Il Mondialismo moderno è la fase estrema dell’imperialismo capitalista americanocentrico nella sua manifestazione più degenerativa, antitradizionale, conservatrice e sovversiva al tempo stesso.
Gli Imperi tradizionali d’Europa, nonostante avessero mitridatizzato il veleno di una religione aliena allo spirito indoeuropeo in forme politico-sociali d’impostazione tradizionale, si trasformarono alla fine del loro ciclo vitale in imperialismi e nazionalismi coloniali, invadendo ed infettando il mondo.
Ancora una volta la legge del contrappasso ha voluto che l’Europa sia stata vinta e sottomessa da un frutto venefico del suo seno: l’America ha affrontato e vinto l’Europa (tutta l’Europa, anche quella degli alleati di ieri), l’ha privata del suo potere e delle sue colonie, sostituendovi un neo-imperialismo politico, economico, mediatico.
In termini geopolitici il “Mare” ha vinto la “Terra”, e continua ad avanzare al suo interno.
L’America infatti si è oggi imposta anche sulla rivale Russia e i confini della NATO si spostano sempre più verso il cuore d’Eurasia, l’Heartland logistico della ex potenza antagonista.
Il Mondialismo e la sua manifestazione economica e mentale, la globalizzazione, non potrebbero esistere senza il dominio di una ed una sola superpotenza che ha imposto al mondo il suo predominio militare sulla terra, sopra e sotto i mari, nei cieli e nello spazio esterno. Non esisterebbero senza una moneta unica valida ovunque per i pagamenti internazionali, senza una lingua comune di comunicazione, dalla diplomazia ai computer, senza una pseudocultura accettata o subita da tutti, senza la tv, il cinema, la stampa, internet ecc…tutto facente capo alle lobbies ed alle multinazionali con base negli Stati Uniti d’America; fortezza continentale irraggiungibile, braccio armato mondiale del SIM, il super Stato Imperialista delle Multinazionali.
“Gli Stati Uniti sono grandi difensori della globalizzazione e dove essa è stata messa in pratica, come nelle relazioni col Messico, ha portato un gran bene. [agli Stati Uniti- nostra nota]… Penso che gli Stati Uniti siano stati finora i primi a baneficiare della globalizzazione e che si trovino, dal punto di vista della concorrenza, nella posizione più forte rispetto a chiunque altro”; parola di Henry Kissinger, “l’ebreo volante” delle Amministrazioni repubblicane, premio Nobel per la pace (dopo aver favorito la guerra Iran-Iraq con oltre un milione di morti), autore del recente libro “L’America ha bisogno di una politica estera?” e sponsor dell’attuale ministro degli esteri italiano nel governo Berlusconi.
Gli fa eco il confratello,George Soros, ebreo di origine ungherese, speculatore internazionale capace di affondare in una sola operazione borsistica l’economia di interi paesi (nel’92 costò all’Italia una perdita di quarantamila miliardi di lire!) ed attuale co-presidente del World Economic Forum di Salisburgo (“fratello minore estivo di quello di Davos”):
“Io penso che la globalizzazione porti grandi benefici ad un gran numero di uomini e donne…La liberalizzazione dei mercati e del movimento dei capitali produce soprattutto benefici privati e ai privati. Ma non si preoccupa né può farlo di per sé, dei benefici collettivi” (da: “La globalizzazione è un bene, i governi imparino a usarla”-“Repubblica”, 3.07.2001).Viva la sincerità!
Certo per il sig. Soros e affini la globalizzazione è stata una vera “manna dal cielo”, tipo quella elargita da Javhé ai suoi correligionari. Ma ora ha deciso di lasciare la finanza e dedicarsi ai “problemi della democrazia nell’Europa dell’Est”. Tremate slavi!
Del resto è noto che uno degli strumenti che l’America ha per imporre la sua politica economica al mondo, oltre il dollaro, è quello della cosiddetta GLOBALIZZAZIONE ASIMMETRICA, che mentre impone alle economie più deboli, comprese quelle dei partners ricchi del Nord del mondo, il liberismo quasi assoluto negli scambi internazionali, applica al contrario altissime tariffe doganali alle merci straniere più competitive sul mercato interno statunitense, a difesa degli interessi lobbistici dei produttori americani. Una politica economica che applicata ai prodotti del Terzo e Quarto Mondo risulta devastante per le economie più deboli, costrette poi ad indebitarsi per importare prodotti americani sui quali gli USA pretendono di non pagar dazio.
COME L’AMERICA PREPARA LA III GUERRA MONDIALE
Ma c’è anche un nuovo pericolo, accentuatosi con l’avvento dell’attuale Amministrazione repubblicana di Bush Jr.: il rilancio della corsa agli armamenti per creare un gigantesco apparato militar-industriale, inattaccabile da qualsiasi eventuale nemico (scudo stellare) e capace di colpire ovunque in tempi brevissimi (bombardiere spaziale, utilizzo militare del sistema satellitare civile attuale).
Questo soprattutto per favorire le lobbies belliche ed il Pentagono, che hanno portato all’elezione di un nuovo Bush con il vecchio staff repubblicano del padre o anche precedente.
A prescindere dai rischi evidenti di una tale politica per la pace e la stabilità internazionali, essa rischia di far collassare un’economia già oggi in piena crisi, con la creazione di un arsenale costosissimo e ipertrofico, per di più completamente inutile in un sistema internazionale che vede gli USA già al giorno d’oggi quale unica superpotenza mondiale.
E’ questa la tesi di Chalmers Johnson ne “Gli ultimi giorni dell’impero americano”.
In questo libro si prospetta infatti una fine degli Stati Uniti molto simile al collasso implosivo dell’ex URSS nel momento in cui fu palese che il suo sforzo militare non era stato compatibile con la tenuta delle strutture economiche interne e si era per di più dimostrato inadatto alla geostrategia contemporanea (sconfitta in Afghanistan, Polonia, Medio Oriente ecc…)
Il crollo dell’impero americano non sarebbe certo una perdita per il resto del mondo, ma al contrario l’inizio della rinascita di popoli e nazioni, se non fosse per il fatto che la globalizzazione americanocentrica ha vincolato tutti all’economia e alla politica statunitense. Tanto che la crisi generale del capitalismo USA rappresenterebbe contemporaneamente LA Crisi Mondiale per antonomasia, di fronte alla quale quella del ’29 sarebbe stata una tempesta in un bicchier d’acqua.
Inoltre è sicuro che l’America, di fronte alla prospettiva del disastro economico interno (che, in quel tipo di società, rappresenterebbe semplicemente la fine degli Stati Uniti come entità politica unitaria) sarebbero pronti a scatenare un conflitto mondiale sul quale scaricare le tensioni interne e nel quale gettare gli armamenti la cui costruzione avrebbe determinato la crisi stessa.
Il libro di Johnson aveva anticipato la crisi con la Cina proprio nell’area del Mare Cinese Meridionale e per la questione cruciale di Taiwan.
Ancora una volta l’imperialismo militarista ed interventista è la fase suprema e la valvola di scarico del capitalismo nella sua fase estrema. Con la variante che stavolta è l’Alta Finanza a condurre il gioco ed il teatro è più che mai l’intero pianeta, il quale rischia di essere trascinato nell’olocausto nucleare totale, seguendo il crollo dell’Impero Americano.
Se il Mondialismo è dunque frutto degenerato del nazionalismo, dell’imperialismo coloniale rovesciatosi nel suo apparente opposto, ma in realtà tutto interno alla logica mercantilistica anti-tradizionale che presiedette alla nascita ed affermazione degli imperi coloniali europei, la soluzione al problema non può che trovarsi alla radice di partenza: l’Europa.




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