NOTA SULLA DEVOLUTION CONTRO IL QUIRINALE DAL CARROCCIO, POI «ATTENUATA» IN SERATA

L’Ulivo: ora deve dimettersi. Berlusconi: non intende accusare il Presidente


4 dicembre 2002

di Amedeo La Mattina


ROMA. «Il presidente interferisce con la volontà del Parlamento». In una intervista a “La Padania” Bossi attacca il capo dello Stato per i suoi interventi sulla devolution («rischia di fare da sponda all’opposizione») e apre un caso politico-istituzionale con il Quirinale. Un caso che si rivela subito imbarazzante per il governo tanto che Berlusconi corre ai ripari con una nota distensiva: «Sono sicuro che il ministro Bossi non ha mai inteso accusare il Capo dello Stato di interferenza nell'attività del Parlamento».

E non basta, perchè è lo stesso ufficio stampa della Lega, a tarda sera, a rettificare: «Riportando l'intervista a Bossi che compare domani (oggi, nrd) sulla Padania, per quanto riguarda la frase “il presidente interferisce con la volontà del Parlamento”, l'ufficio stampa della Lega chiarisce che si è trattato di una libera interpretazione che non coincide con il testo dell'intervista. L'ufficio stampa si scusa quindi con il ministro per le Riforme e con il presidente della Repubblica».

Una giornata difficile quella di ieri per il governo, che si chiude con questa precisazione - arrivata oltre un’ora e mezza dopo il lancio-stampa dell’intervista di Bossi - che lascia comunque aperti diversi problemi. In primo luogo con l’opposizione che ha subito chiesto le dimissioni del ministro per le Riforme.


Ma vediamo l’inizio della polemica e il testo “incriminato”: «Il presidente Ciampi ha parlato di regionalismo e non di federalismo, che è un passo indietro anche rispetto alla situazione attuale del titolo V. Poichè non penso che abbia parlato a vanvera - aggiunge il ministro per le Riforme - dobbiamo fare alcune considerazioni. Innanzitutto, come mai Ciampi la devoluzione l'aveva autorizzata quando gli è arrivata dal Consiglio dei ministri?». Secondo Bossi, è vero che autorizzare non significa condividere (del resto, «io non ho mai sognato o preteso che Ciampi fosse un federalista»), ma la sua non è stata «un'uscita necessaria perchè la sinistra aveva già annunciato che sarebbe ricorsa al referendum confermativo e quindi al popolo sovrano». Ecco, accusa Bossi: «L’intervento del presidente, a un giorno dal voto al Senato, rischia di dare una sponda all'opposizione». A quella esterna e a quella interna, annota il leader leghista, puntando il dito contro Buttiglione che «è sulla stessa lunghezza d'onda del presidente Ciampi».


Per Bossi tutta questa resistenza alla devoluzione deriva dal fatto che c'è «un vero blocco economico-sociale-sindacale-romano-centrico» che rema contro. Questo fronte vuole continuare «ad intercettare tutte le ricchezze prodotte dal Paese», si muove compatto, «perfino la Compagnia delle Opere, che fino all'altro giorno sosteneva che lo Stato deve fare un passo indietro rispetto alla società civile, ha cambiato idea all'improvviso».


L’imbarazzo nella maggioranza è subito molto forte. C’è chi, come il capogruppo di An La Russa, cerca di minimizzare affermando che Bossi non vuole mancare di rispetto al presidente della Repubblica: «Vuole solo difendere la tradizionale posizione della Lega, ma deve comunque sempre ricordare la grande opera di coesione morale e politica che Ciampi sta svolgendo». In difesa del capo dello Stato ecco Follini: «Non vedo nessun contrasto tra le parole di Ciampi e la volontà del Parlamento, tanto meno vi è interferenza».

Dunque, conclude il leader dell’Udc, il capo dello Stato ha «il nostro rispetto e il nostro apprezzamento». Per il capogruppo dei centristi Volontè queste affermazioni dimostrano la difficoltà a convivere con Bossi che ha «una strana concezione della storia d’Italia, delle istituzioni e del federalismo, quella che gli deriva dal suo maestro Gianfranco Miglio».


Le parole del ministro per le Riforme, insomma, sono destinate ad appesantire ulteriormente il clima anche dentro la maggioranza, e a moltiplicare le spinte a modificare la devolution quando arriverà alla Camera. «La rivolteremo come un calzino», promette Bruno Tabacci che ha già preparato alcuni emedamenti. Intanto sulla devolution ieri mattina al Senato è mancato per ben quattro volte il numero legale e la seduta è stata rimandata ad oggi. In che clima riprenderanno i lavori? «Bossi non può restare nel governo - osserva Castagnetti -. E’ un ministro che litiga con le istituzioni europee, offende il Mezzogiorno, ricatta la sua stessa maggioranza e attacca il presidente della Repubblica». Non era mai avvenuta una cosa del genere, aggiunge il capogruppo dei Ds al Senato Angius, per il quale il capo dello Stato ha il diritto di esprimere le sue personali opinioni: «Penso che Bossi debba rassegnare le dimissioni».