Intervista a Massimo Fini all’uscita del suo nuovo libro
che denuncia: la nostra è una cultura totalitaria
di Gianluca Savoini
Un Occidente sempre più vuoto di valori, dimentico delle sue radici, sfinito dal consumismo, rincretinito dalle luci dei riflettori televisivi, incapace di guardare al di là della quotidianità, incatenato come uno schiavo alla sempre più frenetica ricerca del “successo”, questo Occidente riuscirà a sopravvivere? Riuscirà a ritrovare dentro di sé una forza, un impegno, un compito (un destino, direbbe Nietzsche) per sfuggire alla decadenza definitiva, al tramonto finale, al collasso della sua civiltà? Se lo chiede Massimo Fini in un acuto pamphlet appena uscito in libreria (Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’antimodernità, Marsilio editore). Un libro che vuole dare spunti di riflessione all’interno del dibattito apertosi dopo l’11 settembre dello scorso anno e che, come sempre accade quando si leggono gli scritti di Fini, ci riesce pienamente. Con il rischio di far arrabbiare gli apostoli di Oriana Fallaci: per Fini infatti l’Occidente, questo Occidente, non ha né “rabbia” né tantomeno “orgoglio” e, anzi, è al servizio di una delle più devastanti forme di totalitarismo moderno: quella dell’ultraliberismo mercantile e mondialista, distruttore di ogni identità. «Il vizio oscuro dell’Occidente è il suo totalitarismo concettuale - spiega Fini -, ossia la convinzione di essere il migliore dei modelli possibili e proprio per questo volerlo imporre a tutto il pianeta».
In questo tuo ultimo libro rilanci quindi la tesi del totalitarismo più subdolo e implacabile che serpeggia in Occidente, quello ultraliberista e mondialista?
«Si tratta di un totalitarismo tremendo proprio perché non cosciente di essere tale. Il pensiero di un mondo che deve essere tutto democratico è infatti profondamente antidemocratico. Peraltro il modello che si vuole imporre in tutto il mondo è fallimentare già all’interno della cultura occidentale, produce tensioni e disarmonia ovunque».
Perché?
«Perché l’attuale modello occidentale prevede che dopo aver raggiunto un obiettivo, l’uomo debba immediatamente seguirne un altro. Salito un gradino già si deve pensare di salirne un altro e così via, senza sosta. Naturalmente ciò che avviene a livello individuale, vale anche per l’intera società: il Pil deve aumentare ogni anno, la produzione deve espandersi sempre più, eccetera eccetera».
Siamo perciò tutti schiavi di questo modello e viviamo in uno stress fino a pochi decenni fa assolutamente impensabile?
«Ma questo perché l’individuo continua ad inseguire un obiettivo che non può per definizione raggiungere. Questo è il principio dell’industrialismo, lo stesso principio che Von Mises vedeva nel capitalismo. Anche se io sono convinto che il marxismo non è che un industrialismo inefficiente, la faccia della stessa medaglia. Il meccanismo è semplice: il vagabondo invidia l’operaio che ha un posto di lavoro, l’operaio invidia il capo-officina, quest’ultimo ambisce a prendere il posto del dirigente, che a sua volta sogna di diventare amministratore delegato, l’ “uomo da un milione di dollari”, come lo definiva Von Mises. La soddisfazione quindi non c’è mai, è impossibile in questo sistema».
Un sistema indubbiamente paranoico.
«All’opposto di quello che avviene nelle società tradizionali, presenti anche in Europa fino a poco tempo fa. Le quali ambiscono principalmente all’equilibrio e all’armonia delle persone, un concetto che ormai noi abbiamo completamente dimenticato».
Leggendo il tuo libro emerge un dato sconfortante, che si riallaccia al discorso del fallimento di questo modello, di questo “vizio oscuro”: un americano su due (gli Usa sono il simbolo e l’esempio della società occidentale contemporanea) fa uso abitualmente di psicofarmaci e ciò significa, sottolinei tu, che la metà di quella popolazione non regge mentalmente al modello di società in cui vivono.
«In America 506 americani su mille usano psicofarmaci. Non droghe, ma psicofarmaci, chiaro? Questo dato dovrebbe indurci a riflettere, senza contare che in circa due secoli i suicidi sono aumentati in maniera vertiginosa nella società europea. Anche l’alcolismo di massa nasce con la rivoluzione industriale. Così come le malattie nervose, la depressione, le nevrosi, oggi dilaganti. Questa società del benessere si rivela sempre più una società del malessere».
E questo tipo di società alla fine riuscirà a distruggere tutte le altre?
«Temo proprio di sì. E per questo dico che assisteremo ad uno scontro interno all’Occidente, tra chi resterà sempre convinto della bontà di questo modello dominante e chi invece non reggerà più questa storia. Non sarà una reazione immediata, naturalmente, ma reazione sarà».
Concorderai perciò con monsignor Biffi quando dice che lo scontro del futuro non sarà tra l’Islam e l’Occidente, ma tra l’Islam e il Nulla?
«Sono d’accordo. Allontanandomi invece nettamente dagli anatemi comici della Fallaci che parla di Occidente “cristiano” che si scontrerà con l’Islam. In realtà l’Occidente è completamente scristianizzato, non è in grado di veder morire i suoi figli in nome di ideali condivisi. Non ha la forza ideale degli afghani, ad esempio».
Cosa c’entrano gli afghani?
«In Afghanistan c’erano e ci sono ancora uomini, con i loro valori, giusti o sbagliati che siano. Dall’altra parte - dalla “nostra” parte - ci sono soltanto macchine belliche, quindi il Nulla. Noi non siamo più in grado di perdere un uomo sul campo perché non abbiamo valori forti che ci permetterebbero di sopportare le perdite. Gli altri, come gli afghani, i valori forti li hanno, eccome. Detto questo però voglio sottolineare che non simpatizzo affatto per l’Ilsam, che è un’altra forma di totalitarismo. Se pensiamo ad Osama bin Laden quell’islamismo non è che l’ombra dell’Occidente».
Ovvero?
«È una risposta integralista e totalitaria ad un sistema che è a sua volta integralista e totalitario. Il mullah Omar invece è altra cosa rispetto a bin Laden. Il mullah aveva capito perfettamente che non appena elementi occidentali riescono a penetrare nella realtà tradizionale (come è l’Afghanistan, come è tutto il cosiddetto Terzo Mondo, come è l’Africa), questi elementi occidentali riescono a distruggere tutti gli equilibri tradizionali. L’Africa è un esempio drammatico di questa situazione: un continente disgregato e impoverito come mai è stato grazie alla contaminazione con i valori “democratici” occidentali».
Il tuo libro non lascia molte speranze. Dobbiamo accettare che il peggio si compia?
«No, si può ancora impedire il disastro definitivo. Penso ad una forma moderna di autarchia, ad esempio: Non quella mussoliniana di “autarchia in un solo paese”, naturalmente, che peggiorerebbe ulteriormente la situazione. Io penso ad un’Europa unita, armata, nucleare, neutrale e autarchica. L’Europa ha popolazione, risorse e mercato sufficienti ad essere autarchica, in modo da poter seguire un suo modello, non necessariamente succube dell’ideologia mondialista dominante. Un sogno? Una chimera? Forse. Ma anche i sogni possono realizzarsi, bisogna essere maggiormente convinti delle proprie capacità e delle proprie possibilità».




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