchar con Dios: secondo la confessione di Miguel de Unamuno, il testimone del sentimiento tragico de la vida, la religione sta tutta in questo «lottare con Dio». E poiché, non di meno, vivir es anhelar la vida eterna, il vivere è inesorabilmente segnato dalla tragicità di dover sostenere l'impari lotta. È nel rispetto di questa dignità del non credere, emersa in tutta la sua luce dopo l'ubriacatura tragica dell'ateismo ideologico e della sua fine, che il credente è chiamato a interrogarsi sulla sua fede e, nella fede pensata, a trovare gli abissi del non credente che è in lui.
Questa compresenza di fede e non credenza è radicata nella stessa condizione umana: nel più profondo delle sue domande, di fronte all'ineludibile ferita del dolore e della morte, l'uomo non si presenta come qualcuno che sia arrivato alla meta, ma come un cercatore della patria lontana, che si lascia permanentemente interrogare, provocare e sedurre dall'orizzonte ultimo.
Se l'uomo è costitutivamente un pellegrino verso la vita, un «mendicante del cielo» (Jacques Maritain), la vera tentazione è per lui quella di fermare il cammino, di sentirsi arrivato, non più esule in questo mondo, ma possessore, dominatore di un impossibile «istante eterno». L'illusione di sentirsi arrivati, il pretendersi soddisfatti, compiuti nella propria vicenda, è la malattia mortale. Tutto questo vale analogamente per la via di Dio: anche nella vita della fede la grande tentazione è fermarsi. In quanto il cristiano è chiamato alla sequela della Croce, dove Dio ha parlato nella silenziosa e conturbante eloquenza della passione, egli è posto costantemente davanti alla grande scelta: crocifiggere le proprie attese sulla croce di Cristo o crocifiggere Cristo sulla croce delle proprie attese.




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