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    R.i.P. quorthon
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    Predefinito "Centralismo e Secessione" di Hans-Hermann Hoppe

    Hans-Hermann Hoppe
    www.HansHoppe.com

    Centralismo e secessione
    ____________________________________



    Nel lavoro del professor Miglio occupa un posto centrale il potere dello stato, e in particolare la natura del centralismo e del federalismo. Alla luce del collasso dell’Impero Sovietico, Miglio concluse queste analisi con la difesa del diritto di secessione come un diritto umano naturale e inalienabile, al pari del diritto all’autodifesa. E’ d’uopo, allora, che la mia relazione si soffermi su due fenomeni che sono di cruciale importanza nel lavoro di Miglio: il centralismo e la secessione.
    Uno stato è un monopolista territoriale della coercizione – sotto forma di espropriazione, tassazione e regolamentazione – ai danni dei detentori di proprietà privata. Assumendo che gli agenti del governo non siano mossi da null’altro che il loro proprio interesse, tutti gli stati faranno uso di questo monopolio e quindi manifesteranno una tendenza verso uno sfruttamento crescente. Da un lato, questo significa un accresciuto sfruttamento interno (e tassazione interna). Dall’altro, implica un’espansione territoriale. Gli stati tenteranno sempre di ampliare il proprio sfruttamento e la propria base fiscale. Facendolo, tuttavia, entreranno in conflitto con altri stati concorrenti. La competizione tra gli stati in quanto monopolisti territoriali della coercizione è, per sua stessa natura, esclusiva. Cioè, può esserci un solo monopolista dello sfruttamento e della tassazione in una certa area; quindi, la competizione tra stati diversi promuoverà una tendenza verso la crescita di centralizzazione politica e, alla fin fine, verso un solo stato mondiale.
    Secondo la visione ortodossa, questa centralizzazione è in genere un movimento “buono” e progressista. Si presuppone che le unità politiche più grandi – e alla fine un unico governo mondiale – comportino mercati più vasti e un aumento della ricchezza. Ma piuttosto che riflettere una verità, questo punto di vista ortodosso dimostra semplicemente che la storia viene tipicamente scritta dai vincitori.
    L’integrazione politica (centralizzazione) e l’integrazione economica (mercato) sono due fenomeni completamente distinti. L’integrazione politica comporta una maggiore capacità per uno Stato di imporre tasse e di regolare la proprietà (espropriazione). L’integrazione economica rappresenta una estensione della divisione interpersonale ed interregionale della partecipazione al lavoro e al mercato.
    Esiste, inoltre, un’importante relazione indiretta fra le dimensioni di uno Stato e il so tasso di integrazione economica. Un governo centrale con poteri su territori vasti – molto meno di un unico governo mondiale – non può nascere ab ovo. Tutte le istituzioni che hanno il potere di tassare e regolamentare la proprietà privata devono, al contrario, nascere piccole. Le dimensioni piccole contribuiscono alla moderazione. Un governo piccolo ha molti concorrenti, e se tassa e regola i suoi cittadini più dei suoi concorrenti sarà inevitabilmente soggetto ad emigrazione del lavoro e del capitale.
    Contrariamente a quanto asserisce l’ortodossia, è proprio il fatto che l’Europa aveva una struttura fortemente decentralizzata composta da innumerevoli unità politiche indipendenti, che spiega l’origine del capitalismo nel mondo occidentale. Non è un caso che il capitalismo sia nato in condizioni di estrema decentralizzazione politica: nelle città Stato del Nord Italia, nella Germania meridionale e nei Paesi Bassi secessionisti.
    La competizione fra piccoli Stati per avere soggetti da tassare li pone in conflitto fra loro. Il risultato di questi conflitti tra stati è che pochi di essi riescono a espandere i loro territori. Naturalmente, sono diversi fattori a determinare quali Stati vincono in questo processo di eliminazione concorrenziale, ma a lungo termine il fattore decisivo risulta la quantità relativa di risorse economiche a disposizione di un governo. I governi non contribuiscono attivamente alla creazione di ricchezza economica. Al contrario, attingono come dei parassiti dalla ricchezza esistente. Ma possono avere un’influenza negativa sulla quantità di ricchezza esistente. A parità di condizioni, minore è l’onere fiscale e di regolamentazione imposto da un governo alla sua economia, e più crescerà la quantità di ricchezza nazionale dalla quale lo stato potrà attingere per sostenere il suo conflitto con gli stati vicini. Gli stati che tassano e regolamentano al minimo le proprie economie – gli stati liberali – in genere riescono a espandere il loro territorio alle spese di quelli non liberali. Questo spiega perché durante il diciannovesimo secolo l’Europa occidentale arrivò a dominare il resto del mondo (invece del contrario). E spiega anche l’ascesa degli Stati Uniti al rango di superpotenza durante il ventesimo secolo.
    Tuttavia, man mano che i governi più liberali sconfiggono quelli meno liberali i governi avranno sempre meno incentivi a continuare la loro politica di liberalismo nazionale. Avvicinandosi allo Stato mondiale unico, scompaiono tutte le possibilità di opporsi a un governo votando coi piedi. Dovunque si vada, si ritrovano le stesse strutture fiscali e di regolamentazione. Eliminato così il problema dell’emigrazione, viene meno uno dei principali freni dell’espansione dei governi. Questo spiega gli sviluppi del ventesimo secolo: con la Prima guerra mondiale e ancora di più con la Seconda, gli Stati Uniti hanno ottenuto l’egemonia sull’Europa occidentale e sono diventati gli eredi dei loro vasti imperi coloniali. Infatti, in tutto il periodo gli Stati Uniti, l’Europa occidentale e gran parte del resto del mondo hanno registrato una drammatica e costante crescita del potere dei governi, della tassazione e dell’espropriazione regolamentatrice.
    Alla luce di tutto ciò, quindi, vi sono argomenti a favore della secessione.
    Inizialmente, la secessione non significa altro che spostare il controllo sulla ricchezza nazionale da un grande governo centrale ad uno più piccolo e regionale. Dipende in gran parte dalla politica regionale, se questo porterà a maggiore o minore integrazione economica e benessere. Comunque la secessione stessa ha un impatto positivo sulla produzione, perché una delle prime ragioni per la secessione è tipicamente la convinzione dei secessionisti di essere sfruttati da altri. Gli sloveni si sentivano sistematicamente derubati dai serbi e dal governo centrale jugoslavo dominato da questi; i baltici si risentivano di dover pagare le tasse ai russi e al governo russo dell’Unione sovietica. In virtù della secessione le relazioni nazionali egemoniche sono sostituite da relazioni estere contrattuali. L’integrazione forzata genera invariabilmente tensioni, odii e conflitti. In presenza dell’integrazione forzata è facile imputare gli errori a un gruppo o a una cultura “straniera” e rivendicare tutti i successi come propri; di conseguenza, le varie culture non hanno motivo di imparare l’una dall’altra. In un regime di “separati ma uguali” si è costretti ad affrontare la realtà non solo della differenza culturale, ma soprattutto dei gradi vistosamente diversi del progresso culturale. Soltanto l’apprendimento discriminante può aiutare un popolo secessionista a migliorare o mantenere la sua posizione di fronte ad un popolo concorrente. Invece di promuovere un appiattimento culturale, come accade nell’integrazione forzata, la secessione stimola un processo cooperativo di selezione e progresso culturale.
    Inoltre, come il centralismo tende alla fin fine a promuovere la disintegrazione economico, così la secessione tende a incoraggiare l’integrazione e lo sviluppo economico. La secessione comporta sempre maggiori opportunità di migrazione interregionale. Per evitare di perdere la parte più produttiva della sua popolazione, [un governo secessionista] è spinto sempre più ad adottare politiche interne relativamente liberali.
    In particolare, più un paese è piccolo, maggiore è lo stimolo a scegliere il libero mercato. Qualsiasi interferenza del governo nel commercio con l’estero limita necessariamente le possibilità di scambi infraterritoriali mutuamente vantaggiosi causando così un relativo impoverimento. Ma più un paese e il suo mercato interno sono piccoli, più drammatico sarà questo effetto. Un paese delle dimensioni degli Stati Uniti, per esempio, potrà raggiungere uno standard di vita relativamente alto anche rinunciando al commercio con l’estero. Se invece le città o le contee a predominanza serbe all’interno della Croazia secedessero da questa e perseguissero lo stesso tipo di secessionismo ne conseguirebbe un disastro. Quindi, più piccolo è un territorio e il suo mercato interno, più è probabile che esso sceglierà il libero scambio.
    La secessione, allora, non rappresenta un anacronismo, ma la forza potenzialmente più progressista della storia, soprattutto alla luce del fatto che, con la caduta dell’Unione Sovietica, ci siamo mossi più vicino che mai alla creazione di un “nuovo ordine mondiale”. La secessione incoraggia le diversità etniche, linguistiche, religiose e culturali, che nel corso di secoli di centralizzazione sono state soppresse. Porrà fine all’integrazione forzata determinata dalla centralizzazione e, invece di provocare conflitti sociali e livellamento culturale, promuoverà la pacifica concorrenza cooperativa di diverse culture territorialmente separate. In particolare, eliminerà il problema dell’immigrazione che affligge sempre più l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Attualmente, ogni qualvolta il governo centrale permette l’immigrazione, permette a degli stranieri di arrivare – letteralmente sulle strade del governo – fino alla porta di casa dei suoi residenti, senza chiedere se tali residenti desiderino questa prossimità o meno. La “libera immigrazione” rappresenta quindi per molti aspetti un’integrazione forzata. La secessione risolve questo problema perché lascia che i piccoli territori scelgano i propri standard di ammissione e decidano indipendentemente con chi vogliano associare il proprio territorio e con chi preferiscono cooperare a distanza.
    La secessione promuove, infine, l’integrazione e lo sviluppo. Il processo di centralizzazione ha creato un cartello internazionale di migrazione, commercio e moneta a corso forzato controllato e dominato dagli Stati Uniti, governi sempre più intrusivi e onerosi, statalismo globalizzato per il benessere e la guerra e stagnazione economico o addirittura un declino degli standard di vita. La secessione, se è sufficientemente diffusa, può imporre una svolta a questa situazione. Il mondo sarebbe composto da decine di migliaia di diversi paesi, regioni e cantoni e da centinaia di migliaia di libere città indipendenti come le “stranezze” rappresentate oggi da Monaco, Andorra, San Marino, Liechtenstein, Hong Kong, Singapore. Il risultato sarebbe un grande aumento delle opportunità per le migrazioni economicamente motivate attraverso il libero scambio e una valuta internazionale come l’oro. Sarebbe un mondo caratterizzato da una prosperità, una crescita economica e un avanzamento culturale senza precedenti.
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  2. #2
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    L'intervento di Hoppe è stato a dir poco eccezionale. Ed è significativo il fatto che, nonostante la barriera linguistica (Hoppe ha parlato in inglese), sia stato interrotto da uno scrosciante applauso. Ne sono particolarmente felice, perché significa che il "virus libertario" ha avuto una profonda penetrazione nell'universo padanista.
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    Originally posted by Stonewall
    L'intervento di Hoppe è stato a dir poco eccezionale. Ed è significativo il fatto che, nonostante la barriera linguistica (Hoppe ha parlato in inglese), sia stato interrotto da uno scrosciante applauso. Ne sono particolarmente felice, perché significa che il "virus libertario" ha avuto una profonda penetrazione nell'universo padanista.
    Ieri è stata un'ottima cosa che fosse stata distribuita copia della traduzione in italiano dell'intervento di Hoppe. In tal modo, tutti hanno potuto seguire la sua lettura e così hanno seguito al 100% - perfettamente compreso! - la sua difesa del diritto a secedere (e dell'utilità a farlo).

    Complimenti, comunque, alla Libera Compagnia Padana ed in particolare a Gilberto Oneto e Carlo Stagnaro, che in particolare si sono impegnati per l'iniziativa.

    M

 

 

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