D’Amato, Tabacci, Fassino e le trappole contro la Devolution
di Giulio Ferrari
SAINT VINCENT (Sen Vinsen) - Ci hanno provato, i “papaveri romani” a cogliere al volo l’occasione per fermare la Devolution. Una trappola, gettata ieri sul tavolo del convegno organizzato dalla fondazione Donat-Cattin, affollato di nomi che contano. Una trappola che però ha fatto cilecca, perchè alla proposta di congelare l’esame del ddl sulla devolution, è insorta quella componente maggioritaria della Casa della libertà che vuole rimanere fedele al patto elettorale. Il ministro Roberto Maroni e il capo di Gabinetto delle Riforme, Francesco Speroni, ma anche il vice premier GianfrancoFini e il portavoce di Forza Italia Sandro Bondi hanno ribadito in coro che sulla devolution non si pongono condizioni. Tutto è nato dalla proposta avanzata a Saint Vincent, dal presidente del Ccd Sandro Fontana e dal segretario generale della Cisl Savino Pezzotta, di una Convenzione per le riforme strutturata sul modello di quella che in questi mesi sta scrivendo la Costituzione dell’Ue. L’idea è stata accolta da Silvio Berlusconi, dal presidente del Senato Marcello Pera, dallo stesso Gianfranco Fini e dal segretario Ds Piero Fassino che poi, però, ha avanzato subito una pregiudiziale: prima si “congeli” l’esame del ddl sulla devolution, poi ci si può sedere intorno a un tavolo. A quel punto, tutti hanno mangiato la foglia. La proposta “distensiva”, che avrebbe dovuto contribuire a svelenire il clima politico chiamando maggioranza e opposizione a lavorare assieme per il cambiamento, stava diventando un’arma per spaccare la Casa della libertà. Fini e Bondi hanno subito preso le distanze, mentre Speroni e Maroni hanno messo le carte in tavola. «Il ddl sulla Devolution non si tocca - ha ammonito il capo di Gabinetto del ministro per le Riforme -: sarebbe un tradimento del patto con gli elettori». E Speroni ha accusato l’opposizione di non aver mai dimostrato un atteggiamento costruttivo in materia: «Bossi - ha detto - sarebbe stato disposto ad accettare una proposta costruttiva ma dagli emendamenti questa non è arrivata. Siamo disponibili a una più ampia apertura al dialogo purchè non serva a diluire o a rallentare il processo di riforma costituzionale». Quanto all’idea della Convenzione, l’eurodeputato ha affermato che non intende opporsi «per rispetto al presidente del Consiglio che l’approva» ma ha sottolineato che «alle riforme stiamo già lavorando al ministero...». E Roberto Maroni ha disinnescato la mina della sinistra senza rinunciare a qualche ironia. «Riprendere il dialogo togliendo di mezzo l’argomento del medesimo - ha rilevato il ministro - non mi sembra una cosa molto sensata». Poi, si è rivolto al segretario Ds che ha avuto la pretesa di indicare la strada al governo: «Non mi sembra - ha detto Maroni - che Fassino sia un componente della maggioranza». Il titolare del Welfare non ha dimenticato neppure i centristi. «Non facciamo manifesti ideologici: il testo del ddl sulla devolution alla Camera lo cambieremo perchè così com'è non va bene»: aveva affermato, tra l’altro, poco prima Bruno Tabacci dell’Udc. «La Devolution - ha replicato Maroni - non è nè una questione ideologica nè un ricatto: era un tema del programma di governo, è stato discusso per 12 mesi nell’officina della Cdl e poi approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri, quindi anche dai ministri dell’Udc». E la maggioranza ha dimostrato di non voler rinunciare alla coerenza, neppure di fronte alle interessate aperture dell’Ulivo. O alle sollecitazioni dei poteri forti: come la Confindustria di D’Amato, che anche ieri ha sparato sulla Devolution, ma sarebbe pronta a cessare il fuoco in cambio dei privilegi che il centrosinistra le ha sempre garantito.




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