I GUASTI DEL FEDERALISMO ARLECCHINO
di Mauro Tosoni
Da friulano e da autonomista assisto con sofferenza alla discussione in Senato sul progetto di legge sulla cosiddetta devolution.
Innanzitutto perchè mi sembra che il federalismo propugnato dalla Lega - che il filosofo Massimo Cacciari ha definito, felicemente, federalismo Arlecchino - non corrisponda alle nostre attese. Personalmente, ho sempre pensato a una regione policentrica, basata, cito ancora Cacciari, “sul principio della sussidiarietà e sulla distinzione di programmazione e amministrazione”. Nel tempo, invece, ho visto venire avanti una sorta di neocentralismo: il governo regionale sopra tutti, che fa e disfà, province ridotte al ruolo di passacarte, comuni sminuiti nell’operatività, quando non resi impotenti, dalla penuria dei finanziamenti.
A peggiorare la situazione, la constatazione che questi maggiori poteri sono finiti in mano a classi dirigenti che non brillano per intelligenza e capacità, che si trovano a maneggiare questioni e risorse troppo grandi per loro: risultato, invece dei benefici effetti auspicati, rischiamo di subire guai irrimediabili.
Aggiungiamoci che l’arlecchinata, invece di produrre snellimento e semplificazione, ha determinato una moltiplicazione delle strutture, delle clientele e delle relative spese, con la conseguenza di aumentare il carico fiscale sui cittadini, e il quadro è completo.
Metto in coda un’ultima, particolarissima, considerazione che riguarda noi. Intendo noi cittadini di questa regione, la cui specialità viene annacquata, quando addirittura non si perde, in un assetto dove tutte le regioni sono uguali. Infatti, non abbiamo mai contato così poco come in questi ultimi dieci anni. Quali benefici, poi, si possano avere passando da Roma ladrona a Milano padrona, sinceramente mi sfugge.
Purtroppo, le azioni sbagliate non lasciano le cose come stavano. I cittadini non distinguono tra il federalismo Arlecchino e il federalismo vero: sanno solo che le “manie” di Bossi si traducono in più tasse e nella moltiplicazione di apparati e clientele. Risultato: monta nel paese un’opinione pubblica contraria, rialzano la testa i centralisti di ogni tendenza, dal monarchico Fisichella al diessino Angius.
Ancora una volta, la sinistra perde un’ottima occasione per star zitta o per fare del vero federalismo il suo cavallo di battaglia, come doveva essere fin dall’inizio. Si rispolverano pattriottismi retorici e vecchi armamentari ideologici, senza capire che la vera battaglia da fare, oggi, non è quella contro la riforma federale, ma per una vera riforma federale dello stato. E soprattutto, senza capire che il vero nemico non è lo stato federalista, ma la sovversione antistato. Una sovversione che, forse per la prima volta nella nostra breve storia, lavora nel cuore dello stato per dissolvere alle fondamenta le regole della vita democratica

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