Da "Avvenire" del 6 dicembre



Emozioni sì, ma non da poco

Finora repressi dalla tecnologia, tornanoi sentimenti: purché siano forti e veloci

Di Rossana Sisti

Cattura l’emozione, trattienila, condividila.Tu puoi». Se non fosse banalmente lo slogan della pubblicità di una macchina fotografica, l’imperativo potrebbe assurgere a manifesto della nostra epoca che un’emozione, forte e scioccante, non la nega a nessuno. Represse e bandite dal pensiero razionale, ignorate dalla civiltà tecnologica, superorganizzata e individualista, le emozioni sono state riabilitate. Tornano e riaffiorano ma con una carica dirompente. Come se un’umanità costretta per troppo tempo al controllo della sensibilità avesse una rivincita da prendersi con la propria interiorità, siamo piombati in un secondo romanticismo prepotente ed esagerato ma rassicurante, restaurato e abbracciato in nome di una ritrovata antropologia del benessere. Così trangugiamo emozioni con un’avidità che rasenta la bulimia, le inseguiamo per ogni via di fuga, nel pensiero magico e irrazionale della New Age, nell’occultismo e nella magia, nel paranormale come nel culto esagerato del corpo e dell’i mmagine, nelle vibrazioni hard degli sport estremi. Le acquistiamo a buon mercato da chi le sa vendere bene. Emozione è l’attimo magico che – ci dicono – regala una carta di credito e che gustiamo in una barretta di cioccolato, è il brivido di un’avventura no limits, l’esaltazione di uno stadio o di una discoteca, il sollievo di una bibita fresca, il tifo per una regata all’altro capo del mondo, la tragedia in diretta vissuta da spettatori a casa propria. Perché se l’attualità con i suoi drammi fornisce una buona quota di adrenalina tenendo alto il tono emozionale collettivo, l’intrattenimento culturale fa da moltiplicatore, governando strategicamente una società che smania per dare un tocco affettivo all’esperienza del mondo e aspira a vibrazioni di gruppo. Tra eccitanti e anestetici il ciclo è continuo: se non c’è una tragedia da fronteggiare una catastrofe o un incidente sul quale macerarsi, il dramma – grazie ai media – si costruisce, si gonfia e si spettacolarizza. C’è sempre u na partita di calcio per cui infervorarsi, un dibattito televisivo con una rissa in scena, un talk show che tocca la corda della commozione a distanza. Un dramma umano da spolpare e dare in pasto a un pubblico abituato e reso dipendente dall’istante coinvolgente e scioccante, il momento topico che come un self service dispensa la dose di orrore, dolore, tristezza, pietà, indignazione, rabbia, eccitazione, entusiasmo o gioia. Ma per l’Homo sentiens, che ha affiancato e ormai sopravanzato l’Homo sapiens, il rischio è già in corso: il culto dell’emozione, invece di compensare gli eccessi della razionalizzazione, ci sta conducendo verso una povertà generalizzata di sentimenti, addirittura all’anestesia della sensibilità. Ecco il paradosso della contemporaneità che fa dire a un filosofo e raffinato osservatore delle tendenze della mentalità contemporanea come Michel Lacroix: «L’individuo è in uno stato di permanente eccitazione. Si emoziona molto ma non sa più sentire. È allo stesso tempo s ovreccitato e insensibile». Nel suo ultimo lavoro intitolato appunto Il culto dell’emozione (Vita e Pensiero; pagine 162; 12 euro) Lacroix registra il degrado cui stiamo condannando la sensibilità sotto l’urto delle esperienze violente di cui abbiamo bisogno per sentirci vivere. «L’estasi, gli stati di coscienza modificati, i comportamenti a rischio, la velocità, le avventure estreme, la musica frenetica, gli atti di violenza, gli stati di trance, i raves, gli sport acrobatici – sostiene – sono gli ingredienti della nostra vita emozionale stravolta. È significativo che l’uomo contemporaneo si interessi di più all’emozione che è di tipo esplosivo, che al sentimento che ha un carattere durevole. Preferisce l’emozione-shock, che è nell’ordine del grido, all’emozione-contemplazione, che è nell’ordine del sospiro. La sua vita affettiva è fatta di movimento e non di raccoglimento, di azione e non di contemplazione». È il tempo a fare la differenza nella nostra vita emotiva. C’è un’emozione che si brucia all’istante, come una folgorazione, che resta un’agitazione senza seguito, o che al peggio scivola via velocemente, e una che ha bisogno di durata, per essere metabolizzata, assaporata e trasformata in sentimento. Un’emozione che mentre si alimenta di sensazioni forti prosciuga la capacità di rapportarsi al naturale e un’emozione-sentimento – come la definisce Lacroix – che rappresenta «la porta d’ingresso nella profondità dell’io. Che trasforma la persona arricchendo la sua anima». È proprio questo che difetta all’uomo contemporaneo che si contenta e gode della superficialità gridata del mondo. Mentre la vita interiore è arricchita dalla disponibilità alla contemplazione. E dalla lentezza, che offre alle emozioni la possibilità di entrare in profondità e da lì operare il cambiamento personale degli individui. Emozionarsi davanti a ciò che è bello ed elevato, a ciò che sopravanza gli individui è il punto d’arrivo che l’Homo sentiens dovrebbe prefiggersi. Mentre non c’è te mpo né disponibilità. È l’ammirazione che affina la sensibilità, sviluppa la spiritualità e fa crescere la padronanza di sé e la cittadinanza del mondo… Ma per questo occorre passare dal culto dell’emozione al culto dell’ammirazione.