Martedì 3 Dicembre 2002
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IL BOSS DELLA CAMORRA
Effetto della Cirami
Sandokan rischia
di tornare in libertà
ROSARIA CAPACCHIONE
Tra due mesi, salvo imprevisti, sarà fuori. Francesco Schiavone, capo della camorra casalese, arrestato l’11 luglio del 1998 dopo una latitanza durata sette anni, potrebbe tornare libero alla fine di gennaio, quando scadrà la carcerazione preventiva relativa all’ultima inchiesta che lo vede nella veste di indagato, quella sulla faida di Villa Literno. Il solo processo che poteva concludersi con una condanna, quello per la detenzione delle armi che aveva nel rifugio di Casal di Principe quando fu catturato, è stato rinviato a data da destinarsi, e cioè quella che sarà stabilita dalla Cassazione dopo che avrà esaminato il ricorso di sospensione per legittimo sospetto presentato ieri nell’aula della VI Corte di Appello di Napoli. La legge Cirami, dunque, va in soccorso di uno dei più pericolosi boss campani, dell’uomo che è riuscito a governare anche dal carcere, nonostante il 41 bis, le cose e gli affari del suo clan. Per Schiavone-Sandokan non varrà la clausola di salvaguardia della sospensione dei termini, pure prevista dalla nuova normativa, perché nel processo per le armi è imputato a piede libero. Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere lo aveva condannato a sette anni e mezzo di reclusione il 5 febbario del 2001, quasi due anni fa. In appello il processo si è trascinato oltre ogni limite, con inspiegabili rinvii a catena. Fino all’udienza, finalmente fissata, di ieri e che si è conclusa con la remissione degli atti alla Suprema Corte.
Un’udienza tutt’altro che tranquilla sin dalle prime battute. Nella prima partei difensori di Francesco Schiavone e del cugino Mario (che fu arrestato con lui nel bunker di via Salerno e che però si è dissociato dalla richiesta di sospensione per legittimo sospetto) avevano chiesto la rinnovazione degli atti e l’audizione di nuovi testimoni. Anche il boss, collegato in videoconferenza, era intervenuto, protestando la sua innocenza. A suo dire, delle pistole e delle mitragliette sequestrate non sapeva nulla. Proprio come aveva detto di non sapere niente delle pistole che il 13 dicembre del 1990, quando fu arrestato in casa dell’allora assessore Gaetano Corvino. Condannato in primo grado, fu creduto in appello, guadagnando assoluzione e scarcerazione.
Il processo è proseguito, dopo il rigetto delle istanze, con la richiesta di condanna fatta dal sostituto procuratore generale e l’arringa dell’avvocato Baldascino. Quindi una nuova sospensione, sollecitata da Schiavone che voleva parlare con l’altro suo difensore, Saverio Senese. Cinque minuti di pausa, poi di nuovo la voce del boss che è rimbalzata attraverso il monitor: «Questo processo è inquinato, la stampa ha condizionato il collegio. Voglio essere giudicato altrove». Il tempo di formalizzare la richiesta, poi in serata la sentenza per Mario Schiavone (condanna confermata) e la trasmissione degli atti alla Cassazione. La Suprema Corte ha sei mesi di tempo, ma per allora sarà troppo tardi.
da www.ilmattino.it




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