In libreria una raccolta di interventi di economisti e studiosi sulla irrevocabilità delle riforme nel mondo del lavoro
Non basta dire no, ma dire sì a cosa?


Mario Dellacqua

"Sei contro la guerra? Crescerai". Con modi così civili, al Maurizio Costanzo show ho visto nei giorni scorsi una donna adulta liquidare una giovane del movimento dei movimenti. Quando non si confrontano gli argomenti, ma si introduce il buon senso del conflitto fra candore giovanile e saggezza della maturità, la partita è vinta a tavolino.

Più o meno lo stesso accorgimento retorico è usato per titolare la raccolta di interventi del meglio del riformismo italiano recentemente pubblicata da Mondadori. Non basta dire no (Aa. Vv., Mondadori, euro 15,60), ci insegnano con santa pazienza Tito Boeri e Tiziano Treu, Pietro Ichino e Ferdinando Targetti, Giancarlo Lombardi e Michele Salvati. Non potevano mancare Franco Debenedetti, Bruno Manghi, Paolo Onofri, Umberto Ranieri e Nicola Rossi: tutti impegnati, a cominciare dalla prefazione di Antonio Polito, a spiegarci che bisogna dire alcuni sì, se non si vogliono perdere ancora altre occasioni preziose per modernizzare la nostra economia.

Le battaglie per l'art. 18 e la Fiat

La vicenda Fiat è dolorosa conferma, dice Debenedetti, della "sciagura" subita dall'Italia per non aver voluto le riforme possibili nel contesto delle trattative sull'art.18. Per i riformisti, infatti, la rigidità simbolica eretta dalla Cgil a difesa della giusta causa è una sproporzionata ed artificiosa contrapposizione fra civiltà dei diritti universali del lavoro e barbarie della precarietà e dell'arbitrio padronale. «Occorreva impedire - ha scritto Nicola Rossi - che un solo forellino si producesse nella grande diga dei diritti. Ma l'acqua che quella diga deve trattenere passa ormai da altre parti».

Dunque bisogna dire di sì, essenzialmente per due ragioni. La prima è spiegata da Pietro Ichino: la reintegrazione del lavoratore al suo posto in caso di licenziamento accertato senza giusta causa costa troppo. La prospettiva di dover pagare gli arretrati, i contributi e le ammende, anche dieci anni dopo, scoraggia l'imprenditore che così deve tenersi sulla groppa il dipendente indesiderato. Piuttosto, c'è bisogno vitale di facilitare l'elasticità delle decisioni. L'ingresso e l'uscita dall'azienda devono essere più liberi e l'imprenditore non deve chiedere sempre il permesso a qualcuno. «I ricchi - direbbe Galbraith - sentono più profondamente dei poveri le ingiustizie di cui pensano di essere vittime» e il loro grido di angoscia non poteva rimanere inascoltato, ora che si è levato contro i privilegi anacronistici dei lavoratori dipendenti mantenuti da organizzazioni sindacali intimamente corporative e conservatrici.

Come "proteggere" il mercato

La seconda ragione è spiegata da Tiziano Treu: le tutele dell'art.18 proteggono 10 milioni di lavoratori, mentre altri 16 milioni mal contati sono subordinati o atipici e «i nuovi lavori vanno riconosciuti o tutelati, ma tenendo conto delle loro specificità, non estendendo meccanicamente diritti e tutele propri del lavoro subordinato». Ciò «sarebbe falsamente rassicurante e garantista». In azienda, dunque, le tutele vanno sfoltite. Devono limitarsi a colpire «il licenziamento discriminatorio, capriccioso o per rappresaglia antisindacale». Basta col «modello mediterraneo di tutela del posto in azienda» e avanti col «modello nordico di tutela sul mercato».

Poiché sanno di essere attesi al varco, i riformisti propongono un nuovo e dinamico regime delle protezioni estendendo la normativa dall'azienda al mercato. Bisogna convenire che di qua non si può scappare. Un nuovo welfare va pensato e rifondato, introducendo forme diffuse di sostegno al reddito che oggi proteggono con la cassa integrazione solo i lavoratori delle grandi e medie aziende mentre di fronte alla grandi ristrutturazioni produttive lasciano soli, senza voce e senza salario un universo di lavoratori delle piccole imprese, di giovani precari, di co. co. co. Dall'Università di Chicago anche James J. Heckman riconosce che la cassa integrazione è insufficiente: «non fornisce un'assicurazione universale per tutti i lavoratori, né costituisce un sussidio salariale non promuovendo né il lavoro, né l'occupazione». Ma dove si trovano i soldi per praticare lo scambio suggerito fra rimozione di vetusti diritti e affermazione di nuovi diritti al reddito e alla formazione continua per tutti quelli che cercano lavoro, lo perdono e lo trovano continuamente? Secondo i riformisti le risorse economiche vanno reperite nella riforma delle pensioni, nel prolungamento dell'età lavorativa, nel dirottamento obbligatorio delle liquidazioni a favore di fondi che istituiscano «una stretta corrispondenza - come scrive Ferdinando Targetti - tra contributi pagati e prestazioni ricevute».

Berlusconi invece, ha alleggerito le imprese che assumevano, ma non ha ridotto le prestazioni, aggravando così il deficit del sistema pensionistico. Però, con il Patto per l'Italia, il governo ha offerto a Cisl e Uil sgravi fiscali per i redditi più bassi, modesti miglioramenti degli ammortizzatori sociali e, soprattutto, intangibilità della spesa pensionistica: ha promesso il contrario di ciò che può mantenere.

I riformisti e le "colpe" della Cgil

Lo scambio desiderato fra tutele a livello di impresa con quelle a livello di società si è presto rivelato impraticabile. Secondo i riformisti, ciò per responsabilità della Cgil che ha scelto di dire no prima ancora di vedere le carte. Ma perché il governo e la Confindustria avrebbero dovuto cedere sul fronte del welfare per avere dai sindacati quello che hanno già (un diritto di licenziare ampiamente utilizzato a man salva in questi anni) e che hanno tutto l'interesse a far finta di non avere pur di strappare altre misure di deregolamentazione del mercato del lavoro favorevoli alle imprese? Comprendo il rischio della citazione, ma fin dal 1997, nel suo A ciascuno il suo mestiere, Sergio Cofferati rivolgeva questa domanda: «E' possibile che in un paese nella cui industria negli anni '80 è saltato, attraverso accordi spesso firmati dal sindacato, un milione di posti di lavoro, l'unico problema sia quello dell'eccessiva rigidità delle norme che definiscono i rapporti di lavoro, da risolvere mediante la riconquista del diritto da parte delle imprese ai licenziamenti collettivi?». Cofferati sbagliava per ottimismo. Siamo arrivati ai tempi del diritto al licenziamento individuale. Sarà, come dice Luciano Gallino sull'Unità del 9 ottobre, un tema "di quarto o quinto ordine", ma è destinata a tornare presto di attualità e a darci altro filo da torcere.

Liberazione 4 dicembre 2002
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