Stralci dell'intervento in Aula
O la svendita o lo Stato


Alfonso Gianni

Siamo di fronte ad una situazione di enorme gravità per la nostra società, per la nostra economia, per il nostro paese: sta per scomparire un pezzo, quello fondamentale, della storia industriale dell'Italia, sta per essere svenduto al colosso americano della General Motors. Con esso stanno per andare al macero decine di migliaia di posti di lavoro, oltre quelli già perduti negli ultimi vent'anni, i posti di lavoro di chi è impiegato direttamente nella Fiat e di chi - e sono tantissimi - lavora nel suo indotto e non ha nemmeno gli ammortizzatori sociali della cassa integrazione.

Il massacro sociale che sta per avvenire sotto i nostri occhi è di proporzioni enormi. Ora, grazie agli uomini e alle donne del popolo operaio della Fiat, grazie al movimento sindacale, grazie al movimento operaio nuovo, grazie al movimento no global che lo ha sostenuto, una parziale vittoria è stata ottenuta: per la prima volta la Fiat ha deciso di sospendere, anche se per un tempo breve - troppo breve - l'invio delle lettere per la messa in cassa integrazione a zero ore.

Si apre, quindi, una trattativa, ma è ovvio che vi è un sospetto operaio che affonda nella consapevolezza antica di chi non ha fiducia nei padroni e in chi li sostiene. Vi è il rischio che l'azienda voglia semplicemente «spalmare» i licenziamenti sull'intero gruppo. Questo è il senso della cassa integrazione a zero ore ed è, quindi, la ragione per cui noi, in ogni caso, chiediamo che, se ammortizzatori sociali ci dovranno essere, essi siano nella forma di contratti di solidarietà, di cassa integrazione a rotazione, in modo che i lavoratori e le lavoratrici non siano durevolmente allontanati dai loro posti di lavoro.

Ma il punto vero è la modifica radicale del piano Fiat, il quale prevede una riduzione del volume produttivo complessivo del 20-25 per cento. D'altro canto, la stessa azienda dice che, degli 8.100 in cassa integrazione a zero ore, solo la metà ha qualche prospettiva di poter rientrare. Se non si modifica quel piano, ogni promessa, ogni accordo, è scritto sulla sabbia.

Questo è il punto centrale di questa discussione, della mozione che abbiamo presentato, della risoluzione unitaria che abbiamo proposto: avremmo voluto fosse di tutta l'opposizione, peccato che la Margherita non lo abbia consentito e in quel documento è rappresentata solo una parte dell'opposizione. Quella risoluzione già rappresenta una modificazione delle posizioni di rilevanti forze politiche rispetto al modo in cui sono entrate in questo dibattito. Chiediamo una modificazione degli assetti proprietari dell'impresa.

Chi può ripensare il piano industriale? Chi può progettare una nuova idea concreta di mobilità urbana ed extraurbana? Chi può progettare e mettere in atto motori ecocompatibili all'idrogeno? Chi può realizzare - come si è fatto in altri paesi - una riduzione stabile dell'orario di lavoro (richiamo l'esempio della Volkswagen), visto che lo sviluppo dell'enorme produttività del lavoro nel settore manifatturiero, automobilistico in particolare, permette di avere la stessa produzione con un numero inferiore di ore di lavoro e la stessa occupazione?

Possiamo discutere sulla possibilità di un intervento parziale, che, comunque, ha la forza di determinare le sorti dell'azienda o, addirittura, integrale, se necessario. Discutiamo. Ma di questo si tratta: tra svendita al colosso americano della General Motors - quindi fine dell'industria automobilistica, fine dell'occupazione operaia ed impiegatizia nel settore auto italiano - ed intervento del settore pubblico non c'è una terza strada, non c'è una terza via. Dobbiamo scegliere. E dobbiamo farlo in fretta.

La manifestazione del gruppo Fiat è stata un successo. A nostro avviso queste manifestazioni continueranno, dovranno durare, dovranno ampliarsi. Dovremmo arrivare probabilmente ad una forma di sciopero generale di tutte le categorie. Vi sono dei momenti in cui un Parlamento è chiamato ad assumere decisioni storiche. Non perdiamo quest'occasione. Non nascondiamoci, onorevole Marzano, dicendo bugie come i bambini che non leggono i documenti, ossia i testi dei trattati, e poi sostengono che il trattato dell'Unione europea impedisce un intervento pubblico nell'industria automobilistica. Non è vero.

Se si leggono gli articoli 86 e 87 del Trattato CE, si vede che l'unica cosa che, ovviamente, l'Unione europea impedisce di fare è elevare forme di protezionismo. Ma noi non chiediamo di impedire l'ingresso di auto di marca straniera nel nostro paese: chiediamo di poter competere con un'industria nazionale automobilistica sul mercato mondiale. E chiediamo di farlo allo Stato perché i privati non ne sono in grado, malgrado le centinaia di migliaia di miliardi che, in un quarto di secolo, questo Stato ha riversato nelle tasche delle famiglie, degli azionisti e delle banche. Non si è ottenuto alcun risultato se non un disastro di immani proporzioni.

Noi chiediamo che lo Stato si assuma le sue responsabilità e smetta, per l'appunto, di socializzare le perdite, attraverso gli interventi assistenziali, e di privatizzare i profitti. Che lo Stato prenda in mano questa industria e la faccia valere sul piano della competitività internazionale e, soprattutto, risponda alla classe operaia.

Qualcuno - qualche sciagurato - ha affermato che la Fiat vinse, nel 1980, perché eliminò lavoratori, riuscì a spezzare il potere contrattuale del sindacato, intimorì le forze della sinistra e riuscì a bloccare, in tal modo, un movimento crescente. Ebbene, oggi si vede con molta chiarezza dove è finita la Fiat. Oggi, la Fiat ha perso: ha perso, clamorosamente ed ignominiosamente, perché nel 1980, purtroppo, vinse. Allora se la storia ha un significato, dobbiamo impedire che si ripeta.

Liberazione 28 novembre 2002
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