Bossi: prossimo traguardo il federalismo fiscale
«Ora Tremonti sarà “costretto” a introdurlo, entro marzo il progetto»
SOMMA LOMBARDO (Sùma) - «Adesso il sciur Tremonti deve fare il federalismo fiscale, deve fare una riforma profonda del fisco per adeguarlo a un sistema flessibile come il federalismo. Per Natale avremo da lavorare... La lotta non è mica sulla scuola o sulla sanità, il problema è proprio sul principio. Io la sanità l’ho messa dentro per trascinare il federalismo fiscale. Tremonti sarà costretto a fare la riforma, anzi entro marzo va presentato il progetto». Parole chiare, quelle pronunciate da Umberto Bossi nella sua prima uscita pubblica dopo il sì del Senato alla devolution. Non ha usato toni trionfalistici, in un piccolo cinema di Somma Lombardo colmo all’inverosimile, con i leghisti entusiasti, dotati perfino di trombette da stadio per festeggiare la devoluzione. Ha concesso sì qualche battuta, il Bossi salutato come un trionfatore dai suoi: «Non avevamo sbagliato...». Ma ha spiegato subito che «bisogna usare tutte le cautele perché i passaggi sono ancora molti». E ha coinvolto anche il premier negli applausi, il ministro delle Riforme, quando ha detto che «Berlusconi passerà alla storia con noi. E passare alla storia lo poteva solo con la Lega. D’altra parte non c'era altra possibilità, altrimenti entrava in una palude senza fine. Ma il governo ha mostrato grande compattezza e il premier mi è piaciuto perché ha dimostrato di stare sul campo di battaglia. Il presidenzialismo? Nella “premiata fabbrica” del mio ministero si produce tutto». Quanto ai tempi, «il 2003 non credo basterà: nel 2003 si può avviare il processo delle riforme ma cambiare la Costituzione è lungo; devi fare i doppi passaggi in Parlamento e poi gli altri chiederanno anche il referendum. Alla Camera mi aspetto una discussione positiva». Al suo popolo entusiasta Bossi ha raccontato tutta la storia del suo cammino politico, del cammino politico della Lega agli esordi: «All’inizio - ha detto in un passaggio - eravamo quattro uomini e 13 donne, perché le donne sono più coraggiose degli uomini. Io capii che il Nord non poteva più stare separato dalla politica. Io partii perché, insieme agli altri, capii che la storia passava di lì. Con Roberto Maroni andavamo a fare le scritte sui muri. Allora ci chiamavamo Lega Autonomista Lombarda, una scritta lunga da fare. E una volta, siccome stava arrivando la polizia, non riuscii a concluderla e mi imbrattai di vernice. Poi salii sulla macchina nuova della mamma di Maroni, sporcandogliela tutta. La mattina dopo la mamma di Bobo gli urlò: sei stato ancora con quel matto del Bossi!». Bossi ha poi più volte ribadito un concetto già espresso nei giorni scorsi a proposito della devolution: «La discussione non era sulle baggianate che hanno tirato fuori a proposito di scuola, sanità e polizia locale. Noi lasciamo intatto quello che c'era prima, abbiamo solo aggiunto le competenze esclusive delle Regioni. Ovvero il cane non è più alla catena ma è libero in un recinto. Volevano tenere le Regioni alla catena stretta e corta perché avevano capito che se la catena è lunga non arrivano più soldi. Ecco perché hanno gridato e fatto cagnara. Sono gruppi di potere concentrati al centro che hanno capito che rischiano di non vedere più passare i soldi nelle loro mani. Le Regioni - ha aggiunto il ministro per le Riforme - non sono più alla catena del centralismo dello Stato. I cittadini vogliono essere liberi all’interno del recinto che è la Costituzione. Si è votato a favore del principio del trasferimento, una cosa diversa dal regionalismo, che si basa sul principio della delega. Il federalismo si basa sul trasferimento e le competenze date alle Regioni sono per sempre ed esclusive. E se il governo non è d’accordo ricorre alla Corte costituzionale, che comunque va riformata. Una Corte costituzionale regionalizzata io sono pronto a farla subito, è una riforma semplice, a differenza del Senato federale. Si tratta di aggiungere membri eletti dalle Regioni. Finora la Consulta è stato il difensore dello Stato centralista, con la mia riforma tutte le istituzioni sarebbero sullo stesso piano».
Poi, ancora un po’ di storia: «La riforma Visentini nel '73 portò via tutti i soldi ai Comuni e concentrò il potere in positivo nelle mani di Roma lasciando però ai Comuni il potere di spesa. Così il potere di spesa si trasformò in debito pubblico. Prima gli enti locali, se avevano potere, spendevano di meno e prendevano voti perché non chiedevano altre tasse ai cittadini; con la riforma Visentini per avere più voti dovevi invece spendere il massimo dei soldi». Bossi ha toccato altri due punti che gli sono cari: la crescita della classe dirigente regionale e la Rai. Primo aspetto: «Io li vedo nella conferenza Stato-Regioni e devo dire che le Regioni cominciano ad avere una bella classe politica. E io, anche se mi rompono le scatole perché rappresento il governo, sono contento perché più rompono le scatole e più il governo deve attuare il cambiamento». Spazio alla questione-Rai: «Il Nord come il Sud non ha una tv tutta sua. Tutte e tre le televisioni sono concentrate a Roma, le nostre idee restano chiuse, non le sa nessuno e quindi non contano niente. È come se la nostra visione del mondo non facesse testo. Le tre reti televisive dovevano essere distribuite tra il Nord, il Centro e il Sud e invece sono state divise tra Democrazia Cristiana, socialisti e comunisti. Il federalismo va di pari passo con l’informazione. Il servizio pubblico deve andare al Centro ma anche al Nord e al Sud: che Roma si tenga anche la rete più importante. Noi del Nord lo sappiamo bene cosa vuol dire restare senza voce: quando avevamo il 10 per cento nessuno ci ha mai fatto parlare». Infine, una delle metafore care a Bossi: «Dopo tanti anni di testardaggine e di lavoro in buona fede alla fine uno spiraglio di luce è entrato nella caverna e possiamo guardare al futuro sapendo che il primo buco lo abbiamo fatto e fuori c'è la luce». A margine del comizio, Bossi ha parlato anche delle polemiche con il presidente della Repubblica: «Ho sempre avuto grande amicizia per Ciampi, mi è simpatico e penso di essergli anch’io simpatico. Non voglio fare nessuna polemica anche perché la polemica l’hanno montata i giornalisti. C'è sempre un rapporto di dialogo e a me va bene». Bossi ha poi tirato una frecciata anche a Bruno Tabacci sul suo emendamento “salva Italia”: «L'Italia è già salva, non c'è bisogno di Tabacci». Ma non è tempo di divisioni all’interno della Cdl, è tempo di riforme: «La Costituzione è una cosa troppo seria per farla fare ai costituzionalisti - ha spiegato il leader leghista - I politici fanno le cose pensando al significato dei cambiamenti che propongono. Imparare la tecnica non è difficile, l’ho imparato io che vengo dall’elettronica e ora sono un esperto. Non è la tecnica che deve prevalere: chi fa le scelte è colui che vede il mondo al di là del diaframma. I tecnocrati sono un pericolo per il popolo». Applausi.




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