Dialogo e scontro

Dopo mesi di botte da orbi, improvvisamente si discute sull'opportunità di un "dialogo" tra la maggioranza di centrodestra che governa il Paese e l'opposizione dell'Ulivo. Per essere chiari, la questione nasce a destra: prima si compiono gli atti di forza necessari o utili alla maggioranza e ai suoi amici, poi si chiede il "dialogo" alla minoranza parlamentare. La sinistra tentenna, eternamente spaventata dall'idea di sembrare massimalista. In mezzo tra i due campi, si muovono alacri i cosiddetti "terzisti", che in gergo democristiano vent'anni fa si sarebbero chiamati più prosaicamente pontieri. Non vedono affatto l'anomalia di questa destra e dunque, non vedendola, parlano al netto della specialisima particolarità berlusconiana (conflitto d'interessi, norme ad hoc sulla giustizia), distribuendo con eleganza buoni consigli e reprimende ai due Poli.
Tutta questa situazione è avviluppata dentro un velo di ipocrisia politica, che ha un nome preciso: l'egemonia culturale della destra. Infatti è grazie a questa egemonia (capace di imporre nuovi luoghi comuni politici, di creare un clima supinamente accettato come inevitabile e addirittura veritiero, e soprattutto di trasformare alcune parole d'ordine e alcuni concetti nel senso comune degli italiani) che la destra impone l'agenda politica, la sinistra si adegua, e il terreno del confronto è sempre quello prescelto da Berlusconi e dai suoi uomini. Naturalmente, la capacità di imporre ed esercitare l'egemonia culturale fa parte dei rapporti di forza e dello spirito dei tempi: e tuttavia non si può non vedere che questo è il contesto in cui oggi si parla di "dialogo".
Fuori dal contesto, in realtà, la questione appare più nitida e semplice. C'è il terreno delle istituzioni, e c'è il terreno della politica. Il primo è un mondo di regole condivise, stabilite per tutelare il buon funzionamento dello Stato, e il libero gioco di maggioranza e opposizione. Il secondo, è il mondo dello scontro e del confronto, secondo tempi e momenti che la politica decide in base alle sue esigenze: ma il mondo della politica influenza, per forza di cose, il mondo delle istituzioni.
Dunque: per il dialogo, ci sono le sedi deputate, vale a dire le aule del Parlamento, dove il confronto-scontro avviene ogni giorno, alla luce del sole, e dove i parlamentari hanno tutti gli strumenti per incontrarsi sulle leggi condivise, per dividersi sui provvedimenti discutibili. Sembra poco, ma è molto, perchè si tratta della strada maestra in una democrazia parlamentare. Tutto il resto, è troppo, e con ogni probabilità è sbagliato. Per un dialogo a tutto campo occorre uno spirito costituente, la volontà politica di trovare dei punti d'incontro istituzionali, una politica autenticamente riformista. Tutto questo manca, nel "dialogo" interessato che la destra propone insieme con una politica inaccettabile.