Non lo so alla fine perchè tutte le cose che fanno parte della nostra immaginazione e là rimangono per il solo fatto che, materialmente, non ce le abbiamo sott'occhio per un sacco di tempo, tutto il tempo del tempo, quando alla fine ricapitano sotto lo sguardo, sono inevitabilmente nuove, diverse da come ce le ricordavamo.
Certe volte penso di attribuire troppa importanza al come mi ricordo che il mondo degli oggetti sia (per non parlare di tutto quello che oggetto non è...), e mi ravvedo, mi rivedo con lo sguardo immerso in piccole cose come incantata dalla magia del quotidiano uscito dalla quotidianità.
Sono rapita dai petali di un fiore, un fiore che pur spesso vedo, sfumato dalle diottrie che per sempre mi mancheranno, su banchetti dei fiorai il giovedì mattina, da innumerevoli e molteplici settimane a questa parte, sotto i portici delle poste centrali.
Mi faccio spazio tra lo stretto corridoio di gente e piante e le guardo, verdi e perfette per adornare le mura di appartamenti che hanno l'odore di cose cucinate e di aria respirata.
Mi immagino sempre che dietro le mani che stringono il cactus nel pacchettino ci sia l'intenzione di riempire uno scaffale con qualcosa che è vivo e che richiede, per spargere bellezza, minima cura e un pensiero idrico quotidiano.
Mio nonno aveva la straordinaria capacità di far fiorire gli sterpi, fra le sue mani tronchi disperati e dimenticati dal dio delle piante, mettevano su gemmule verdi e fiorivano armoniosi come lui voleva.
Sarà per questo che associo l'idea del curare le piante a quella dell'anzianità. O forse anche per un botanico antico che vive nei miei ricordi letterari, protagonista del film di Spielberg che non ho mai visto, solo letto fra le pagine di un libro, che parlava con un geranio della solitudine cosmica di essere stati abbandonati dall'immensa palla di natale spaziale in un pianeta fuori e troppo lontano da qualunque spazio, con il solo problema di trovare un modo per poter telefonare a casa...
E vabbè, insomma, da tre giorni, col beneplacito del gatto, ospito una mandia di ciclamini.
Non so se è una mandria o una squadriglia, o uno stuolo. Un mio amico dice che è un gregge, e io gli credo: deve essere proprio così, ho un gregge di ciclamini.
Il gregge fuxia. Chissà perchè sono proprio di un fuxia adorato: è bizzarro, per adesso, e molto pieno di se stesso come se fosse un colore timido in realtà. E timido è.
Devono essere timidi e perplessi, nella loro arroganza fuxia, come a chiedersi nelle mani e nelle narici di chi sono capitati, penso.
Da piccola scorazzavo in campagna come Sherlock Holmes: sguardo fisso in terra in cerca di funghi, formiche e piantine strane.
Mi ricordo una quercia bellissima piantata dai miei bisnonni sotto cui crescevano ciclamini lilla selvatici. Avevani i petali rosati, erano nanerottoli confronto a questi, e avevano la corolla più arrossata, sfimata di scuro.
Ne facevo mazzetti che poi, appassivano il giorno dopo, e così il ricordo della bella giornata insieme al lunedi, al grembiule e alla scuola seguenti.
Da allora non ho mai più avuto diretto a che fare con un ciclamino.
Sembra roba da poco, ma non lo è affatto.
Cioè, il ciclamino è un fiore paraculo se uno ci pensa.
La corolla è nascosta, volta verso il basso, mentre i petali, forti di un turgore che va a mandare a ramengo le banali leggi della gravità, lievitano ritti come la cresta di un punk disegnato da Pazienza verso l'alto.
Paraculi come artisti che se ne fregano se c'è gente che non vuole giudicare dalle apparenze, e preferiscono lo stesso apparire per quello che sono, nel divino (e per questo sempre frainteso) intento di semplificare le cose.
Sono bellissimi questi ciclamini, e come li ho visti, in quello scampanellare di fuxia, ho sentito di volergli bene.
Ho sempre timore, quando me le donano, che le mie piante moriranno.
Paura atavica dalla morte precoce di due roselline nane, "Bernardo" e "Francesco", ridotte in cespi dagli artigli gelosi del mio gatto (stò stronzo di gatto: mai una volta che ti consenta di parlarne bene....!).
Questi, invece, li ha annusati e si vede che il fuxia, a un gatto nero, gli incute rispetto.
Dev'essere perchè ci sta un sacco bene, il fuxia col nero.
Insomma, li guardo e li riguardo, riguardata da loro con sospetto, e non so perchè, sento che questa volta, questo piccolo gregge di cornoventraglie colorate, non ha nulla da temere per l'essere finito nelle mie grinfie.
Hanno una stanza tutta per loro, dove è impossibile che io fumi il mio pacchetto d'ordinanza e dove possano respirare olio di lino o acqua ragia.
Al massimo odore di salsicce, ma non per molto.
E sono estasiata dal fatto che la mattina, appena sveglia, me li porterò con me nella stanza da bagno, per lavare il mio viso e sgocciolare le dita sulle loro foglie.
E' spuntato il primo ieri, lo guardavo stamattina.
Sono sicura che ci ha messo un attimo.
Ora sto a guardare il secondo.
Cosa pensa? Di farmela?
Lo controllo ogni ora, cioè, ogni ora quando me lo ricordo, quindi, diciamo, ogni pò.
Sono certa che lo farà all'improvviso e io starò dormendo, come il bambino che si addormenta davanti all'albero di natale per beccare quel Natale di un Babbo sul fatto.
Non ci sono mai riuscita: stronzo.
Ma per il ciclamino che sta per nascere ho rispetto e perdono: che me la faccia pure.
E' così figo e così paraculo che a pochi metri da dove uno vive e sta dormendo, o magari sta scrivendo un inutile svalvolatissimo post la notte di un sabato per snobbare ribotte, che accada qualcosa alle proprie spalle, che quasi quasi spero che sia già accaduto.
Fregami in casa mia, gregge di ciclamini!
Fammi fessa, disturbami con altro fuxia, se ci riesci!
Sbertuccia le mie appostazioni e sdegna i miei sguardi obliqui!
Gli metterò sotto un piatto verde leggermente scheggiato, perchè quel fuxia è così bello che non può non avre un colore che sia meno che immensamente donante...
Wow: e dire che ci sono momenti in cui uno sta a perder tempo dietro al gatto, che fa, al massimo:"Miao"...




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