di Gianluca Savoini
«Non vi è alcun dubbio che la stragrande maggioranza della popolazione del Mezzogiorno era compattamente indifferente od ostile all’unificazione della penisola italiana. Del resto, quello dell’unità nazionale era un problema che i Borbone non si erano mai posto. Quindi il ministro Umberto Bossi, l’altro giorno in Senato, ha detto cose assolutamente vere e mi sembrano assurde le critiche piovutegli addosso da parte degli esponenti del centrosinistra».
Per la serie “gli storici concordano con le parole di Bossi sull’unificazione italiana” riportiamo oggi il dettagliato parere di uno che se ne intende davvero: il professor Aldo Alessandro Mola, storico del Risorgimento e della monarchia (a giorni uscirà per la Bompiani una monumentale “Storia della monarchia italiana”).
«La storia parla chiaro - spiega Mola -. Il Regno delle Due Sicilie non ha mosso un dito a favore dell’unificazione italiana. Semmai ci sono stati uomini politici meridionali che si sono battuti in nome di questo progetto e hanno continuato a farlo anche dopo l’esilio in Piemonte e in Liguria dopo il 1949, nel cosiddetto “decennio di preparazione” e sempre sotto l’egida piemontese. Inoltre non era scontato che il risultato di tali lotte potesse essere l’unificazione dell’Italia, visto che esisteva anche una forte corrente di pensiero che puntava alla federazione degli stati italiani».
Era l’idea di Carlo Cattaneo?
«Non esattamente. Cattaneo fu soprattutto un austriacante fino al 1848 e non credeva all’unificazione italiana. Se vogliamo pensare a veri federalisti dell’epoca risorgimentale, parliamo piuttosto del cosentino Francesco Saverio Salfi, il quale era per una federazione di stati. Possiamo citare anche il cattolico e sacerdote Gioberti di Torino, o Cesare Balbo».
Comunque è vero che se fosse stato solo per il Sud difficilmente l’Italia si sarebbe unita?
«Sì, è vero. I Borbone avevano fucilato Gioacchino Murat, ad esempio, autore del famoso Proclama di Rimini che nel 1815 propone l’unificazione nazionale italiana. Poi fucilarono anche i fratelli Bandiera, partiti da Venezia e sbarcati in Calabria per tentare di dar vita ad un’insurrezione che, partendo dal Mezzogiorno, si sarebbe dovuta estendere in tutti gli altri stati. I contadini meridionali hanno massacrato Carlo Pisacane e i suoi seguaci nel 1857... e via di questo passo. Questa è stata la posizione del Mezzogiorno rispetto all’idea di unità nazionale italiana, non si può inventare una storia diversa da quella che effettivamente è stata».
Lo stanno facendo quelli del centrosinistra, contestando le frasi di Bossi.
«Mi spiace per loro. Il Mezzogiorno ha prodotto uomini come Francesco De Sanctis, che ha insegnato però prima a Torino e poi in Svizzera ed è stato nominato ministro della Pubblica Istruzione dal piemontese Camillo Cavour e non da un re Borbone. I pochi meridionali favorevoli all’unità che rimasero al Sud finirono nelle prigioni, come Luigi Settembrini e altri. Lo stesso Francesco Crispi coltivava seri dubbi sulla volontà del Sud di muoversi davvero a favore dell’unificazione della penisola. Vogliamo allora ricordare il falso messaggio che indusse Garibaldi a partire da Quarto con i suoi Mille?»
Un falso messaggio?
«Proprio così. Garibaldi partì nel maggio del 1860 da Quarto perché gli fu mandato un falso messaggio secondo il quale la Sicilia era insorta. E non era vero. In realtà in Sicilia il moto antiborbonico era stato schiacciato nel sangue e in quel periodo non si muoveva assolutamente nulla. Garibaldì partì perché Crispi gli nascose il telegramma che lo avvertiva dell’inopportunità di una simile iniziativa».
I Mille, come ha sottolineato Bossi, erano soprattutto uomini del Nord?
«Certo che erano uomini del Nord. Si trattava inoltre soprattutto di laureati, ingegneri, medici, avvocati, esponenti perciò di un’ èlite intellettuale convinta della bontà dell’unificazione nazionale. Basta leggere poi le notarelle di uno dei Mille, Cesare Abba, di Cairo Montenotte, nel Savonese, allievo degli scolopi, per capire dinanzi a quale spettacolo di arretratezza si trovarono i garibaldini una volta approdati nel Mezzogiorno. Fu necessario rifare tutto, dopo l’unificazione. Non conoscevano la leva militare e nemmeno il versamento delle tasse. Proprio un altro mondo, rispetto al Nord».
Unificare l’Italia fu insomma una grande scommessa?
«Era evidente a tutte le persone serie. Il Regno delle Sicilie era molto arretrato».
Inoltre anche la Chiesa era contraria all’unificazione.
«Indubbiamente. I re delle Due Sicilie si sentivano sicuri anche per la posizione antiunitaria dello Stato della Chiesa. Dicevano di essere tra l’acqua salata e l’acqua santa, tra il mare e la Chiesa, e ne erano grati. La Chiesa non solo ostacolò l’unità, ma anche dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie continuò ad ospitare in Roma l’ex re Francesco II, sconfessato dal plebiscito dell’ottobre 1860, e la moglie Sofia di Wittelsbach di Baviera, riconoscendo questo trono come esistente fino al 1870. La Chiesa appoggiò questo regno per impedire ad altri stati europei di riconoscere l’esistenza del nuovo stato italiano. Il Regno d’Italia proclamato il 17 marzo 1861 venne riconosciuto infatti dalla Svizzera, dalla Grecia, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, ma non dall’Austria, dalla Spagna, dalla Prussia, dalla Russia e da altri importanti stati».
A proposito di politica internazionale, essendo lei lo storico ufficiale della massoneria italiana, quale fu il ruolo della massoneria, italiana ed internazionale, nei confronti del processo unitario?
«Intorno al 1861 la massoneria italiana non ebbe alcuna capacità di influenzare positivamente tale processo. Contava quasi nulla, i duecento “fratelli” non occupavano posizioni di rilievo nella macchina dello stato. Semmai invece era forte l’interesse della Gran Bretagna, dove la presenza massonica è sempre stata importante, a organizzare il Mediterraneo in modo diverso e l’unificazione della penisola certamente rientrava in questa visione politica. La Gran Loggia di Inghilterra era inoltre in dura contrapposizione con il Grande Oriente di Francia (la massoneria francese), che cercò di impedire la vera unificazione italiana, cercando di creare un regno per un Bonaparte nel Meridione. I massoni francesi trovarono appoggi in alcune logge italiane, in particolare una di Livorno, i “Veri amici virtuosi”, e una di Genova, il “Trionfo di Ur”».
Mazzini e Garibaldi erano massoni?
«Garibaldi sì, Mazzini no. Mazzini cercò di utilizzare la massoneria per fini politici, ma era profondamente antimassonico, in quanto sapeva che la massoneria aveva una concezione sovranazionale che cozzava con quella mazziniana, fondata sul nazionalismo repubblicano. Non dimentichiamo che gran parte dei massoni erano monarchici».




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