Libero News - Da Napoleone ai Savoia Una lotta continua per tornare Serenissimi


| Cultura | Andrea Morigi
Pubblicato il giorno: 03/09/09


Sono estranei al circuito della cultura ufficiale, ma capaci più di un festival blasonato di radunare 30mila persone in piazza a Cittadella, nel Padovano, alla Festa dei Veneti.

Senza affiliazioni ai partiti, che guardano piuttosto con sospetto, ma con una tradizione di popolo sempre in rivolta contro gli oppressori. Da secoli, ininterrottamente. Fino all’assalto del campanile di Piazza San Marco, a Venezia, il 9 maggio del 1997. Ne sarà testimone visibile il tanko, acquistato dal comitato di solidarietà per gli otto Serenissimi, che ha prestato il cimelio perché sia esposto in pubblico.

«Niente politica, solo cultura», avverte la locandina che annuncia la manifestazione del 4, 5 e 6 settembre. Tre giorni che si apriranno domani, alle 20.30, con il convegno “Storia veneta, fra insorgense e autodeterminasión”. Duecento anni fa si consumava nel sangue l’ultimo atto dell’insorgenza del Triveneto «contro Napoleone e le sue orde di predatori», spiega il volantino di presentazione, «che si nascondevano dietro il motto Liberté, Egalité, Fraternité».

«Lo scopo è il recupero della memoria storica», dice Davide Guiotto, presidente di Raixe Venete, che organizza l’evento da sei anni perché «è attraverso l’insorgenza che si manifesta il risveglio culturale e identitario. Ma guardando in avanti. La festa manda un messaggio alla classe politica a Roma per l’insegnamento della lingua veneta nelle scuole, come già accade per catalani e baschi».

Commemorare per non imbalsamare. «Il ricordo dei nostri patrioti inizia dalla toponomastica», secondo lo studioso Ettore Beggiato, autore di 1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco (Editrice Veneta, Vicenza 2007, pp. 224, euro 15), che sarà il relatore principale del convegno: «Sono riuscito a far intitolare a don Giuseppe Marini, fucilato dai francesi a Vicenza, il 19 agosto 1809, una via nel suo paese, Carrè. A Belvedere di Tezze sul Brenta, sempre nel Vicentino, il 25 aprile scorso, giorno di San Marco, è stata inaugurata, dall’allora sindaco Luciano Lago, piazza 10 luglio 1809, che celebra l’inizio dell’insorgenza veneta».

Beggiato la definisce una «pagina assolutamente sconosciuta della nostra storia». Tanto che «i pochi che ne parlano la definiscono storia di straccioni e di briganti. Al contrario, si ebbe una partecipazione notevolissima e interclassista, di possidenti, preti, giovani e contadini». Tutti uniti perché colpiti «dalla coscrizione obbligatoria, che depresse la nostra economia, sottraendo le migliori braccia all’agricoltura. E furono migliaia i veneti sterminati in giro per l’Europa. Nella battaglia che si concluse alla Beresina nel 1812, su 27mila veneti arruolati, ne tornarono soltanto mille. Allora la popolazione contava un milione e mezzo di persone. Le vittime furono l’equivalente di 75mila al giorno d’oggi». Vi furono anche cause economiche, «la tassa sul macinato, cioè sulla fame», e «le altre, sul sale e perfino sulle finestre, e l’aumento delle tasse catastali, che gettarono il popolo nella disperazione». Ma innanzitutto vi fu «l’esproprio degli arredi nelle chiese, l’abolizione di ordini religiosi e monasteri». Reagirono insieme, classe dirigente e ceti più umili, tant’è che «quelli che allora si radunavano al suono della campana a martello, non erano pochi sbandati. Il 10 luglio 1809 si costituì un governo provvisorio nel nome di San Marco - e questa è la dimensione politico-culturale di rilievo - che riportò in vigore la bandiera con il Leone e la moneta. Ma, a differenza del Tirolo, mancò un leader come Andreas Hofer. E soprattutto la repressione francese fu spaventosa».

Anche Massimo Viglione, docente di Storia contemporanea all’Università europea di Roma, sottolinea la riattualizzazione degli eventi nel Nord, dove «c’è una voluta riscoperta delle proprie origini, cancellate dalla cultura crocio-gramsciana (come direbbe Augusto Del Noce). Riscoprire i martiri uccisi in odio alla fede aiuta a sanare le ferite che ci portiamo dietro da 200 anni: non è nascondendole che guariremo, ma cercando di capire cos’è accaduto. La radice delle nostre divisioni nasce proprio con i giacobini da una parte e gli insorgenti dall’altra».

Ma è anche il segno di un patrimonio comune europeo, a giudizio di Oscar Sanguinetti, direttore dell’Istituto storico dell’Insorgenza e per l’Identità nazionale, per il quale si tratta di «una fase di un episodio continuo, che comprende il Tirolo austriaco e le regioni confinanti, fino alla Valtellina e, oltre il Veneto, anche Ferrara». Infine, «Napoleone perderà in Spagna, grazie all’appoggio militare inglese alle insorgenze. Purtroppo, in Italia rimasero soltanto moti popolari contro le riforme illuministiche».