Non é finita col consueto balletto delle affermazioni fatte e poi smentite, oppure ritirate a metà, a cui ci ha abituato il sistema politico-comunicativo di questo governo: perchè questa volta la contrapposizione tra il Quirinale, il ministro delle Riforme Bossi e, neppure troppo sullo sfondo, il presidente del Consiglio Berlusconi é seria e strutturale. L'occasione é la devolution, l'ambiguo progetto leghista di trasferire alle Regioni la potestà legislativa esclusiva in materia di scuola, sanità e polizia locale. Ma, al di là del caso specifico, il capo dello Stato, che é garante dell'unità nazionale e dell'equilibrio tra i poteri, non può accettare che un membro dell'esecutivo lo accusi di interferenze nel lavoro del parlamento e del governo (anche se poi Bossi ha in parte corretto il tiro) e di stare, in pratica, dalla parte dell'opposizione. Ancor meno dev'essere piaciuto a Ciampi che Berlusconi, dopo una telefonata vagamente giustificatoria, abbia in sostanza difeso il suo ministro. Il buon rapporto con Ciampi è stato uno degli elementi che hanno favorito la navigazione governativa. Ma, da qualche tempo, Berlusconi non si cura di nascondere una certa insofferenza nei confronti del Quirinale: lo fa in molti modi e soprattutto agitando fantasmi di presidenzialismo, che, se tradotti in riforme costituzionali, spingerebbero l'attuale capo dello Stato alle dimissioni. Il buon rapporto che esiste tra Ciampi e Casini aggrava il problema: i sospetti di Berlusconi nei confronti dei centristi e del loro leader crescono di giorno in giorno, soprattutto dopo lo scontro, finora non risolto, sulle nomine Rai. E vedere che Casini si schiera a fianco del capo dello Stato acuisce la sospettosità berlusconiana: non avrà mica ragione Bossi, si chiedono alcuni fidati collaboratori del Cavaliere, quando dice che il vero nemico è Ciampi?