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    SENATORE di POL
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    Predefinito I comunisti, Stalin, Togliatti e la democrazia

    Sì, ormai lo sappiamo con certezza. Il "Cominform", con Stalin in persona ordinò ai partiti comunisti occidentali di insistere nella lora propaganda ideologica, sul concetto di “difesa dell’indipendenza nazionale” , nella lotta contro la costituzione della N.A.T.O., ossia dell’alleanza difensiva del mondo libero contro il totalitarismo comunista, modello ideologico e politico del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti. Fiumi di inchiostro si sprecarono sulle pagine de l’Unità, di Rinascita, dell’editoria marxista o codista verso il marxismo, per la sacra causa “dell’indipendenza nazionale” contro “l’imperialismo americano”. Imperialismo americano che con il piano Marshal consentiva all’Europa occidentale di accelerare il processo di ricostruzione in modo mirabile, di costruire società democratiche e pluralistiche, mentre ad est, ove andavano in ferie i dirigenti del Partito Comunista Italiano, e ove stavano sorgendo le “democrazie progressive e popolari” (indicate da Togliatti come ….obiettivo di medio lungo termine della lotta dei comunisti italiani, a partire dalla Costituzione antifascista) si costruivano società totalitarie ed oppressive.
    A Savona, sui pilastri di uno dei ponti cittadini sul torrente Letimbro si leggono ancora, in vernice nera, ormai alquanto sbiadita, alcune scritte della propaganda degli uomini di Stalin e Togliatti contro la Nato. Del tipo: “abbiamo combattuto i fascisti per essere liberi e non servi degli americani”, oppure “viva l’Italia indipendente, abbasso il Patto Atlantico”.
    E mentre il PCI operava come “quinta colonna” del totalitarismo sovietico in terra italica, secondo i canoni dell’internazionalismo proletario (versione stalinista: totale subordinazione del movimento comunista internazionale agli interessi dell’Unione Sovietica), mentre ancora a Roma, durante le Olimpiadi del 1960, gli agit-prop comunisti plaudivano gli atleti sovietici (e tifavano spesso per loro anche contro quelli italiani, lasciando bene intendere in che cosa consisteva il loro “patriottismo”), nei paesi dell’est si edificavano le gloriose “democrazie popolari”.
    E tutti, persino i comunisti più ottusi, sanno oggi in che cosa consisteva “l’indipendenza nazionale” di quei paesi del “campo socialista”. La dottrina della “sovranità limitata” in nome dello “internazionalismo proletario” sarà formalizzata in epoca brezneviana, ma praticata con chiara durezza ed intransigenza fin dal 1945. Del resto le truppe dell’Armata Rossa si trasformarono immediatamente, in quegli sfortunati paesi, da forze di liberazione in forze di oppressione, che avrebbero imposto i “processi rivoluzionari” di trasformazione di quegli stati in regimi totalitari comunisti subordinati all’Unione Sovietica.
    Certo, alcuni paesi, segnatamente la Jugoslavia di Tito e l’Albania di Hoxa, per ragioni diverse, pur rimanendo dei totalitarismi comunisti (l’Albania addirittura utracomunista e poi maoista) , si emanciperanno dalla dominazione sovietica. Ma non l’Ungheria o la Cecoslovacchia, che subiranno l’invasione diretta delle truppe del Patto di Varsavia. E il PCI fu nel primo caso completamente schierato contro l’autonomia dell’Ungheria e contro i “comunisti riformisti” che come Nagy, volevano traghettare il loro paese ad un “socialismo democratico”, libero dalla dominazione sovietica e dalla dittatura. La migliore dimostrazione della totale servitù del PCI di Togliatti ad una potenza totalitaria straniera ed avversa, è data appunto dall’atteggiamento assunto nei confronti della sanguinaria repressione della “rivoluzione ungherese” del 1956.
    Nel 1968, l’anno dell’elezione dello stragista ex ergastolano Gemisto alla carica di senatore comunista, le truppe del Patto di Varsavia invadevano la Repubblica democratica (tutti le dittature comuniste sono ed erano “democratiche”, lasciando chiaramente intendere il significato della parola democrazia quando è pronunciata dai comunisti) e popolare di Cecoslovacchia, ponendo fine alla “primavera di Praga”, e al tentativo riformista di avviare la trasformazione della dittatura stalinista cecoslovacca in un “socialismo dal volto umano”. Il PCI, questa volta, si dissociò dall’intervento diretto dell’URSS, ma senza porre minimamente in discussione i principi delle “democrazie popolari”, tanto che i critici più severi dell’invasione cecoslovacca e delle società dell’est furono espulsi dal partito, come gli ingraiani radicali della rivista “Il Manifesto” (poi quotidiano), per la verità allora attirati da posizioni “filo-cinesi” (ignoravano forse la sorte del Tibet?).
    Dunque mentre strumentalmente i comunisti italiani innalzavano la bandiera patriottica, per erodere la solidarietà atlantica dei paesi capitalistici del mondo libero, la loro vera patria ideologica, l’Unione Sovietica, si comportava davvero come una potenza imperiale nei confronti dei paesi del “blocco socialista”, con la copertura dell’internazionalismo proletario, e con il sostanziale consenso dei togliattiani.
    Mentre nell’Europa occidentale capitalistica avanzavano società democratiche e pluralistiche, e si costituiva tra sei paesi liberi, con il Patto di Roma, il Mercato Comune Europeo (contro il quale il PCI per anni polemizzò quasi con la stessa veemenza usata contro il “patto atlantico”), nell’Europa orientale l’oppressione totalitaria comunista investiva non solo i paesi sottoposti al controllo diretto sovietico, raggruppati nel Patto di Varsavia e nel Comecon, ma anche quelli “indipendenti” e “non allineati” come la Jugoslavia di Tito e l’Albania stalino-maoista di Enver Hoxa.
    Il partiti comunisti che si trovarono ad operare, in piena fedeltà alle direttive moscovite, nella parte libera dell’Europa, dovettero tenere conto strettamente di alcuni fattori fondamentali:
    a) l’Unione Sovietica considerava essenziale e intangibile la difesa dei propri interessi di Stato Socialista. E questa difesa era prioritaria , secondo la dottrina staliniana derivante dalla vecchia concezione de “il socialismo in un paese solo” rispetto alla stessa esportazione della rivoluzione comunista in altri paesi, e all’espansione immediata dal “campo socialista”;
    b) la politica estera sovietica era sì ideologicamente fondata sul mito dell’ineluttabilità del trionfo finale del comunismo sul capitalismo imperialistico, ma al tempo stesso era fortemente realistica , attenta agli interessi concreti dello Stato Sovietico, ai rapporti di forza, sia economici che soprattutto strategici e militari con gli Stati Uniti e il mondo libero;
    c) in tale ambito, l’Unione Sovietica, voleva evitare ogni azione precoce che mettesse lo Stato Guida del fronte socialista….prematuramente in campo ad affrontare un avversario più potente economicamente e quindi anche militarmente superiore, o in grado di ridiventarlo con relativa facilità in ragione della forza enorme del suo apparato industriale;
    d) fu per questi motivi che Stalin abbandonò ai propri destini la rivoluzione comunista in Grecia, ed ordinò a Togliatti e Thorez una politica di moderazione al loro ritorno in occidente, alla guida dei loro partiti comunisti, impegnati nel “fronte antifascista”;
    e) fu anche per questi motivi che gli “studi strategici” sovietici, nel 1943-44, previdero che il processo rivoluzionario in Europa occidentale, seppur ineluttabile, avrebbe impiegato non meno di una generazione, e forse anche due per concretizzarsi, consigliando ai partiti comunisti occidentali una politica di adattamento, di “guerra di posizione”, di “penetrazione nelle istituzioni” borghesi;
    f) L’Unione Sovietica era però abituata a non considerare questi piani in modo dogmatico, per cui ci si doveva pur sempre preparare a tutte le eventualità, del tipo di una crisi radicale post-bellica del capitalismo che accelerasse il processo rivoluzionario e consentisse all’Unione Sovietica di sfondare la propria zona d’influenza verso occidente, o , viceversa, una non accettazione occidentale della politica di sovietizzazione dell’europa orientale con la creazione di un conflitto armato fra i blocchi, con la necessità di avere nei partiti comunisti occidentali degli importanti supporti politici, propagandistici, logistici e militari , oltre le linee nemiche;
    g) Su queste basi i partiti comunisti occidentali, e soprattutto quello italiano, costituirono il loro apparato militare clandestino , sotto il controllo sovietico, di cui sono state recentemente pubblicate parti delle ricerche scientifiche ad opera dei consulenti della “Commissioni stragi” della precedente legislatura, e su cui vi è l’autorevole intervento anche di esperti russi, del tutto meravigliati del modo con il quale in Italia si è cercato di creare una sorta di cortina fumogena…su questi eventi, ricorrendo addirittura all’arma della derisione e delegittimazione preventiva, tipica della “disinformacia” sovietica di staliniana memoria, che non dovrebbe….più essere operativa nel XXI secolo, a dodici anni dalla caduta del muro di Berlino (altro simbolo della libertà nazionale dei paesi comunisti!).
    h) La politica di “moderazione” del PCI, a copertura e protezione degli interessi vitali del “campo socialista” e dell’Unione Sovietica in primo luogo, è stata garantita mirabilmente da Palmiro Togliatti, intellettuale stalinista molto duttile e capace, subordinato fin dalla fine degli anni venti alla frazione staliniana del PC (b) R (poi PCUS), dopo una breve militanza “filo-buchariniana” che vedrà di far dimenticare …..presto.
    i) L’atto simbolico più celebre e famoso di questa “moderazione” è sicuramente quello relativo agli attimi successivi all’attentato, quasi mortale, che Palmiro Togliatti subì nel 1948, e che vide il medesimo, insieme alla direzione del partito, operare per frenare le spinte insurrezionali della base , in un momento in cui la rivoluzione in Italia sarebbe stata del tutto contraria alla strategia sovietica, già gravemente disturbata dalla frattura con la Jugoslavia di Tito, che privava i comunisti italiani del supporto logistico di Belgrado , che aveva, come è noto dagli studi di Zaslavsky, operato come “ponte” verso Mosca durante l’immediato dopoguerra;
    j) La posizione degli USA verso la partecipazione al governo, nel periodo 1945-48, di un partito comunista filo-sovietico, fu di crescente preoccupazione e contrarietà man mano che si deterioravano i rapporti fra le due potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, e man mano risultava chiara l’intenzione russa di sovietizzare integralmente la propria “zona di influenza” ;
    k) Con l’inizio della guerra fredda…. lo scontro fra i due blocchi diventò feroce, facendo sì che anche nel campo democratico occidentale si facessero avanti posizioni radicali, contenute a fatica, e sulla scorta delle quali ci furono certamente deviazioni anche gravi, dai principi ispiratori di una politica democratico liberale.
    Detto questo deve però risultare chiaro che, quello che più tardi Enrico Berlinguer chiamerà significativamente “l’ombrello protettivo della NATO”, consentì complessivamente alle società dell’Europa occidentale di sviluppare la democrazia rappresentativa, i diritti politici, sociali e civili, laddove la cappa del “patto di Varsavia” generò soltanto società totalitarie, oppressive, radicalmente antidemocratiche, secondo gli schemi ideologici e politici del “marxismo-leninismo”.
    E al di là di tutte le mistificazioni della “disinformacia” staliniana, i cui residui si vedono ancora chiaramente nelle ricostruzioni “storiche” degli eredi dei fedeli rivoluzionari filo-sovietici e di coloro che ne hanno subito l’egemonia culturale, la sinistra italiana fu sempre largamente minoritaria in questo paese. Il PCI togliattiano-staliniano, nel periodo 1948-1970) non raggiunse mai il 30% dei voti, e si lanciò al di sopra di quella soglia solo quando inizio’ un deciso, seppur insufficiente, processo di revisione e di distacco da Mosca. Tanto è vero che il Pci propose una strategia di “unità antifascista e nazionale” per poter accedere al potere, per poter adempiere al mandato sovietico di “pentrare nelle istituzioni capitalistiche”.
    Su questo fronte il comportamento del PCI fu sempre quello di paventare uno stato di emergenza, di crisi pericolosa, sia economica, che politica. La tattica del PCI fu in sostanza sempre attesista e neo-ciellenista, di dialogo con "i cattolici" e tutte "le forze popolari" proprio in ragione della debolezza (relativa) strutturale della sinistra italiana, che imponeva sia socialmente che politicamente una “politica delle alleanze” , anche sul piano sociale (alleanza della classe operaia con "i ceti medi produttivi".
    Ogni volta che si profilava all’orizzonte una crisi economica, politica, sociale, il PCI agitava le acque, accentuava nella sua analisi la pericolosità della situazione per il “benessere del popolo” e per la “tenuta democratica del paese”, agitando ogni genere di spettri.
    La parola d’ordine era “senza il PCI non si governa” , giacchè queste situazioni critiche non potevano essere governate “senza la classe operaia” e senza “la sua rappresentanza politica”.
    Questo comportamento favorirà , insieme alla linea segnata dalla famosa “svolta di Salerno” del 1944, l’idea di un PCI “rivoluzionario a parole, filosovietico nelle intenzioni, ma democratico e integrato nella società occidentale nella prassi” , idea che rappresenta una delle dinamiche concrete della politica italiana per tutta una fase, ma che non tiene affatto conto dei moventi ispiratori di questa linea, e della loro totale compatibilità, almeno fino ad una certa data, con la strategia complessiva del movimento comunista internazionale dominato dalla potenza avversaria e totalitaria sovietica.
    Una politica quindi, al di là delle apparenze, subordinata ad una potenza straniera ed avversaria, ad una potenza antidemocratica e totalitaria . Una politica che non si può non definire, nella sua potenzialità e nei suoi moventi concreti, come rivoluzionaria, antioccidentale ed eversiva .
    E’ però senz’altro vero che, come aveva profetizzato "l’eretico " Amadeo Bordiga già negli anni 20, l’abitudine al lavoro nelle istituzioni borghesi e ai metodi isituzionali e politici della democrazia borghese, influenzò fortemente la mentalità delle nuove generazioni comuniste, “corrompendo” anche “la purezza rivoluzionaria” di parte di quelle vecchie. E questo fu senz’altro positivo . E ciò sfociò, quasi ineluttabilmente, nella crescita di un’ala riformatrice e migliorista nel partito che consentirà gradualmente allo stesso di precisare la propria ideologia in senso più riformistico, giungendo persino ad una formale “rottura” (mai completa, come risulta dalla recente documentazione) con Mosca .
    E tuttavia la “socialdemocratizzazione di fatto” del PCI, denunciata dall’estrema sinistra, si svolse in gran parte in continuità con l’impostazione togliattiana di una ricerca, per rientrare nell’area di governo, di “un’ampia convergenza fra le forze popolari e antifasciste”.
    Durante gli anni settanta la strategia del “compromesso storico” riproponeva, in fondo proprio questo obiettivo “immediato” che fu del togliattismo, ma lo proponeva in modo nuovo .
    Mentre l’estrema sinistra agitava lo spettro del Cile e della “fascistizzazione dello Stato” per lanciare parole d’ordine “rivoluzionarie”, fino a predicare l’insurrezione e la “lotta armata” (poi praticata dalle frange più esagitate) come “nuova resistenza” , vista però finalmente come “ponte verso la rivoluzione socialista”, il PCI si indirizzava in senso opposto.
    Per Berlinguer l’insegnamento cileno, ed i pericoli di svolta “reazionaria” in Italia, dovevano indurre i comunisti italiani ad una politica di collaborazione strategica con le parti sane e democratiche del popolo italiano e della stessa borghesia . Tanto più che la grave crisi di ristrutturazione del capitalismo italiano, seguita alla crisi energetica, con le forti tensioni inflative, rendeva indispensabile una posizione “responsabile” del movimento operaio, senza la cui collaborazione era impossibile alla borghesia italiana “uscire dalla crisi”.
    La divaricazione strategica fra il PCI berlingueriano e l’estrema sinistra fu pertanto fortissima, anche perché, a differenza che nel 1943-45, il mito rivoluzionario non era solo più accantonato e congelato sull’altare della “unità antifascista” , ma definitivamente abbandonato con una progressiva revisione ideologica dei fondamenti stessi del “comunismo occidentale” .
    “L’eurocomunismo” metteva ora, per la prima volta, in discussione le società dell’est Europeo, non negando ancora loro il loro ruolo “progressivo”, e quindi complessivamente positivo e “superiore” al capitalismo, ma criticando il “deficit di democrazia” che indubitabilmente lì si era generato in ragione di un modello di sviluppo del processo rivoluzionario che stava manifestando evidenti limiti.
    Il PCI di Berlinguer metteva per la prima volta in seria e non strumentale discussione anche le basi economico-sociali di una futura società socialista, parlando apertamente del ruolo positivo che poteva assumere, anche in tale contesto, la piccola e media proprietà , e quindi la sussistenza di un mercato libero, seppur vigilato e sottoposto alla programmazione economica di piano da parte del Governo (una simile idea di “socialismo”, anzi addirittura maggiormente statalista, era presente nel pur platonico e coevo programma laburista inglese!).
    Ciò nondimeno ancora nel 1975 Berlinguer parlerà della superiorità delle società dell’est, perché avevano evitato la crisi (!!!) e avevano maggiormente protetto il tenore di vita dei loro lavoratori (!!!!), e il PCI continuerà ad avere rapporti con i servizi sovietici e dell’est (ancora nel 1979 la direzione comunista, come risulta dai documenti sovietici, chiederà tre apparati radiotrasmittenti al KGB), ad invitare delegazioni dell’Europa orientale ai propri convegni, congressi, festival, lasciando sussistere un’ampio margine di ambiguità….
    Questa insufficienza della revisione eurocomunista del PCI, questa sua ambiguità di fondo, nonostante gli “strappi” proclamati e parzialmente attuati, nonostante le professioni di fede pluralistica, faranno in modo che il maggior partito della sinistra italiana giunga in profondo ritardo ad uno strappo reale e profondo con il marxismo-leninismo. Il PCI si lascerà sorprendere e travolgere dalla caduta del muro di Berlino, e non farà nessuna Bad Godesberg italiana prima del crollo definitivo dell’URSS!! .
    Ora, in altre realtà dell’Europa occidentale, dove il peso comunista nel secondo dopoguerra fu inferiore o nullo, ci fu la possibilità reale di un’alternanza al governo fra partiti di centrodestra e partiti di centrosinistra o sinistra. E’ responsabilità del Partito Comunista Italiano, e non di altri, l’aver impedito questa alternanza in ragione della propria fedeltà ad un blocco politico miltare avverso e antidemocratico, ed a principi ideologici (il marxismo-leninismo), obiettivamente incompatibili con la democrazia pluralistica occidentale.
    Le società che sono “fuoriscite dal capitalismo”, non hanno saputo creare niente di buono, ne’ sotto il profilo della capacità di produrre ricchezza, ne’ sotto il profilo di una concreta “giustizia sociale” (visto lo sfruttamento schiavistico della manodopera forzata, i privilegi della nomenklatura…), ne’ soprattutto sotto il profilo delle libertà politiche, sociali e civili. Ciò nonostante c’è chi vuole ripercorrere la strada verso il paradiso…. Nonostante l’esperienza abbia dimostrato che conduce all’inferno. E nel far questo usa le “armi critiche” e i “miti mistificanti” che furono ieri parte qualificante della propaganda sovietica e marxista-leninista, diffondendosi, è vero, a settori dell’intellettualità internazionale “progressista”, in virtù dell’indubbia capacità comunista di egemonizzare ampi settori della produzione culturale delle società occidentali . Persino laddove i comunisti come forza politica quasi non esistevano la “disinformacia “ sovietica ha imposto i propri modelli tramite i “pacifisti” (molti movimenti dei quali, oggi lo sappiamo erano, quelli sì, eterodiretti dall’URSS e finanziati dal KGB).
    Nel thread “i profeti” riporto citazioni di noti intellettuali italiani (ma ce ne sono anche di francesi, inglesi, americani , tedeschi…) che ci indicavano….la via.
    La forte attrazione del marxismo verso gli intellettuali, e la sua influenza verso le sinistre “liberal” non comuniste, resta, come diceva Bernanrd Russel, uno degli aspetti insieme più inquietanti ed affascinanti della storia contemporanea . Come lo fu l’attrazione del nazionalsocialismo verso tanti intellettuali tedeschi, anche di valore, negli anni trenta.
    Il comunismo è tuttavia seducente, lo dico per esperienza personale, giacchè secolarizza la speranza escatologica giudaico-cristiana, dandole una veste rigorosamente scientifica (in realtà scientista). La mistificazione del bene, l’ha chiamata qualcuno .


    Cordiali saluti.

  2. #2
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    e allora continuiamo:

    La strategia dei comunisti italiani durante la “guerra civile di liberazione” fu quindi sostanzialmente e fortemente subordinata alle direttive sovietiche. Ovviamente questo non avvenne senza contraddizioni e conflitti interni. Infatti a seguito della “svolta di Salerno” e ancor prima della politica “Ciellenista” del PCI nacquero numerosi gruppi di comunisti “dissidenti”, anche fuori e in contrapposizione al PCI ufficiale.
    Tra il finire del settembre e il finire dell'ottobre del 1943 nel PCI si svolse un certo animato dibattito fra Mauro Scoccimarro, autore del “manifesto” antifascista del Partito, del 23 settembre e Luigi Longo.
    Lo Scoccimarro pur impostando il documento, di cui fu l'estensore, nel senso della “guerra per cacciare i tedeschi ed i fascisti”, considerava apertamente inevitabile la direzione comunista sul movimento “pur unitario”, guidato dai lavoratori. L'Unità delle forze della sinistra, nella battaglia antifascista era sostanzialmente un'unità ideologica e strategica, che doveva pur sempre avere nel pensiero “di Marx, Lenin e Stalin” il proprio punto di riferimento.
    Luigi Longo fu invece il portavoce di un pensiero politico notevolmente più realistico e concreto, che anticipava i temi della strategia togliattiana. Mentre lo Scoccimarro considerava, ad esempio, il governo Badoglio un' espressione del potere del nemico di classe, verso il quale dunque si doveva adottare una linea dura di contrapposizione e di lotta, per Longo era necessario scendere a compromossi con i badogliani per non indebolire la lotta antifascista che doveva andare ben oltre, per essere efficace, agli schieramenti “classisti” della sinistra.
    Si può dire che effettivamente, soprattutto al nord, in un primo momento fu l'anima “dura e pura” della linea illustrata da Scoccimarro ad avere una maggiore influenza, soprattutto sulle prime formazioni armate di partigiani comunisti. Tuttavia da Mosca giunsero fin dai primi dell'ottobre 1943 dei segnali piuttosto espliciti, e presto Palmiro Togliatti (Ercoli) fece sapere ai compagni italiani di ritenere comunque quello di Badoglio, senza esitazioni, come il “legittimo governo del nostro paese”.
    Prima di lasciare l'Unione Sovietica per raggiungere l'Italia, come è confermato dai diari di Dimitrov, Togliatti (come anche il capo dei comunisti francesi Thorez) ricevette personalmente da Stalin le istruizioni sulla linea politica da adottare, linea che fu conosciuta come la “svolta di Salerno” e che un dirigente comunista come Giorgio Amendola avrebbe chiamato....come la “bomba Ercoli”, per rendere idea di come le posizioni del leader rientrato in Italia provocassero un vero sconvolgimento psicologico in moltissimi militanti comunisti...e non.
    Prima che Togliatti sbarcasse a Salerno, intanto, e siamo nei primi giorni di marzo del 1944, l'Unione Sovietica di Baffone annunciò di riconoscere formalmente l'Italia di Badoglio. Togliatti che in quel momento si trovava ancora ad Algeri, in attesa di potersi imbarcare per l'Italia meridionale, rilascerà alla stampa una dichiarazione in cui si sottolineava la generosità e la saggezza del gesto compiuto dai massimi responsabili dell'URSS, gesto che “ toccherà il cuore di tutti i veri patrioti italiani, aprendo la via della rinascita di un'Italia libera e rispettata nel mondo ”.
    Il commento del presidente americano Roosevelt al riconoscimento sovietico dell'Italia badogliana è di notevole lucidità politica, anche se sopravvaluta le possibilità comuniste:
    I russi sono senza dubbio uomini realistici, ma è anche naturale che il loro obiettivo possa essere un'Italia comunista e che possa riuscire loro utile servirsi del re e di Badoglio fino al momento in cui tutto sia pronto per una soluzione rivoluzionaria ”.
    L'ambasciatore sovietico negli Usa Andrey Gromiko, il 19 marzo 1944 consegnò al segretario di Stato americano Cordell Hull un memorandum in cui erano contenute, fra l'altro, le seguenti significative parole: “ il governo sovietico propone ai governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti di prendere misure per l'unione di tutte le forze democratiche e antifasciste dell'Italia liberata sulla base di un appropriato perfezionamento del governo italiano ”. La strada per la prossima “svolta” impressa da Togliatti alla strategia dei comunisti italiani era definitivamente ....tracciata. Da Stalin.

    .....continua....

  3. #3
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    L'atteggiamento "moderato" del partito comunista italiano non era gradito a tutte le formazioni e organizzazioni comuniste presenti sul territorio nazionale, tanto nelle zone controllate dai tedeschi e dalla "Repubblica Sociale Italiana", che in quelle liberate dagli anglo-americani e "controllate" (si fa per dire) dal legittimo Regno d'Italia, con a capo del Governo il Maresciallo Badoglio.
    Proprio nel Sud Italia libero, accanto ai partiti politici antifascisti, torna alla luce del sole il movimento sindacale con la ricostruzione della CGL (confederazione generale del lavoro) in cui i militanti di matrice comunista acquistano subito una certa egemonia.
    Alla testa del movimento sindacale si attestano in particolare i militanti più accesi, con posizioni più conseguentemente classiste, che spesso mal digeriscono la linea del Partito Comunista italiano, protesa invece all'unità antifascista, ormai, anche con le forze "borghesi" più conservatrici.
    Il conflitto fra questi quadri sindacali e il PCI è pertanto in qualche modo inevitabile. Siccome detti quadri sono anche spesso, come è ovvio, dei militanti del partito, ecco che le frizioni esistenti si riversano inevitabilmente sull'organizzazione politica.
    A Napoli, sul finire del 1943, si avrà la "scissione di Montesanto", dove per 45 giorni la locale sezione del PCI uscirà dal partito e ingaggera' una dura battaglia con la direzione centrale, all'insegna di parole d'ordine classiste e rivoluzionarie, contestando anche la presenza di manipoli di ex notabili fascisti, socialmente "borghesi", nei partiti democratici e negli stessi partiti di sinistra.
    A Salerno fin dall'autunno "43 nasce, su posizioni di contestazione dei partiti della sinistra ufficiale, la "Frazione di Sinistra dei Socialisti e Comunisti d'Italia" che pubblica il giornale "Il Soviet", e il foglio "Il Proletario", mentre il PCI rimarrà senza un proprio organo di stampa per tutto il 1944!
    I comunisti intransigenti salernitani contestano fortemente la provvisoria accettazione della monarchia da parte di Togliatti e del PCI, e attaccano i sindacalisti cattolici presenti nel neo-nato movimento sindacale invitando la CGL a "non ricadere nei vecchi errori dell'Italia pre-fascista", individuando nel riformismo il primo fra gli sbagli commessi dal sindacalismo rosso.
    Il PCI non mancherà di accusare la "frazione" di "trotzkysmo" inducendo i rivoluzionari campani ad un'autodifesa piuttosto ironica. Da un lato questi ultimi rivelano prontamente come il termine trotzkysmo sia riferibile solo a divergenze interne al bolscevismo, e dall'altro affermano non senza ambiguità che " con il trotzkysmo si han punti in comune di interpretazione, ma anche valutazioni differenti ". Del resto il marxismo campano è ancora fortemente influenzato dalla sua storia e dalla "ingombrante " presenza del "fantasma" (si fa per dire) di Amadeo Bordiga, "l'eretico", "il settario", "l'amico di Trotzky", "il Trotzky italiano".
    Nel giugno 1944 sul foglio "Il Proletario" la frazione dei Socialisti e Comunisti d'italia parla ormai apertamente di "degenerazione del PCI", rilevando anche come molta parte della gerarchia del partito ufficiale del comunismo italiano sia, almeno a livello locale, costituita da ex membri dei Gruppi Universitari Fascisti e del suo "fogliaccio".
    Movimenti e gruppi analoghi si costituiranno ovunque, sia al nord che al sud. A Roma sarà importantissima, anche nella locale lotta partigiana, la formazione di marxisti intransigenti e dissidenti del Movimento COmunista d'Italia (Bandiera Rossa) avente un numero di partigiani combattenti addirittura superiore a quello inquadrato dal PCI. Il gruppo romano di Bandiera Rossa vedrà una sessantina di suoi militanti perire nell'eccidio delle fosse ardeatine, e alcune interpretazioni su un "doppio scopo" dell'attentato gappista di via Raselle, che scatenò la feroce rappresaglia nazista, vedono proprio nei "trotzkysti" romani, ossia nella loro liquidazione, il secondo obiettivo degli attentatori comunisti "ufficiali".
    Al Nord agiranno varie formazioni di socialisti di sinistra, tra cui quella di Lelio Basso, e di comunisti dissidenti, fra cui il gruppo di "Stella Rossa".

    ....continua....

  4. #4
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    Per rimanere nel Sud, la suddetta "Frazione" non rappresentò l'unica organizzazione dissidente costituita da "estremisti" espulsi dal PCI. In Campania si costituisce anche, ad opera soprattutto di Mario Caruso, Il "Movimento Marxista d'Italia" che pubblica "Il pensiero marxista", organo teorico che sul numero dell'agosto 1944 espone con grande precisione la natura delle sue critiche al PCI:
    " Parlare oggi di lotta al 'capitalismo fascista' è semplicemente infantile se non artificioso. Il capitalismo borghese si traveste secondo la fase di sviluppo raggiunta e secondo le condizioni in cui viene a trovarsi (...) Ma la cosa mirabilante è costituita dall'opera dei comunisti ministeriali i quali, per bocca di Togliatti, al papa, al re, alla borghesia, alla stampa estera hanno dichiarato che il comunismo non è fatto per il proletariato italiano ".
    Ma nel gennaio 1944 un altro movimento appare ufficialmente nella sinistra rivoluzionaria campana, il Partito Socialista Rivoluzionario che pubblica l'organo "Bandiera rossa".
    Questa organizzazione ci tiene a considerarsi socialista, sebbene rivoluzionaria, e non comunista in quanto " soltanto lo Stato sindacale puro...socialisticamente organizzato...può salvare l'individualità della persona senza ledere ne' sminuire la necessaria autorità dello Stato" ".
    Le classiche opposizioni di sinistra allo stalinismo si esprimeranno invece sostanzialmente nel Partito Operaio Comunista (i trotzkysti quartinternazionalisti) e nel Partito Comunista Internazionalista (i bordighisti).
    L'atteggiamento del Partito Comunista Italiano verso le organizzazioni dell'estrema sinistra sarà generalmente molto duro, fino all'utilizzo della della accuse più infamanti ("il sinistrismo maschera della Ghestapo" sarà il titolo di un articolo di Pietro Secchia), alla delazione e all'assassinio politico.

    Il 2 aprile 1944 l'edizione meridionale del quotidiano comunista "L'Unità" pubblica la famosa intervista a Palmiro Togliatti (Ercoli) che riassume le caratteristiche della "svolta" impressa dal dirigente del comunismo internzionale appena tornato in Italia.
    Togliatti precisa subito che " Noi non poniamo l'obiettivo della conquista del potere, date le condizioni internazionali e nazionali (..) vogliamo nondimeno distruggere completamente il fascismo e creare una vera democrazia antifascista progressiva ".
    La strategia del PCI, dettata da Stalin a Togliatti, si articola in quattro punti:
    1) mantenere intatta e consolidare l'unità delle forze antifasciste "democratiche e liberali";
    2) rinviare la soluzione del problema istituzionale all'elezione di un'Assemblea Costituente, una volta liquidato il fascismo e scacciato l'invasore tedesco;
    3) creare un governo antifascista di unità nazionale con tutte le forze democratiche e popolari "di massa", in grado di dialogare e collaborare con le grandi potenze democratiche alleate e con il loro aiuto prendere "misure urgenti per alleviare la sofferenza delle masse" e garantire "la rinascita della nazione", e di organizzare un vero "grande fronte di guerra in tutto il paese" contro il nazi-fascismo;
    4) assicurare tutti gli italiani delle intenzioni dei comunisti è volta ad una lotta per liberare il paese "dagli invasori tedeschi, dai traditori della patria, dai responsabili della catastrofe nazionale", costituendo un fronte nazionale in cui "c'è posto per tutti coloro che vogliono battersi per la libertà d'Italia, e che domani avranno modo di difendere davanti al popolo le loro posizioni".
    Al tempo stesso Togliatti annuncia una profonda trasformazione dell'organizzazione del Partito Comunista in un "partito nuovo" che deve essere:
    a) il partito più di tutti antifascista e antinazista, che combatte per sradicare oltre che battere il fascismo;
    b) il partito dell'unità della classe operaia e di tutta la nazione in guerra;
    c) il partito più vicino agli strati popolari;
    d) il partito più vicino alle nuove generazioni;
    e) il partito dei "buoni e onesti lavoratori" che accoglie a braccia aperte ma che sa essere "unito e disciplinato, libero da ogni infiltrazione nemica".
    L'obiettivo strategico indicato da Togliatti ai comunisti, per tutta questa fase della loro lotta, non è pertanto quello della "rivoluzione socialista" e della "dittatura rivoluzionaria del proletariato", bensì quello della guerra unitaria antifascista e della "democrazia progressiva".
    " Democrazia progressiva - spiega Togliatti - è quella che guarda non verso il passato ma verso l'avvenire. Democrazia progressiva è quella che non da' tregua al fascismo ma distrugge ogni possibilità di un suo ritorno " attraverso misure strutturali come una radicale riforma agraria, attraverso la costituzione di un potere "del popolo e per il popolo" che infine Togliatti individuerà fondato " su larghe masse popolari e su una coalizione di forze democratiche ".
    I comunisti dovranno conquistare pertanto all'interno di questo fronte le posizioni migliori, per poter contare nel dopoguerra, e per poter partire da tali posizioni di vantaggio per un'eventuale utleriore avanzata. Quello che Togliatti non dice è appunto strettamente correlato con gli studi strategici che in quel momento si stavano compiendo in Unione Sovietica sul futuro dell'Europa, nel contesto del confronto fra comunismo e capitalismo democratico, dopo la liquidazione del nazionalsocialismo germanico e dei suoi alleati.

    continua.....

  5. #5
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    Mentre Togliatti si dava da fare per concretizzare e rendere operativi gli ordini ricevuti da Stalin, vincendo le resistenze all'interno del Partito Comunista Italiano e cercando di convincere gli alleati delle sue intenzioni "democratiche", in Unione Sovietica l'impegno bellico contro gli invasori dell'Asse continuava con grande sforzo e grande coraggio.
    Al contempo però i sovietici si dilettavano a studiare la strategia per il dopoguerra, tanto che Stalin creò fra il 1943 e il 1945 almeno tre commissioni che si occuparono di analizzare scientificamente il problema, tanto dal punto di vista degli interessi dell'URSS che del comunismo.
    A presiedere dette commissioni di studio furono chiamati diplomatici russi di primo rango, come Ivan Maisky, Maksim Litvinov, e il futuro presidente dell'URSS Andrej Gromiko.
    L'11 gennaio 1944, poco più di due mesi prima della "svolta di Salerno" annunciata da Palmiro Togliatti per il PCI, il memoriale della Commissione Maiski, dal titolo: " Sui fondamenti auspicabili del mondo futuro " sosteneva che la futura sicurezza dell'Unione Sovietica era indissolubilmente legata alla trasfromazione socialista dell'intera Europa, o quanto meno della intera Europa continentale. Tuttavia con grande realismo gli studiosi sovietici, consapevoli dei rapporti di forza probabili dopo la sconfitta della Germania hitleriana, fissavano il raggiungimento di questo obiettivo entro 30-50 anni , nel corso quindi di almeno due generazioni. Opinioni più ottimistiche non accorciavano detti tempi che a meno di....una generazione.
    Era dunque fuori discussione che l'Unione Sovietica si illudesse di poter "esportare" la rivoluzione socialista in occidente in tempi ravvicinati, anche perchè una qualsiasi iniziativa prematura avrebbe seriamente compromesso, provocando un prevedibile scontro generale con gli Stati Uniti (e Gran Bretagne e Francia...) non solo la sicurezza ma l'esistenza stessa del primo Stato Socialista al mondo, rendendo vani i risultati auspicabili dalla vittoria sulla Germania nazionalsocialista ed i suoi alleati.
    Ciò nonostante, scrive lo storico Zaslawsky : " Stalin e Molotov e tutto il vertice sovietico non si sentivano vincolati da nessuna limitazione nelle pretese territoriali, se non dalle previsioni dei rapporti di forza, e intendevano ampliare il più possibile la propria sfera d'influenza, mettendo l'Occidente di fronte al fatto compiuto. ". Nello stesso tempo la politica di moderazione imposta da Stalin ad i comunisti occidentali, nel quadro dell'alleanza con gli USA e il Regno Unito contro le potenze dell'Asse, dimostra la consapevolezza della leadership sovietica sulla propria inferiorità economica e quindi anche militare.
    Zaslawski nota che nella fase finale della guerra la dirigenza dell'URSS " elaborò due linee politiche per l'ordinamento post-bellico dell'Europa: una per l'emergente sfera d'influenza nell'Europa orientale, in cui doveva essere attuata una profonda riorganizzazione sociale e politica per mezzo dell'esercito sovietico e dei partiti comunisti locali; e l'altra per i paesi dell'Europa occidentale, assegnati alla zona d'influenza anglo-americana, nella quale erano però presenti forti partiti comunisti, che costituivano un potente fattore d'influena sovietica ".
    In questa seconda area Mosca ordinò ai partiti comunisti di frenare le spinte rivoluzionarie, di confluire nei fronti antifascisti con gli altri partiti, di pazientare e di cercare di assumere posizioni di rilievo.

    continua.....

  6. #6
    Quin igitur expergiscimini?
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    Caro Pieffebi,
    questa dotta ricostruzione mi riconferma nell' idea che la "questione nazionale", in modo o nell'altro, per un motivo o per un altro, è stata sempre uno dei punti centrali della teoria e della prassi dei comunisti. Eppure su altro forum e su altro thread, duellando con il sottoscritto, affermasti che la presenza di una "questione nazionale" nel comunismo era una mia immaginazione . Lo sai perchè lo facesti? Perchè sei proprio un bastian contrario...
    Cordialità

  7. #7
    agaragar
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    pieffe...non cambi mai eh....
    ti è andata bene che avevo da fare......

    ti voglio raccontare una storia.....
    riguarda un certo robotti,
    nome non conosciutissimo nella storia del "communismo"
    eppure a suo modo emblematico

    dunque, questo robotti era il cognato di togliatti,
    e viveva in russia negli anni '30
    sotto stalin (Baffone)
    questo povero cristo, ogni tanto veniva arrestato dalla GhePeU
    lo caricavano di legnate, poi lo rilasciavano...
    poi lo arrestavano di nuovo,
    lo caricavano di legnate, poi lo rilasciavano...
    non so di preciso per quante volte.....

    e perchè mai tutto questo ti chiederai?
    semplice, cioè non tanto,
    sarebbe stato un pò rozzo per un'artista come stalin buttare togliatti in galera come spia...
    gli arrestava il cognato, e lo faceva sudare freddo...
    così palmiro, la notte,tutte le volte che sentiva un rumore...sudava freddo.
    Chissà baffone le risate che si sarà fatto alle spalle del "migliore"....

    Infatti togliatti,tornato in italia, non mise più piede in russia finche stalin visse.
    Togliatti scrisse poi il memoriale di Yalta, dove andò oltre la critica di kruscev a Stalin(e ci credo).
    Ebbe anche una polemica con lo stesso kruscev, definedo il regime di stalin capitalismo di stato, mentre kruscev difese lo stalinismo come l'unico socialismo possibile in quel periodo.

    Altro che stalin e togliatti!
    Vedi, tu sei italiano, e se in italia i "comunisti" hanno preso tanti voti, anche tu ne sei responsabile,
    e se sono andati al governo lo stesso...
    Stalin i "comunisti" come togliatti li metteva in galera,se di nazionalità russa,
    altrimenti si divertiva a spaventarli,
    e perche doveva togliere le castagne dal fuoco a gente come te???

    _________________________
    meditate gente meditate...

  8. #8
    SENATORE di POL
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    Ho conosciuto personalmente Robotti e ho parlato con lui tanti, tanti anni fa. Era uno stalinista tutto d'un pezzo. Se avesse letto questo tuo post avrebbe scosso la testa e avrebbe detto:
    ......tante sofferenze e tante lotte per nulla, guarda come sono diventati i compagni!

    Saluti liberali

  9. #9
    agaragar
    Ospite

    Predefinito

    ...uno stalinista...spezzato.....

    Stalin non era Moro...per sua fortuna.

    letto il tartufo pieffe??

  10. #10
    SENATORE di POL
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    Sì l'ho letto, ma il significato della frase "Stalin non era Moro" mi sfugge ugualmente.....

    Hasta la victoria de la derecha...siempre.

 

 
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