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  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Confronto Ehud Gol - Nemmer Hammad

    L´UE È «SILENZIOSA» SUI MASSACRI DEL TERRORISMO PALESTINESE
    Israele, l´Europa tace troppo


    Caro direttore, la scorsa settimana a Gerusalemme un altro terrorista palestinese si è fatto saltare in aria su un autobus pieno di civili israeliani alle 7.10 del mattino, ora di punta nella capitale. Il bilancio: 11 morti e più di 50 feriti, tra cui molti bambini che andavano a scuola. Qualche giorno prima, dei terroristi palestinesi hanno ucciso una dozzina di israeliani che tornavano dalla sinagoga di Hebron. Tre giorni prima, altri terroristi palestinesi sono entrati in una casa di un kibbutz e hanno ammazzato a sangue freddo una madre davanti agli occhi dei suoi due bambini. Poi hanno ucciso anche i piccoli. Alcuni leader mondiali hanno espresso solidarietà con la democrazia israeliana vessata dalla barbarie. Alcuni hanno condannato le atrocità palestinesi. Però al coro mancava una voce. Uno dei principali attori della scena internazionale non si è espresso di fronte alla catena di atrocità palestinesi. Quel silenzio appartiene all'Unione Europea sotto la Presidenza danese. Il tradizionale tentativo di Bruxelles di presentare una immagine «bilanciata» e «oggettiva» della situazione ha trascinato l'UE nell'apatia e nella cecità di fronte a quella che è chiaramente una campagna terroristica diretta da Arafat contro il popolo israeliano. La Presidenza danese sembra considerare il terrorismo palestinese semplicemente come uno dei tanti pezzi di un puzzle complicato, uno dei molteplici anelli di una «spirale di violenza» che sembra non avere fine. Per la Presidenza danese gli attacchi palestinesi non sono terrorismo contro una democrazia, ma piuttosto una battaglia tra forze paritarie in cui la responsabilità va equamente distribuita tra le parti. Aggressore e vittima sarebbero entrambi colpevoli. Dopo l'atroce attacco al kibbutz la Presidenza dell'UE è rimasta in silenzio. La dichiarazione che ha seguito l'attacco all'autobus a Gerusalemme invece parlava di un «rinnovato ciclo di violenza» e condannava l'«atto di terrore». Con una attenzione non casuale si è evitato di menzionare che i terroristi erano palestinesi. Non una parola contro Arafat, colui che ha finanziato, addestrato e mandato l'uomo-bomba a massacrare degli ebrei. La dichiarazione poi procede con la condanna della vittima, Israele, perché ha osato difendersi. Secondo la Presidenza dell'Unione, Israele dovrebbe «esercitare autocontrollo». Mi domando se la Danimarca o un altro paese europeo avrebbero esercitato autocontrollo dopo aver perso 30 persone in una settimana di terrorismo. L'incapacità della Presidenza dell'UE a condannare in modo chiaro e senza ambiguità il terrorismo di Arafat è un altro segno -e un altro motivo- della inettitudine dell'Europa a giocare un ruolo di primo piano per il futuro del Medio Oriente. Quell'«equilibrio» forzato presente in ogni dichiarazione dell'UE potrà anche compiacere Arafat ed incoraggiarlo ad andare avanti nella sua «legittima» lotta contro Israele, ma ci allontana dalla pace e non avvicina l'Europa nemmeno di un centimetro al ruolo di mediatore nella nostra regione. L'insistenza dell'Europa sulle responsabilità di Israele ogni volta che Israele è attaccata da un terrorista è un messaggio chiaro ad Arafat che per quanto atroci siano i suoi massacri, l'UE non smetterà mai di vedere in lui la vittima. Il giorno in cui i palestinesi capiranno di non poter distruggere Israele con il terrorismo e che è giunto il momento di tornare al tavolo negoziale, non si sorprenda l'Europa se non verrà considerata un onesto mediatore. Finchè l'UE ipocritamente continuerà ad evitare di condannare il terrorismo e si rifiuterà di mettere Arafat di fronte alle sue responsabilità, il terrorismo palestinese non ci lascerà tregua e la mediazione in questo conflitto rimarrà nelle mani degli americani. Dopo tanti anni di cinico corteggiamento dei palestinesi e del mondo arabo guidato da ragioni di pragmatismo economico, sta all'Europa scegliere se fare ciò che è giusto o se rimanere irrilevante.

    Ambasciatore di Israele in Italia
    Ehud Gol


    La Stampa 27 novembre 2002

  2. #2
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    RISPOSTA ALL´AMBASCIATORE ISRAELIANO:
    LA MAGGIORANZA DEI PALESTINESI È CONTRO IL TERRORISMO
    La via della morte non porta alla pace


    CARO Direttore, ho letto quanto scritto il 27 novembre sulla Stampa dall'ambasciatore d'Israele Ehud Gol. Credo che lei e i lettori della sua prestigiosa testata non potranno che convenire che, in certi casi, è sempre bene «sentire anche l'altra campana». Tutti noi, a ragione e con piena convinzione, ci rammarichiamo che spesso la disperazione conduca alla violenza. Nei lunghi anni che ho passato in Europa, e specialmente in Italia, ho imparato il senso di solidarietà e di partecipazione che i popoli europei e gli italiani, in particolare, sentono e vivono davanti a ogni morte ingiusta e immotivata. Nessun nuovo atto di violenza e nessuna morte innocente contribuisce alla causa della pace: né in Palestina, né in Israele o in alcun'altra parte del mondo. La condanna d'ogni atto di terrorismo contro obiettivi civili è stata rinnovata puntualmente dal presidente Yasser Arafat e - credetemi - è condivisa dalla larghissima maggioranza del popolo palestinese. La via della pace non è certo quella della morte; ma solo quella della verità e del dialogo, anche quando sembra difficile e, persino, impossibile. Gli ultimi attentati in Kenya e a Betshan confermano che è urgente un confronto serio e onesto sul fenomeno del terrorismo e delle sue origini: per sconfiggerlo non basta dispiegare persino l'esercito più potente del mondo! Chi afferma, come Ariel Sharon, di avere una «lunga mano» capace di «colpire ovunque», non fa che alimentare una spirale di violenza tragica e inaccettabile: dove a violenza si risponde con violenza, dove a morte segue morte. Per fermare ovunque il terrorismo, dobbiamo dire «basta!» a questa logica perversa e a chi l'alimenta, anche per bassi interessi elettorali e propagandistici.
    Dispiace, poi, constatare che Ehud Gol dimentichi che, insieme alle vittime innocenti israeliane, il popolo palestinese sta pagando un prezzo di sangue, soprattutto fra bambini e vecchi disarmati, assai più alto e altrettanto terribile a causa delle violenze e della sistematica violazione di ogni convenzione internazionale e umanitaria da parte dell'esercito israeliano nei territori occupati. È vero, non si possono mai fare statistiche con i morti, e noi li piangiamo uguali nel dramma della morte e della violenza! È nota a tutti, tuttavia, la sproporzione fra le vittime palestinesi, provocate da un «esercito regolare» e di un Paese che si vuole «democratico»; e quelle israeliane, colpite da un terrorismo cieco e che danneggia principalmente la stessa causa nazionale palestinese.
    È altrettanto evidente la contraddizione di chi accusa Arafat e l'Autorità palestinese di promuovere il terrorismo e d'essere incapace di fermarlo; ma intanto tiene prigioniero il primo e ha distrutto tutte le strutture della seconda. Così, pure, appare scientemente fuorviante, o corto di memoria, chi chiede sicurezza per sé ma costringe l'intero popolo palestinese in condizioni di miseria e umiliazione, e dove la stessa Comunità Internazionale denuncia lo stato preoccupante di malnutrizione dei bambini, degli anziani e fasce sempre più numerose della popolazione palestinese e la carenza d'ogni bene essenziale, sotto l'assedio e l'occupazione israeliani.
    Voi italiani avete giustamente scritto nella vostra costituzione che la democrazia, e dunque la pace, «è fondata sul lavoro». Oggi, il 90% dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania è senza lavoro. Non è contraddittorio chiedere pace e democrazia, mentre l'esercito israeliano deliberatamente impedisce ai lavoratori palestinesi di andare al proprio lavoro, distrugge ogni attività produttiva autonoma, impedisce ai contadini di raccogliere le olive e, persino, sradica dal suolo il simbolo stesso della pace: i nostri campi secolari d'ulivo? Gol accusa l'Europa di silenzio e ambiguità. È un'accusa ingiusta e infondata! Perché, fin dalla Dichiarazione di Venezia, l'Unione Europea ha dimostrato di poter essere un negoziatore affidabile e imparziale per il Medio Oriente: chiedendo, certo, sicurezza per Israele, ma non tacendo neppure il perdurare di un'aperta violazione d'ogni norma internazionale e d'ogni risoluzione dell'Onu da parte del governo israeliano. Posso ricordare che Israele occupa illegalmente i territori palestinesi? Possiamo dimenticare che ha annesso Gerusalemme in spregio d'ogni diritto? Abbiamo già dimenticato quante volte il Consiglio di Sicurezza - anche quest'anno con due risoluzioni votate all'unanimità - ha chiesto a Israele «l'immediato ritiro dai territori palestinesi»?
    L'Europa ha sempre dimostrato equilibrio e generosità; e la sua scelta politica di «due popoli e due Stati» è perfettamente coerente con le fondamenta della giustizia internazionale. Forse, per questo, i governi israeliani hanno sempre sostenuto che «Europe must pay, no act»: l'Europa deve pagare, ma non negoziare nel conflitto mediorientale. Tutti ricordiamo come, anche di recente, il governo israeliano abbia trattato gli inviati europei: impedendo loro, fisicamente, di negoziare fra le parti. L'Europa sa bene ciò che fa e sa bene ciò che è giusto: perché da troppo tempo il popolo palestinese subisce ogni forma d'ingiustizia e negazione dei suoi diritti riconosciuti in ogni sede internazionale. E gli europei, infine, hanno dimostrato di conoscere perfettamente la prima regola d'ogni buon negoziatore: quella dell'imparzialità, perché solo così si può cercare di conciliare onorevolmente e giustamente due contendenti. È evidente, invece, che il governo di Ariel Sharon e i suoi rappresentanti temano l'imparzialità europea e preferiscano «negoziatori» più concilianti ai loro obiettivi. E questi non sono di certo né la pace, né la giustizia e tanto meno - come hanno apertamente dichiarato - quello di «due popoli e due Stati».

    Delegato Generale Palestinese in Italia
    Nemer Hammad


    La Stampa, 30 novembre 2002

 

 

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