Il reato di accattonaggio abrogato dal kompagno Diliberto più di dieci anni or sono. La Lega deve farsi promotrice della sua reintroduzione?
04/09/2009 - La storia
Mihaela, la compassione
rende 400 euro al giorno
Mihaela sfila la mano destra dalla tasca del golfino e scarica una manciata di monete sul bancone del venditore di pizza e kebab. «Oggi, solo 50» fa segno al titolare. Parla di euro. Il giorno prima ne aveva incassati 400, quello prima ancora 300. Nonostante l’intervento della polizia municipale, che l’ha multata (23 euro) per violazione dell’articolo 190 del codice della strada (comportamento dei pedoni): al quarto comma, la norma prescrive «È vietato ai pedoni sostare o indugiare sulla carreggiata, salvo i casi di necessità».
Già, perché Mihaela ha raccolto quei soldi scivolando tra le auto all’incrocio tra via Stradella e corso Vigevano.
L’incrocio è uno fra i più trafficati della città. Elemosina, una tradizione tra i nomadi Rom. Lei è aiutata dal fisico. Ha due gambe pelle e ossa, la coscia destra è marchiata da una cicatrice lunga quanto tutto il femore. Appoggiata alla stampella di alluminio, fa la serpentina per avvicinare i guidatori delle auto affiancate all’incrocio.
Mano tesa, viso sofferente, sguardo mesto sono gli ingredienti per stimolare il senso di colpa e monetizzare la pietà.
Ma davanti al bancone del venditore di kebab, Mihaela torna a sorridere. Ormai è in confidenza con il titolare, scherza, beve un caffè e fuma una sigaretta (fuori dal locale). La nomade ha 23 anni. L’altro giorno, ha pagato subito la multa ai vigili urbani. Con lei c’era il fratello, sono arrivati assieme dalla Romania un paio d’anni fa. In tasca, aveva 85 euro in moneta, due banconote da 50 euro, una da venti, una da dieci e una da cinque. Erano da poco passate le 19. La giornata di lavoro incominciata alle 9 era quasi finita.
Dopo la multa, il fratello non l’accompagna più in quell’incrocio. Finché lei chiedeva l’elemosina in largo Giachino, non aveva mai avuto problemi. «Faccio 12 mila euro al mese» si è confidata Mihaela con il venditore di kebab. Chissà se è vero. Ma le monete fatte cambiare al venditore di kebab negli ultimi giorni sono realtà.
Alla polizia municipale ha raccontato di abitare in un campo nomadi, ma non risulta sia così. E a vederla, nemmeno ha l’aspetto tipico di chi vive accampato lungo lo Stura oppure nelle baracche abusive di via Germagnano. I vestiti sono puliti, lo stesso vale per le unghie delle mani, per le gambe lasciate scoperte allo scopo di impietosire. E incassare. La sua deformità è legata a un incidente avvenuto in Romania. Le ha cambiato la vita. Nel suo Paese, in quelle condizioni sarebbe stato difficile trovare lavoro. In Italia non ci ha nemmeno provato, non è stato necessario. Quanto raccoglie con la mano tesa agli angoli delle strade è sufficiente a mantenere lei, il fratello e i familiari in Romania. Qualcuno ha anche provato a seguirla, per vedere dove andava a dormire, ma il pedinamento si è fermato in via Giachino. Un alloggio in affitto? Forse. I soldi per pagare la pigione non mancano.
Arriva alle 9 e se ne va alle 21. Dodici ore, qualche pausa per un caffè e una sigaretta, le chiacchiere con il venditore di pizza e kebab, che scherza con lei, finge di corteggiarla «perché è un buon partito». Lei abbozza, fa qualche smorfia, si schermisce, lascia trasparire tutto il pudore che dimentica quando «lavora» con la mano tesa davanti ai finestrini delle auto. Ha un sussulto di ribellione soltanto quando vede una pattuglia dei carabinieri. I militari rallentano per guardare meglio un gruppo di centrafricani fermi davanti alla vetrina, lei se ne esce con un «vaffa» all’indirizzo dell’Alfa. La stessa grinta (ma senza insulti) riservata il giorno prima al cronista che l’aveva avvicinata in mezzo all’incrocio. Nulla di personale. Ma il tempo è denaro.
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carlomartello





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