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  1. #1
    Estremista della libertà
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    Predefinito Crolla un altro dogma democratico

    Stavolta tocca alla sovrappopolazione.

    Da www.corriere.it

    WASHINGTON - Siamo troppi o c'è ancora spazio sulla Terra? I dati di una ricerca di Conservation International, durata oltre due anni e condotta da 200 scienziati di tutti il mondo, possono essere interpretati in modo controverso: il 46% della superficie delle terre emerse del nostro pianeta è desertica, cioè è abitata da solo il 2,4% della popolazione (centri urbani esclusi). Ne deriva però che il rimanente 54% contiene il 97,6% delle persone. Facendo due rapidi conti risulta quindi che le zone più disabitate hanno una densità di circa 2,3 abitanti per chilometro quadro, le altre 78,5 persone sulla stessa superficie. I risultati della ricerca sono stati inseriti in un libro appena pubblicato dal titolo «Wilderness: Earth's Last Wild Places»


    Segue purtroppo un discorsone sulla necessità di lasciare impopolate le zone che già lo sono in quanto luoghi di biodiversità. In fondo non si può avere troppo da un quotidiano d'alemianamente "normale"...

    Di confortante rimane il dato di fondo, al di là di come lo interpretano i giornalisti. Ed è un dato che smentisce tutti i timori sui quali si fonda ogni politica che tende a ridurre le nascite. Politiche alla quale ci hanno abituato i nostri Leviatani, se va bene con le campagne per il preservativo, se va un po' peggio come in Cina...

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  2. #2
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    Predefinito Estinzione demografica degli europei?

    Caro Ari6, hai ragione.
    Purtroppo però le idee sulla sovrappopolazione si sono così diffuse, che ormai sembra che solo i libertarians e la Chiesa cattolica possano salvare la
    società europea, ammaliata dalle teorie neomalthusiane, dall'estinzione demografica entro due-tre generazioni.

    Sull'argomento segnalo questo estratto da un articolo di Guglielmo Piombini uscito sull'ultimo
    numero dei
    Quaderni Padani dedicato all'Europa.

    _________________________________________________

    ...Da qualche decennio la morale cristiana tradizionale seguita per secoli
    dagli europei e' sotto attacco, accusata di essere repressiva, intollerante,
    reazionaria. I giovani che negli anni Sessanta e Settanta hanno compiuto la
    Rivoluzione Culturale contestando la propria eredita' religiosa e culturale
    sono oggi tutti saldamente al potere nei governi, nelle burocrazie, nelle
    scuole, nelle universita', nei media, nel cinema, e usano gli strumenti a
    loro disposizione per diffondere a livello di massa l'ideologia della
    controcultura, in base alla quale sono da respingere tutti i retaggi della
    cultura occidentale: cristianesimo, capitalismo, famiglia, comunita',
    autorità sociali, gerarchie volontarie, norme tradizionali, valori borghesi,
    impegno lavorativo, decoro, decenza di comportamento, orgoglio della propria
    civilta'. Al loro posto, mediante una vera e propria trasvalutazione di
    valori, si celebrano l'anticlericalismo militante, la blasfemia, il
    socialismo, l'egualitarismo, gli stili di vita alternativi, il
    permissivismo, il parassitismo, l'irresponsabilita' individuale, il
    multiculturalismo antioccidentale.

    Piu' ancora degli Stati nazionali, l'Unione Europea sembra essere diventata
    la centrale di diffusione di questa cultura progressista e anticristiana nel
    continente. Non c'e' giorno, infatti, che le commissioni di Bruxelles o il
    Parlamento di Strasburgo non emanino una direttiva o una risoluzione
    finalizzata a demolire le ultime vestigia della tradizione
    giudaico-cristiana. Di recente, ad esempio, la commissione europea senza
    alcuna ragione si e' affrettata a finanziare al posto degli Stati Uniti il
    fondo ONU per la popolazione, con il quale si sostengono in Cina e in altri
    paesi del terzo mondo programmi coercitivi statali di controllo delle
    nascite. Esemplare è inoltre il caso della Costituzione Europea in via di
    elaborazione, dove i politici stanno facendo di tutto per escludere ogni
    riferimento all'eredita' cristiana del continente.

    Statalismo centralista e progressismo culturale sono i due strumenti con i
    quali le istituzioni socialdemocratiche europee stanno condannando alla
    decadenza il tessuto morale e materiale dell'Europa. I giganteschi apparati
    di sicurezza sociale hanno infatti finito inevitabilmente per colpire l'
    istituzione famigliare e l'idea della responsabilita' personale: sollevando
    gli individui dall'obbligo di provvedere al proprio reddito, benessere,
    salute, vecchiaia, e educazione dei figli - spiega Hans-Hermann Hoppe - si
    e' ridotto l'arco dell'orizzonte temporale degli individui, e il valore del
    matrimonio, della famiglia, dei figli, e dell'autorita' sociale si e'
    abbassato. L'irresponsabilita', il vivere alla giornata, la negligenza, e l'
    insanita' fisica vengono promossi (perche' sussidiati), mentre la
    responsabilita', la previdenza, la diligenza, e il mantenersi in salute
    vengono puniti (in quanto fortemente tassati).

    In particolare i sistemi pensionistici pubblici incoraggiano la riduzione
    dei tassi di natalita', poiché i genitori diventano meno dipendenti dai
    propri figli per il sostegno negli anni della vecchiaia. Mentre un tempo
    tutte le risorse risparmiate rimanevano entro il gruppo famigliare, con i
    sistemi statali a ripartizione coloro che non fanno figli possono
    risparmiare consistenti spese per il loro allevamento, per poi incassare in
    vecchiaia i contributi versati dai (sempre più pochi) figli delle altre
    coppie, o dagli immigrati: e infatti le nascite sono crollate della meta'
    da quando, proprio negli anni della contestazione e della Rivoluzione
    Culturale, sono stati istituiti i moderni sistemi di sicurezza sociale.

    Il collasso demografico dei popoli di origine europea ha raggiunto livelli
    cosi' preoccupanti da far temere, come ha denunciato il politico
    conservatore americano Patrick Buchanan nel suo ultimo bestseller, la morte
    dell'Occidente. Nella storia una crescente popolazione ha sempre
    caratterizzato le civilta' sane e in ascesa, mentre il calo della
    popolazione è sempre stato segno di declino della civilta'. Agli inizi del
    Novecento un abitante della terra su tre era di origine europea, e nel 1960,
    dopo due catastrofiche guerre mondiali, erano ancora circa uno su quattro
    (750 milioni su 3 miliardi). Da quegli anni, tuttavia, mentre la popolazione
    mondiale raddoppiava, gli europei hanno progressivamente cessato di
    riprodursi. La popolazione dell'Europa e' rimasta stabile, e in alcuni paesi
    ha gia' iniziato a calare. Nel 2000 la popolazione di origine europea e'
    diventata un sesto di quella mondiale, e (salvo improbabili riprese del
    tasso di fertilità) sarà solo un decimo nel 2050: queste - commenta
    Buchanan - sono statistiche di una civilta' moribonda. A parte infatti l'
    Albania musulmana, non vi e' un solo paese europeo il cui tasso di
    fertilita'
    si avvicini al minimo necessario per la stabilizzazione della popolazione
    (2,1 figli per donna). Per mantenere nel 2050 l'attuale entita' di
    popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni, l'Europa dovrebbe importare 169
    milioni di immigrati. Infatti, se il tasso europeo di fertilita' non sale, i
    giovani sotto i 15 anni nel 2050 crolleranno del 40 percento a 87 milioni.
    Il numero dei pensionati sopra i 65 anni salira' pero' del 50 percento a 169
    milioni. L'Europa diventera' un continente abitato da vecchi, in vecchie
    case, e con vecchie idee. Per mantenere l'attuale rapporto
    lavoratori/pensionati, che e' di 4,8 a 1, l'Europa dovrebbe a quel punto
    importare quasi un miliardo di immigrati! In pratica, dovrebbe diventare
    culturalmente un paese del terzo mondo.

    Sarebbe sbagliato rigettare queste considerazioni di Buchanan come
    previsioni di una cassandra catastrofista, simili a quelle regolarmente
    sballate degli ecologisti. Non si tratta infatti di una profezia, ma di un
    semplice calcolo, dato che e' matematico che nel 2020 non ci potranno essere
    in Europa piu' persone in eta' di fare figli di quanti giovani, bambini,
    infanti, e neonati ci siano oggi (a parte l'immigrazione). E' quello che sta
    succedendo oggi che determinera' il futuro, a meno che in tempi rapidi il
    tasso di natalita' in Europa non torni a crescere fino a 3 o 4 figli per
    donna: ma per ora di questa inversione di tendenza non se ne vede nemmeno l'
    ombra.

    Perche' gli europei hanno cessato di volere figli, condannandosi all'
    autoestinzione con tanta indifferenza? Perche' le donne europee, a
    differenza
    di quelle delle generazioni precedenti, non desiderano piu' i figli e la
    maternita'? Tutto questo, probabilmente, e' stato l'effetto di un profondo
    cambiamento culturale avvenuto alla meta' degli anni Sessanta, che si e'
    tradotto da un lato nel rifiuto dei tradizionali modelli di comportamento, e
    dall'altro nell'edificazione di un imponente apparato assistenziale di tipo
    socialista. L'Impero romano mori' per esaurimento quando il centralismo
    burocratico, il fiscalismo, e l'assistenzialismo del panem et circenses
    raggiunsero il culmine, insieme alla diffusione di una cultura libertina e
    edonista e ad un crollo verticale della natalita'. Oggi sembra proprio che
    l'
    Unione Europea abbia deciso di imboccare quella stessa strada.

  3. #3
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    L'articolo di Piombini sui Quaderni Padani è davvero ottimo. Così come il suo pezzo sull'ultimo numero di Enclave: che, prendendo le mosse dal "Manifesto del paleolibertarismo" di Lew Rockwell, spiega come sia naturale il matrimonio tra libertarismo politico e conservatorismo morale. Anzi: l'opzione libertaria è quasi una scelta obbligata per chi si rifaccia a valori tradizionali, perché la causa del declino di questi ultimi va cercata proprio nell'avanzata dello stato.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  4. #4
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    Si può forse pensare che uno stato d'ispirazione socialista, attraverso i suoi meccanismi welfaristici, possa incentivare la natalità, sottraendo ampie quote di costi e responsabilità a una struttura ormai così indebolita come la famiglia. Si potrebbe anche disquisire sulle ragioni di crisi di quest'istituzione: una esasperata consapevolezza della propria individualità ha evidentemente contribuito ad acuire la ricerca eudemonistica/edonistica a discapito della consapevolezza del ruolo di ognuno all'interno di società naturali. Il mercato stesso non aiuta a recuperare questo ruolo, poichè con l'ausilio del femminismo ha portato all'inserimento della donna, cioè della madre, in contesti extra-domestici e iper-produttivi che relativizzano l'importanza del focolare e della compartimentazione naturale. L'individualismo, la competizione, la deresponsabilizzazione non aiutano certo la convivenza fondata sul matrimonio e, conseguentemente, la figliazione. Lo stesso sviluppo dei consumi, cioè dei bisogni socialmente indotti, ha moltiplicato il costo della vita, e la prole oggi è tutto fuorchè un valore aggiunto alla possibilità di aumentare il reddito. I figli oggi costano e come se non bastasse le problematiche sociali aperte dalle concezioni materiali dell'esistenza si sono moltiplicate, creando un circolo di irresponsabilità reciproca e di insicurezze di fronte a cui è davvero impossibile pensare che qualcuno prenda a cuore qualsivoglia forma di responsabilità verso qualsiasi ambito trascendente la sfera del sé. Da quest'ottica è necessario concludere che l'unica risposta eventualmente possibile risieda in una libera forma di convivenza altra dai meccanismi burocratici al fine salvaguardare l'autonomia e la libertà dell'individuo, e dalla riscoperta di comunità dove l'economia possa rinsaldarsi con le società naturali e dove le pari opportunità non compromettano la necessità di ruoli diversi all'interno di queste stesse società. Questo modello vuole essere a-valutativo, ma solo cercar di dare una risposta alla domanda di crescita demografica presente in Europa.
    Voi libertari ortodossi cosa ne pensate?

  5. #5
    Globalization Is Freedom
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    Zena,
    Io non credo che il mercato abbia la colpa di tutte quelle robe lì. Il mercato è uno strumento: permette alla domanda e all'offerta di incontrarsi, punto. E ha una sola regola: chi consuma, paga, e paga per ciò che ha consumato. Quindi, il mercato responsabilizza.
    Come si colloca la famiglia nel mercato? Mi pare evidente: la famiglia è la cellula di base di ogni società civile, e da essa deriva tutto il resto. La famiglia è la quintessenza delle comunità naturali, scelte volontariamente.
    Il problema, come giustamente metteva in evidenza Paleo, è che lo stato coi propri meccanismi tende a de-responsabilizzare, a liberare gli individui dall'incertezza e quindi dal rischio, a sottrarli dai loro doveri (l'esempio dell'istruzione dei figli ne è una dimostrazione lampante). Perfino il femminismo (almeno nella sua versione "hardcore") non ha potuto invocare il mercato, bensì si è affidato all'azione dello Stato (affirmative action) per creare "uguaglianza" tra uomini e donne.
    Mi pare, insomma, che attribuire la crisi della famiglia al mercato sia estremamente ingeneroso: soprattutto se osserviamo che la crisi della famiglia coincide col secolo più statalista della storia (è vero che la globalizzazione è libero mercato, ma è ugualmente vero che 1) essa è accompagnata da un revival statalistico, neo-interventista, neo-protezionista, eccetera, e 2) che essa è solo la felice conclusione di un centennio orribile).
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  6. #6
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    La questione è effettivamente ambigua: da un lato, se vivessimo in una società fondata totalmente sul libero mercato, la necessità dell'autosufficienza e dell'autogoverno dovrebbe responsabilizzare gli individui, di fronte alla vita e di fronte ai consumi. Dall'altro è possibile percepire come l'ambizione professionale non si concili sempre col ruolo dei singoli all'interno delle società naturali, e come la creazione di bisogni socialmente indotti crei assuefazione a stili di vita "plastificati" ed edonistici. Questi stili di vita, fondati su puerlili desideri creati dalla crescente domanda di benessere alimentata attraverso il marketing dagli stessi produttori di oggetti di largo consumo, sono esosi e di certo non aiutano a percepire il mondo sotto l'aspetto di quei valori che chiamiamo ora in gioco. L'essere umano è visto piuttosto come un consumatore che per esser tale deve produrre e assume la produttività come criterio oggettivo di valore. Ne conseguono ambizione, competizione,materialismo. Lo stile di vita consumista tende inoltre a semplificare la vita, e l'uomo consumista cerca così vie più semplici e comode d'esistenza: essere single comporta meno problemi e più occasioni di entertaiment; convivere è più semplice e deresponsabilizzante che sposarsi; separarsi è più facile che affrontare problemi; avere un figlio è meno gravoso che averne due, tre, quattro. In televisione inoltre domina un pansessualismo che umilia i valori familiari, cosicchè la stessa società della libera comunicazione non si può dire che incentivi al matrimonio, ovvero il luogo dove generalmente si pensa la prolificazione. Il continuo richiamo all'immagine quale veicolo principale di comunicazione dei prodotti di consumo crea una società dell'immagine dove domina l'ideale della bellezza, che notoriamente è messa a repentaglio dal parto: quante donne dicono di non voler più di un figlio per mantenersi "prestanti" ?
    Insomma, se può esser vero che lo stato deresponsabilizza, è altrettanto vero che il mercato così come è concepito oggi non aiuta ad acquisire stili di vita in sintonia con quei precetti tradizionali che consentono a un popolo di rimanere moralmente sano e quindi di perpetuarsi.

  7. #7
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    Dimentichi il "dettaglio" che l'opera coercitiva dello stato deresponsabilizza forzatamente.
    Il mercato non obbliga nessuno a certi stili di vita, in barba a Marx e alle sue boiate.
    L'articolo di Piombini sull'ultimo Enclave citato da Stone prende in esempio una società da sempre considerata tra le più "perbeniste", l'Inghilterra vittoriana.
    Una società, per l'appunto, nella quale "non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell'esistenza dello Stato".

  8. #8
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    Originally posted by ARI6
    Dimentichi il "dettaglio" che l'opera coercitiva dello stato deresponsabilizza forzatamente.
    Il mercato non obbliga nessuno a certi stili di vita, in barba a Marx e alle sue boiate.
    L'articolo di Piombini sull'ultimo Enclave citato da Stone prende in esempio una società da sempre considerata tra le più "perbeniste", l'Inghilterra vittoriana.
    Una società, per l'appunto, nella quale "non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell'esistenza dello Stato".
    Sul piano dell'astrazione e della teoria ciò che affermi può essere vero. Se però ci spostiamo sul piano concreto di un'analisi sociale il consumismo (ossia la fase attuale del libero mercato) non aiuta certamente a rinvigorire le qualità morali di un popolo, inghiottendolo seppur consenzientemente e assuedandolo ai suoi stili di vita ben lontani da quelle condizioni che garantirebbero una crescita demografia. Il problema, sia ben chiaro, non è la proprietà privata che anzi è incentivo alla filiazione, ma il retroterra culturale del consumo su larga scala offerto attraverso l'utilizzo dei capitali stessi. Il succo del mio discorso è quindi che è necessario scegliere fra diversi stili di vita:da una parte la ricerca eudemonistica ed edonistica attraverso le strade aperte dal mercato in senso lato; dall'altro la rarefazione dei consumi e la riscoperta di valori tradizionali (comunità, terra, religione) costruiti sulla casa, sulla famiglia, sulla prole. E' chiaro che allo stato attuale questa seconda strada è non perseguibile nelle vesti di tendenza politica e sociale, ma è chiaro altresì che difendere il libero mercato e la globalizzazione significhi accettarne ogni controparte, compresa la crisi demografica con tutto ciò che questa comporta. Inoltre non colgo bene la relazione fra "perbenismo" e "vitalità morale di un popolo". Un popolo in ascesa non è un popolo borghese e perbenista, che meglio fa rima con decadente, ma un popolo dove il relativismo, il nichilismo, il materialismo lascino spazio a una dimensione trascendente tipica di un pensiero "forte".

  9. #9
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    L'aggettivo perbenista l'avevo messo volutamente tra virgolette...
    In ogni caso mi sembra tu vada oltre, richiamando addirittura il valore tradizionale (?) della terra.
    Vorresti tornare a un olismo pagano?
    La tradizione richiamata dai libertari è quella dell'individualismo giudaico-cristiano, lo stesso che ha fatto sì che si affermasse la superiorità della famiglia e delle comunità volontarie sugli apparati coercitivi, il pensiero alla base del capitalismo e del mercato come della solidarietà.
    E' chiaro però che se si parte dalla base hobbesiana dell'homo homini lupus non si possono condividere certe preferenze.

  10. #10
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    Dimenticavo: se la fase attuale del mercato è il consumismo, non sarà perchè certi sistemi redistributivi di sicurezza sociale tendono a livellare le condizioni economiche?

 

 
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