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    Talking Alto Adige: Sergio Romano, Un Regime Di Apartheid

    (RadioRadicale.it, 29Nov - 13:04) - La denuncia viene dallo storico Sergio Romano, in un articolo di oggi sul 'Corriere della Sera' e ha tutto il tono della gravità: "Per evitare le contaminazioni etniche è stato permesso alla Svp di instaurare nella Provincia di Bolzano un regime di apartheid: i tedeschi da una parte, gli italiani dall'altra, divisi anche nelle strade da un muro invisibile, ma invalicabile. E per quieto vivere, infine, è stato dato ai trentini, in denaro contante, tutto ciò che veniva dato ai bolzanini".

    Parlando degli effetti della devolution sulle Regioni e Province e statuto speciale, e dopo aver ricostruito le vicende dell'autonomia speciale di Bolzano e Trento, l'ex ambasciatore Romano definisce anche il Trentino-Alto Adige una di quelle regioni "prospere e complessivamente bene amministrate", "è ricco, pulito, ordinato". (RRFP)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Devolution e statuti


    CINQUE REGIONI OGGI SPECIALI DOMANI CHISSA’

    di SERGIO ROMANO


    Nel grande dibattito sul federalismo c’è un «buco nero» o, se preferite, un grande silenzio in cui sono finite le cinque Regioni a statuto speciale dello Stato italiano: Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Nessuno sa se il loro statuto possa restare immutato. Nessuno spiega agli italiani se le loro prerogative siano compatibili con le norme che regoleranno verosimilmente la nuova Repubblica federale italiana. A Udine, Trieste, Cagliari, Palermo, Trento, Bolzano e Aosta si preferisce naturalmente tacere. A Roma, per convenienza elettorale, gli uomini politici preferiscono parlare d’altro. Prima o dopo, tuttavia, il problema uscirà dall’angolo buio in cui è stato nascosto e apparirà alla luce del sole. Forse il modo migliore per prepararsi alla discussione è quello di ricordare le condizioni del Paese nel momento in cui le Regioni «speciali» furono istituite. Capiremo meglio le cause della loro esistenza e avremo qualche elemento per giudicare se siano ancora utili al futuro della nazione.
    La regione più turbolenta negli ultimi mesi della guerra fu la Sicilia. Nell’inverno tra il ’44 e il ’45, mentre i tedeschi e gli Alleati combattevano intorno all’Abbazia di Montecassino, scoppiarono agitazioni sociali in cui apparve per la prima volta la bandiera dei separatisti. A Ragusa vi furono moti di piazza, a Comiso venne proclamata la Repubblica siciliana. Il governo Bonomi ordinò all’esercito di intervenire e i moti furono repressi. Ma, nei mesi seguenti, i separatisti cercarono di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.
    Tornò alla ribalta un vecchio notabile dell’isola, Andrea Finocchiaro Aprile, divenuto presidente di un Movimento per l’indipendenza della Sicilia. In un libro sull’«Italia della Luogotenenza», pubblicato da Corbaccio nel 1996, Ludovico Incisa ricorda che il 21 marzo del 1945, nel 663° anniversario dei Vespri Siciliani, Finocchiaro Aprile indirizzò un appello agli organizzatori della conferenza di San Francisco per denunciare «l’odio sordo e diffuso in tutte le regioni e in tutte le classi sociali contro l’isola», e per chiederne l’indipendenza «come atto di riparazione e di giustizia». Gli Alleati non gli dettero retta e i separatisti decisero di passare all’azione con un «Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia». Scoppiò una minuscola guerra di secessione che finì in giugno quando il comandante dell’Evis, «colonnello» Antonio Canepa, s’imbatté in un posto di blocco e fu ucciso dai carabinieri. Il resto, sino alla strage di Portella della Ginestra nell’aprile del 1947 e alla morte di Salvatore Giuliano nel luglio del 1950, è storia di agitazioni sociali, mafia e brigantaggio in cui la spinta federalista si andò progressivamente attenuando. Ma il governo di Roma, nel frattempo, decise di affrontare il problema dell’autonomia e approvò il decreto legge del 15 maggio 1946. Quel decreto è il padre dell’art. 116 della Costituzione in cui è scritto che «alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino Alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia secondo Statuti speciali adottati con leggi costituzionali».
    Al Nord, nel frattempo, la regione a rischio era la Valle d’Aosta.
    Negli ultimi giorni di aprile il generale Doyen, alla testa di un reparto francese, entrò in Italia e occupò Briga, Tenda, Ventimiglia e Aosta.
    Il generale de Gaulle, a Parigi, era deciso a spostare la frontiera.
    Mentre le tre cittadine di confine vennero subito assegnate al Dipartimento francese delle Alpi Marittime, in Aosta furono creati comitati che avrebbero dovuto, nelle intenzioni del governo francese, chiedere l’annessione alla Francia.
    La Valle venne salvata dall’esistenza di una élite risorgimentale (i Passerin d’Entrèves, Federico Chabod) a cui non piaceva finire nelle braccia della Francia, e dal brusco intervento degli americani. Messi alle strette, minacciati di sanzioni e rappresaglie (Truman dichiarò che non avrebbe più rifornito l’esercito francese), il generale Doyen dovette andarsene da Aosta.
    Ma il governo italiano capì che il problema dell’autonomia era ormai all’ordine del giorno e decise di giocare d’anticipo. Un decreto legge del 7 settembre 1945 anticipò, come nel caso della Sicilia, l’art. 116 della Costituzione.
    In Alto Adige la situazione era al tempo stesso più complicata e più semplice. Più complicata, perché la popolazione di lingua tedesca non voleva l’amministrazione italiana e aveva accolto con favore l’annessione al Terzo Reich dopo l’8 settembre 1943. Più semplice, perché l’Austria, da poco ricostituita e ancora in odore di nazismo, era troppo debole per mettere in discussione il confine del Brennero. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dopo le dimissioni di Ferruccio Parri, ne approfittò. Era trentino, parlava perfettamente il tedesco e aveva rappresentato la sua regione, sino al crollo dell’impero asburgico, nella Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna. A Parigi, nel settembre del 1946, mentre si discuteva il testo del Trattato di pace, incontrò il ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber e firmò con lui un accordo che riconosceva alla regione una autonomia speciale. Era una buona intesa fra cattolici che parlavano la stessa lingua e volevano mettere una pietra sul passato.
    Ma le difficoltà riemersero negli anni seguenti quando i tirolesi del Nord e del Sud cominciarono a denunciare la lentezza, l’avarizia e le molte riserve mentali con cui il governo di Roma stava realizzando l’accordo fra i due governi. Non piaceva in particolare che l’Italia, per diluire la popolazione di lingua tedesca in un bacino più vasto, avesse collocato insieme, nella stessa regione autonoma, le province di Bolzano e Trento.
    Vi furono proteste, ricorsi alle Nazioni Unite e finalmente, verso la metà degli anni Sessanta, una serie di attentati che presero di mira i carabinieri, simbolo dello Stato italiano. Il maggiore responsabile, Georg Klotz, fu condannato in contumacia nel 1969 a 23 anni di prigione. Ma la macchina della diplomazia, nel frattempo, si era rimessa in moto. Con la pazienza dei certosini un diplomatico, Roberto Gaja, e uno storico delle relazioni internazionali, Mario Toscano, riuscirono a confezionare un «pacchetto» che venne firmato a Copenaghen nel 1969. I «tedeschi» ebbero finalmente ciò che volevano: la provincia di Bolzano divenne, di fatto, una regione autonoma, l’uso della lingua tedesca venne protetto e garantito, e la Svp (Südtiroler Volkspartei) esercita da allora sulla sua gente una specie di occhiuta baronia politica.
    La storia delle altre due regioni (Sardegna e Friuli-Venezia Giulia) è meno complicata. La prima fu costituita perché non era possibile, dopo il caso siciliano, ignorare l’autonomismo sardo; la seconda (nata soltanto il 31 gennaio 1963), perché non era possibile, dopo il caso altoatesino, ignorare l’esistenza di un’altra zona di confine dove viveva una importante minoranza «allogena» (gli sloveni di Trieste e del Natisone). Si potrebbe sostenere in altre parole che la Sardegna e il Friuli-Venezia Giulia furono la copia, in piccolo, della Sicilia e dell’Alto Adige.
    Queste, in grande sintesi, sono le ragioni per cui le cinque «speciali» vennero costituite. Resta da chiedersi quale uso abbiano fatto della loro autonomia. La Valle d’Aosta, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia sono regioni prospere e complessivamente bene amministrate. La Valle ne ha approfittato per aggiungere un Casinò alle sue molte attrattive turistiche. Il Friuli ha approfittato del terremoto per lasciarsi alle spalle qualche secolo di dignitosa povertà e diventare una dinamica regione centroeuropea. Il Trentino-Alto Adige è ricco, pulito, ordinato: una delle regioni d’Europa in cui le parole «dolcezza di vivere», con cui l’abate Siéyès descrisse la vita prima della Rivoluzione francese, hanno ancora un senso.
    Ma il prezzo politico e finanziario pagato dallo Stato italiano, soprattutto nel caso del Trentino-Alto Adige, è alto. L’autonomia ha creato una zona di franchigia istituzionale. Per evitare che alla morte del proprietario le fattorie di montagna (i masi) si frazionassero e che il nucleo di lingua tedesca si disperdesse, è stato autorizzato, in deroga al codice napoleonico, il maggiorascato: una istituzione dell’Ancien Régime che privilegia, al momento della successione, il primogenito. Per evitare le contaminazioni etniche è stato permesso alla Svp di instaurare nelle provincia di Bolzano un regime di apartheid: i tedeschi da una parte e gli italiani dall’altra, divisi anche nelle strade da un muro invisibile, ma invalicabile. E per quieto vivere, infine, è stato dato ai trentini, in denaro contante, tutto ciò che veniva dato ai bolzanini.

    In Sicilia e in Sardegna il bilancio è ancora meno positivo. Nella prima, il denaro pagato dalla comunità nazionale ha impinguato gli amministratori locali, ha arricchito la mafia e non è servito, anche quando è stato usato saggiamente, ad assicurare il decollo dell’isola. Nella seconda i risultati sono complessivamente modesti e mediocri. Dopo mezzo secolo di terapia autonomista i malati continuano a languire. Il polo tecnologico di Catania e la cittadella informatica di Renato Soru a Cagliari sono, se confrontati a ciò che è accaduto in Florida negli ultimi trent’anni, poca cosa.
    Un buon dibattito sul federalismo italiano dovrebbe tener conto di queste esperienze. Se vi sarà una discussione la storia delle cinque «speciali» ci suggerirà probabilmente che il buon federalismo dovrebbe avere almeno due regole. Prima regola: occorre diminuire i trasferimenti di denaro pubblico a chi può ormai provvedere con il proprio reddito. Seconda regola: chi ha bisogno di maggiori somme di denaro pubblico deve accontentarsi di una minore autonomia.




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    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    ..e giusto.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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