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" Villa Gina, il «Grand Guignol» del clan Spallone
26 novembre 2002
di Filippo Ceccarelli
FOSSERO state scoperchiate nei primi anni cinquanta, le atrocità di «Villa Gina», gli interventi di macelleria selvaggia in sala operatoria, gli aborti notturni all’ottavo mese, il trattamento riservato a quei poveri feti, ecco, tutto questo avrebbe finalmente e senza dubbio confermato le più spaventose supposizioni riguardo ai comunisti e i bambini.
L’idea estrema è che, molto semplicemente, se li mangiassero. E tuttavia prima di arrivare alla soluzione cannibalesca, l’anticomunismo viscerale si sarebbe certo accontentato del repertorio raccapricciante che comunque era stato portato alla luce nella clinica del clan Spallone, la clinica appunto «dei comunisti», dove peraltro è sempre stato assai difficile farsi dare la ricevuta fiscale.
A questo portava dunque il materialismo storico, avrebbero gridato i preti additando l’orrore di quelle operazioni con i famigerati «ferri 23». Ecco in che modo i «rossi», i «senza-Dio» avevano fissato il loro immondo prezzario nella strage degli innocenti. Questo sarebbe probabilmente successo negli anni lontani della guerra fredda, quando Mario Spallone, il patriarca (che non c’entra con le condanne di ieri), non solo accompagnava Togliatti a Mosca, da Stalin, ma trovava il dittatore anche «affascinante e incantevole». Salvo provare un brivido quando Baffone indicando Togliatti e fissando il suo medico negli occhi disse: «Compagno, da oggi tu sei responsabile della sua salute di fronte al Comitato Centrale del Pcus».
Nella primavera del 2000, invece, quando avvennero gli arresti e furono divulgate le prime rivelazioni, quasi nessuno collegò più le mostruose violazioni di «Villa Gina» a un qualche retroterra ideologico. E non solo perché il comunismo era morto, e quel fattaccio di cronaca indicava semmai la terribile vittoria dell’avidità e del denaro, a tutti i costi, oltre ogni scrupolo, contro ogni dubbio. No. A riguardarsi le cronache di quel periodo, è come se i crimini degli Spallone avessero scansato le loro pur sostanziose motivazioni economiche, le abituali nequizie sanitarie, il dannatissimo bottino del «cucchiaio d’oro», per collocarsi in una dimensione di malvagità assoluta e di horror puro.
Poco o nulla venne risparmiato ai lettori dei mostri che, con salda mano, governavano «Villa Gina». A ben vedere, i moduli espressivi risentivano più o meno consapevolmente di un certo registro che nel cinematografo, ormai da una quarantina d’anni, ha il nome di «splatter». Non che mancassero gli spunti di verità, anche processuale. Le testimonianze erano addirittura dure da leggersi, e suscitavano un misto di ripugnanza e spavento, più che un sano moto di pietà; o anche di comprensibile indignazione per interventi selvaggi e forse anche superflui che dopo tutto costavano dagli 8 ai 20 milioni di lire. Un furto.
Ma più che altro si parlava di roghi, raschiamenti, tritatutto, tamponi imbevuti, sacre cavità violate. Tutto avveniva regolarmente di notte, in segreto, senza guanti. La scena più terrificante vedeva uno degli imputati (oggi condannato) operare a torso nudo, anzi per l’esattezza con un grembiule da macellaio. La descrizione era «in atti giudiziari», come si dice. E tuttavia sembrava ripresa pari pari da un film di Herschell Gordon Lewis, o di Andy Milligan, George A. Romero, Tobe Hooper, l’autore di «Non aprite quella porta» (1974), dove appunto una famiglia di macellai decisamente maniaci squarta, per poi divorare, qualunque ignara vittima gli capiti a tiro.
Figlio legittimo del teatro parigino fine ottocento del Grand Guignol, lo «splatter» e la sua inconfondibile atmosfera anatomopatologica surrogava con qualche efficacia l’antico anatema anticomunista per anni e anni calato sulle spalle, pure solide numerose e ben addestrate agli scandali, del clan Spallone.
Fatto sta che tali rivelazioni emersero in piena campagna elettorale. Si votava allora per le regionali, anche nel Lazio, ed è abbastanza plausibile che, splatter o non splatter, questa particolarissima inchiesta giudiziaria abbia avuto un qualche peso nella vittoria di Francesco Storace, candidato del centrodestra. Anche se non sarebbe facile dimostrarlo.
Com’è ovvio, i mezzi di comunicazione andarono a bussare alla porta del Patriarca, fratello e padre degli imputati, nonché padrone di «Villa Gina» e di altre cinque cliniche, che è sempre stato un grande personaggio, e come tutti i grandi personaggi da prendersi con le molle. Forse Mario Spallone non si rese conto dell’effetto che faceva, ma per lanciare un messaggio forte finì per collocarsi anche lui su una strana frontiera. Disse che non credeva alle accuse, ma se queste si fossero rivelate esatte, beh, i suoi parenti meritavano non vent’anni di galera, ma quaranta. Poi si corresse: li avrebbe ammazzati con le sue mani. Infine specificò: gli avrebbe tagliato lui «direttamente» la testa.
Il sanguinolento proposito restò comprensibilmente inevaso. I giornali diedero conto, in compenso, di alcune polemiche occorse al comune di Avezzano, dove Spallone esercitava il ruolo di sindaco, ma senza nascondere un revolver che intimoriva l’opposizione consiliare. In realtà il personaggio è un arci-medico integrale, in gioventù fu anche aggregato ai plotoni d’esecuzione dei torturatori fascisti, ma non è che conosca tanto bene l’arte della discrezione.
Anche per questo, tuttavia, i cultori della Prima Repubblica gli sono riconoscenti per un paio di volumi di memorie da cui viene fuori una meticolosa storia clinica del pci che, oltre ai malanni di Togliatti, non trascura l’epatopatia cronica di Novella, l’artrosi di Grieco, l’adenocarcinoma prostastico di Amendola e via di seguito, in allegria.
Figura eccentrica, ma di spessore. Devoto di Padre Pio e nemico dei gay, medico un po’ di tutti e di nessuno, con la sua tv privata ha trasmesso programmi in russo ben prima che che migliaia di slavi, in fuga dai successi del comunismo, venissero a raccogliere e impacchettare carote nei fertili campi del Fucino. Al cimitero del suo paese ha donato un complesso sistema acustico che permette di visitare le tombe ascoltando i canti gregoriani. Ma poi qualcuno gli deve aver fatto uno scherzo, e di colpo nel camposanto è cominciata a risuonare la Cucaracha. "
Cordiali saluti




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