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    Predefinito Il Nome Della Mondializzazione: Amerika

    Il Mondialismo moderno è la fase estrema dell’imperialismo capitalista americanocentrico nella sua manifestazione più degenerativa, antitradizionale, conservatrice e sovversiva al tempo stesso.
    Gli Imperi tradizionali d’Europa, nonostante avessero mitridatizzato il veleno di una religione aliena allo spirito indoeuropeo in forme politico-sociali d’impostazione tradizionale, si trasformarono alla fine del loro ciclo vitale in imperialismi e nazionalismi coloniali, invadendo ed infettando il mondo.
    Ancora una volta la legge del contrappasso ha voluto che l’Europa sia stata vinta e sottomessa da un frutto venefico del suo seno: l’America ha affrontato e vinto l’Europa (tutta l’Europa, anche quella degli alleati di ieri), l’ha privata del suo potere e delle sue colonie, sostituendovi un neo-imperialismo politico, economico, mediatico.
    In termini geopolitici il “Mare” ha vinto la “Terra”, e continua ad avanzare al suo interno.
    L’America infatti si è oggi imposta anche sulla rivale Russia e i confini della NATO si spostano sempre più verso il cuore d’Eurasia, l’Heartland logistico della ex potenza antagonista.
    Il Mondialismo e la sua manifestazione economica e mentale, la globalizzazione, non potrebbero esistere senza il dominio di una ed una sola superpotenza che ha imposto al mondo il suo predominio militare sulla terra, sopra e sotto i mari, nei cieli e nello spazio esterno. Non esisterebbero senza una moneta unica valida ovunque per i pagamenti internazionali, senza una lingua comune di comunicazione, dalla diplomazia ai computer, senza una pseudocultura accettata o subita da tutti, senza la tv, il cinema, la stampa, internet ecc…tutto facente capo alle lobbies ed alle multinazionali con base negli Stati Uniti d’America; fortezza continentale irraggiungibile, braccio armato mondiale del SIM, il super Stato Imperialista delle Multinazionali.
    “Gli Stati Uniti sono grandi difensori della globalizzazione e dove essa è stata messa in pratica, come nelle relazioni col Messico, ha portato un gran bene. [agli Stati Uniti- nostra nota]… Penso che gli Stati Uniti siano stati finora i primi a baneficiare della globalizzazione e che si trovino, dal punto di vista della concorrenza, nella posizione più forte rispetto a chiunque altro”; parola di Henry Kissinger, “l’ebreo volante” delle Amministrazioni repubblicane, premio Nobel per la pace (dopo aver favorito la guerra Iran-Iraq con oltre un milione di morti), autore del recente libro “L’America ha bisogno di una politica estera?” e sponsor dell’attuale ministro degli esteri italiano nel governo Berlusconi.
    Gli fa eco il confratello,George Soros, ebreo di origine ungherese, speculatore internazionale capace di affondare in una sola operazione borsistica l’economia di interi paesi (nel’92 costò all’Italia una perdita di quarantamila miliardi di lire!) ed attuale co-presidente del World Economic Forum di Salisburgo (“fratello minore estivo di quello di Davos”):
    “Io penso che la globalizzazione porti grandi benefici ad un gran numero di uomini e donne…La liberalizzazione dei mercati e del movimento dei capitali produce soprattutto benefici privati e ai privati. Ma non si preoccupa né può farlo di per sé, dei benefici collettivi” (da: “La globalizzazione è un bene, i governi imparino a usarla”-“Repubblica”, 3.07.2001).Viva la sincerità!
    Certo per il sig. Soros e affini la globalizzazione è stata una vera “manna dal cielo”, tipo quella elargita da Javhé ai suoi correligionari. Ma ora ha deciso di lasciare la finanza e dedicarsi ai “problemi della democrazia nell’Europa dell’Est”. Tremate slavi!
    Del resto è noto che uno degli strumenti che l’America ha per imporre la sua politica economica al mondo, oltre il dollaro, è quello della cosiddetta GLOBALIZZAZIONE ASIMMETRICA, che mentre impone alle economie più deboli, comprese quelle dei partners ricchi del Nord del mondo, il liberismo quasi assoluto negli scambi internazionali, applica al contrario altissime tariffe doganali alle merci straniere più competitive sul mercato interno statunitense, a difesa degli interessi lobbistici dei produttori americani. Una politica economica che applicata ai prodotti del Terzo e Quarto Mondo risulta devastante per le economie più deboli, costrette poi ad indebitarsi per importare prodotti americani sui quali gli USA pretendono di non pagar dazio.




    COME L’AMERICA PREPARA LA III GUERRA MONDIALE
    Ma c’è anche un nuovo pericolo, accentuatosi con l’avvento dell’attuale Amministrazione repubblicana di Bush Jr.: il rilancio della corsa agli armamenti per creare un gigantesco apparato militar-industriale, inattaccabile da qualsiasi eventuale nemico (scudo stellare) e capace di colpire ovunque in tempi brevissimi (bombardiere spaziale, utilizzo militare del sistema satellitare civile attuale).
    Questo soprattutto per favorire le lobbies belliche ed il Pentagono, che hanno portato all’elezione di un nuovo Bush con il vecchio staff repubblicano del padre o anche precedente.
    A prescindere dai rischi evidenti di una tale politica per la pace e la stabilità internazionali, essa rischia di far collassare un’economia già oggi in piena crisi, con la creazione di un arsenale costosissimo e ipertrofico, per di più completamente inutile in un sistema internazionale che vede gli USA già al giorno d’oggi quale unica superpotenza mondiale.
    E’ questa la tesi di Chalmers Johnson ne “Gli ultimi giorni dell’impero americano”.
    In questo libro si prospetta infatti una fine degli Stati Uniti molto simile al collasso implosivo dell’ex URSS nel momento in cui fu palese che il suo sforzo militare non era stato compatibile con la tenuta delle strutture economiche interne e si era per di più dimostrato inadatto alla geostrategia contemporanea (sconfitta in Afghanistan, Polonia, Medio Oriente ecc…)
    Il crollo dell’impero americano non sarebbe certo una perdita per il resto del mondo, ma al contrario l’inizio della rinascita di popoli e nazioni, se non fosse per il fatto che la globalizzazione americanocentrica ha vincolato tutti all’economia e alla politica statunitense. Tanto che la crisi generale del capitalismo USA rappresenterebbe contemporaneamente LA Crisi Mondiale per antonomasia, di fronte alla quale quella del ’29 sarebbe stata una tempesta in un bicchier d’acqua.
    Inoltre è sicuro che l’America, di fronte alla prospettiva del disastro economico interno (che, in quel tipo di società, rappresenterebbe semplicemente la fine degli Stati Uniti come entità politica unitaria) sarebbero pronti a scatenare un conflitto mondiale sul quale scaricare le tensioni interne e nel quale gettare gli armamenti la cui costruzione avrebbe determinato la crisi stessa.
    Il libro di Johnson aveva anticipato la crisi con la Cina proprio nell’area del Mare Cinese Meridionale e per la questione cruciale di Taiwan.
    Ancora una volta l’imperialismo militarista ed interventista è la fase suprema e la valvola di scarico del capitalismo nella sua fase estrema. Con la variante che stavolta è l’Alta Finanza a condurre il gioco ed il teatro è più che mai l’intero pianeta, il quale rischia di essere trascinato nell’olocausto nucleare totale, seguendo il crollo dell’Impero Americano.
    Se il Mondialismo è dunque frutto degenerato del nazionalismo, dell’imperialismo coloniale rovesciatosi nel suo apparente opposto, ma in realtà tutto interno alla logica mercantilistica anti-tradizionale che presiedette alla nascita ed affermazione degli imperi coloniali europei, la soluzione al problema non può che trovarsi alla radice di partenza: l’Europa.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Contro la globalizzazione amerikana!

    La globalizzazione dei mercati non avrebbe potuto realizzarsi senza una preventiva opera preparatoria politica e culturale spesso imposta con l’uso delle armi e l’invasione militare: solo nel secolo scorso ci sono volute due guerre “mondiali” (appunto) e decine e decine di guerre locali, colpi di stato, stragi e genocidi, per realizzare l’One World americanocentrico.
    Noi definimmo, e non da ora, questo progetto a respiro planetario MONDIALISMO.
    Una delle più complete esplicazioni di questo termine ce la offre Giuseppe Santoro nel suo “Dominio globale. Liberoscambismo e globalizzazione”, un volumetto di cento pagine che dovrebbe rappresentare il “libretto rosso” di ogni vero rivoluzionario antimondialista.
    Scrive Santoro:
    “Il Mondialismo, in sintesi, è un’ideologia (e una prassi culturale, sociale e politica) universalista promossa da istituzioni internazionali politico-militari (ONU, NATO) ed economico finanziarie (Banca Mondiale, Fondo Monetario, WTO, Nafta, ecc…), da associazioni private (Council on Foreign Relations, Trilateral, Bilderberg, massoneria ecc..) [aggiungeremo noi anche religiose: Vaticano con la sua “pupilla”, l’Opus Dei, Consiglio Mondiale ebraico, sette varie protestanti e non] e da una fitta rete di lobbies e di organizzazioni internazionali di “consulenza” politico-sociale-culturale e massmediale (agenzie d’informazione, industria cinematografica ecc…), la cui principale base tattica è costituita dagli Stati Uniti”
    Ed ancora:
    “L’obiettivo del mondialismo è la creazione di un unico governo o amministrazione (il Nuovo Ordine Mondiale), di un unico assetto politico, istituzionale e sociale (il liberalismo), di un unico sistema di valori (l’individualismo-egalitarismo-dottrina dei “Diritti dell’Uomo”), e quindi di un unico insieme di costumi e di stile di vita (il consumismo) estesi a tutta la Terra e funzionali al dominio assoluto da parte delle forze politiche, economiche e culturali che lo incarnano: le élites della finanza mondiale”.
    Santoro è anche autore di “Il mito del libero mercato”, approfondito studio sugli “economisti classici”.
    E’ evidente da quanto scritto finora che il Mondialismo non è un meccanismo anonimo, senza volto, senza capo né coda, metastaticamente autoriproducentesi; un dato oggettivo scisso dall’intervento di idee, di pochi uomini e ben identificate istituzioni, che in tal caso sarebbero esse stesse oggetto e non soggetto del processo. Chi la pensa così ragiona in termini di un fuorviante determinismo meccanicista che la dice lunga sui devastanti effetti della falsificazione storico-ideologica condotta per secoli: dall’Illuminismo, al liberismo e al marxismo, passando per l’hegelismo di “destra” o di “sinistra”.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito razza padrona mondialista

    Per fare un solo esempio, anche in termini di credito, pochi supercapitalisti posseggono fortune ben superiori a molti stati: gli americani Bill Gates, Larry Hallison, Warren Buffett e Paul Allen sono proprietari di fortune che corrispondono a quelle delle 42 nazioni più povere messe insieme, cioè 600 milioni di uomini, un sesto degli abitanti del pianeta!
    I “decision makers” della politica mondiale, possessori di tutte le banche, di interi settori industriali e commerciali, delle fonti energetiche e strategiche, i suggeritori più o meno palesi della politica dei governi e delle istituzioni internazionali, appartengono a 13 clan familiari. In ordine alfabetico:
    Astor, Bundy, Collins, Dupont,, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor.
    La “razza padrona mondialista” vive in posti esclusivi, frequenta solo i propri simili, salvo quando deve concedersi a folle osannanti; essa si incrocia tra sé e decide per tutti.
    La razza padrona non ha patria, solo passaporti , spesso più d’uno. Sua patria è appunto il mondo.
    Sono apolidi di lusso, cosmopoliti per vocazione ed interesse, pària che, nell’epoca del rovesciamento delle caste, si trovano ai vertici della piramide politica e sociale.
    Sono loro i ” padroni di casa” nelle riunioni del Bilderberg, della Trilateral, del CFR. Talvolta guidano direttamente stati e governi, come i Kennedy ed i Windsor.
    A loro tutto è permesso: dalle guerre alle crisi economiche e finanziarie guidate, fino ai più prosaici omicidi per motivi di corna (chi ricorda il caso Palme?).

    Per costoro riservatezza, menzogna e segreto sono strumenti assolutamente indispensabili di dominio.
    Parlare dell’ineluttabilità “oggettiva” e amorfa del processo di globalizzazione in atto è il loro strumento per nascondere la causa, manifestando l’effetto. Nella più generosa delle ipotesi imporre al mondo i propri parametri di riferimento, la propria visione cosmopolita delle relazioni internazionali.
    Cattolici, protestanti o ebrei, ma anche mussulmani o confuciani o semplicemente agnostici o atei, sono tutti portatori di una unica visione e stile di vita…”
    Il semiologo ebreo americano Noam Chomsky, teorico antiglobal pur usufruendo della cattedra al MIT (Massachussets Institute of Technology) è da sempre uno dei critici più feroci del capitalismo e imperialismo e definisce i padroni della finanza mondiale un “Senato virtuale”, cui i governanti del mondo devono rendere conto, alla faccia dei cittadini che li hanno eletti:
    “Il senato virtuale è un gruppo di investitori capaci di governare nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa e la regolazione dei tassi di interesse. Appena uno stato ipotizza scelte nell’interesse collettivo come il welfare o l’autodeterminazione, loro minacciano di portare all’estero i capitali. Gli USA e tutti i governi più potenti sono fantocci manipolati da questi senatori mascherati. Un tempo c’erano i dittatori, adesso ci sono i tiranni privati. Fanno gli stessi danni, ma non hanno responsabilità pubbliche”.
    Eccoci finalmente in buona compagnia con un uomo che certo non sarà accusato di “cospirazionismo complottista”, tipo “Savi Anziani…” ecc..
    Semmai aggiungeremo che il “Senato Virtuale” ha ben altre armi che quelle finanziarie, per piegare governi e popoli al suo volere: dai media all'informatica, dai moti di piazza ai golpe militari, fino alla guerra dichiarata, con tanto di “armi intelligenti”.
    In Serbia recentemente è stato usato di tutto: rivolte etniche, guerriglia, guerra dichiarata (anzi..” intervento umanitario”), anche se alla fine l’ha vinta il denaro. E si sono letteralmente venduto il capo!

    Ma è ancora una volta il Santoro a offrirci il giudizio più netto sulla pretesa ineluttabilità ed impersonalità del processo storico che stiamo vivendo:
    “Infatti la cosidetta globalizzazione – economica, politica, culturale e dei costumi di tutti i popoli della Terra – non è in alcun modo un fenomeno ‘naturale’ o necessario o ineluttabile determinato dalle leggi interne di un qualche inarrestabile ‘sviluppo’ del mondo (da un punto di partenza ad uno di arrivo: Nuovo Ordine Mondiale, Fine della Storia, Regno di Dio, Comunismo mondiale o chissà che altro delirio apocalittico); essa non è ‘nella logica delle cose’ (quale logica e quali cose ?); essa non è la condizione oggettiva ed autonoma cui occorre adeguarsi come ad una irrevocabile volontà divina (di quale dio ?); la globalizzazione è solo l’obiettivo pratico e deliberato che uomini concreti, tramite organizzazioni con tanto di nomi e di sede legale, sistemi informativi, massmediali ed editoriali – non forze oscure e imperscrutabili dell’universo – vogliono raggiungere per il proprio tornaconto personale e di gruppo (anche se ciò non esclude, anzi, la presenza di conflitti interni o di resistenze esterne). Tutto qui”.
    [Giuseppe Santoro, “Banchieri e camerieri. Sovranità monetaria e sovranità politica”].
    Semplice, no?…
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    NOAM CHOMSKY

    LA PASSIONE PER
    IL LIBERO MERCATO

    ``Per più di mezzo secolo l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha costituito il principale forum da cui gli Stati Uniti hanno cercato di creare un mondo fatto a loro immagine, manovrando i loro alleati per forgiare accordi globali su diritti umani, test nucleari e l'ambiente, che Washington insisteva affinché rispecchiassero i suoi valori.''

    Così va letta la storia post-bellica, come scopriamo dal paragrafo di apertura di un'articolo di prima pagina del New York Times (NYT), scritta dall'analista politico David Sanger. Ma i tempi stanno cambiando. Oggi, il titolo di testa dell'articolo riporta, ``Gli Stati Uniti esportano i valori del libero mercato attraverso accordi commerciali globali.'' L'amministrazione Clinton va oltre il tradizionale ricorso alle Nazioni Unite, e si serve della World Trade Organization (WTO: Organizzazione Mondiale per il Commercio) per perseguire l'obiettivo di ``esportare i valori Americani.'' Alla fine, continua Sanger (citando il delegato Americano per il commercio), sembra essere il WTO lo strumento più efficace per portare ``la passione Americana per la deregulation'' e per il libero mercato più in generale, e ``i valori Americani della libera competizione, di regole giuste, e della loro efficace applicazione'' ad un mondo che ancora annaspa nel buio. Questi ``valori Americani'' sono perfettamente illustrati dall'avanzare del futuro: le telecomunicazioni, la rete Internet, l'avanzata tecnologia del computer, e le altre meraviglie create dall'esuberante spirito imprenditoriale Americano, scatenatosi grazie al mercato, finalmente liberato dalle interferenze dello stato grazie alla rivoluzione Reaganiana.
    Oggi governi di tutto il mondo abbracciano il vangelo del libero-mercato predicato negli anni ottanta dal presidente statunitense Reagan ed il primo ministro britannico Margaret Thatcher,'' Youssef Ibrahim riporta in un articolo di prima pagina del Time, ripetendo un tema ricorrente. Piaccia o non piaccia, entusiasti e critici che abbracciano un ampio spettro di opinioni concordano su ``l'implacabile avanzata di quella che i suoi esponenti chiamano la `rivoluzione di mercato' '': ``Il ruvido individualismo Reaganiano'' ha cambiato le regole del gioco in tutto il mondo, e negli Stati Uniti ``sia Repubblicani che Democratici sono pronti a dare mano libera al mercato,'' nella loro dedizione alla nuova ortodossia.
    Ci sono non pochi problemi in questa immagine. Il primo riguarda il resoconto dell'ultimo mezzo secolo. Anche il più fervente credente nella ``missione americana'' deve sapere che i rapporti tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite sono stati quasi esattamente l'opposto di quanto descritto nel passaggio di apertura, sin da quando l'ONU sfuggì al controllo in seguito al progredire della decolonizzazione, lasciando gli Stati Uniti regolarmente isolati nella loro opposizione ad accordi globali su un'ampia serie di temi, e decisi ad ostacolare il funzionamento di componenti fondamentali dell'ONU, in particolare quelle con un orientamento terzo-mondista. Se c'è un punto su cui non vi sono dubbi, è certamente questo.
    Per quanto riguarda il ``ruvido individualismo Reaganiano'' e la sua venerazione del mercato, è forse sufficiente citare l'analisi degli anni della presidenza Reagan di un esperto di finanza internazionale al Council on Foreign Relations (Consiglio per i rapporti con l'estero) apparsa su Foreign Affairs. Questi nota ``l'ironia'' che Ronald Reagan, ``il presidente con la più ardente passione per il laissez faire del dopo- guerra, ha presieduto alla più marcata svolta protezionistica dagli anni trenta.'' Nessuna ``ironia'', ma semplicemente il normale funzionamento dell'``ardente passione per il laissez faire'': disciplina di mercato per te, ma non per me, a meno che la competizione non risulti essere già in mio favore, solitamente come conseguenza di interventi statali su larga scala. È difficile trovare un altro tema altrettanto dominante nella storia economica degli ultimi tre secoli. I recenti entusiasmi per la rivoluzione nelle comunicazioni di cui Sanger parla sono un caso da manuale.
    I Reaganites stavano seguendo un ben collaudato percorso, che ha recentemente assunto i connotati di una farsa con i ``conservatori'' di Gingrich: mentre celebravano le glorie del mercato ed impartivano severe lezioni sulla debilitante cultura della dipendenza dei poveri, si gloriavano contemporaneamente di fronte al mondo del business del fatto che Reagan avesse ``garantito all'industria americana maggiori protezioni dall'import di qualsiasi suo predecessore in più di mezzo secolo''; in realtà maggiori protezioni dell'insieme dei suoi predecessori, in un prolungato assalto ai principi [del libero commercio] cominciato nei primi anni 70. Tale condotta viene deplorata in uno studio di Patrick Low, economista del segretariato del GATT (Global Agreement on Tariffs and Trade: Trattato Globale sulle Tariffe ed il Commercio, ndt), il quale stima che gli effetti delle politiche protezionistiche Reaganiane sono stati tre volte più restrittivi di quelli delle politiche di altri paesi industrializzati.
    La radicale ``svolta protezionistica'' rappresentava solo una parte del ``prolungato assalto'' ai principi del libero commercio condotto sotto il ``ruvido individualismo Reaganiano.'' Un altro capitolo della storia include l'enorme trasferimento di fondi pubblici al potere privato, spesso giustificati ricorrendo al pretesto della ``sicurezza nazionale.'' Se fossero mancate queste misure estreme di interferenze al mercato, è assai dubbio che le industrie americane di automobili, acciaio, macchine utensili, semiconduttori ed altre, avrebbero sopravissuto alla competizione Giapponese, o che sarebbero state capaci di dominare il mercato delle nuove tecnologie, con profonde conseguenze per l'economia.
    La Gran Bretagna della Thatcher è un altro esempio appropriato ad illustrare il ``vangelo del libero mercato.'' Limitandoci ad alcune rivelazioni del 1997, ``durante il periodo che registrò le maggiori pressioni in favore della vendita di armi alla Turchia,'' riporta il London Observer, il primo ministro Thatcher ``intervenne personalmente al fine di assicurare il pagamento di 22 milioni di sterline per la costruzione di una metropolitana nella capitale turca Ankara. Il progetto era costoso, e nel 1995'' il ministro degli esteri Douglas Hurd ne ammise ``l'illegalita'''. L'incidente è particolarmente interessante dato che ebbe luogo dopo lo scandalo della diga di Pergau. In quell'occasione il governo Thatcher aveva approvato sussidi illegali per ``incoraggiare la vendita d'armi al regime Malesiano,'' a cui seguì il giudizio di condanna dell'Alta Corte per il ministro Hurd. E questo va ad aggiungersi a prestiti governativi, finanziamenti, e tutta la panoplia di stratagemmi per il trasferimento di fondi pubblici a ``l'industria della difesa'', che produce la familiare gamma di benefici per l'industria avanzata.
    Pochi giorni prima, lo stesso giornale riportava che ``in Gran Bretagna, circa 2 milioni di bambini soffrono di cattiva salute e crescita stentata a causa della malnutrizione'' conseguenza di livelli di ``povertà non visti fin dagli anni 30.'' C'è stata un inversione della tendenza ad un miglioramento della salute infantile, e malattie dell'infanzia credute sotto controllo fanno la loro ricomparsa, conseguenza dell'assai selettivo ``vangelo del libero mercato,'' così ammirato da coloro che ne beneficiano.
    Alcuni mesi prima, un titolo di testa riportava ``Un bambino inglese su tre nasce povero,'' e la ``povertà infantile è triplicata dalla prima elezione di Margaret Thatcher.'' ``Malattie Dickensiane tornano a colpire la Gran Bretagna contemporanea'' si legge in un'altra testata, che riporta i risultati di uno studio che conclude ``le condizioni sociali in Gran Bretagna stanno regredendo a quelle di un secolo fa.'' Particolarmente severe sono le conseguenze del taglio di luce, acqua, gas e telefono ad ``un alto numero di famiglie'', conseguenza delle privatizzazioni, accompaganate da una serie di stratagemmi che favoriscono i ``clienti più affluenti'' e si traducono in una ``sovratassa sui più bisognosi,'' portando ad una ``crescente disparità tra ricchi e poveri'' anche in termini della disponibilità di elettricità, acqua ed altri servizi. I ``feroci tagli'' ai programmi sociali stanno portando la nazione su ``l'orlo del panico per un'imminente catastrofe sociale.'' Allo stesso tempo, l'industria e la finanza beneficiano invece egregiamente da queste stesse politiche. E a coronare il tutto, la spesa pubblica dopo 17 anni di vangelo Thatcheriano rimane allo stesso livello di 42.25% (del PIL, ndt) a cui era prima dell'arrivo della Thatcher.

    L'esportazione dei valori Americani
    Dimentichiamo per un momento i curiosi contrasti tra dottrina e realtà, e vediamo quello che possiamo imparare esaminando la nuova era che si affaccia all'orizzonte. Molto, penso.
    Sanger, nell'articolo citato all'inizio, celebra l'accordo sulle telecomunicazioni del WTO. Uno dei benvenuti effetti di tale accordo sta nell'aver fornito a Washington un ``nuovo strumento di politica estera.'' L'accordo ``autorizza il WTO a varcare i confini dei 70 paesi che lo hanno ratificato,'' e non è un segreto che le istituzioni internazionali funzionano nella misura in cui sono capaci di rispondere alle esigenze dei potenti, in particolare degli Stati Uniti. Nel mondo reale quindi, il ``nuovo strumento'' permetterà agli Stati Uniti di intervenire negli affari interni di altri paesi, forzandoli a cambiare le loro leggi e pratiche. Crucialmente, il WTO vigilerà affinché le altre nazioni ``mantengano il loro impegno a garantire l'accesso'' senza restrizioni ``di investitori esteri'' a settori cruciali della loro economia. Nel caso specifico che stiamo esaminando (le telecomunicazioni, ndt), il prevedibile risultato è chiaro: la rivista Far Eastern Economic Review (FEER) scrive che ``I chiari beneficiari saranno le multinazionali americane di telecomunicazioni, che sono le meglio posizionate a dominare la competizione'', assieme ad una mega-corporation americano-britannica.
    Non tutti sono deliziati da tali prospettive. I vincitori lo riconoscono ed offrono la loro interpretazione: nelle parole di Sanger, molti temono che ``i giganti americani delle telecomunicazioni possano sopraffare gli inefficienti monopoli statali che hanno dominato le telecomunicazioni in Europa e in Asia per lungo tempo'' come pure negli Stati Uniti, e ben più tardi dell'assurgere degli Stati Uniti a leader economico mondiale e più potente stato nazionale. Va sottolineato che fondamentali conquiste della moderna tecnologia vennero proprio dai laboratori di ricerca di quegli stessi ``inefficienti monopoli statali'' che dominarono le telecomunicazioni negli Stati Uniti fino agli anni 70, traendo vantaggio del fatto che erano protetti dalla disciplina di mercato al fine di soddisfare i bisogni dei settori avanzati dell'industria, in genere attraverso il trasferimento di fondi pubblici.
    Coloro i quali si aggrappano irrazionalmente al passato vedono le cose in maniera leggermente diversa. La FEER sottolinea che ``posti di lavoro saranno tagliati'' in Asia, e che ``molti consumatori Asiatici di servizi telefonici dovranno pagare di più prima di poter pagare di meno.'' Quando finalmente potranno pagare di meno? Affinché quel brillante futuro si realizzi, tutto quel che necessita è che gli investitori stranieri vengano ``incoraggiati ...ad agire in modo socialmente desiderabile,'' non semplicemente guardando al profitto ed al soddisfacimento dei ricchi e potenti. Come questo miracolo si possa realizzare non viene spiegato, sebbene non ci sono dubbi che il suggerimento ispirerà serie riflessioni tra le dirigenze delle multinazionali.
    Nell'arco di tempo rilevante alla pianificazione, la FEER prevede che l'accordo del WTO risulterà in un aumento dei costi dei servizi telefonici per la maggioranza dei consumatori asiatici. ``Il fatto è che relativamente pochi consumatori in Asia beneficeranno delle piu' economiche tariffe internazionali'' che risulteranno dal subentrare delle corporations straniere, principalmente americane. Per esempio, in Indonesia dei 190 milioni di abitanti solo circa 300.000 persone fanno chiamate internazionali, principalmente chiamate per affari. Secondo David Barden, analista delle telecomunicazioni alla J.P Morgan Securities, in Hong Kong, ``è molto probabile che le tariffe per chiamate urbane subiranno in generale un aumento'' in Asia. Ma sarà tutto per il meglio, Barden continua: ``se non c'è possibilità di profitto nel business, non ci sarà nessun business.'' E visto che una sempre più larga parte di proprietà pubblica viene trasferita sotto il controllo di corporations straniere, sarà meglio che a tali corporations venga garantita la possibilità di profitto oggi, ed una sempre più larga gamma di servizi domani. La stampa economica prevede che ``la comunicazione personale attraverso la rete Internet dominerà le telecomunicazioni in cinque o sei anni, e che gli operatori telefonici sono quelli con il maggior interesse ad entrare nel business delle comunicazioni online.'' Contemplando il futuro della sua compagnia, il CEO della Intel, Andrew Grove, vede nella rete internet ``la più grossa opportunità'' dei giorni nostri. Prevede un'enorme crescita per ``i fornitori di connessioni internet, la gente che fornisce i servizi per la World Wide Web, la gente che fabbrica i computers'' (dove ``gente'' significa corporations), e l'industria pubblicitaria, che già oggi fattura attorno ai 350 milioni di dollari e prevede ulteriori opportunità con la privatizzazione della rete Internet, che ci si aspetta verrà convertita in un oligopolio globale.
    Nel frattempo le privatizzazioni in altri settori continuano indisturbate. Per prendere un esempio importante, nonostante una notevole opposizione popolare il governo del Brasile ha deciso di privatizzare la Vale Company, che controlla vasti giacimenti di uranio, ferro, ed altre risorse minerarie, stabilimenti industriali e trasporti, nonché sofisticate tecnologie. La Vale Company ha alti profitti, con un utile di 5 miliardi di dollari per il 1996 ed eccellenti prospettive per il futuro; ed è una delle sei imprese Latino-americane che entrano nella classifica della rivista Fortune delle 500 imprese più profique al mondo. Uno studio condotto da specialisti della Graduate School of Engineering dell'Università federale di Rio, sostiene che il governo ha seriamente sottostimato il valore della compagnia, e nota inoltre che il governo ha basato la sua valuatazione su una analisi ``indipendente'' della Merril Lynch, che guarda caso è associata con il gruppo anglo-americano che cerca di acquisire il controllo di questa componente essenziale dell'economia Brasiliana. Il governo nega categoricamente le conclusioni dello studio. Se queste sono accurate, come si potrebbe plausibilmente supporre, ricadono in uno schema alquanto familiare.
    Un commento a parte: comunicazioni ed uranio non sono la stessa cosa. Ovunque vi sia anche solo una pretesa di democrazia, i mezzi di comunicazione ne sono a fondamento. La concentrazione dei mezzi di comunicazione in poche mani, qualsiasi mani (ed in particolare mani straniere), solleva dubbi sostanziali su tale democrazia. Analoghi dubbi derivano dalla concentrazione della finanza, che tende ad eliminare il coinvolgimento popolare nella pianificazione sociale ed economica. Il controllo delle risorse alimentari solleva dubbi ancor piu' sostanziali, in questo caso riguardanti la stessa sussistenza. Un anno fa, il Financial Times di Londra riportava le parole del segretario generale della FAO il quale, discutendo della ``crisi alimentare seguita all'aumento dei prezzi dei cereali di quest'anno'', ammoniva che le nazioni ``devono diventare maggiormente auto-sufficienti nella produzione alimentare.'' La FAO raccomanda in particolare ai ``paesi in via di sviluppo'' di abbandonare le politiche agricole a loro imposte dal ``Washington consensus'' (neoliberismo, aggiustamento strutturale, ndt), politiche che hanno avuto un impatto disastroso in ampie aree del mondo, e che incidentalmente hanno favorito il boom dell'agribusiness sovvenzionato dallo stato, nonché il narcotraffico che è forse il maggior successo delle riforme neo-liberiste se giudicato per mezzo dei ``valori del libero mercato'' che ``gli Stati Uniti esportano''.
    Per ricapitolare, le prevedibili conseguenze della vittoria dei ``valori americani'' al WTO sono: (1) un ``nuovo strumento'' che permette l'intromissione statunitense negli affari interni di altre nazioni; (2) la presa di controllo da parte di corporations americane di settori essenziali di economie straniere; (3) benefici per il business e i settori più affluenti della popolazione; (4) un trasferimento dei costi alla popolazione; (5) nuovi ed efficaci strumenti contro il pericolo della democrazia.
    Una persona razionale potrebbe chiedersi se la recente celebrazione (per il trionfo del libero mercato, ndt) sia dovuta a tali previsioni, o se invece queste siano semplicemente accidentali al perseguimento di valori più alti. Lo scetticismo è di rigore se si guarda all'imagine del dopoguerra data dal New York Times, e la si paragona con i fatti, incontestabili. Aumenta ulteriormente se si guarda ad alcune delle singolari regolarità della storia, tra queste, il fatto che coloro i quali sono nella posizione di imporre i propri disegni, non solo li promuovono con entusiasmo, ma ne beneficiano, sia che i valori professati includano il libero commercio o altri ammirevoli principi che irrimediabilmente risultano essere funzionali al soddisfacimento dei bisogni di quelli che controllano il gioco e ne celebrano il risultato finale. La semplice logica suggerirebbe un tocco di scetticismo quando lo schema si ripete. Guardando alla storia, tale scetticismo non dovrebbe che aumentare.
    Infatti, non c'è bisogno di guardare troppo lontano.

    Un forum inappropriato
    Nello stesso giorno che la prima pagina del New York Times riportava la vittoria dei valori americani al WTO, gli editori del quotidiano americano ammonivano l'Unione Europea (UE) a non rivolgersi al WTO per deliberare sulle accuse portate dall'UE contro la violazione Statunitense degli accordi di libero commercio. Oggetto della contesa è la legge Helms-Burton, che ``costringe gli Stati Uniti ad imporre sanzioni alle aziende straniere che commerciano con Cuba.'' Tali sanzioni hanno l'effetto di ``escludere di fatto tali aziende dal mercato statunitense, anche quando i loro prodotti e le loro attività non hanno niente a che fare con Cuba.'' (Peter Morici, direttore economico della Commissione Statunitense per il commercio internazionale). E questa è una penalità non da poco, anche senza considerare minacce più dirette ad individui ed aziende trovate ad oltrepassare una linea tracciata dagli Stati Uniti unilateralmente. Gli editori del NYT considerano la legge ``un maldiretto tentativo del Congresso di imporre la propria politica estera ad altri''; Morici osteggia la legge perché ``sta causando più costi che benefici'' per gli Stati Uniti. Più in generale, in discussione è l'embargo stesso, ``lo strangolamento economico di Cuba,'' che gli editori considerano ``un anacronismo da guerra fredda'' che sarebbe meglio abbandonare visto che risulta nocivo agli interessi commerciali americani.
    Ma dubbi più ampi su ciò che è giusto o sbagliato non si pongono, e l'intera vicenda è ``essenzialmente una disputa politica'', sottolineano gli editori del NYT, disputa che non ha niente a che vedere con gli ``obblighi di free trade'' di Washington. Assieme a molti altri, gli editori del NYT sembrano dare per scontato che se l'Unione Europea insiste, è probabile che il WTO le dia ragione e condanni gli Stati Uniti. Di conseguenza, il WTO non è il forum appropriato.
    La logica è semplice e ricorrente. Dieci anni prima, per simili ragioni, gli Stati Uniti giudicavano la Corte Internazionale di Giustizia (World Court) un forum inappropriato per giudicare delle accuse portate dal Nicaragua contro Washington. In quell'occasione, gli USA rifiutarono la giurisdizione della Corte, e quando questa condannò gli USA per ``l'illecito uso della forza,'' ordinando a Washington di cessare gli atti di terrorismo, la violazione di trattati, e l'illegale guerra commerciale, e di pagare un sostanziale risarcimento al Nicaragua, il Congresso, allora controllato dai Democratici, reagì con un'escalation dei suoi crimini dichiarando allo stesso tempo la Corte un ``forum ostile'' che, nel prendere una decisione in conflitto con gli Stati Uniti, si era totalmente discreditato. Il giudizio della Corte, e i commenti sopra citati vennero a mala pena riportati dalla stampa americana, assieme all'esplicito verdetto che qualificava gli aiuti statunitensi ai contras come ``militari'' e non ``umanitari''. Gli aiuti statunitensi nonché il coordinamento delle forze terroristiche, sempre sotto la guisa di ``aiuti umanitari'', continuarono per il tempo necessario agli USA ad imporre i propri voleri.
    In seguito, gli Stati Uniti posero il veto ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che richiamava tutti gli stati al rispetto della legge internazionale (vicenda scarsamente riportata nei media), e votarono isolati (con El Salvador e Israele) contro la risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU, che urgeva al ``pieno ed immediato rispetto'' del verdetto della Corte Internazionale di Giustizia, anche questo scarsamente riportato dai principali media, come pure scarsamente riportata fu la ripetizione della vicenda l'anno successivo, questa volta con la sola Israele a spalleggiare gli USA. L'intera vicenda non è altro che una tipica illustrazione di come gli USA usino l'ONU come un ``forum'' per avanzare i ``propri valori''.
    Per tornare al caso del WTO e della legge Helms-Burton, nel novembre del 1996 Washington di nuovo votò isolata (con Israele e l'Uzbekistan) contro una risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU, che richiamava gli USA a cessare l'embargo contro Cuba. L'Organizzazione degli Stati Americani aveva al tempo già votato unanimamente contro la legge Helms-Burton, e aveva chiesto al proprio corpo giudicante (il Comitato Giuridico Inter-Americano) di giudicare della legittimità della legge. Nell'agosto del `96, il Comitato deliberava all'unanimità che la legge violava il diritto internazionale. L'amministrazione Clinton si difendeva sostenendo che la spedizione di alimenti e medicine non era letteralmente proibita, ma solo ostacolata dall'imposizione di condizioni così onerose e minacciose che neppure le più grandi corporations americane ed estere sarebbero state disposte a fronteggiarne le conseguenze (enormi penalità finanziarie ed anche arresto in quei casi che Washington determina essere violazioni di ``giusta distribuzione,'' nonché interdizione di navi ed aerei, la mobilizzazione dei media, ed altro). E benché la spedizione di alimenti sia a tutti gli effetti proibita, l'amministrazione americana obietta che ci sono comunque ``molti fornitori'' da altri paesi (a costi molto più elevati), cosicché la violazione diretta del diritto internazionale non è in realtà una violazione. Quando finalmente la disputa fu portata dall'UE al WTO, gli Stati Uniti abbandonarono la seduta, sostanzialmente ponendo fine all vicenda.
    In breve, il mondo che gli Stati Uniti hanno cercato di ``creare a loro immagine'' attraverso istituzioni internazionali, è un mondo basato sulla legge del più forte. La ``passione americana per il libero commercio'' comporta che gli USA possono violare a piacere gli accordi commerciali. Non c'è niente di sbagliato nel fatto che i mezzi di comunicazione, la finanza, e le forniture alimentari passino sotto il controllo di corporations estere, prevalentemente americane. Il discorso cambia tuttavia quando gli accordi commerciali ed il diritto internazionale interferiscono con i piani dei potenti.
    Possiamo imparare molto dall'esaminare le ragioni che spingono gli USA a violare il diritto internazionale e gli accordi commerciali. Nel caso del Nicaragua, l'allora consulente legale del Dipartimento di Stato Abraham Sofaer spiegò che quando gli USA riconobbero la giurisdizione della World Court (Corte Mondiale) negli anni 40, la maggior parte dei paesi membri delle Nazioni Unite ``era allineata agli USA, e ne condivideva le opinioni sull'ordine mondiale.'' Tuttavia oggi ``molti di questi paesi non si possono più contare tra le fila di coloro i quali condividono la nostra visione dello statuto costitutivo dell'ONU.'' È quindi comprensibile che fin dagli anni 60 gli USA siano abbondantemente primi nel numero di veti a risoluzioni dell'ONU su un'ampia gamma di dispute che riguardano diritto internazionale, diritti umani, protezione ambientale, e così via (la Gran Bretagna è seconda, la Francia è distante terza). Esattamente l'opposto della versione ufficiale riportata nel paragrafo di apertura di questo articolo. Gli USA aumentarono ulteriormente il loro vantaggio nella classifica dei veti ONU proprio di recente, ponendo il loro settantunesimo veto dal 1967. Quando la disputa oggetto del veto (i settlements israeliani a Gerusalemme) venne portata all'Assemblea Generale (dove non ci sono diritti di veto, ndt), gli USA e Israele isolati votarono contro. Una situazione ricorrente.
    Traendo le dovute conclusioni dall'inaffidabilità del mondo, Sofaer spiegò che gli USA devono ora ``riservarsi il potere di riconoscere o meno giurisdizione alla Corte caso per caso.'' Il prinicipio consolidato, che va ora imposto in un mondo non piu' obbediente, è che ``gli Stati Uniti non accettano la giurisdizione obbligatoria su alcuna disputa che riguardi materie'' che gli USA stabiliscono essere ``sotto la [propria] giurisdizione interna''. Le ``materie interne'' nel caso in questione erano l'attacco statunitense del Nicaragua.
    Il principio operativo basilare veniva elegantemente riasserito dal nuovo Segretario di Stato, Madeleine Albright, quando rimproverò il Consiglio di Sicurezza dell'ONU per la sua riluttanza nell'assecondare le richieste americane riguardo all'Iraq: Gli USA agiranno ``multilateralmente, con altri, quando possiamo, e unilateralmente quando dobbiamo,'' non ammettendo vincoli esterni in quelle aree che gli USA giudicheranno ``vitali ai [propri] interessi nazionali.'' L'ONU è quindi un forum appropriato quando ``si può contare'' sulla condivisione da parte dei paesi membri delle opinioni di Washington, ma non quando la sua maggioranza ``si oppone agli Stati Uniti su importanti questioni internazionali.'' Diritto internazionale e democrazia sono concetti ammirevoli, ma vanno giudicati in base ai risultati, non al metodo; lo stesso dicasi per il libero commercio.
    Quindi, l'attuale posizione degli USA nella disputa portata dall'UE al WTO non costituisce una novità. Washington ha dichiarato che il WTO non ``ha nessuna competenza a procedere'' su una materia che riguarda la sicurezza nazionale americana; ci è quindi dato ad intendere che l'esistenza stessa degli USA è in gioco nello strangolamento economico di CUBA. Un rappresentante dell'amministrazione Clinton ha aggiunto che un verdetto del WTO contro gli USA in absentia (ovvero, senza gli USA presenti alla seduta, ndt) non avrebbe alcun peso o conseguenza, perché ``crediamo che nulla di quello che il WTO dice o fa potrà costringere gli Stati Uniti a cambiare le proprie leggi.'' Va ricordato che il grande merito dell'accordo sulle telecomunicazioni del WTO stava nel fatto che questo ``nuovo strumento di politica estera'' avrebbe costretto altri paesi a cambiare le proprie leggi e pratiche secondo le esigenze americane.
    Il principio è quindi che gli Stati Uniti sono esenti dalle interferenze del WTO, così come sono liberi di violare il diritto internazionale a piacere; eccezionalmente, il privilegio può venire esteso a stati clienti come le circostanze di volta in volta esigono. I principi fondamentali dell'ordine mondiale vengono nuovamente riasseriti senza ambiguità.
    Gli accordi GATT precedenti all'istituzione del WTO lasciavano spazio ad eccezioni legate alla sicurezza nazionale, e in base a quegli accordi Washington aveva giustificato l'embargo contro Cuba come ``misure tese a perseguire fondamentali interessi di sicurezza nazionale.'' Anche il WTO permette ad uno stato membro di prendere ``qualsiasi azione che consideri necessaria alla protezione dei suoi fondamentali interessi di sicurezza,'' ma solo in relazione a tree aree specifiche: materiali nucleari, traffico d'armi, e azioni ``prese in tempo di guerra o di altra emergenza nei rapporti internazionali.'' Forse per non rischiare di passare in archivio per una patente assurdita', l'amministrazione Clinton evitò di ricorrere formalmente alle ``eccezioni legate alla sicurezza nazionale'', sebbene dichiarò esplicitamente che in gioco era la ``sicurezza nazionale.''
    Al momento di scrivere, l'Unione Europea e gli Stati Uniti stanno cercando di stabilire un accordo prima del 14 di aprile, quando cominceranno le udienze al WTO. Intanto, come il Wall Street Journal riporta, Washington ``afferma che non coopererà con il WTO, contestando all'organizzazione il diritto di giurisdizione su materie di sicurezza nazionale.''

    Pensieri indecenti
    Persone sofisticate non ci si aspetta ricordino la reazione al tentativo di Kennedy di organizzare un'azione collettiva contro Cuba nel 1961: in quell'occasione, il Messico non poté dare il suo sostegno - un diplomatico messicano spiegò - perché ``se dichiariamo pubblicamente che Cuba è una minaccia alla nostra sicurezza, quaranta milioni di messicani moriranno dalle risate.'' Qui abbiamo una reazione più sobria alle minacce alla sicurezza nazionale.
    Morti dalle risate non furono riportati neppure quando il rappresentante dell'amministrazione americana Stuart Eizenstat, cercando di giustificare il rifiuto di Washington ad accettare gli accordi del WTO, ``disputò che l'Europa stava mettendo in discussione tre decadi di politiche americano-cubane, introdotte dall'amministrazione Kennedy ed interamente mirate a forzare un cambio di governo all'Havana'' (NYT). Una sobria reazione a tali dichiarazioni è totalmente appropriata, in base all'assunzione che gli Stati Uniti hanno tutti i diritti di perseguire il rovesciamento di un governo straniero; nel caso specifico, per mezzo di atti d'aggressione, terrorismo su larga scala, e strangolamento economico.
    L'assunzione sopra-citata è ampiamente accettata e rimane apparentemente incontestata, ma la dichiarazione di Eizenstat veniva criticata su basi più circoscritte dallo storico Arthur Schlesinger. Scrivendo dalla posizione di ``qualcuno coinvolto nella politica cubana dell'amministrazione Kennedy,'' Schlesinger osserva che il sottosegretario del commercio Eizenstat ha male interpretato le politiche dell' amministrazione Kennedy. L'amministrazione era preoccupata dall'``agitazione nell'emisfero'', e dalla ``Soviet connection'' di Cuba. Queste sono ora parte del passato, quindi le politiche di Clinton sono un anacronismo, sebbene perfettamente legittime altrimenti.
    Schlesinger non spiega il significato delle frasi ``agitazione nell'emisfero'' e ``Soviet connection,'' sebbene lo avesse fatto in altra occasione, in segreto. Illustrando le conclusioni della Latin American Mission al presidente entrante nel 1961, Schlesinger spiegò chiaramente cosa si intendeva per ``agitazione [castrista] nell'emisfero'': è il ``diffondersi dell'idea castrista di prendere controllo della propria situazione,'' un problema serio, aggiungeva poco dopo, visto che ``la distribuzione della terra e di altre forme di ricchezza nazionale avvantaggia enormemente le classi possidenti ...[e] i poveri e i bisognosi, incoraggiati dall'esempio della rivoluzione cubana, chiedono ora opportunità per condizioni di vita decenti.'' Schlesinger spiegò anche la minaccia della ``Soviet connection'': ``nel frattempo, l'Unione Sovietica osserva defilata, offrendo sostanziosi prestiti per lo sviluppo e offrendosi come modello per ottenere la modernizzazione in una singola generazione.'' La ``Soviet connection'' veniva percepita in una simile luce su più larga scale a Washington e Londra, dalle origini della guerra fredda nel 1917 agli anni 60, che sono gli anni piu' recenti a cui la documentazione interna declassificata arriva.
    Schlesinger raccomandò inoltre al presidente entrante ``l'uso di frasi altisonanti'' su ``i più alti obiettivi della cultura e dello spirito,'' che ``entusiasmeranno il pubblico a sud del confine, dove disquisizioni metastoriche sono smisuratamente ammirate.'' Nel frattempo, noi ci occuperemo di cose serie. Giusto per dimostrare quanto poco le cose cambino, Schlesinger in quell'occasione criticò la ``nociva influenza del Fondo Monetario Internazionale,'' che stava allora perseguendo la versione anni 50 dell'attuale ``Washington Consensus'' (aggiustamento strutturale, neoliberismo).
    Grazie a queste (segrete) spiegazioni del significato dell'``agitazione [castrista] nell'emisfero'' e della ``Soviet connection,'' facciamo un ulteriore passo avanti nella comprensione della realtà della guerra fredda. Ma questa è un'altra storia.
    Simili agitazioni aldilà dell'emisfero hanno causato non pochi problemi, e continuano a disseminare pericolose idee tra la gente che ``ora esige opportunità per condizioni di vita decenti.'' Alla fine del febbraio `96, mentre gli Stati Uniti facevano un gran baccano per l'abbattimento cubano di due aerei del gruppo anti-castrista con base in Florida, gruppo che aveva ripetutamente violato lo spazio aereo cubano e distribuito volantini che incitavano i cubani alla rivolta (e che, secondo fonti cubane, aveva anche partecipato ai continui attacchi terroristici ai danni di Cuba), le agenzie di stampa raccontavano una storia diversa. La Associated Press riportava che in Sudafrica, ``una folla festosa dà il benvenuto ai medici cubani'' appena arrivati su invito del governo di Mandela ``per aiutare a migliorare la situazione sanitaria nelle aree rurali più povere.'' ``Cuba ha 57.000 medici per i suoi 11 milioni di abitanti, mentre il Sudafrica ha 25.000 dottori per i suoi 40 milioni di abitanti.'' Tra i 101 medici cubani si contavano specialisti affermati che, se fossero stati Sudafricani, avrebbero ``probabilmente lavorato a Cape Town o Johannesburg'' per un salario doppio di quello che riceveranno nelle aree rurali a cui sono diretti. ``Dall'instituzione del programma per l'invio oltremare di specialisti di medicina, che cominciò nel 1963 in Algeria, Cuba ha inviato 51.820 medici, dentisti, infermiere, ed altro personale medico'' nelle ``nazioni più povere del terzo mondo,'' fornendo ``aiuti medici totalmente gratuiti'' nella maggior parte dei casi. Un mese più tardi, esperti medici cubani venivano invitati ad Haiti per studiare un'epidemia di meningite.
    Questo tipo di ``agitazione'' dura da lungo tempo. Un influente giornale della Germania Occidentale (Die Zeit) riportò che i paesi del Terzo mondo considerano Cuba come ``una superpotenza internazionale'' per via dei suoi insegnanti, medici ed altro personale impegnati nell'``assistenza internazionale''. Lo stesso giornale riportò che nel 1985 16.000 cubani avevano lavorato in paesi del terzo mondo, più del doppio del totale degli specialisti statunitensi di Peace Corps e AID. Alla fine del 1988, Cuba aveva ``più medici impegnati all'estero di qualsiasi altro paese industrializzato, e più della World Health Organization dell'ONU.'' Questi aiuti sono per la maggior parte gratuiti, e gli ``emissari internazionali'' cubani sono ``uomini e donne che vivono in condizioni che non sarebbero accettate dalla maggior parte dei lavoratori per l'aiuto allo sviluppo,'' che è poi ``la ragione del loro successo.'' Per i cubani, il rapporto aggiunge, ``l'assistenza internazionale'' è considerata come ``un segno di maturità politica'' ed insegnata nelle scuole come ``la virtù più alta.'' Il caloroso benvenuto offerto dalla delegazione dell'ANC in Sudafrica nel 1996, e la folla che cantava ``lunga vita a Cuba,'' testimoniano dello stesso fenomeno.
    Tra parentesi, ci potremmo chiedere come reagirebbero gli Stati Uniti alla violazione dello spazio aereo da parte di aerei libici che nel cielo di New York e Washington distribuissero volantini incitanti alla rivolta, e questo dopo anni di attacchi terroristici contro bersagli americani sul territorio nazionale ed all'estero. Accogliendoli con ghirlande di fiori forse? Un indizio della probabile reazione veniva fornito da Barrie Dunsmore del canale televisivo ABC, poche settimane prima dell'abbattimento dei due aerei, il quale citava Walter Porges, ex vice-presidente del telegiornale di ABC. Porges racconta che quando l'equipe di ABC news, volando su un aereo civile, tentò di fare alcune foto della Sesta Flotta statunitense nel Mediterraneo, ``le fu ordinato di allontanarsi immediatamente o sarebbe stata abbattuta,'' condotta che ``sarebbe stata legale in base alle disposizioni di diritto internazionale che regolano lo spazio aereo militare.'' Un piccolo paese attaccato da una superpotenza è però tutta un'altra storia.
    Un ulteriore sguardo alla storia può essere utile. La politica tesa a rovesciare il governo di Cuba non ebbe inizio con l'amministrazione Kennedy, come suggeriva Eizenstat, ma con il suo predecessore (Eisenhower): la decisione formale di rovesciare Castro in favore di un regime ``maggiormente devoto ai reali interessi del popolo cubano e più accettabile per gli USA'' fu presa in segreto nel marzo del 1960, con l'aggiunta che l'operazione doveva essere condotta ``in modo tale da evitare qualsiasi evidenza di un intervento americano,'' per via delle prevedibili reazioni in America Latina, nonché per facilitare il compito ai manager dell'indottrinamento negli Stati Uniti. A quel tempo, la ``Soviet connection'' e l'``agitazione nell'emisfero'' erano inesistenti se non nella versione Schlesingeriana.
    Dato che Washington è l'arbitro dei ``reali interessi del popolo cubano,'' l'amministrazione Eisenhower non aveva bisogno di tener conto degli studi ricevuti sulla pubblica opinione cubana, studi che riportavano ampio supporto popolare per Castro ed ottimismo per il futuro. Per le stesse ragioni, le attuali informazioni e sondaggi su simili temi sono totalmente inutili. L'amministrazione Clinton sta servendo i reali interessi del popolo cubano imponendogli miseria e fame, indipendentemente da quanto indicato negli studi sulla pubblica opinione cubana: per esempio, i sondaggi fatti nel dicembre `94 da un affiliata della Gallup (una delle maggiori e più serie organizzazioni di sondaggi americane, ndt) trovarono che metà della popolazione considera l'embargo come ``la principale causa dei problemi di Cuba'' mentre il 3% considera la ``situazione politica'' essere ``il problema più serio per Cuba oggi''; che il 77% considera gli Stati Uniti il ``peggior amico'' (nessun altro paese ha raggiunto più del 3%); che due cubani su tre pensano che la rivoluzione abbia registrato più successi che fallimenti, e che il ``fallimento principale'' sia stato il ``dover dipendere da paesi socialisti come la Russia, che ci ha tradito''; e che metà della popolazione si considera ``rivoluzionaria'', e un altro 20% ``comunista'' o ``socialista.''
    Che siano giuste o sbagliate, le conclusioni sull'attitudine pubblica sono irrilevanti, come sempre un tema ricorrente, pure negli Stati Uniti.
    Gli appassionati di storia potrebbero ricordare che tale politica in realtà ebbe origine nel 1820, quando l'intenzione di Washington di prendere controllo di Cuba si scontrò con il deterrente britannico. Sebbene Cuba fosse considerata dall'allora segretario di stato John Quincy Adams ``un oggetto di straordinaria importanza per gli interessi commerciali e politici del nostro paese,'' questi raccomandò pazienza: nel tempo, predisse, Cuba sarebbe caduta nelle mani statunitensi obbedendo a ``le leggi di gravità ...politica,'' un ``frutto maturo'' pronto per il raccolto. E così fu, non appena gli equilibri di potere cambiarono sufficientemente a vantaggio degli USA da permettergli di liberare l'isola (dai suoi stessi abitanti) alla fine del secolo scorso, trasformandola in piantagione statunitense e porto franco per il crimine organizzato ed il turismo.
    La storica profondità dell'impegno al controllo di Cuba può forse aiutare a capire la quasi isteria così apparente nell'attuazione dell'impresa; per esempio, l'atmosfera ``quasi selvaggia'' della prima riunione di gabinetto dopo il fallimento dell'invasione della Baia dei Porci descritta da Chester Bowles, ``la richiesta quasi furibonda per un piano d'azione,'' uno stato d'animo reso bene nella pubblica dichiarazione del presidente Kennedy su come il fallimento ad agire ci vedrebbe ``pronti ad essere spazzati via con i rifiuti della storia.'' Le iniziative di Clinton rivelano una simile vena di fanatismo vendicativo, come nelle minacce e prosecuzioni che fecero sì che ``il numero di compagnie che ha ottennuto licenza di vendere medicinali a Cuba si è ridotto a meno del 4%'' dei livelli precedenti all'introduzione del Cuban Democracy Act (CDA) dell'ottobre `92, mentre ``solo pochissime delle compagnie mediche nel mondo hanno cercato di sfidare le disposizioni statunitensi'' e le relative sanzioni, come riportato da un'autorevole rivista medica.
    Considerazioni come queste ci portano dal piano astratto del diritto internazionale e degli accordi solenni alle realtà della vita umana. Gli esperti di diritto internazionale possono continuare a dibattere se il bando a forniture di prodotti alimentari e, di fatto, medicine viola o meno gli accordi internazionali, e ad affermare che ``prodotti alimentari non possono essere usati come uno strumento di pressione politica ed economica'' (Dichiarazione di Roma, 1996), assieme ad altri principi e impegni. Ma le vittime devono affrontare la realtà che il CDA è ``risultato in una sostanziale riduzione nel commercio di legittime forniture di medicine e di donazioni di cibo, a detrimento della popolazione cubana'' (Joanna Cameron, Fletcher Forum). Uno studio dell'Associazione Americana per la Salute nel Mondo, rilasciato recentemente, conclude che l'embargo ha causato seri deficit nutrizionali, un deterioramento della rete di approvvigionamento di acqua potabile, ed un ripido declino nella disponibilità di medicine e di informazioni mediche, con un conseguente aumento della mortalità infantile, e di malattie neurologiche e non, con decine di migliaia di vittime, ed altre severe conseguenze per la salute. ``Gli standard di salute ed alimentazione sono stati devastati dal recente rafforzamento dell'embargo americano durato ormai 37 anni, embargo che riguarda anche le forniture alimentari,'' scrive Victoria Brittain nella stampa britannica, riportando i risultati di uno studio di specialisti statunitensi durato un anno, che riporta di ``bambini ospitalizzati che giacevano in agonia a causa della mancanza di medicinali essenziali'', e dottori costretti ``a lavorare con l'attrezzatura medica a meno di metà del suo potenziale, a causa della mancanza di parti di ricambio.'' Conclusioni simili si possono trovare in altri studi pubblicati su riviste specialistiche.
    Questi sono i veri crimini, ben più gravi della casuale violazione di strumenti legali che sono peraltro usati come armi contro i nemici ufficiali, con il cinismo che solo i potenti sanno esibire.
    Per essere onesti, andrebbe aggiunto che la sofferenza causata dall'embargo viene a volte riportata anche negli Stati Uniti. Una storia nella prima delle pagine economiche del NYT apre così: ``Esplosione nel prezzo dei sigari cubani: l'embargo si fa veramente sentire ora che il buon fumo si fa scarso.'' L'articolo fa un resoconto delle tribolazioni dei manager che, in una sontuosa ``smoking room'' di Manhattan, lamentano che ``di questi giorni è davvero difficile trovare un sigaro cubano negli States'' se non ``a prezzi che vanno di traverso anche ai fumatori più devoti.''
    Mentre l'amministrazione Clinton, sfruttando il privilegio dei potenti, attribuisce le severe conseguenze di una guerra economica senza paralleli nella storia contemporanea alle politiche del regime da cui promette di ``liberare'' la sofferente popolazione cubana, una spiegazione più plausibile va nella direzione esattamente opposta: ``lo strangolamento americano dell'economia cubana'' è stato pianificato, mantenuto, e negli anni post-guerra fredda intensificato, per le ragioni implicite nel rapporto di Arthur Schlesinger al presidente entrante Kennedy. Proprio come temuto dalla Latin American Mission di Kennedy, i successi dei programmi castristi per migliorare gli standard di salute e di vita avevano aiutato a disseminare ``l'idea castrista di prendere controllo della propria situazione,'' incoraggiando ``i poveri e i bisognosi'' nella regione con la peggiore disuguaglianza al mondo a ``pretendere opportunità per una vita decente,'' e con pericolosi effetti altrove. Il sostanziale e assai convincente supporto di documenti interni, nonché una serie coerente di azioni basate su motivi razionali, danno non poca credibilità a questa interpretazione dei fatti. Per giudicare della veridicità delle affermazioni che le politiche di cui sopra derivano da un interesse per i diritti umani e la democrazia, anche un distratto sguardo alla documentazione storica è più che sufficiente.
    Tuttavia, è di cattivo gusto rivangare simili pensieri e ricordi adesso che stiamo celebrando il trionfo dei ``valori americani.'' Ed è altrettanto improprio ricordare che giusto pochi mesi fa, ispirato dalla stessa passione per il libero commercio, Clinton ``costrinse il Messico ad un accordo che porrà fine alla vendita negli Stati Uniti di pomodori messicani a basso costo,'' un regalo ai coltivatori della Florida che costerà al Messico circa 800 milioni di dollari all'anno, e che viola il NAFTA (North American Free Trade Agreement: Trattato Nord-americano per il Libero Commercio, ndt), come pure gli accordi del WTO (seppure solo ``nello spirito,'' dato che si è trattato di un puro gioco di forza per cui non c'è stato bisogno di una tariffa ufficiale). L'amministrazione ha spiegato la decisione con schiettezza: i pomodori messicani costano meno e i consumatori statunitensi li preferiscono. Il libero mercato funziona, ma con il risultato sbagliato. O forse anche i pomodori costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale.
    Per non lasciare dubbi, pomodori e telecomunicazioni sono due cose ben diverse. Qualsiasi favore Clinton debba ai coltivatori della Florida svanisce se paragonato alle richieste dell'industria delle telecomunicazioni, anche trascurando quello che Thomas Ferguson descrive come ``il segreto meglio celato delle elezioni presidenziali del `96'': e cioè che ``più di ogni altro singolo settore, sono state le industrie delle telecomunicazioni a soccorrere Bill Clinton,'' che ha ricevuto imponenti contributi da questo ``settore dai profitti sbalorditivi.'' Il Telecommunications Act del 1996, e gli accordi del WTO sono, in un certo senso, biglietti di ``ringraziamento'', sebbene è improbabile che il risultato sarebbe stato diverso anche qualora il mondo del business avesse scelto un diverso mix di generosità, mentre soffriva di profitti ``spettacolari'' in un altro ``party a sorpresa per Corporate America,'' come riportato dal Business Week.
    Tra le verità scomode, spiccano prominenti quelle citate in precedenza: la vera storia dietro il ``ruvido individualismo Reaganiano'' ed il ``vangelo del libero mercato,'' predicato (ai poveri ed indifesi) mentre il protezionismo raggiungeva livelli senza precedenti e l'amministrazione elargiva fondi pubblici all'industria high-tech con inusuale abbandono. È qui che cominciamo a raggiungere il cuore del discorso. Le ragioni appena rivisitate dello scetticismo per tale ``passione'' sono di per sè valide, ma non sono che una nota in calce alla storia vera: di come le corporations statunitensi siano arrivate a conquistare il controllo del mercato internazionale, ispirando l'attuale celebrazione dei "valori americani.''
    Ma questa è un'altra, più vasta storia, una storia che rivela molto del mondo contemporaneo: le sue realtà sociali ed economiche, e la presa esercitata dall'ideologia e la dottrina, incluse quelle dottrine atte ad indurre disperazione, rassegnazione e irreparabilità.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Aspetti Geopolitici Del Sistema Finanziario Mondiale
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    Aleksandr Dughin
    ASPETTI GEOPOLITICI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE



    1. Valuta mondiale di riserva: la genesi

    Domanda: l’attuale moneta mondiale di riserva – il dollaro – è il risultato di un insieme di processi puramente economici? La risposta univoca è: NO.
    Come è accaduto che proprio il dollaro sia giunto a svolgere tale ruolo?
    E’ evidente che l’evoluzione dell’economia, ed in particolare del sistema finanziario, perno dell’economia contemporanea, procede entro un contesto multidimensionale. Passiamo rapidamente in rassegna le tappe dell’ascesa del dollaro ad una posizione di sovranità.


    2. Le tappe dell’ascesa degli USA

    Gli USA hanno incominciato a muoversi sistematicamente verso una posizione egemone nel mercato mondiale già a partire dal 1919. Secondo il belga Luc Michel (Nazionalismo economico contro l’economia mondiale, Elementy, n.4, 1993):
    «I primi concorrenti che fu necessario superare furono gli Inglesi, la cui presenza politico-economica si estendeva sull’intero pianeta. Le operazioni degli Americani si succedettero l’una all’altra. Le basi militari inglesi sparirono dalle Bermude, Giamaica, Antigua, Bahamas, St.Lucia e St.John’s, ed al loro posto apparvero basi militari americane. Anche in Islanda e Groenlandia fecero la loro comparsa gli americani, sebbene in precedenza questi paesi si trovassero entro la sfera di influenza inglese. Gli USA concessero all’Inghilterra enormi crediti (gli interessi sui quali erano già somme favolose), ricevendone l’accesso alle sfere finanziarie e commerciali chiave. Consolidamento dell’alleanza politica con il Canada, controllo sui capitali inglesi collocati presso imprese americane, infiltrazione a Singapore, nella costa occidentale dell’Africa e fino al Golfo Persico (isola del Bahrein)… La vicenda arrivò persino ad una inaudita interferenza negli affari di uno stato sovrano — il rappresentante del presidente Roosevelt, Harry Hopkins, presenziava alle sessioni riservate del gabinetto ministeriale inglese.
    Il processo di “decolonizzazione, stimolato dagli Stati Uniti, fu in realtà la via dell’instaurazione dell’egemonia continentale Americana.
    Nel 1945 i massimi vincitori della guerra mondiale furono gli USA. L’unico concorrente degli USA, l’Unione Sovietica, era stremata da una guerra durata cinque anni sul proprio territorio e indebolita dalla perdita di milioni di vite. Oltre all’evidente divisione del mondo fra USA e URSS e all’asservimento dell’Europa occidentale da parte dell’America, Jalta significò anche la “defenestrazione» degli alleati “europei” dalla scena politica mondiale (Churchill mise in rilievo proprio questo). Da quel momento gli USA dominarono incontrastati nel mercato mondiale. Non restava loro altro da fare che rimodellare questo mercato mondiale a propria immagine e trarne il massimo vantaggio ».

    « Nel 1944 tutti gli economisti occidentali, tanto liberali quanto marxisti, prevedevano una inevitabile crisi dell’industria americana, legata ad una inevitabile ristrutturazione dell’economia con il passaggio dalla guerra alla pace. E a dispetto di queste previsioni, accadde qualcosa di completamente opposto. Grazie all’espansione economica degli USA in Europa ed ai giganteschi investimenti previsti dal piano Marshall, gli americani salvarono la loro posizione, preparando per se stessi un eccellente futuro mercato di smercio.
    Il complesso militare-industriale, che nella logica delle prognosi economiche, avrebbe dovuto diventare un intralcio allo sviluppo economico e industriale, divenne al contrario il fattore garante del successo. Nessuno si aspettava che il periodo del dopoguerra si sarebbe rapidamente volto verso la guerra fredda. Assumendo su di sé la responsabilità a livello planetario della lotta contro il comunismo, gli USA si sostituirono definitivamente all’Inghilterra nel mondo capitalistico, facendo della propria potenza militare il principale garante della stabilità economica. Poco alla volta, grazie alla preminenza del settore militare-industriale gli USA poterono definitivamente sbarazzarsi dell’ultima crisi borsistica del 1929. Il livello della disoccupazione si ridusse di 4,5 volte in rapporto all’anteguerra, officine e fabbriche lavoravano al 100% della propria capacità (prima della guerra: al 75%).
    Metà dei profitti mondiali appartenevano ora esclusivamente agli USA. L’America poteva ora imporre nel mondo un ambiente economico tale da risultare vantaggioso anzitutto per se stessa. Grazie alla “guerra fredda” gli USA non incontrarono alcuna difficoltà di ordine morale o politico a rimodellare l’economia mondiale in conformità ai propri schemi».
    (Dominic Barukh, La riconversione della produzione americana)

    Nel 1945 gli USA avevano raggiunto gli obiettivi che si erano proposti agli inizi del XIX secolo.
    Come non ricordare le parole del senatore Beveridge, araldo dell’imperialismo americano alla fine del XIX secolo: « Il destino ha predeterminato la nostra politica – il commercio mondiale deve essere nelle nostre mani. Le nostre navi commerciali solcano tutti gli oceani. Abbiamo creato una flotta da guerra corrispondente alla nostra potenza. La legge americana, l’ordine americano, la civilizzazione americana regnano su tutte le rive, fino a quelle più lontane ed immerse nell’oscurità dell’ignoranza e della barbarie, ma esse giacciono prospere e felici sotto il controllo di forze date a noi da Dio ».

    François Perroux, eminente economista francese, scrisse:
    « I rappresentanti del liberalismo neoclassico vissero nell’epoca del formarsi delle nazioni. Nel quadro di tali nazioni, secondo la loro teoria, l’interesse economico si riduceva alla massima libertà di scambio. La divisione del lavoro fra le diverse nazioni, a loro avviso, sarebbe in teoria proprio il modo più efficace di realizzare la libertà di scambio… Ma nella pratica le concezioni del liberalismo si scontrano con la realtà economica, nella quale esiste la già formata “disuguaglianza delle strutture”, ed a causa di tale ineguaglianza le nazioni più potenti e forti mirano ad assicurare per se stesse il massimo vantaggio economico a scapito delle restanti altre ».



    3. Il contenuto geopolitico del dollaro a partire dal 1947

    Se la GEOPOLITICA è responsabile del fenomeno della globalizzazione del dollaro, occorre riferirsi alla situazione durante il periodo della “guerra fredda” 1949-1991. E’ in quel periodo il dollaro è divenuto ciò che è ora – la valuta di riserva mondiale.
    Emergendo come polo GEOPOLITICO dell’Occidente, gli USA hanno sfruttato al massimo soprattutto in quel periodo la “disuguaglianza delle strutture”. Se nella prima metà del secolo gli USA hanno ottenuto la posizione strategica della Gran Bretagna in cambio di crediti – vale a dire, impiegando il meccanismo finanziario – nell’epoca della “guerra fredda” alla soluzione dei problemi dell’Europa e del Giappone (Asia) venne offerto non soltanto il piano finanziario Marshall, ma anche la tutela strategico-militare. Gli USA divennero un polo complessivo, con una proiezione delle proprie strutture in due terzi del mondo. Il principale elemento concettuale della geopolitica americana di questo periodo fu l’esistenza stessa dell’URSS, del campo socialista.
    Il «nemico comune», l’imperativo di difendersi dalla possibile «minaccia sovietica», furono gli argomenti centrali nell’organizzazione di strutture mondiali sotto il controllo degli USA. In ciò risiede anche il fondamento dell’imperialismo del dollaro: gli USA assursero al ruolo strategico (militare) di protettore dei paesi non-socialisti e di emittente di segni monetari ed ideologici.
    E’ importante sottolineare che in quel momento il dollaro incominciava ad acquisire una diversa qualità.
    L’abolizione del gold standard a seguito della crisi borsistica del 1929 fece della moneta nazionale una funzione del concreto saldo commerciale – secondo la teoria di Keynes e il “New Deal” di Roosevelt. Prosperità dei «grandi spazi economici» («isole economiche») – nelle differenti forme dello stalinismo e del nazional-socialismo europeo a partire dal convegno della Gran Bretagna di Ottawa nel 1932. In questo periodo la “valuta di riserva” non possiede una chiara espressione, dipendendo dalla congiuntura politica internazionale. Il che conduce alla seconda guerra mondiale.
    Dopo di questa l’economia americana non fa ritorno né al puro modello liberale dell’epoca di Roosevelt, né al modello isolazionista di Keynes. Il dollaro acquista una nuova qualità: esso diviene un’unità GEOPOLITICA, funzione del potenziale strategico e ideologico degli USA, del ruolo degli USA nel contesto mondiale.
    Il sistema finanziario mondiale, la funzione del dollaro in quanto valuta mondiale di riserva sono inseparabilmente legati alla concreta situazione geopolitica della seconda metà del XX secolo. Se non si considera il taglio geopolitico, analizzando i soli processi economico-finanziari, non si comprende nulla in questo campo.


    4. Modello Trilateralista e finanza

    La Commissione Trilaterale, fondata nel 1973, si pose il compito della riorganizzazione dello spazio economico mondiale in grandi blocchi sotto il controllo dell’Occidente e degli USA. Il significato geopolitico del progetto consisteva nel forzato isolamento dell’URSS con l’aiuto della “strategia anaconda”. A tale fine il mondo intero andava suddiviso in tre zone geoeconomiche – USA, Europa e regione dell’Asia-Pacifico.

    Lo sviluppo economico impetuoso esigeva la creazione di centri direttivi aggiuntivi, oltre agli USA, ed anche che si preparasse la legittimazione di nuove strutture di direzione globale (ad esclusione dell’URSS). Alle tre regioni geoeconomiche designate in quella sede non era attribuito uguale significato: in posizione privilegiata era la regione Americana, le altre due restando ausiliarie. L’iniziativa della Trilaterale proveniva da Rockefeller e George Franklin, allora dirigenti del CFR.

    Là vennero per la prima volta decisi il processo di unificazione europea e dell’introduzione delle valute dell’Europa e dell’Asia-Pacifico.
    Le valute ausiliarie vennero chiamate a favorire l’omogeneizzazione economica degli spazi corrispondenti, integrandoli in paradigmi economico-finanziari tali da assecondare al massimo e consolidare la posizione privilegiata degli USA, basata sulla «disuguaglianza geopolitica delle strutture».
    L’euro e il potenziale “yen dell’Asia-Pacifico” sono essenzialmente progetti della Commissione Trilaterale. Fra l’altro, la perestrojka cinese prese l’avvio negli anni ’80 proprio con contatti del governo cinese con il rappresentante della Trilaterale George Bertwin, a capo dell’ufficio europeo.
    Al dollaro come valuta mondiale di riserva, provvista di un insieme di obblighi geopolitici assunti dagli USA e, di fronte agli USA, da altre potenze, si progettava di affiancare due valute di riserva macro-regionali complementari
    Un processo non rapido, ed ancora in corso.


    5. Sincope : il crollo dell’USSR, l’inattesa e straordinaria sfida dell’unipolarità

    La Commissione Trilaterale presupponeva un lento strangolamento dell’URSS, con il graduale assorbimento dell’URSS entro la logica dell’atlantismo e l’agevole riconversione dei settori dell’Eurasia Sovietica nella zona di influenza delle tre regioni macroeconomiche.
    In questo senso il futuro euro, il dollaro e l’ipotetica valuta asiatica sarebbero serviti da strumenti di graduale coinvolgimento dell’economia dell’URSS nel sistema mondiale, con il graduale disinnesto delle strutture del campo socialista. Anche questo processo venne avviato sotto la diretta influenza della Trilaterale e dei suoi rappresentanti gorbacheviani a Mosca alla metà degli anni ’80.
    Ma alla soglia degli anni ’90 accadde l’imprevedibile: in luogo del graduale ciclo di convergenza ed integrazione dell’URSS, questa improvvisamente si dissolve da sé ed avvia unilateralmente un attivo processo di autoliquidazione.
    Il rublo venne svalutato, per cui senza mezzi termini venne agganciato al dollaro. Gli USA vennero direttamente coinvolti nel sistema finanziario post-sovietico.
    In parallelo a ciò si autoliquidava rapidamente il principale elemento della mappa geopolitica del mondo della “guerra fredda”, la cui stessa presenza costituiva il massimo elemento portante, sul piano concettuale e strutturale, dell’intera costruzione geopolitica su cui, fra l’altro, si basava il dollaro.
    Incontrando al posto della chiaro e prevedibile «avversario sovietico» un “buco nero” imprevedibile, caotico, irrazionalmente aggressivo, non contemplato in nessuno dei graduali progetti economico-finanziari positivi, gli USA si trovarono inaspettatatamente un una situazione nuova.
    Questa nuova situazione geopolitica coinvolgeva gli USA in un processo di accelerata, straordinaria unipolarità. Nell’economia USA questo si accompagnava al surriscaldamento del mercato delle alte tecnologie, alle piramidi finanziarie, all’ascesa del settore puramente finanziario a scapito del settore reale. Anche il Complesso Militare-Industriale, fondamentale nel sistema economico degli USA, si trovava di fronte ad una situazione nuova, nettamente distinta dalla precedente.


    6. Il nuovo ruolo dei settori geoeconomici

    L’imprevedibile ritmo di liquidazione e disintegrazione del polo geopolitico sovietico (= eurasista) creava una nuova situazione sulla mappa geopolitica complessiva del mondo, e correlativamente gettava una nuova sfida al sistema finanziario degli USA. Tale sistema da quel momento avrebbe dovuto avviare la realizzazione accelerata dell’unipolarità, ossia della globalizzazione.
    Alcune degli stadi pianificati in precedenza scomparivano. Conseguentemente, sorgeva in linea di principio una situazione nuova ed inattesa: il dollaro era costretto a diventare valuta mondiale di riserva rapidamente e senza passaggi intermedi, gli USA acquisivano l’egemonia incontrastata sul piano strategico, maturava l’esigenza di una rapida ristrutturazione delle istituzioni internazionali – ONU – che riflettevano gli equilibri della pace di Jalta, l’America era costretta precipitosamente a servirsi della «disuguaglianza delle strutture».
    Questo si manifestò sotto la direzione dei democratici dell’amministrazione Clinton. La «fine della storia» di Fukuyama era venuta troppo presto.
    Si creavano problemi economici e logistici di grande rilievo.
    In generale: gli USA non erano pronti ad assumere dall’oggi al domani il ruolo di globalizzatore unipolare. Questo si esprimeva

    nella comprensione politica di questo stesso fatto da parte degli americani (la vittoria di Bush jr);
    nella crisi del mercato surriscaldato nello stile delle piramidi finanziarie, con lo scivolone degli indici NASDAQ e Dow Jones ;
    nell’approssimarsi della catastrofe del dollaro quale valuta mondiale di riserva;
    nell’impreparazione dei soggetti geopolitici fondamentali ad inserirsi nella globalizzazione nei nuovi tempi e modi degli USA.

    L’assenza del polo eurasista, la trasformazione dell’Eurasia in un «buco nero» generava problemi geopolitici non valutati in una prospettiva di breve periodo.
    La presenza di un’opposizione convenzionale, formale e prevedibile a medio termine da parte dell’Eurasia rappresentava l’elemento principale della strategia americana nella prima metà del XX secolo. Rimosso tale elemento, l’intera costruzione era messa a repentaglio.
    L’assenza di una formale e limitata minaccia ad Oriente cambiava radicalmente sia il significato geopolitico dell’Unione Europea, sia il correlativo ruolo e missione dell’euro.
    L’Unione Europea si sviluppava non in condizioni di scontro con l’URSS, come si era supposto – e questo argomento era stato decisivo nel modellare la conservazione dell’influenza americana in Europa, anche dal punto di vista della visione finanziaria – bensì proprio nel momento dell’autoliquidazione dell’URSS. Di conseguenza, essa assume una funzione completamente diversa, rivelandosi un potenziale soggetto geopolitico a livello planetario. L’introduzione dell’euro acquista un significato diverso. In linea di principio, si tratta di una sfida al dollaro in quanto valuta mondiale di riserva.
    Il nuovo ingresso dell’Europa sulla scena della storia è gravido dei più seri scossoni per la globalizzazione nella sua forma unipolare. Si impone la variante dell’integrazione «regionale o continentale» o della globalizzazione multipolare, il che in entrambi i casi va contro quel processo in cui, come trascinati da una valanga e indipendentemente dalla propria volontà, sono oggi coinvolti gli USA.
    Qualcosa di analogo è vero anche della regione dell’Asia-Pacifico. Qui si somma il fattore Cina. Ma anche il solo euro e l’Unione Europea erano sufficienti perché il dominio unipolare degli USA ne venisse seriamente scosso, e conseguentemente venisse indebolito il dollaro e gli strumenti del sistema finanziario internazionale ad esso legati.
    Nella misura in cui il dollaro è legato alla geopolitica mondiale, e non soltanto all’economia USA, un mutamento nello schieramento di forze in quella sfera automaticamente comporta un mutamento radicale nella funzione del dollaro. Il dollaro cambia la sua natura, e da qui la sua funzione di valuta mondiale di riserva perde il suo carattere di evidenza.
    Gli USA devono definire ex novo il proprio ruolo nel mondo e in relazione a ciò rifondare sulla nuova mappa geopolitica la funzione della valuta mondiale di riserva – il dollaro. L’estrema difficoltà di tale compito è fuori discussione
    L’intero sistema economico degli USA è fondato sulla ridistribuzione globale del lavoro nella condizione schumpeteriana della «disuguaglianza delle strutture».
    La trasformazione di questo sistema reca con sé serie conseguenze.
    Lo stesso è possibile affermare in relazione alla «nuova economia», con i settori finanziario-borsistici sovrasviluppati. Gli attori paradigmatici reali, che sono invariabilmente rimasti fuori del quadro della «new economy», ma che predeterminano le fondamentali tendenze di base dei mercati finanziari (esteriormente rappresentati come indipendenti dai fattori non di mercato, staccati dai fondamentali del calcolo economico) sono proprio la geopolitica e l’univoco dominio degli USA. Il carattere ludico di queste tendenze è il mito per i «proletari della borsa valori», semplici brokers che non vengono ammessi al di là delle quinte della finanza. dove siedono non soltanto speculatori di successo, ma esperti del CFR, del Bilderberg Club e della Trilateral – come George Soros. E’ qui che vengono stabilite le regole del gioco. Il collasso delle borse o delle valute nazionali non è una questione di brillanti operazioni, ma di piani dettagliatamente elaborati e preparati.


    7. Il tentativo di mettere un freno alla globalizzazione: il vicolo cieco concettuale di George Bush jr.

    Il rafforzamento dei settori europeo e dell’’Asia-Pacifico, l’emissione di una solida valuta regionale legata alla geopolitica non globale, ma continentale o insulare (indicativo, da questo punto di vista, il nuovo – cauto – riferimento al keynesismo delle moderne socialdemocrazie) restringe la funzione degli USA.
    Questa necessità è soddisfatta – almeno in parte – dall’amministrazione Bush jr. Bush jr. rappresenta il tentativo di frenare la globalizzazione. Ma questo non serve a risolvere i problemi alla radice – la geopolitica americana è in “surriscaldamento”, overheated, l’impero americano è in “sovratensione”, overstretched.
    Siamo ad un vicolo cieco concettuale: gli USA non possono non proseguire in un’attiva globalizzazione unipolare, ma non sono in grado di proseguire.
    Esattamente lo stesso vale per il dollaro: gli USA non sono in grado di mantenere il dollaro come valuta mondiale di riserva, ma non possono rifiutare questa funzione del dollaro.
    Siamo ad un paradosso – la scomparsa del nemico (URSS) ha posto il vincitore in una situazione svantaggiosa. Una tipica vittoria di Pirro.


    8. Il secondo avvento dell’Eurasia

    L’originario progetto della Commissione Trilaterale fu steso allo scopo di liquidare gradualmente ma inesorabilmente l’URSS (Russia), smembrandola.
    Al contrario, l’URSS si è dissolta non gradualmente ma bruscamente, è divenuta un “nulla” geopolitico, ha dato impulso (almeno potenzialmente) all’esistenza storica dell’Europa e dell’Asia.
    In futuro il destino della Russia-Eurasia sarà direttamente legato al destino degli USA e, conformemente a questo, al destino del dollaro.
    Il collasso del signoraggio americano darà alla Russia una straordinaria occasione di rinascita.
    Ma questo potrà essere conseguito solo mediante l’attuazione di un’adeguata strategia geopolitica nei confronti dell’Europa e dell’Asia.
    Se la Russia getterà il suo restante potenziale strategico – ivi incluso quello logistico e nucleare – a sostegno di tutte le alternative al globalismo unipolare, la storia ha una chance di continuare, e il crack del dollaro diverrà il crack della grande schiavitù geopolitica dell’umanità sotto il dollaro.



    Febbraio 2001



    Nota

    Trilateral Commission

    L’ultimo stadio dell’organizzazione della rete segreta del mondialismo fu la creazione della Commissione Trilaterale, che riunisce la “crema” del Council on Foreign Relations e del Bilderberg Club. E’ detta Trilaterale dal numero dei partecipanti fondamentali: USA, Europa e Giappone.

    Il centro della Trilateral Commission è situato negli USA (345 East 46th Street, New York).

    La sua fondazione ebbe luogo nel luglio 1973. Ma la decisione venne approvata nel consiglio riservato del novembre 1972 dal presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller (leader del Bilderberg Club ed ispiratore del Council on Foreign Relations), da Max Konigt (vice presidente del Comitato per l’integrazione dell’Europa ‘Jean Monnet’) e George Franklin, formalmente capo del CFR.

    Il primo grandioso successo della Trilateral Commission fu quello di portare alla presidenza J. Carter, assoluto sconosciuto fino alla vigilia delle elezioni. Eletto presidente, Carter collocò alle massime istanze del potere membri della Trilateral Commission: Walter Mondale, Cyrus Vance, Harold Brown, Zbigniew Brzeszinski, Michael Blumenthal, Richard Cooper, Anthony Solomon, Samuel Huntington ecc. In proposito la rivista americana Penthouse nel novembre 1977 scriveva: «Sarebbe scorretto affermare che la Trilateral Commission dirige il governo Carter. La Trilateral Commission è anche il governo Carter».

    Il senso dell’operato della Trilateral Commission, e ugualmente dell’intero mondialismo, può esprimersi con le parole di James Paul Barbourg, pronunciate di fronte al senato americano il 17 febbraio 1950: «Che lo vogliate o no, avremo un Governo Mondiale. La sola questione sarà se ciò avverrà tramite il consenso o la violenza».

    (L. Okhotin, La minaccia del mondialismo, Den’ 1991).



    Questo testo, gentilmente trasmessoci dall'Autore, verrà pubblicato sul prossimo numero della rivista Elementy (Mosca).


    Trad. M.Conserva
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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