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Cerimonia al palazzetto di Gardolo. Breigheche chiede aiuto per il nuovo tempio: la sede di via Vivaldi non basta più
L'Imam: aiutateci a costruire la moschea
Appello alle istituzioni. Mille musulmani celebrano la fine del Ramadan
TRENTO. «Non sentitevi stranieri, in terra trentina. Considerate la pratica religiosa come una ricchezza per preservare le vostre radici». L'Imam della comunità islamica Aboulkheir Breigheche ha invitato i fedeli, ieri riuniti in preghiera al palazzetto di Gardolo, per festeggiare la fine del Ramadan, a considerare l'integrazione come la sola via per preservare le tradizioni, la cultura e la religione musulmana. E rivolge una preghiera anche alle istituzioni locali, affinché sostengano il progetto di costruire una nuova moschea, «un punto di riferimento per i fedeli, una prova di grande maturità culturale per i trentini».
Il momento della preghiera in una moschea è solenne. Ieri il salmodiare degli oranti faceva a pugni con un'acustica che disperdeva le voci e le persone. In palestra, a piedi scalzi, gli uomini da una parte e le donne dall'altra rivolti all'Oriente verso la Mecca. Tutt'intorno i bambini che correvano vivaci come nell'ora di ginnastica. La fine del Ramadan, preludio a tre giorni di festa (come previsto dal versetto 185 della seconda Sura del Corano), cade nel nono mese dell'Egra. I musulmani seguono un calendario su base lunare che conta 354 giorni (a differenza quindi del calendario solare che invece ne conta 365).
Ogni anno il Ramadan si anticipa di 11 giorni «in modo tale che solo una volta ogni 33 anni il rito si compia nel medesimo mese», spiega il vicepresidente della comunità islamica Mohamed Lazhar. «Così non si digiuna mai nella stessa stagione, mai per meno di 29 giorni, mai per più di trenta».
Ieri dunque la celebrazione del Shual, il primo giorno del mese che segue al Ramadam. Il mese del digiuno prevede l'astinenza dal cibo e dall'acqua nelle ore del giorno e la preghiera in moschea. La comunità islamica trentina ha come tempio uno spazio di 120 metri quadrati in via Vivaldi. Al palazzetto dello sport erano un migliaio i fedeli in preghiera. «Non siamo ancora considerati una minoranza- spiega Bregheche- per questi molti sono gli assenti. Non possono lasciare il lavoro». La difficoltà di essere musulmani nel momento della festa sacra si unisce anche alla preoccupazione del tramandare la religione alle nuove generazioni. L'Imam e Lazhar sostengono che il rapporto con la gente trentina è buono, ma non nascondono la difficoltà nell'educare i propri figli. «Essi imparano che devono rispettare questa società, conoscendone le usanze. Ma a casa vivono nella consapevolezza che non sono trentini, che hanno radici diverse. E questo non deve essere un problema, ma una ricchezza per loro». La mediazione culturale è però difficile. Il diritto di esistere in quanto minoranza, costa caro. Per un musulmano è un sacrificio non poter ringraziare Dio per averlo aiutato a digiunare e in Occidente, dice l'Imam, è davvero difficile. L'ora della preghiera, anche in una palestra, ha il profumo dell'oriente. Nel rito sacro e nella festa. L'Imam, in tunica e copricapo bianco dinanzi ai fedeli, che stanno in piedi in file ordinate, recita i due Rakbat.
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