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    Predefinito gennaio 1921 : la fondazione del PCd'I

    dalle memorie del co-fondatore del partito, il comunista "organico" di sinistra Bruno Fortichiari :
    "

    213
    Il congresso di Livorno
    Dal convegno nazionale di Imola ebbe conferma il Comitato di frazione nominato a Milano. Per me continuava dunque il lavoro organizzativo in tandem con Bordiga impegnato nella propaganda enella direzione del periodico della frazione. La sede rimaneva a Imola.
    Non erano cessate le discussioni e le diatribe nel P.S.I. anche dopo il fallimento di manovre di varigruppi componenti il grosso del Partito stesso. Serrati non rinunciava a una ormai impossibiletendenza "verso" l'Internazionale e ai suoi acrobatismi intorno ai 21 punti di Mosca si associavanoon sfumature polemiche socialisti lazzariani e riformisti. Se fra i "tiepidi" della frazione (Tasca ealtri torinesi, non escluso Gramsci) c'era chi non rinunciava a sperare in una certa mollezza verso iserratiani (speranza incoraggiata dietro le quinte dagli strani emissari forse abusivi di Mosca,
    Rakosi per esempio) precisa ed inoppugnabile era la risposta della nostra frazione. Tra Bordiga,dopo la spontanea rinuncia all'astensionismo, e il gruppo milanese condotto da me e da Repossi, laposizione era stabilita: qualunque voto uscisse dal Congresso Nazionale di Livorno, sarebbe nato ilPartito Comunista d'Italia.
    Livorno, teatro Goldoni, 15-21 gennaio 1921, Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano.
    E' un avvenimento drammatico per migliaia e migliaia di compagni. Giovani, meno giovani,anziani, vecchi nessuno assisteva indifferente o strafottente a uno scontro atteso, inevitabile,profondo, traumatico. Mi sentivo commosso, intimamente turbato prevedendo la conclusione,sebbene fermo e assolutamente convinto. Al P.S.I. mi ero affiliato ancora giovane seguendo miopadre. Affetti, entusiasmo, attività fervida e disinteressata, sacrifici, sofferenze. Ma ora dovevoavanzare senza rimpianti, senza incertezza. Quando la lunga dura discussione ebbe termine e la votazione delle mozioni segnò, come previsto, una consistente minoranza per la nostra frazione, e Bordiga ci invitò a lasciare il teatro Goldoni per recarci al teatro San Marco, a dar vita al Partito
    Comunista, io mi unii ai compagni cantando l'inno dell'Internazionale. Portavo con me gli elenchi degli aderenti che avevo raccolto nel mio palchetto del teatro Goldoni, sede delle ultime operazioniorganizzative della nostra frazione.
    Una topaia il teatro San Marco. Inagibile da molti anni era stato abbandonato alla polvere e alle ragnatele. Con l'aiuto dei compagni livornesi la vecchia sala si era un po' rinfrescata. In due riunioni sbrigative e brillanti si svolse il Congresso costitutivo del Partito Comunista d'Italia. Il compagno Bordiga volle che leggessi io, a nome del Comitato di frazione, il programma del Partitoin dieci punti. Seguì la nomina del Comitato Centrale e del Comitato Esecutivo. Questo venne eletto nelle persone di Bordiga, Grieco, Terracini, Repossi e mia. Tornavo a casa mia, perché la sede era stabilita a Milano.Senza fissa dimora
    La prima considerazione obbligata per noi, Comitato Esecutivo, era quella di iniziare il nostro lavoro in vista di accoglienze non benevoli da parte del Governo sedicente liberale. Non avevamo stima, a priori, della democrazia borghese. Prima di partire da Livorno mi era stato segnalato che a Milano ci attendeva con evidente nervosismo la squadra politica. Mi si informava che era stato scelto per controllarci un segugio molto quotato, il commissario Rizzo. Occorreva che i compagni potessero installarsi in clandestinità per avere, fin dai primi giorni, la necessaria libertà di lavoro.
    Al fine di riuscire in questa operazione si decise che io rimanessi a Livorno per qualche settimana.
    Avrei cercato di attirare su di me gli occhi della polizia, mentre a Milano avrebbero agito compagni insospettabili. Luigi Repossi, che era deputato, poteva muoversi con disinvoltura in città e a Roma, accostando i compagni dell'Esecutivo soltanto in forma riservata. Piantate le prime basi e organizzati i primi riferimenti periferici, rientrai a Milano.
    Escluso che si potesse organizzare un'efficiente sede pubblica data l'accoglienza prevedibile (il Governo liberale ci avrebbe controllato con assiduità per conoscerci meglio e il fascismo non avrebbe tardato a rivolgerci la sua attenzione in coincidenza con l'intensificarsi della sua attività) era pur necessario un recapito ufficiale anche fasullo e provvisorio. Scegliemmo un Circolo Operaio in Via Niccolini 21. Il Circolo cooperativo disponeva di un salone con l'ingresso principale nel cortile di una vasta casa popolare e un ingresso secondario verso un altro cortile.
    Con una tramezza posta a un lato del salone avevamo ricavato un locale nel quale io svolgevo apparentemente un certo lavoro e ricevevo compagni di passaggio per smistarli, secondo necessità, in locali dove avrebbero incontrato, secondo necessità, gli altri membri del Comitato Esecutivo.
    Alcuni giovani compagni e compagne erano a mia disposizione a turno per accompagnare i visitatori, naturalmente dopo adeguato controllo.
    Bordiga, Grieco, Terracini, quando non erano in movimento, disponevano di alcune sedi,
    occasionali talune e fissa una scelta accuratamente. Posso dire che per tutto l'anno durante il quale l'esecutivo ebbe sede a Milano non ci fu mai alcuna sorpresa della polizia nei nostri recapiti.
    Soltanto la sede civetta di via Niccolini era spesso visitata dalla polizia politica e perquisita. Non c'erano difficoltà legali per queste operazioni malgrado il regime democratico. Bastavano le nostre misure. Nel salone di via Niccolini avevamo installato una specie di bar con regolare licenza. Vi stava accampato in permanenza il nostro vecchio Carugati, sveglio e rotondo, la cui pancia prosperosa nascondeva, quando necessario, corrispondenza, documenti di passaggio e rivoltelle:
    dava l'allarme per visite inopportune con un sonoro: "Se vurì ...?" (Che cosa volete?). E le visite poliziesche erano frequenti, attese, ma imprevedibili. La situazione non sembrava spesso provocatoria. Comunque non vigeva alcuna norma in qualche senso limitativa agli arbitrii della
    squadra politica. Bastava qualche nostro volantino, sia pure legittimo secondo la legge sulla stampa,
    oppure qualche isterico sfogo antibolscevico del "Popolo d'Italia" a scatenare il superbioso
    commissario Rizzo e a farlo precipitare, impettito e roteante il bastone come una clava, verso ilnostro circolo di via Niccolini.
    L'ufficio I
    Il Comitato Esecutivo del Partito, appena installato a Milano, distribuì il lavoro al Centro. Luigi Repossi, il nostro impareggiabile Gin de Porta Cica, ebbe l'incarico del movimento sindacale;
    Amadeo Bordiga, Ruggero Grieco, Umberto Terracini, giornale "Il Comunista", corrispondenza,direzione generale; Bruno Fortichiari, ufficio I. Si intende che la responsabilità globale era delComitato Esecutivo, il quale rispondeva delle sue funzioni, in prima istanza, davanti al Comitato Centrale nominato dal Congresso. Altro organo centrale nominato dal Congresso era la Commissione di controllo e a me competeva il raccordo fra Comitato Esecutivo e questa Commissione per quanto si riferiva alla disciplina politica e morale dei compagni.
    L'ufficio I doveva organizzare dal niente il lavoro illegale del Partito. Se si tiene presente lasituazione che ci veniva creata nel momento politico dalla nostra stessa proclamazione e dallo stretto legame dichiarato con l'Internazionale nata dalla rivoluzione russa, risultano evidenti gliostacoli immediati e quelli prevedibili da affrontare. D'altra parte non avevo ereditato nulla dal P.S.I. all'infuori di qualche rapporto persona le stabilito qua e là nel lavoro di frazione. Potevo anche valermi di alcune esperienze fatte nel breve intenso periodo dell'occupazione delle fabbriche, limitatamente ad alcuni centri, cioè Milano, Torino, Genova, Trieste. Per un po' di tempo dovevo operare quasi allo scoperto anche perché urgeva stabilire basi organizzative alle federazioni provinciali ordinarie, nelle quali raccogliere i compagni aderenti al Partito in seguito alla scissione.
    Non era cosa facile perché ci risultava che il Ministero degli Interni, liberale democratic(si intende), mentre blandiva e si faceva blandire dai deputati socialdemocratici del P.S.I. già aveva disposto per un controllo, sia pure - per il momento - grossolano, del servizio postale. Anche in questo campo c'era tutto da fare.
    Mi furono preziosi collaboratori alcuni giovani scelti a Milano, trasformati in viaggiatori di commercio, capaci di agire in condizioni di estremo disagio per questioni di bilancio e costretti a muoversi in terreno spesso sconosciuto o per lo meno incerto. Furono questi corrieri i "fenicotteri" come li chiamò Bordiga il quale si compiaceva di queste trovate come allegre evasioni all'enorme impegno assunto verso il Partito. Per un po' di tempo mi fu molto utile la collaborazione di Repossi, allora deputato al Parlamento e coperto dall'immunità, ma il gioco fu scoperto e perciò da me interrotto. La polizia non riusciva a seguirmi nei ghirigori a cui potevo ricorrere percorrendo ferrovie e tramvie di ogni genere. Ma Repossi non poteva fare come me, dovendo profittare del tesserino gratuito.
    La mia base era itinerante. Cioè avevo un domicilio personale con la mia famiglia, ma non me ne servivo per il lavoro. Questo lo svolgevo in sedi provvisorie, presso amici e compagni, usufruendo della loro tolleranza e, un po' cinicamente, anche imbrogliandoli sulla natura delle mie esigenze.
    Posso dire, a scarico di coscienza, di non aver mai causato inconvenienti ad alcuno, salvo qualche ritardato tremore dopo circostanze fortuite. Naturalmente dovevo muovermi con opportune misure perché la polizia conosceva il mio punto di partenza e mia moglie, poveretta e autentica martire, doveva sopportare disagi e paure e ansie a ripetizione. Conoscevo Milano e dintorni immediati e sapevo spostarmi seminando gli agenti senza mai lasciare traccia inopportuna. Sapevo di ogni chiesa e di ogni osteria e albergo, scuola, istituzioni di ogni genere, tutte le entrate e le uscite. Mi servivo convenientemente di portinai privati, simpatizzanti o acquisiti con mance, per scomparire al momento opportuno. Ero esperto in angoli a raggio breve, in vetrine per guardarmi alle spalle e
    manovravo coi tram in corsa, perché allora erano aperti e disponibili per imprevedibili discese.
    Raggiungevo così, sicuro di evitare pedinamenti, due sedi organizzate in vari punti della città, sedi permanenti almeno per la durata di mesi, nelle quali si svolgeva un lavoro stabile. Un ufficio pubblico in via Tadino, condotto da un ex-dipendente di ministero, ufficialmente svolgeva pratiche pensionistiche, un altro era una rappresentanza di articoli tessili (per una grossa ditta ancora esistente) con personale viaggiante.
    L'organizzazione che mi era stata affidata mi obbligava a diverse prestazioni. Innanzi tutto in qualità di elemento del Comitato Esecutivo del Partito, nomina pubblica e tanto più pubblicizzata in quanto era stata preceduta da un'intensa attività esplicata sulla stampa di partito, nella direzione politica periferica prima e centrale (Milano) dal 1912, nelle funzioni pubbliche (ero stato in carica due volte come consigliere comunale a Luzzara ed ero stato eletto nel 1921 consigliere comunale del P.S.I. a Milano): in seguito a tali condizioni, dicevo, la mia fedina "criminale" politica era abbastanza carica da attirarmi la costante attenzione della Pubblica Sicurezza. Ma proprio a
    cagione delle caratteristiche esposte, il Partito Comunista, in via di sviluppo, esigeva giustamente un impegno aperto - direi in piena luce - e quindi esposto al controllo permanente del Ministero degli Interni.
    D'altra parte la mia particolare specifica incombenza nell'azione illegale era "ufficiale" perchédeliberatamente programmata dal Partito. Non si era voluto fare un gesto gratuito (che sarebbe apparso puerile o facilone), ma affermare un impegno inerente alla chiara impostazionerivoluzionaria del Partito. Si intende che dovevo svolgere il mio lavoro senza, nel dettaglio dell'attuazione, esporre a inconvenienti l'organizzazione e l'attività non legale.
    Il fascismo dilaga
    E' stato scritto e ancora si scriverà da politici capaci di giocare carte false e da storici più o menomestieranti capaci di bassi servizi, che il fascismo è nato come effetto della nascita del PartitoComunista. Impudente mistificazione degna di politicanti senza scrupoli. (..)
    La reazione della classe dominante con l'ossessione del pericolo per la sua stabilità scossa dalle suestesse ragioni di sviluppo e di assestamento, si è manifestata con vicende alterne e con quelle contraddizioni che sono intrinseche ai suoi interessi. Lo Stato, potere armato della classe borghese, ha sparato, ha condannato, ha lusingato, ha represso. Si è servito di tutte le sue armi e si è servito di strumenti adeguati, scavalcando le regole normali quando non bastavano più a difenderlo dal nemico di classe. Il fascismo, affermatosi in un primo momento come squadrismo selvaggio ad uso del settore più selvaggio (la proprietà terriera) è dilagato rapidamente quando l'industria e la finanza
    l'hanno imbrigliato e potenziato, nutrito e foraggiato, eccitato e governato. La polemica certo non cesserà, perché le situazioni sono analizzate al lume degli interessi di classe complicati poi da contrasti più o meno profondi per categorie sfuggenti, complesse, fluide. Qui non la seguirò.
    Un caso emblematico mi corre alla memoria.
    A Luzzara, il mio paese. Popolazione mite, per anni soprattutto agricola. Poi si sviluppa unartigianato e, da questo, si sviluppano embrioni industriali. I rapporti con la borghesia, forte, siinaspriscono. Politicamente, dal riformismo prampoliniano nascono accenni ad un sindacalismoattivo con qualche punta anarcoide. Il fascismo arriva in ritardo con qualche disperato piccolo borghese. I "signori" non si espongono, ma già affiora un elemento per anni e anni rimasto chiuso nella loro intimità. Odiano. Odiano e cominciano a sentire stimoli a mano a mano crescenti.
    Odiano mio padre, evangelico e amato dai poveri, ma incapace di odiare. Mio padre è borghese, dunque è tanto più colpevole. Mio padre assiste con disinteresse chi soccombe perché povero. Dunque va odiato. Ma non si osa ancora toccarlo. Poi l'odio dei ricchi cresce e si manifesta più intenso a mano a mano che dalla zona bassa (Ferrara, Romagna) giungono notizie di violenze fasciste. Si vuole un pretesto. Un giorno di mercato arrivano in paese alcuni braccianti boscaioli.
    Non disturbano. Sono stanchi. Il lavoro del bosco è duro. Fra di essi c'è Siliprandi, detto Arié. E' anarchico, innocuo, animo gentile. E non ha mai fatto del male a una mosca. Ma è mio amico e si sa. Io vivo a Milano, fuori tiro. Una squadretta di signorini intercetta Arié e lo provoca. Arié protesta. Un colpo di pistola lo abbatte. E' una delle prime vittorie del fascismo. Sua madre impazzisce. Urlerà la sua vana protesta. La giustizia si è già messa al passo.
    Isolare il fascismo dalla guerra della classe borghese alla classe proletaria è un falso comodo, un alibi ignobile di cui si servirà il piccolo borghese nel periodo della camicia nera e poi con altre casacche di altro colore.
    Loris
    Per l'organizzazione dell'Ufficio I del Partito nasce "Loris". E' lo pseudonimo scelto a mia copertura per la parte che mi compete nell'attività illegale. A mano a mano che si svolge in tutta Italia la tessitura organizzativa per Sezioni e Federazioni Provinciali, il mio ufficio estende lastruttura dei suoi fiduciari. E' un duro lavoro di scelta, selezione, istruzione, controllo. Non disponiamo di mezzi adeguati. Però abbiamo possibilità di quadri eccellenti fra compagni anziani e giovani già educati nell'esperienza della Frazione Comunista vissuta nel P.S.I. e nella Federazione Giovanile Socialista prima del Congresso di Livorno. La responsabilità della nomina è a carico mio, ma ne rispondo, come rispondo di ogni mia incombenza direzionale, a Bordiga e soltanto a lui.
    Elemento di raccordo per ogni eventualità è Repossi, il quale conosce Milano come le sue tasche e ha la possibilità di percorrere tutta l'Italia senza spese almeno fino a quando può valersi della facoltà di parlamentare.
    Come ho già detto, devo sdoppiarmi. In quanto membro eletto del Comitato Esecutivo del Partito, mi esponevo come gli altri membri in veste pubblica (riunioni di Comitato Centrale, sedute di Comitati Federali, inchieste delegate, propaganda) fino a che il Governo si faceva scrupolo di rispettare, almeno in parte, i diritti ammessi dalla legge. Trattamento spesso limitato e distorto con allegra confidenza coi proclamati principi della democrazia liberale e del tutto modificato in senso reazionario con l'avvento di Mussolini alla Presidenza del Consiglio dopo la marcia su Roma.
    Durante la fase liberale, anche se precaria, ho la dimora legale nelle case popolari di via Solari. Un appartamentino di due stanzette al piano rialzato. Praticamente occupo una minima porzione di un vasto complesso di case nel quale la portineria è una sola, ma le uscite all'esterno sono parecchie, diverse le cantine intercomunicanti e compagni e socialisti personalmente amici parecchi per il giorno e per la notte. Abitano con me mia moglie e mia figlia.
    In quanto "Loris" non ho naturalmente un solo domicilio, ma ne ho qualcuno fisso presso compagni in alcune città oltre Milano e, si intende, alberghi, pensioni per saltuarie occasioni ovunque occorra, munito di opportuni documenti perfettamente regolari e frequentemente cambiati.
    Mi si permetta di puntualizzare che la mia personalità di Loris non fu mai scoperta né dalla polizia di Stato né da quella fascista e non mi capitò mai di essere individuato nel corso della mia attività.
    Certo dopo i primi anni qualche sospetto era affiorato, ma in alcun caso per delazione da parte di compagni. Qualche mia lettera firmata Loris era stata intercettata e sequestrata, ma senza conseguenze tanto più che le più importanti e delicate erano in cifra. La ricerca dell'autentico "criminale" è stata accanita e quando già avevo cessato ogni rapporto con i quadri del Partito (fase stalinista) in qualche sede della polizia politica si era convinti della mia responsabilità personale.
    Tuttavia mai e nessuno fu in grado di accusarmi perché mai e nessuno era riuscito ad avere in mano prove documentarie o testimoniali.
    Una copertura di cui non ho abusato, ma della quale ho potuto eccezionalmente valermi, eracostituita dal gabinetto di truccatura. Si era costituito "ufficialmente" un gruppo di dilettanti democratici per recite in via Niccolini, compagne e compagni quasi tutti giovani appassionati nell'arte. Non potevano fare a meno di fruire di ogni trucco e di un guardaroba adeguato. Dirigeva il relativo gabinetto, e si era fatta esperta nell'applicazione delle sue risorse, una compagna occupante nel campo dell'eleganza borghese un posto di valore e livello considerevoli. L'Amelia era per me una preziosa assistente. Anche questa divertente branca della mia organizzazione, per un
    certo tempo funzionante sotto il naso del cerbero della polizia, commissario Rizzo, e protetta dal grembiule bianco del nostro vigile Carugati, non fu mai scoperta.
    La fase di apprendistato e di allenamento nell'azione extralegale è ostacolata dalla scarsità di mezzi e dal fatto che le esigenze organizzative del Partito hanno spesso e volentieri la precedenza. Si rimedia con l'impiego di buona volontà, ma anche con qualche amara rinuncia. Un problema che viene affrontato con pericolosa approssimazione e improvvisazione è quello del superamento delle frontiere. Gli scontri con il fascismo si intensificano alla presenza sfacciata della forza pubblica. I compagni impegnati come extralegali non possono esporsi in prima linea. Hanno compiti di
    collegamento e di controllo in ottemperanza alla linea politica predisposta al centro dal Comitato Esecutivo e, localmente, dai direttivi federali. Se non in tutte le manifestazioni a carattere pubblico - quelle ancora possibili - quando le squadre nere prendono iniziative provocatorie o quando queste iniziative sono prese dalle forze dello Stato, da parte nostra sono inevitabili scontri con qualche vittima. I nostri uomini e non poche compagne intervengono ad agevolare fughe tempestive e provvedimenti estemporanei di pronto soccorso. Nei momenti di confusione si può agire con esito
    felice. I guai si fanno seri nelle circostanze imprevedibili di scontri personali, di aggressioni individuali. Accadono specialmente nei piccoli centri, nelle zone periferiche delle città. Allora l'aggredito è vittima sacrificata. Ma accade che un compagno, braccato o comunque prevenuto, è pronto a reagire. Spara. Se è noto o identificabile deve tagliare la corda. Bisogna aiutarlo a cambiare dimora, spesso a rifugiarsi in una città lontana, in certi casi a lasciar l'Italia.
    Il nostro Ufficio un po' alla volta organizza un soccorso per queste evenienze. Disponiamo di giovani pratici di frontiere alpine, sportivi iscritti a regolari associazioni che organizzano gite normali collettive. Allenati e resi esperti, questi giovani selezionati sono preziosi accompagnatori che affideranno i nostri esuli ad elementi di sinistra capaci di assisterli perché abbiano una sistemazione. Su questa linea svilupperemo scambi di "corrieri" con i partiti fratelli in Francia, Germania, Austria. Molto interessante diventerà un collegamento via Trieste per introdurre armileggere raccolte alla frontiera ungherese continuamente rifornita dopo il fallimento della rivoluzione di Bela Kun.
    La reazione si intensifica
    La situazione politica italiana evolve, con alti e bassi, ma con accentuazione costante, verso una reazione più severa e ipocrita al Centro politico, più aspra e sfacciata in sede locale. I Governi che si succedono si proclamano liberali o democratico-liberali. I deputati socialisti, in maggioranza riformisti, oltrepassando i limiti che i dirigenti del Partito Socialista si illudono di fissare per rispetto ad una tradizione classista largamente inficiata, danno un contributo non trascurabile allamistificazione dei Nitti, dei Giolitti, dei Bonomi.
    Il fascismo è un fastidio per tutti prima di imporsi come potere in pieno sviluppo. Poiché è fuori didubbio non trattarsi di una scalmana di Mussolini, ma del fatto che la parte più reazionaria della borghesia italiana vede e sostiene in Mussolini lo strumento capace di reagire con la violenza al pericolo - più temuto che reale - del bolscevismo, le smanie governative sono motivate dal dilemmatragico: vedersi soverchiate dal fascismo a destra o essere sfasciate dal malcontento di sinistra.
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    continuazione... dalle memorie del comunista Bruno Fortichiari, co-fondatore del PCd'i nel 1921, a Livorno:

    " Costretto a barcamenarsi in frangenti così minacciosi, ogni Governo ricorre a misure sempre più repressive verso sinistra contando sulla complicità sempre più inefficace dei socialdemocratici del P.S.I. e della Confederazione del Lavoro. Il nostro Partito è costretto a navigare fra Scilla e Cariddi.
    Ogni restrizione alla nostra attività politica dovrebbe esorcizzare la minaccia fascista, ma in realtà incoraggia la tracotanza delle camicie nere, le eccita a stangarci, eccita il piccolo borghese a scegliere la sua parte di Maramaldo.
    In questa situazione si impose la necessità al Comitato Esecutivo del partito di trasferire la sede politica a Roma. Il mio Ufficio rimaneva a Milano. Per me si trattava di una complicazione, non potendo rinunciare alla mia responsabilità politica e dovendo continuare a dirigere l'Ufficio.
    L'esperienza conseguita da me e dai miei preziosi collaboratori aveva avuto ben poco tempo per consentire senza rischio dei cambiamenti al vertice.
    Era in vista la convocazione del II congresso nazionale del Partito. Si contava di tenerlo in Roma contando non certo della tolleranza degli avversari, ma un probabile pudore da parte dell'autorità politica. La legge, sebbene stiracchiata, era formalmente dalla nostra parte e i sedicenti liberali nonosavano ancora scandalizzare l'opinione pubblica degli stati amici.
    L'evoluzione dei fascisti da un atteggiamento antiborghese dei primi passi, caratterizzato dalla presenza plateale di ex-sindacalisti (i Pasella, Balbo, Michelino Bianchi, Cesare Rossi, emiliani) e di non pochi anarchici capeggiati da Massimo Rocca (Libero Tancredi), a una decisa funzione di ala marciante antisocialista della borghesia reazionaria, procede a svilupparsi marcatamente. Certe fumose simpatie verso le masse proletarie, ultime squallide esercitazioni demagogiche del "sinistro Mussolini" sono ormai assorbite. Non poteva tollerare una posizione equivoca l'elemento di destra
    dell'eterogeneo complesso borghese. Prevaleva in questo coacervo antiproletario uno strato forcaiolo di base contadina, proprietari di terra, affittuari, mezzadri, ignoranti quanto rabbiosi e violenti. Sono quelli che pagano e mirano al sodo. Lo squadrismo non è più l'estemporaneo insorgere di arditismo nostalgico ex-militare, ma inquadramento mercenario di criminali, disoccupati di professione assunti nel mercato più lercio della città.
    Milano, senza distinzione sociale, ha reagito con palese disprezzo e per molto tempo, a quei rigurgiti di bruta canaglia. A mano a mano il fascismo è stato subito, poi accettato, infine fagocitato dalla parte più combattiva della classe capitalistica; il partito ha assunto un'organizzazione politica e come tale ha manovrato per la scalata al potere borghese.
    Giampaoli
    Un tipico esponente di questa evoluzione a Milano, ma esemplare caratterizzante per il fascismo delle grosse città industriali, fu il primo segretario dell'organizzazione a Milano, assunto a questa funzione subito dopo la costituzione ufficiale del Partito a Piazza San Sepolcro: il giovane Giampaoli.
    L'avevo conosciuto per un caso bizzarro. In occasione delle ultime elezioni amministrative (ultime prima del fascismo) da me condotte in quanto Segretario della Federazione Provinciale Socialista, avevo dovuto ingaggiare personale avventizio per la copiatura di nomi e indirizzi di cittadini elettori. Mi si presentò un giovanotto raccomandato da un compagno dipendente dall'ufficio centrale delle poste. Giampaoli in quel periodo lavorava come fattorino all'Ufficio Telegrafico.
    Apparteneva a una famiglia onesta di operai. Non aveva una rofessione. Il compagno che me lo presentava mi pregava di fargli posto anche se precario. E Giampaoli svolse il suo lavoro di copiatore fino alle elezioni. Era un giovane simpatico, senza dubbio intelligente, chiuso però e senza prospettive.
    Dopo un paio d'anni lo incontrai in Galleria. Era con un gruppo di giovani eleganti e rumorosi e sfaccendati. Mi vide, non mi salutò, accennò a me indicandomi ai suoi amici e non successe niente.
    Poi seppi che qualche notte dopo con la sua squadretta aveva aggredito a manganellate un giovane quasi orbo da tempo frequentatore della Federazione Socialista. Era, si diceva, dopo la nomina a segretario fascista della città, uomo di fiducia di Mussolini: il disoccupato aveva, non so come, trovato il suo lavoro e poi fu riverito in ambienti borghesi e poi ebbe titoli di prestigio ed autorità
    considerata nell'ambito politico.
    Per tutto il tempo della mia attività a Milano, fino al momento in cui dovetti scegliere la
    clandestinità, non ebbi mai un'aggressione personale. Scomparve dagli ambienti di primo piano del fascismo qualche anno dopo in coincidenza con un incidente clamoroso. Il re, dopo l'ascesa al Governo di Mussolini, venne a Milano ad inaugurare l'Esposizione annuale. Nel momento in cui il corteo con il re stava per attraversare il Piazzale Giulio Cesare, un pilone della forza elettrica saltò per lo scoppio di tritolo. Il re ebbe certo un sussulto e forse pensò al padre fatto fuori da Bresci a Monza. Mussolini, a Roma, scatenò un putiferio, ma riservato al proprio "entourage". A Milano la polizia si dette da fare con rabbia. Centinaia e centinaia di compagni e di sovversivi in genere vennero incarcerati a casaccio. Anche la mia abitazione venne invasa dalla squadra politica, ma,
    naturalmente, io ero lontano. E, come al solito, mia moglie e la mia figlioletta pagarono con lo spavento la mia assenza.
    In città, in molti ambienti fascisti, circolavano sussurri implicanti anche Giampaoli, sospettato di non aver mai accettato con entusiasmo l'ostentato gioco monarchico del Duce. Alla maniera di Arpinati. Congetture. Sta di fatto che la polizia maltrattò parecchi nostri compagni pretendendo di farli ammettere che ero personalmente responsabile dell'attentato. Un'indegna manovra. A me risultava essere noto in Piazza San Fedele qual era il movente e la paternità dell'attentato.
    Il Congresso di Roma
    Scadeva un anno dal Congresso di fondazione del Partito Comunista d'Italia e si organizzò il II Congresso nazionale a Roma. La circostanza mi interessava per due motivi. Politicamente, in quanto membro del Comitato esecutivo, e organizzativamente, in quanto delegato alla direzione dell'Ufficio I. Un'esperienza in più a dimostrazione della difficile coesistenza delle due funzioni, difficile fino a renderla inopportuna. Era un problema che avevo privatamente fatto presente a Bordiga. L'organizzazione clandestina era sottoposta evidentemente a controlli accurati, a rischi sempre incombenti, a difficoltà logistiche ... D'altra parte personalmente non intendevo rinunciare alle mie responsabilità di dirigente politico, le cui esigenze mi esponevano a una presenza pubblica.
    Amadeo riconosceva questa situazione, ma non ammetteva che io lasciassi, almeno per un certo tempo, l'una o l'altra funzione. Dovevo adattarmi e, a suo parere, il trasferimento a Roma della sede politica mi accordava un'utile libertà di movimenti.
    La convocazione del Congresso Nazionale di Roma impegnò la mia attività per varie settimane.
    Occorreva predisporre una sede sufficiente al prevedibile numero di partecipanti, ma anche difendibile, perché anche nella capitale qualche cane sciolto del fascismo poteva essere eccitato a disturbare la nostra iniziativa.
    Non accadde niente. La sala del Congresso era stata messa a disposizione dai tranvieri di Roma in un complesso abitativo di periferia denso di operai e relative famiglie, quasi tutti tranvieri. Mentre si svolgevano le relazioni e le discussioni congressuali, io e alcuni miei collaboratori, in sede appartata, avevamo incontri a quattr'occhi, per aggiornamento, con compagni selezionati per il lavoro extralegale.
    Non mi ripeterò sulle considerazioni politiche inerenti al Congresso dato che già mi sono espresso in altra pubblicazione. Un rilevamento del resto già fatto in sede di Comitato Esecutivo alla vigilia del Congresso stesso prevedeva l'assenso pressoché unanime dei delegati alla linea seguita dal Comitato Centrale da Livorno in poi e alle tesi proposte per la nuova fase di attività del Partito, tesi già rese note alle Sezioni e discusse nei Congressi Provinciali. Questa regola di democrazia interna era stata applicata in modo perfetto nonostante in certe province già si facesse notare l'ostilità delle squadre fasciste e l'irrigidimento pretestuoso delle questure.
    Una timida fronda si era notata, in superficie, senza un consistente sviluppo in nessuna Sezione.
    Erano pochi intellettuali di Torino e qualche "zitella" pure intellettuale i quali approfittarono di inviti offerti dal Comitato Esecutivo del partito.
    Si faranno poi, anni dopo, un po' di chiacchiere, ma a posteriori, al fine di far credere all'esistenza di un'opposizione interna. In verità questa fantomatica opposizione alzerà la voce (coi Gramsci, coi Graziadei, e soprattutto con Angelo Tasca) soltanto quando si paleserà con propositi combattivi all'esterno e soltanto abusando dell'Internazionale, piuttosto imprudente nella scelta dei suoi emissari: Rakosi, il noto pinguino, Humbert Droz, Cain. Una patetica fronda: il suo motivo più sfruttato era l'insofferenza verso la serietà e la coerenza del compagno Bordiga colpevole di interpretare l'esperienza e l'opinione di quasi tutti i compagni aderenti al Partito, compresi quelli che non erano bordighisti ante-Livorno. Un argomento dai critici ipersensibili particolarmente usato era la reticenza del nostro esecutivo nei rapporti con la Terza Internazionale. Vale a dire si definiva reticenza - per non dichiararla ostilità (come si farà in seguito) - ogni occasione colta per notare certe osservazioni, certi chiarimenti, certe proposte necessarie, a nostro parere, ma anche utili, ammissibili nei rapporti di collaborazione legittima e non sudditanza. Lo avevamo dimostrato in occasione di iniziative di accordi sindacali e di impegno antifascista. Personalmente, ma per incarico del Comitato Esecutivo del Partito, lo avevo dimostrato nell'ottobre del 1921 allorché l'Internazionale volle essere presente al Congresso Nazionale del P.S.I. nel quale una frazione doveva proporre e sostenere un nuovo rapporto con Mosca. Era una circostanza a nostro parere inopportuna dato che il nostro Partito si era chiaramente espresso nei riguardi di manovre unitarie dopo Livorno. Non opponemmo alcun rifiuto al disegno del Centro dell'Internazionale salvo esprimere un legittimo e fondato scetticismo sulle reali intenzioni prevalenti nel P.S.I.
    Comunque io assunsi l'impegno di preparare e assicurare la partecipazione della compagna Clara Zetkin a detto Congresso. La Zetkin era ben nota come esponente del Centro di Mosca e la polizia italiana doveva e voleva intercettarla. Mi fu possibile fare alloggiare per diversi giorni la compagna e una segretaria in una villa di Montevecchia, Como, condurla poi al Teatro Lirico dove fece il suo discorso, infine ricondurla al sicuro eludendo il controllo della polizia. La mia assistenza fu talmente apprezzata (mia moglie e mia figlia avevano assistito personalmente le due ospiti) che la compagna Zetkin volle regalare un gradito oggetto.
    "


    Saluti liberali

  3. #3
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    ancora dalle memorie del co-fondatore del PCd'I Bruno Fortichiari:

    "
    (..) La marcia contro il vuoto
    Si sono date della marcia su Roma varie versioni. Ho seguito da Milano l'avvenimento e la conclusione a Roma cercando d'essere quasi a contatto fisico delle cosiddette forze impegnate. Per me va definita marcia contro il vuoto.
    La preparazione a Milano si può riconoscere in uno scambio di convenevoli fra autorità regolari e autorità - si fa per dire - in attesa di investitura. Queste erano piuttosto incerte sul da fare e se alcuni esponenti di secondo piano, specie provinciali, ramo proprietà agricola, sbavavano con allegra prosopopea in ambienti del centro della città, altri, più intelligenti e cauti, si tenevano riservati, evitavano impegni responsabili. Mussolini tergiversava. E' certo che ignorava l'effettivo stato delle cose a Roma. Sicuro dell'attesa rassegnata degli uomini politici più ascoltati, per niente preoccupato del comportamento dei sindacati (i quali avevano rifiutato persino finzioni di azioni comuni con la sinistra comunista), convinto dell'inerzia del governo e della palese complicità dell'alta burocrazia, egli era esitante verso l'Esercito e diffidente verso il Re. Forse per incoraggiare i suoi collaboratori più altolocati o per caricarsi di coraggio (elemento di cui non aveva mai abbondato) andava dicendo o faceva dire di avere alleati o comunque non ostili importanti membri della corte sabauda. Il ridicolo di questa vigilia era posto in evidenza dalle barricate apprestate alla stretta del Naviglio di San Marco, fulcro delle forze squadristiche. Se non fosse stato per noi un'avvilente prova della incapacità organica dei partiti democratici e liberali a mobilitare una parte almeno delle masse popolari, e noi comunisti eravamo vittime di questa situazione, la barricata di San Marco ci avrebbe fatto schiattare dalle risa.
    Non dico una carica di un plotone di carabinieri, ma l'intervento improvviso di poche decine di nostri operai, avrebbe in pochi minuti spazzato via l'apparato miserando. Si è domandato poi, ed era prevedibile, e allora perché no?
    Un incidente che avrebbe, in condizioni politiche rivoluzionarie adeguate, sviluppato per lo meno un'enorme vampata, circoscritto in ambiente vile, rassegnato, parolaio, demoralizzato a priori, per quanto atteneva la classe politica popolare, e già disposto a saltare a destra sulla maggioranza del ceto medio borghese, un incidente come quello accennato sarebbe stato un sacrificio vano, una dimostrazione di impotenza. E noi eravamo impotenti. Gli avvenimenti non avevano atteso che noi forgiassimo il nostro Partito, unico strumento per raccogliere le forze operaie e contadine contro la
    reazione dilagante.
    A Roma assistei all'apoteosi della marcia. Che poi fu una manifestazione, elegantemente inquadrata, di gruppi dei nazionalisti di Federzoni e compagni i quali si fecero inquadrare nel fascismo, ponendo il sigillo ufficiale all'unità delle forze borghesi di ogni provenienza. Per me si trattava soltanto di riprendere il lavoro. Non avevamo avuto, come organizzazione, nessun caso particolare. Qua e là qualche scontro locale, alcune provocazioni squadristiche. E una di queste mi fu dedicata particolarmente. Una notte ci fu un tentativo di sorprendermi in casa. Un gruppo di fascisti in divisa forzò l'ingresso del gruppo di case popolari di via Solari. Il custode si avvide, senza essere intercettato, dell'invasione. Avendo sentito fare il mio nome corse in una strada laterale sulla quale c'era una finestra del mio appartamento al piano rialzato. Batté con le nocche alle mie persiane, mi svegliò e mi avvertì. Riuscii a saltare mezzo vestito dalla finestra pochi
    minuti prima che i fascisti invadessero l'appartamento. Potei allontanarmi in tempo e l'incidente si chiuse con uno spavento per mia moglie e mia figlia e col saccheggio della mia biblioteca.
    Fu l'inizio di un trattamento che mi obbligò a lasciare la famiglia e a vivere semiclandestinamente con domicilii saltuari. A mano a mano che cresceva l'interferenza fascista nella mia vita dovevo barcamenarmi per evitare inconvenienti senza rinunciare al mio lavoro. Ma quando ci si mise di mezzo la polizia, ogni giorno più intraprendente, mi decisi ad organizzarmi adeguatamente. Unpiccolo incidente, alquanto strano, mi sollecitò.
    Mi capitò un giorno di tornare a casa da un viaggio a Roma. Appena entrato nella mia stanza, sopraggiunsero due agenti condotti da un ispettore. Dovevano perquisire e non dovevano presentare mandato. Avevo tolto dalla mia cintura una rivoltella per deporla in un cassetto. Il capo della squadretta, lasciati gli agenti nella mia camera d'ingresso, ingiungendo loro di perquisire, era entrato, seguendo me e mia moglie, nella mia stanza da letto. Aperse il cassetto nel quale avevo posto la Browning. Era in bella mostra. La vide, non la toccò e chiuse il cassetto. Mi guardò in faccia serio e mi disse sottovoce "Dovremo tornare spesso". Ricordo ancora il tipo: alto, tarchiato,
    grintoso.
    Naturalmente pochi giorni dopo avevo lasciato via Solari insieme alla famiglia, traslocando nella zona di viale Lombardia con i miei vecchi. Il padrone di casa era un compagno socialista, Perego.
    E io c'ero e non c'ero secondo le segnalazioni di un garzone che lavorava e viveva in un magazzino di Perego, adiacente alla portineria.
    Gli Arditi del Popolo
    Durante la fase dello squadrismo fascista, fino al momento in cui la conquista del governo da parte di Mussolini gli consente di ufficializzare la milizia assorbendo con le buone maniere e con ruvida disciplina la masnada delle camicie nere, l'Italia era preda di bande di bravacci capaci di ogni soperchieria. Non erano dei coscienti partigiani di una causa qualsiasi. Si accozzavano in gruppi eterogenei nelle città secondo impulsi viscerali o sovvenzioni incontrollate di padroni del contado, di signorotti falliti, di scarsi intellettuali rancorosi. Siccome non erano vincolati da rigorosa disciplina, potevano agire con atti imprevedibili, tanto più pericolosi quanto più la forza pubblica si adattava ad ignorarli o addirittura li incoraggiava. I nostri compagni, i lavoratori più noti per
    tendenze o per precedenti politici si trovavano spesso esposti a provocazioni, a scontri vigliacchi.
    Non potevamo tollerare sempre ed in certi casi estremi scantonare significava portare alla disperazione compagni o comunque elementi di sinistra fino allo sbocco drammatico. Reagivamo noi. Disponevamo di militanti fisicamente e psicologicamente allenati dislocati opportunamente per improvvise operazioni. Agivano e lasciavano il segno.
    Sono nati così i nostri nuclei attivi. La loro presenza non clamorosa e neanche organica, in un certosenso inafferrabile, dopo i primi mesi di "lavoro" suscitò echi interessanti sia intorno al nostro ufficio I sia nell'ambiente dello squadrismo nero. E forse gli echi di ciò che accadeva provocarono l'iniziativa parodistica degli "Arditi del Popolo".
    Il clima del momento agevolava un attivismo nel senso della rivalsa a livello personale o di gruppo.
    La rabbia individuale perfettamente legittima si traduceva in stravagante pretesa di azione collettiva. Non incoraggiati o soltanto accettati surrettiziamente dai responsabili dei partiti di sinistra (escluso il nostro), sorsero qua e là gli "Arditi del Popolo". Specialmente a Roma si ebbe un certo afflusso di aderenti e se ne valsero con allegra sicumera due elementi dai quali mai il Partito aveva recepito garanzie di solida partecipazione militante. Personaggi come Argo Secondari e Vittorio Ambrosini si sentivano autorizzati più che altro dalla solita faciloneria di elementi del resto
    secondari del PSI a dar corpo a ombre, in pochi ambienti realizzatesi con associazione di compagni di buona volontà specialmente giovani. In realtà queste aggregazioni non avevano un cemento politico, sfuggivano a controlli, avevano le fluttuazioni caratteristiche degli irregolari. Il Secondari e l'Ambrosini gonfiavano l'iniziativa e tendevano ad assicurarle una certa notorietà senza tener conto del momento in cui la tendenza alla repressione da parte dello squadrismo fascista e della zelante
    polizia politica avrebbe dovuto imporre cautela e selezione prudente. Il nostro Partito ha rifiutato di prendere accordi generali con chi pretendeva parlare a nome degli "Arditi del Popolo". D'altra parte a nome di costoro lo stesso PSI non prese mai un impegno preciso.
    Era lecito sospettare un tentativo surrettizio di fronte unico politico: il nostro Esecutivo non aveva mai ammesso pasticci di questa natura anche se, invece, accettava accordi sulla base sindacale, i quali purtroppo erano sabotati dalla burocrazia delle organizzazioni tuttora guidate prevalentemente dai riformisti.
    In quanto responsabile dell'Ufficio I e autorizzato dal Comitato Esecutivo del P.C.d'I. intervenni più volte a favore di intese fra "Arditi del Popolo" e squadre di azione da noi organizzate. Si decideva di volta in volta per obiettivi definiti, in ambienti determinati da esigenze particolari e in questi casi l'accordo aveva limiti locali e i moschettieri di Roma (così li definivamo) Secondari e Ambrosini non avevano alcuna possibilità di interferenza. La pretesa di costoro di sviluppare forze capaci di affrontare un'offensiva antifascista quando ancora le grandi masse erano inerti o controllate dalle forze concilianti o compromesse, era assurda e irresponsabile. Si trattava piuttosto di non
    rinunciare ad azioni difensive e dimostrative come copertura ed incentivo ad una capillare organizzazione che in un tempo il più rapido possibile fosse attrezzata e pronta ad eventualità prevedibili. La leggenda dell'intransigenza "bordighista" nei confronti degli "Arditi del Popolo" è stata una maldestra manovretta contro la severa politica del nostro Partito, manovretta anche subdolamente sfruttata dai nostri destri impazienti, come i Berti, i Tasca, i quali del resto si erano ben guardati dal prendere sul serio i Secondari e gli Ambrosini.
    La nostra intransigenza non ci impedì, in qualche caso abbastanza significativo, di dare una mano a combattenti estranei al Partito, ma tali da assicurare ogni affidamento. Ebbi personalmente accordi con Miglioli e Lussu per contribuire all'azione difensiva da essi sostenuta, l'uno nel cremonese per conto dei contadini delle leghe bianche, l'altro in Sardegna. Interessante ricordare che incontrai i due esponenti antifascisti in convegni speciali organizzati nella sede dell'Istituto degli Artigianelli di Milano di cui era direttore allora un prete colto e coraggioso, don Vercesi.
    L'arresto e il processo del Comitato Centrale
    Ho già esposto in altra sede i dati storici e le mie considerazioni critiche sugli avvenimenti svoltisi nei periodi del Congresso di Roma del P.C.d'I. e in seguito, fino al grosso colpo inferto dal Governo
    Mussolini al Comitato Centrale del Partito. L'episodio va ricordato non solo perché segna una svolta politica qualificante della reazione mussoliniana, ma perché determina conseguenze profonde per tutto il movimento comunista italiano.
    Alla fine del gennaio 1923 e ai primi di febbraio la polizia politica arresta a Roma Bordiga, Berti, Gnudi e altro personale del Centro del Partito. Ruggero Grieco non è in sede e prima di essere arrestato fa in tempo ad avvertire con un telegramma convenzionale Fortichiari che è a Milano, clandestino, e Repossi, ammalato. Fortichiari sposta la sede dell'Ufficio I per misura precauzionale e sfugge così all'arresto come sfuggono i collaboratori, tutti, dell'Ufficio I. Repossi si rifugia da parenti, ma, comunque, non è ricercato perché deputato al Parlamento. Anche Terracini e Togliatti, a Roma, possono evitare l'arresto e si trasferiscono nei pressi di Milano, ad Angera. Sarebbe
    possibile riorganizzare il Centro Esecutivo e reagire sul terreno organizzativo al grave sconquasso.
    Ma è a questo punto che si verifica una svolta imprevedibile, stranamente rapida.
    A Mosca risiede Antonio Gramsci, rappresentante del Partito. Egli è tuttora membro del Comitato Centrale del Partito. Nell'aprile 1923, dopo che Togliatti aveva assunto interinalmente, con Terracini, la direzione del Partito, l'Esecutivo dell'Internazionale interviene per consiglio di Gramsci e nomina in via eccezionale il Comitato Esecutivo nelle persone di Togliatti, Mauro Scoccimarro, Egidio Gennari, Angelo Tasca e Terracini. Esclusi Fortichiari e Luigi Repossi con il pretesto che il primo è latitante, perseguito da mandato di cattura e che il secondo è comunque implicato nella procedura riguardante il Comitato Centrale. Praticamente si ottiene così che il Comitato Esecutivo
    legittimo e capace di funzionare è defenestrato. Solo Terracini è confermato e Gramsci si fida di lui. Il Comitato Centrale (l'organo nazionale che a norma di statuto nomina il Comitato Esecutivo) non è interpellato. Mussolini ha trovato obiettivamente complici o viceversa, se si guarda a Gramsci e all'Esecutivo della Terza Internazionale.
    In una prima fase dopo quella scelta estemporanea, i nuovi dirigenti sono prudenti. Non ignorano con quale spirito i compagni di base, anche se scossi dall'arresto di Bordiga e compagni, hanno accolto il fatto. D'altra parte l'Internazionale gode ancora di tutta la fiducia del movimento. Togliatti non si è del tutto scoperto. Terracini è l'ombra di Togliatti. Gramsci è nell'ombra di Mosca. Poi è convinzione comune che il Tribunale di Roma (non abbiamo ancora le leggi eccezionali) non dispone di motivi di incriminazione. I legali sono sicuri che il pallone si sgonfierà, dunque la faccenda ha del provvisorio.
    Nel frattempo si ha già qualche mossa nel senso preconizzato dai tenaci, ancorché scarsi di numero, elementi contrari alla sinistra. I Rakosi e gli Humbert Droz non hanno mai digerito l'intransigentee onesta interpretazione dei deliberati della Terza Internazionale. Questi deliberati erano espressione dell'esperienza e della volontà di Lenin e in nessun caso al P.C.d'I si erano potute addebitare posizioni eterodosse: tuttavia alla durezza dei sinistri italiani si poteva imputare di costringere i furbi della sedicente sinistra del PSI a ritardare una manovra intesa ad acquisire al P.C.d'I. la grande forza (mitica!) del PSI con annessi e connessi, personalità storiche, giornali, sindacati e via fantasticando.
    Alla faccia del gran commissario
    Celestino Telò era il più bel ragazzo e il più mite fra i collaboratori dell'Ufficio I. Era cresciuto fra i "Martinitt", gli orfani di Milano. Gracile e timido aveva trascorso gli ultimi anni nell'orfanotrofio quasi isolato perché non gradiva giochi violenti o compagnie rissose. Studiava in scuole esterne e, rientrato, si dedicava a letture di giornali e libri rifugiandosi nella sua camerata. Uno zio andava spesso a visitarlo. Era un anziano tipografo. Gli portava qualche numero dell'"Avanti!" e del settimanale della Camera del Lavoro diretto allora da Adelino Marchetti e Carlo Azimonti (due socialisti intelligenti e attivi dalle strane sorti: socialista politico intransigente il primo, già prete; socialista sindacalista il secondo, passato a fare il prete durante il fascismo).
    Giunto il momento, per Celestino, di scegliersi una professione e comunque un impegno di lavoro, lo zio se ne prese cura. Conosceva Alfredo Brigati, segretario amministrativo della Camera del Lavoro. Brigati cercava appunto un fattorino e fece assumere Telò.
    Durante i mesi che precedettero la formazione della sinistra comunista a Milano (ero ancorasegretario della Federazione Provinciale Socialista di Milano) il giovanissimo Telò frequentava assiduo le riunioni indette dal mio gruppo in una saletta della Camera del Lavoro. Lo conoscevamo tutti e si fece notare da me per il calore dei suoi interventi assennati e convinti. Dopo la scissione di Livorno aderì alla Sezione di Milano della Federazione Nazionale Giovanile Comunista. In breve fu messo alla prova in attività varie, si palesò capace di autocontrollo, di rapidi riflessi, di seria dedizione a compiti anche gravosi. Per molti mesi percorse l'Italia come "fenicottero" segreto (fenicotteri erano per noi i corrieri speciali). Era coperto da documenti perfettamente legali procurati da un commerciante autentico del ramo editoriale. L'unico infortunio nel quale incappò
    poteva compromettere la mia attività in una fase delicata a Roma, ma egli rimediò con sagacia e prontezza, cavandosela con una serie di ceffoni inflittigli dal gran commissario della politica romana, il violento Quagliotta. Nel gennaio del '23 dovevo incontrarmi con Bordiga a Roma.
    L'appuntamento era in casa di un compagno tranviere. Per principio non mi recavo nella sede del partito perché sapevo che era troppo frequentata. Dopo questo incontro dovevo scambiare documenti con Celestino Telò incaricato di recarsi a Napoli. Punto di incontro era stabilito a Trastevere, in un piccolo caffè scelto perché disponeva di una sala principale di facciata e di una saletta nel retro e di una cantina con ingresso di comodo verso un vicolo poco frequentato. Gestore era un anziano compagno al quale ero stato raccomandato. Mentre io e Telò stavamo per chiudere il colloquio sentimmo il gestore del caffè chiamare a voce alta "A caterina!". Era il segnale d'allarme. Io avevo già i documenti in tasca e mi ritirai nel retro e di qui sgattaiolai nel vicolo. Telò invece si confuse e per nascondere i suoi documenti in una pentola perse tempo e due poliziotti lo
    colsero incerto fra sedere e uscire in strada. Lo fermarono e, nonostante le proteste del gestore del caffè, lo condussero in questura. Fu trattenuto diversi giorni e preso a ceffoni da Quagliotta ripetutamente perché dicesse con chi si era trattenuto. Non ci fu seguito in quanto per Telò era tutto in regola. Il nostro compagno del caffè riempì tranquillamente la pentola complice di brodo opportunamente denso e i documenti si spiaccicarono bollendo. La perquisizione ebbe esito negativo. Quando Telò fu rilasciato ci incontrammo. Seppi allora che il gran commissario era convinto, forse per qualche soffiata, che mi trovavo a Roma. Pretendeva di far ammettere da
    Celestino - milanese - di avere avuto un appuntamento con me. Secondo lui dovevo essere io il ricercato Loris. Non ero stato garzone macellaio in gioventù e non era quell'esperienza adeguata alla sospetta mia professione nel Partito Comunista?
    Incontro con Silone
    Conoscevo Secondino Tranquilli, abruzzese, prima di vederlo, per le notizie giuntemi da Roma. Il compagno Lemmi, attivo ed intelligente collaboratore da tempo, rimasto fedele alla corrente di sinistra anche nella fase del complotto destrorso, mi aveva informato che nel gruppo dei giovani comunisti cooperanti alla redazione di "Avanguardia", organo della Federazione Giovanile Comunista, spiccava un elemento di origine abruzzese, Secondino Tranquilli. Molto serio, molto riservato, studioso. Non sembrava proclive a seguire i più anziani della Federazione Giovanile, i Longo, i Secchia, i Berti, già impegnati, sia pure superficialmente, a distinguersi sulle orme dei compagni più noti. Mi interessavo di arricchire il numero troppo scarso di elementi selezionati sia per immediata collaborazione con l'Ufficio I sia per una collaborazione marginale. Uno dei migliorigiovani attivi nell'ambito extra-legale, Celestino Telò, Milanese, ebbe modo di "studiare" Tranquilli e di segnalarmi la possibilità di avvicinarlo a Milano. Ci incontrammo in un caffè di via Mazzini e il dialogo fu la conferma di una reciproca simpatia. Certo non vedevo in lui tendenza ad un attivismo intenso. Ponderato, eloquio contenuto, introverso, quasi malinconico, egli era a mio avviso maturo per responsabilità culturali, più che una promessa nel campo pubblicistico. Mi sembrò un carattere positivo in grado anche di superare un periodo già grave di minacce reazionarie.

    Secondino Tranquilli, che in seguito si farà chiamare Ignazio Silone, non poté svolgere un lavoro di rilievo sulla linea della mia competenza ma, nelle vicende causate dalla crisi del Centro del Partito, anche una collaborazione generica di partito venne interrotta. So però che non si lasciò attrarre nel solco di Luigi Longo e D'Onofrio, zelanti al seguito di Gramsci - stalinista o in quello di Berti, aspro e rozzo destrorso nonché diffamatore del suo maestro Amadeo Bordiga.
    I Terzini
    Mi trovo a disagio nella situazione sorta dall'arresto del Comitato Centrale sia per il fatto in sé della detenzione a Roma di Bordiga e altri, sia per la condizione derivatane nei miei confronti per aver potuto schivare l'arresto. Non avevo nessuna responsabilità né diretta né indiretta nella caduta del C.C. a Roma. A suo tempo avevo sconsigliato il trasferimento a Roma. Non avevo molta fiducia sulla "tenuta" dell'ambiente per quanto aveva attinenza al nostro Partito. In quella città la polizia era certamente organizzata in modo capillare e disponeva sicuramente di mezzi eccezionali per il fatto stesso d'essere nella capitale. Personalmente non potevo esercitare il minimo controllo sul personale addetto al Centro.
    E non potevo non essere preoccupato del fatto che praticamente ero rimasto isolato come elemento della sinistra a causa del già descritto intervento di Mosca ad iniziativa di Gramsci. Sapevo di non poter contare su Terracini. Non avevo mai creduto alla sua intransigenza. Comunque il suo carattere era per me viziato da un punto interrogativo fin da quando pareva staccarsi da Gramsci avvicinandosi a Bordiga.
    E intanto proseguiva il lavoro degli immeritevoli fiduciari di Mosca per la conquista del P.S.I. Ero informato di quanto avveniva nell'ambiente del P.S.I. dietro le mie spalle. Sapevo che la grande maggioranza del mio partito, sebbene scosso dal crollo di Roma, era decisamente contraria a cedimenti verso il P.S.I. Ero convinto della serietà del C.E. dell'Internazionale per cui in ultima istanza escludevo l'eventualità di un cedimento verso il P.S.I. sia per ragioni statutarie sia per la nota ostilità dell'organizzazione di centro e di base del P.S.I. ad accettare le condizioni dell'Internazionale.
    Togliatti ha forse agito con furberia o era in buona fede quando mi ha impegnato a far parte della delegazione del Partito invitata a Mosca alla riunione del Comitato Esecutivo allargato della Terza Internazionale? Non ho mai risolto questo problema. Comunque non avevo motivo di rifiutare.
    Non potevo escludere il ricorso allo statuto dell'Internazionale, nella quale fermamente credevo.
    Non mi sentii altrettanto sicuro quando arrivai a Mosca insieme a Terracini e Scoccimarro, componenti insieme a me della delegazione. Codevilla di Tortona fu il compagno che mi accolse con più calore. Egli era da mesi profugo a Mosca dove l'avevo io stesso mandato perché implicato in un grave incidente con i fascisti. Confidenzialmente mi prevenne che sarei stato isolato dai funzionari dell'Internazionale. Gramsci trascorse molte ore con me all'Hotel Lux e non scoprì il suo
    gioco. L'ambiente di Mosca era notevolmente alterato. Lenin, colpito da paralisi, era
    inavvicinabile. Erano già in atto manovre interne ma al silenziatore. Scoccimarro e Terracini avevano colloqui con esponenti dell'I.C. a mia insaputa. Avevo notizie confidenziali da Codevilla, già allora acquisito come informatore della polizia politica.
    Alcuni episodi mi parvero significativi, comunque interessanti. Un giorno Codevilla mi disse che Trilliser, comandante del carcere della Lubianca, desiderava conoscermi. Accettai perché il compagno Trilliser era di rilievo notevole. Avrei preferito Zinoviev, allora segretario dell'I.C. o Trotsky che sapevo essere a Mosca. Invece Trilliser alla Lubianca. Ci andai, accompagnato da Codevilla. Il carcere era davvero tetro ed opprimente. Trilliser fu molto cordiale, parlava francese, si tenne sempre sulle generali. Ammetto che respirai a pieni polmoni quando mi ritrovai sulla piazza. Allorché riferii della mia visita a Gramsci egli ebbe un risolino malizioso.
    In seguito ebbi un imprevisto incontro. C'era a Mosca il compagno che avevo conosciuto in Italia con il nome di Chiarini. Si chiamava Cain. Mi disse di aver preso un'iniziativa personale perché non poteva ammettere dubbi su di me. Cain, alias Chiarini, era stato spesso in rapporto con me in Italia come delegato dell'I.C. Conosceva bene il mio lavoro e, sebbene zelante funzionario di Mosca, si era sempre comportato correttamente. Mi disse che aveva potuto leggere un rapporto di Gramsci a mio carico, trasmesso all'Ufficio Illegale dell'I.C. Desiderava farmi parlare con questi compagni. Si fece una riunione riservatissima. Chiarini mi dichiarò che i presenti (una dozzina) erano stati elementi di prima linea nel movimento clandestino. Tradusse per me il rapporto di Gramsci avvertendo che già ne erano informati i compagni presenti. Gramsci aveva consegnato una copia del "Corriere della Sera" nel quale si riferiva che la polizia di Milano, perquisendo la mia casa, aveva trovato un fucile e poneva in evidenza il fatto che io, capo dell'Ufficio Illegale, mi fossi fatto scoprire in casa un'arma. La mia spiegazione tradotta e convalidata da Chiarini, fece scoppiare in allegre risate i presenti. Chi è pratico di Milano sa che l'abitazione allora da me occupata, in via Solari 54, era in un complesso di dieci case popolari, distinte l'una dall'altra. Gli abitanti del gruppo di case superavano la sessantina di inquilini. Potei spiegare poi che il fucile sequestrato era stato
    trovato in un isolato lontano dal mio e che, inoltre, il proprietario era un ex-fascista. La riunione continuò con cameratesco sviluppo per me interessantissimo perché, con la traduzione di Cain, venni a conoscenza di episodi ed esperienze notevoli.
    A Gramsci non ebbi mai il coraggio di fare rimostranze. Possibile che mi volesse liquidare in quel modo in quel momento?
    Il mio inammissibile "NO"
    Non potevo spiegarmi il trucco di Gramsci. Pochi giorni prima di partire per Mosca Togliatti mi aveva riferito sull'incarico senza precisare una linea di condotta ufficiale circa la questione italiana, argomento principale per la delegazione del nostro Partito all'Esecutivo allargato della Terza Internazionale. Togliatti sapeva bene che non ero disposto a rassegnarmi all'ammissione in blocco nel nostro Partito dei terzini. Ero assolutamente d'accordo con Bordiga e con la maggioranza del
    C.C. contro un pateracchio condannato dalla linea di Livorno e Roma e dalla nostra stessaesperienza. Lo stesso Terracini nel momento in cui accettava di far parte con me della delegazionenon mosse obiezioni alla mia designazione. Di Scoccimarro sapevo che si sarebbe inchinatoqualunque fosse la volontà di Mosca, ma il suo parere non mi interessava. A Mosca avevo potuto chiarire a Gramsci la mia posizione. Egli cercò di persuadermi però senza imporsi.
    Quando rimproverai Chiarini (Cain) di non aver evitato la sleale denuncia di Gramsci all'Ufficio illegale dell'I.C., egli mi rispose che Gramsci non gliene aveva mai parlato e che invece Zinoviev lo aveva informato casualmente poco prima della mia convocazione. Per me si era trattato di un tentativo maldestro di intimidazione. Dall'episodio dedussi una triste valutazione: un compagno di provata rettitudine qual era Gramsci era talmente acquisito alle esigenze dei dirigenti dell'I.C. da passare sopra ad ogni altra considerazione.
    Ma non era che l'accenno ad un'inquietante prospettiva.
    Intanto l'Esecutivo allargato, dopo una rapida discussione generale sulla questione italiana, avevapassato la competenza per decidere alla Commissione ad hoc. La Commissione comprendeva delegati di tutti i Partiti Comunisti ed era presieduta da Lunaciarski. Mi bastava questa designazione per prevedere dove ci si sarebbe incastrati. Lunaciarski, già menscevico, intellettuale del tipo da Lenin più volte bistrattato a causa delle caratteristiche sbandate destrorse, era personalmente il più adatto a fare il gioco dei massimalisti pentiti del nostro paese. E la discussione condotta da Lunaciarski si svolse nel senso previsto. I terzini, cioè quei socialisti che a Livorno avevano scelto la via del P.S.I. impedendo alla massa, pur convinta internazionalista, di abbandonare i riformisti e gli pseudo-rivoluzionari, dovevano aver ingresso libero nel P.C.d'I. e farvi blocco onde scalzare dai posti direttivi i compagni legittimi rappresentanti dell'intero Partito.
    Dei rappresentanti italiani Terracini e Scoccimarro votarono con la maggioranza. Io rifiutai. La discussione con me la sostenne Lunaciarski, il quale capiva e parlava anche l'italiano. Intervennero i francesi così esperti in combinazioni allegre. Terracini e Scoccimarro non dissero parola. Tutti si rifecero alla prassi secondo la quale nell'I.C. non si opponeva nessuna eccezione all'unanimità.
    Risposi che si trattava di una regola opportunistica, ma che non aveva nulla a che fare con lo Statuto. All'obiezione del mio isolamento opposi il parere concorde di Repossi in quei giorni a Mosca per il Congresso Sindacale il quale era pronto a ratificare, come membro del Comitato Esecutivo, il mio no. La mia "scandalosa" rivolta non ha certo avuto alcuna citazione nei verbali della Commissione italiana. Il centralismo staliniano aveva già fatto un'esperienza quando Stalin, ormai sicuro di essere investito della Segreteria del Partito Comunista dell'URSS, attendeva all'ingresso della massima responsabilità dell'Internazionale.
    L'atmosfera moscovita, mi riferisco al Cremlino e all'hotel Lux dove dimoravano i delegati stranieri, si era fatta pesante per me. All'infuori dei compagni italiani ero considerato con distacco. Angelo Tasca, presente al Congresso Sindacale, da noi della sinistra molto discusso, mi dimostrò palese simpatia pur dissentendo e, conosciuta la mia intenzione di sollecitare il ritorno in Italia, mi propose di fare il viaggio insieme. Pietro Tresso, a Mosca per il Congresso Sindacale, aveva deviato dalla nostra corrente per questione di disciplina unitaria, diceva, ma si confessava inquieto per quanto in
    certi ambienti si temeva a causa della paralisi da cui Lenin era stato colpito. Zinoviev mi volle parlare dopo il voto sulla questione italiana. Si disse convinto che era stata una buona decisione e che, ritornato in Italia, mi sarei schierato con il Partito. Gli risposi che temevo sviluppi sconvolgenti nell'I.C. non certo per il voto sacrilego, ma perché si potevano prevedere mutamenti profondi. Alle sue rimostranze bonarie e all'invito a godermi qualche mese di soggiorno in Crimea, risposi, ringraziando, di avere urgenza di ritornare al mio lavoro. Al suo "arrivederci" senza dubbio cordiale, non potei fare a meno di dirgli che mi rincresceva vederlo fra non molto fra gli affossatori dell'I.C.
    Nel treno, da Mosca a Berlino, mi trovai con Andrea Nin, il compagno spagnolo, dirigente delPartito, che durante la guerra di Spagna fu accusato di trotskismo ed ammazzato dagli staliniani,degni compagni di Luigi Longo, comandante dei volontari italiani.
    "


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    sempre dalle memorie di Bruno Fortichiari:

    " (...)
    Verso la catastrofe
    Nel '23 a Mosca non era facile per estranei, sia pure militanti del Partito Comunista, cogliere i segni
    premonitori di avvenimenti di enorme portata. Ero a Mosca e frequentavo Gramsci all'hotel Lux.
    Possibile che Antonio non avesse sentore di quanto si preparava? Egli riceveva numerose
    compagne quasi tutte addette a uffici dell'Internazionale e del Partito. Queste compagne russe non
    erano soltanto vivaci e scalpitanti ragazze eccitate dalle caratteristiche fisiche del compagno
    Gramsci, ma sveglie ed esperte specialiste dell'informazione politica. Codevilla, molto vicino a
    Gramsci, agente della polizia segreta e a me particolarmente legato per i precedenti antifascisti
    italiani, mi aveva messo in guardia nei confronti di alcune graziose e intraprendenti frequentatrici
    del salotto gramsciano del Lux. Avevo notato un per me inspiegabile freddo ritegno riguardo a
    Trotsky. Mentre anche fra compagni italiani rifugiati a Mosca il Leone dell'Esercito Rosso era
    amato ed ammirato, mi chiedevo perché Gramsci non partecipava a quello stato d'animo.
    Quando mi ritrovai a Vienna con Gramsci notai l'accentuarsi di un riserbo poco promettente verso
    Trotsky. Risultò poco dopo che la manovra insinuante e pretesca per isolare il valente Leone aveva
    guadagnato terreno negli ambienti ufficiali periferici dello Stato. Stalin stava per esigere che la
    direzione dell'Internazionale fosse subordinata al Centro Direttivo del Partito bolscevico. E il
    Partito era ormai nelle mani di Stalin.
    Ho già detto con quale cautela si svolgevano i rapporti dell'I.C. con Gramsci. Avevo saputo che il
    tramite era l'ambasciatore russo a Vienna, ma Antonio, pur essendo con me gran parte della
    giornata, non mi fece mai una confidenza. Per ore mi diceva a memoria pagine di Kipling, ma
    evitava argomenti che sapeva da me preferiti.
    Le elezioni politiche del '24, il ritorno di Gramsci in Italia e il perfezionamento dell'operazione di
    truffa al Centro del nostro Partito, sono i passi combinati per una svolta decisiva. Le elezioni con
    la nomina a deputati (voluta o subita?) mia e di Repossi, la defenestrazione della sinistra dalla
    Centrale del Partito (Terracini era opportunamente stato risparmiato, et pour cause!), il salto in
    prima linea di Gramsci aprivano la strada al fagocitamento del Partito da parte ell'Internazionale,
    cioè del P.C.U.S., cioè di Stalin.
    Sono convinto che Togliatti abbia tentato di resistere a questa manovra o almeno di ritardarla. Sta
    di fatto che fece il possibile perché io non insistessi nelle dimissioni, già offerte, dall'Ufficio I. Egli
    non ammetteva l'abbandono da parte mia dell'attività illegale di cui, allora, apprezzava l'efficienza e
    l'efficacia ad onta della scarsità dei mezzi e in barba allo sforzo permanente della pubblica sicurezza
    ordinaria e specialistica. Togliatti sapeva certo che il Partito nella sua grande maggioranza era con
    la sinistra e forse ignorava fino a che punto Mosca poteva e voleva impegnarsi.
    Nel paese, l'esito delle elezioni [del 1924] aveva invelenito il fascismo. Le repressioni e le provocazioni si intensificavano. Il Partito nel suo insieme resisteva bene. E non era un passatempo mantenere icollegamenti necessari, difendere l'efficienza della stampa clandestina. L'Ufficio I disponeva di una propria tipografia ad aspetto legale, piccola ma efficiente. Lo stesso Esecutivo ne ignorava l'ubicazione pur conoscendone la produzione e la capacità distributiva. Personalmente non ero quasi mai al parlamento, ma il tesserino mi serviva per raggiungere in ogni momento le stazioni in programma. Certo la polizia mi identificava facilmente, ma alle stazioni accadeva che sparivo. Per togliere alla P.S. un punto di riferimento avevo sistemato mia moglie e mia figlia in una casupola
    nei boschi del Luinese e poi nel Varesotto nella villetta di un socialdemocratico. Quando volevo, viaggiavo fino a Varese col biglietto parlamentare poi sparivo. Il rifugio non fu mai scoperto anche dopo il mio arresto di cui parlerò.
    Si intende che la mia attività non consisteva nel giocare i segugi del governo e del fascismo. Era mio dovere non farmi cogliere in fallo, ma non rinunciavo al mio lavoro di Partito. Partecipavo a riunioni nelle quali illustravo la situazione e le condizioni del Partito come bersaglio della reazione. Sentivo l'adesione permanente dei compagni di base. Le uniche falle a cui rimediare erano costituite da compagni, pochi in questo periodo, in verità, provenienti dai terzini. I "terzini", cioè i tardivi adepti della Terza Internazionale del gruppo imposto da Mosca, nonostante la loro buona fede e l'individuale buona volontà, creavano problemi non indifferenti. Del resto l'avevamo
    previsto. La nostra opposizione al Centro del Partito non era fondata su prevenzione o disistima a priori. Si trattava di elementi militanti da anni nel P.S.I. negli schemi caratteristici normali, organizzativi, politici, del tutto estranei ai principi e alla prassi leninista. Consapevoli o no avevano accettato l'internazionalismo deteriore già affiorante a Mosca, in ambienti che già scontavano la scomparsa di Lenin e una successione rovinosa. Con compagni di questo tipo, nella situazione di tanto difficile e delicata impervietà (non si dimentichi la repressione in atto, anche non ancora ufficializzata, da parte del fascismo) non era possibile o per lo meno era estremamente handicappata
    una discussione teorica e politica. Senza contare l'inevitabile accentuarsi di elementari cautele fra i miei collaboratori. Questi erano già stati scossi dalle vicende verificate al Centro. Non poteva bastare la paziente garanzia fornita da me e dai miei immediati fiduciari a neutralizzare il senso di dubbio e di sospetto diffuso nel silenzio cauto di Roma, quando era inevitabile un effetto dovuto a chiare assunzioni di personale di nuova scelta fra estranei alla nostra leva. E Togliatti non aveva esitato a scegliersi tipi e tipe non proprio graditi alla sinistra originale, anche se nelle manifestazionipiù evidenti del Centro del Partito evitava strappi troppo ruvidi.
    Il rientro di Gramsci aveva un chiaro significato per me. Egli mi aveva tenuto all'oscuro delle sue opinioni e delle sue intenzioni. Prima ancora di avermi accantonato, forse perché Togliatti e Terracini ritenevano opportuno lasciarmi il tempo di "maturare", consapevoli comunque che almeno a Milano la base era quasi al cento per cento con me, Gramsci mirava a svalutarmi. Repossi mi era sempre vicino e non trascurava occasione per manifestarmi la sua solidarietà. Lo stesso faceva Ottorino Perrone (Vercesi) ancora forte nell'organizzazione sindacale. Cercai il contatto con Bordiga. Mi parve sfiduciato, come stanco, e ricordo che la sua stessa compagna si mostrava scettica.
    Ho avuto a suo tempo il sospetto che Togliatti avesse insistito perché accettassi la candidatura a deputato al Parlamento calcolando sull'effetto soporifero della nomina. Il fatto è che, a elezione avvenuta, mi fece scegliere e designare dal gruppo parlamentare come segretario alle sedute. Una funzione certo puramente formale, ma per un novellino ... Risposi immediatamente di non sentirmi tagliato per quell'incombenza e chiesi di essere autorizzato a svolgere il mio lavoro extraparlamentare almeno fino a che fosse possibile la mia attività per l'Ufficio I. Togliatti conosceva bene la situazione di quest'ufficio nel momento di fragilità dei rapporti del Centro (ambiguo) con la maggioranza degli attivi del Partito. Gli piacesse o no, e nonostante una pressante
    opinione di Gramsci (preso da un'evidente ansia di legalitarismo), considerava prematuro liquidare me senza avere sottomano un sostituto ad hoc.
    Due momenti "parlamentari" hanno per me un certo rilievo. Nella seduta di apertura della Camera dovevo essere presente per giurare. La vasta sala rigurgitava di deputati fascisti, tutti in camicia nera, alcuni, i più giovani, ostentavano la divisa militare di parata. Al tavolo del Governo, Mussolini, petto in fuori, saettava sguardi infuocati verso i banchi di sinistra. Dopo il giuramento, sospesa la seduta, mi trattenni con Picelli e Repossi nell'emiciclo. Si avvicinò sorridendo Franco Ciarlantini. Avevamo lavorato insieme prima della guerra alla redazione del settimanale del P.S.I "Il lavoro" stampato a Busto Arsizio, provincia di Milano. Ciarlantini era iscritto al P.S.I. e smanioso di far risultare indubbie qualità di scrittore. Non fu dei primi a porsi nella scia di
    Mussolini. Si lasciò precedere da quasi tutti gli interventisti, sedicenti rivoluzionari e ferventi patrioti. Non si fece volontario, non si espose mai in conflitti con noi. Era soltanto un cauto osservatore delle convenienze. Comunque nell'aula di Montecitorio mi si avvicinò con maniere cortesi e accettò di scherzare sul suo fascismo. E ci rimase molto male quando si accostarono, burbanzosi e provocanti, colleghi del suo gruppo, il conte Barbiellini Amidei di Piacenza, Bignardi di Reggio Emilia e un tizio di Bologna. Si scatenarono con verbosità oscena specialmente contro il nostro Picelli schiumando di rabbia per le batoste subite dai loro scherani a Parma, negli scontri di
    Oltretorrente. A me il Bignardi, tipico cretino rigonfio di spocchia, preconizzò una regolareimpiccagione al primo incontro nei boschi del Po. Mi aveva scambiato con mio fratello Arnoldo che poco tempo prima l'aveva attirato con l'aiuto di ragazzi compaesani, in riva al Po e fatto rotolare in una cava fangosa.
    Tragica, invece, l'altra seduta a cui partecipai e che segnò certo il destino di Giacomo Matteotti. Si discuteva della relazione della Commissione che riferiva sulle elezioni politiche. Il deputato socialdemocratico si scagliò con veemenza contro il Governo, prendendo di mira direttamente Mussolini, denunciando brogli e soperchierie, violenza e frodi nel corso delle votazioni.
    La canea urlante dei fascisti tramutava l'aula in una bolgia di cani arrabbiati. L'odio di un nemico stupido ma pazzo investiva i parlamentari socialisti e comunisti. Devo confessare che lo spettacolo era per me fantastico fino al punto di riderne. Ma Luigino commentò serio serio: "gli faranno la pelle!".
    Il terremoto "Matteotti"
    Rimando al mio libro sulla situazione in Italia e nell'U.R.S.S. nel periodo seguito al ritorno da Mosca di Antonio Gramsci e alle elezioni parlamentari italiane del 924, per chi non avesse presente un quadro esatto di quel momento. Per quanto mi riguarda sapevo di essere fortemente in contrasto con il centro del Partito Comunista e con la stessa Internazionale. Non ne ero lieto perché la rottura, sebbene prevista, mi aveva colpito profondamente. Al mio ritorno da Mosca avevo ripreso contatto con i compagni della base della mia provincia. Non ebbi alcuna obiezione, nessun voto contrario, dal Centro nessun intervento ancora. I primi contatti dei terzini, cauti e limitati a quei pochissimi compagni già dei tempi del P.S.I. (Abigaille Zanetta, G.M. Serrati, M. Malatesta) restavano nell'ambito privato.
    Imprevedibilmente scoppia la bufera per il delitto Matteotti. E' noto come siamo arrivati a quellabufera e lo sviluppo enorme che ha rapidamente avuto. Gramsci dispose quale prima iniziativa politica del Partito la chiamata a Roma di tutto il Gruppo parlamentare. Io stesso dovevo lasciare ogni altra incombenza. Ma per alcuni giorni non potevamo che seguire passivamente i riflessi del fatto così carico di interesse, tragico ed eccitante. I nostri casuali rapporti con i funzionari del Partito e con quei compagni di base che, ansiosi, cercavano chiarimenti e direttive, ci riferivano un fermento crescente nell'ambiente operaio, fabbriche, sedi politiche, ambiente sindacali, case popolari, piazze. E nel contempo si sentiva generale e sempre più vivace la disgregazione delle forze fasciste periferiche. Notavamo il diffondersi crescente di una collera eccedente le normali
    tensioni popolari contro il fascismo antipatico e stucchevole. L'accenno alla rivolta prima
    sottovoce, via via più aperto e insistito ci perveniva da ogni parte, non solo dalla capitale, ma dalleprincipali città d'Italia. La parola d'ordine per noi, per tutti noi, era di attendere le decisioni delCentro, di non anticipare iniziative, di non eccitare alcun gesto.
    Le prime notizie di risveglio del nuovo Esecutivo del Partito, quello insediato di prepotenza daMosca, mi fanno capire l'eventualità di manovre fuorvianti. I compagni più vicini all'Esecutivosono invece convinti di sviluppi eccitanti. L'atmosfera nel Paese è ogni giorno più carica. Si ha notizia di sommovimento fra i fascisti. Si parla persino di fughe tacite da Montecitorio e dai Ministeri. Il popolino può alzare la voce. Passano i giorni e il Partito Comunista comunica finalmente di aver proposto al P.S.I. e alla Confederazione Generale del Lavoro (diretta dai riformisti) di dare grande risalto all'uscita di tutti i parlamentari antifascisti di Montecitorio. Nasce il cosiddetto Aventino. Il gesto dovrebbe avere grande risonanza con la proclamazione di uno sciopero generale. Ma naturalmente si tratta di una combinazione assurda. L'Aventino è un atto frenante, un controvapore liberale democratico, una chiamata in funzione pompieristica della burocrazia sindacale. O si ha il coraggio di saltare questi ostacoli facendo appello diretto alle masse operaie, le quali non aspettano altro, o si incoraggia il potere fascista, quasi disgregato, a ritrovarsi e a resistere.
    Il gruppo parlamentare comunista non vale un chiodo. Informato da qualcuno dell'Esecutivo non può intervenire, come gruppo, né alle riunioni del Centro Direttivo né in sede di Aventino. Alcunidi noi della sinistra strepitano a vuoto. I deputati ex-terzini, Riboldi, Fabrizio Maffi, sono senz'altro aventiniani. La tiritera Aventino sì, Aventino no, continua diversi giorni con effetto defatigante per le nostre avanguardie, deludente per le masse popolari. La manovra liberaldemocratica, socialdemocratica, monarchica consiste nel menare il can per l'aia. Noi della sinistra rischiamo un passo provocatorio reclamando il ritorno del gruppo nell'area parlamentare. Stranamente in giorni di così drammatica tensione, il Governo dell'U.R.S.S. e Mussolini si scambiano cortesie con pretesti commerciali: "Les affaires sont les affaires".
    Quando l'Esecutivo di Gramsci e Togliatti rompe con l'Aventino, del resto ormai fallito, fa rientrare il solo Repossi per leggere un discorso di denuncia e sfida. E' un gesto audace, ma qualche maligno ha insinuato che un'aggressione fascista al solo nostro Luigino sarebbe stata la manna politica ... Va ricordato comunque che il vecchio Gin de Porta Cica era un esponente della sinistra.
    Poi il discorso del 3 gennaio 925 di Mussolini, rianimato e ringalluzzito. Sepolta ogni ... velleità rivoluzionaria. Leggi eccezionali saranno decise da Mussolini dopo il fallito attentato a Bologna il 31 ottobre 1926 e seguirà un'ondata di arresti in tutta Italia. Gli esponenti di tutte le correnti antifasciste saranno incarcerati, compresi naturalmente gli aventiniani e i comunisti. Ho subito la mia sconfitta più avvilente nel confronto dei fascisti e della polizia dopo averli giocati per anni. Ho dovuto farmi stupidamente arrestare per disciplina cretina verso il Partito. Durante i mesi trascorsi fra il 3 gennaio e il 31 ottobre 1926 avevo accentuato il mio rapporto con i compagni
    di base quasi presago delle rinunce a cui sarei stato costretto. Il Centro staliniano affrettava i tempi della riorganizzazione del Partito cercando di sostituirne gli elementi di sinistra con l'imposizione di suoi fiduciari, specialmente terzini acquisiti dal P.S.I. Quasi tutte le consultazioni della base ci confermavano la fiducia spesso unanime. Nel frattempo cercavo di passare le consegne dell'Ufficio I avendo deciso di lasciarlo. Non era pratica facile dato che gli organi della polizia si davano molto da fare. Posso dire che in questo frangente non c'è stato alcun incidente a mio carico.
    Prima del Congresso di Lione organizzato in modo da escludere la presenza della sinistra, io mi ero già liberato da ogni obbligo verso l'Ufficio I. Mi era stata confermata la fiducia in sede politica della quasi unanimità dei compagni della Federazione Provinciale di Milano, la quale mi nominò Segretario. Il Centro annullò questa nomina imponendo un suo fiduciario. Mi limitai alla presenza a Montecitorio secondo le esigenze dell'Esecutivo. Un tentativo di lavoro d'accordo con alcuni compagni della sinistra, Damen, Carlo Venegoni, e pochi altri non aveva avuto seguito. Bordiga
    non aderiva e, anzi, consigliava di chiudere l'iniziativa per evitare un provvedimento disciplinare del Centro, del resto già minacciato con formula drastica da Gramsci.
    Imperversando la repressione fascista in applicazione delle leggi eccezionali a cui ho accennato, Gramsci per l'Esecutivo convocò a Roma il gruppo parlamentare comunista. L'Esecutivo, da noi definito moscovita, aveva deciso di reagire con lo sciopero generale. Tutti i deputati erano mobilitati per trasmettere ordini in proposito alle Federazioni e ai gruppi sindacali. Io, con Repossi, Damen, Ferrari, sostenemmo che l'iniziativa era condannata al fallimento in partenza. Praticamente il Partito era sfasciato, dal punto di vista organizzativo. Sui sindacati non c'era da contare perché i dirigenti si erano praticamente accostati a Mussolini, la piaga dell'Aventino era ancora aperta. Le nostre obiezioni non furono neanche discusse. Non ci restò che piegarci alla disciplina. Noi della sinistra avvertimmo Gramsci essere inevitabile una misura preventiva del Governo. Gramsci si stupì della nostra osservazione e ci ricordò la salvaguardia dell'immunità parlamentare. Ribadimmo, anche nei confronti degli zelanti ex-terzini Fabrizio Maffi, Riboldi ed altri, essere assurdo credere Mussolini rispettoso della regola parlamentare dopo gli atti compiuti nel senso reazionario. Comunque avremmo obbedito.
    E infatti abbiamo obbedito cadendo tutti nelle braccia preparate ad accoglierci della polizia allegramente soddisfatta. In poche ore, in tutta Italia, finivano in carcere tutti gli esponenti delPartito, della Federazione Giovanile, compagni attivi anche senza cariche, e inoltre socialisti di ognicorrente, sindacalisti sinistreggianti, anarchici, antifascisti notori o sospetti.
    La sinistra, la quasi sinistra, la destra un po' inquieta erano state messe al fresco e dopo un po' disosta nelle carceri sarebbero state smistate verso i luoghi di confino. Gramsci aveva raggiunto l'unanimità e forse non aveva previsto di essere sulla via del proprio sacrificio.
    Il confino incombe
    Il punto di raccolta degli arrestati milanesi è stato San Vittore. Dagli "scopini" - cioè i carcerati di servizio interno, perciò liberi di percorrere tutti i raggi e gli uffici del carcere - ricevevamo le segnalazioni degli arrivi tanto frequenti da non poterli registrare.
    La mia vicenda personale comincia alla stazione Nord di Milano. Arrivato alla mia città da Roma "in perfetto orario" mi proponevo di fare una corsa nel Varesotto per informare della mia sorte inevitabile mia moglie che con mia figlia dimorava clandestinamente in un villaggio in zona poco frequentata. Contavo di prendere il treno delle ferrovie statali fino a Varese e poi con altro mezzo, incontrollato dalla polizia, di raggiungere il rifugio della mia famiglia. L'impegno preso a Roma mi v ietava di sparire addirittura dalla circolazione. Dal rifugio del Varesotto sarebbe stato facile perme raggiungere il confine verso la Svizzera. Ma non volevo espormi a un procedimento disciplinare anche se consideravo assurda la pretesa del Centro del Partito.
    Al momento di superare il cancello della stazione con il mio bravo "permanente" in evidenza, un signore in borghese mi invitò a seguirlo in Questura per comunicazioni urgenti. Molta cortesia, manel frattempo si erano avvicinati due agenti in borghese. Giunto a San Fedele (sede allora della Questura) fui condotto nell'anticamera del Questore. Quasi subito mi si avvicinò un maresciallo della "politica" a me già noto. Colto un momento adatto mi disse a bassa voce: "Si aspetta l'ordine da Roma per portarvi a San Vittore. Se ha bisogno del gabinetto l'accompagno io". Capii l'antifona
    e ne approfittai. Mentre il poliziotto stazionava sull'uscio del gabinetto potei fare una rapida
    verifica delle mie tasche e distrussi alcuni fogli. La cortesia dell'agente aveva funzionato.
    Pochi minuti dopo, l'ineffabile commissario D'Amato dirigente della "politica" mi affidò a dueagenti dopo avermi sequestrato il tesserino permanente. Da Roma era stato comunicato cheMussolini, come avevamo previsto noi della sinistra, aveva fatto votare dal Parlamento fascista la cancellazione dell'immunità parlamentare per tutti i deputati "scomodi". Il Centro moscovita del Partito era servito.
    Il ritorno a San Vittore non fu proprio gradevole. Quella sera la cella in cui venni "accolto" era sprovvista persino del classico bugliolo e per letto cera un mucchio di paglia fetente sul pavimento.
    La baldanza delle cimici fu sconveniente. Le cimici operano anche al buio. Il giorno dopo mi trasferirono in una cella di isolamento, completa di servizi essenziali, bugliolo compreso e lettuccio di ferro. L'isolamento non mi isolava però dai soliti ospiti del carcere, cimici, pulci, pidocchi e scarafaggi. L'improvvisa affluenza di carcerati, autorevoli e no, non aveva permesso ai servizi sanitari - già molto modesti - di ripulire l'ambiente. Fu una fortuna l'intervento del freddo a pochi
    giorni dall'arresto. Ufficialmente non sapevo niente. I giornali mi erano negati, colloqui ai miei "colleghi" concessi, a me furono negati. Avvocati nemmeno l'ombra; qualche lettera di mia moglie e di mia madre, ritardata e censuratissima. Qualche colomba (biglietti interni a mezzo degli zelanti scopini). L'ora d'aria mi era accordata, ma sempre in compagnia di detenuti comuni. Dopo due mesi di isolamento, ebbi la compagnia di due carcerati per reati comuni, un fantasioso borsaiolo e un contrabbandiere impegnato a dirigere la sua squadra come se disponesse di un ufficio. Si era persuaso presto che io
    non avrei interferito nelle sue faccende e tranquillamente svolgeva la sua corrispondenza conl'esterno manovrando scopini e scrivani dell'interno e i servizi di vettovagliamento dell'esterno,evidentemente ... controllati accuratamente. Saputo poi che alcuni miei colleghi di avventura avevano ottenuto colloqui con i famigliari, mi rivolsi alla Direzione, ma non ebbi risposta. Saprò poi che mia moglie e mia madre si erano più volte rivolte alla questura (non intervenne mai un magistrato) per sentirsi rispondere di attendere più avanti. Riuscii soltanto a ricevere dellabiancheria e qualche libro innocuo. Abusivamente e pagando con sigarette, riuscii ad avere giornali sportivi e qualche numero del "Corriere della Sera".



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    (......) 242
    Incontro con Gramsci
    Trascorsa la notte, i carabinieri mi conducono in cellulare al carcere borbonico. E' un insieme disordinato e fatiscente di corpi di fabbrica antiquati, come accatastati alla meglio. Un susseguirsi e un intrecciarsi di corridoi, uffici, cortiletti. Sembra che i miei accompagnatori siano in balia del caso. Finalmente mi fanno capire che sono di passaggio e che dopo qualche ora, per la composizione di un convoglio di politici, sarò imbarcato per Palermo. Mi fanno entrare in un camerone quasi buio. E vedo Gramsci.
    Ci abbracciamo.
    Nel camerone ci sono soltanto detenuti comuni, una decina. Egli è pure in trasferta. Non ha visto alcun compagno. Sa che lo condurranno a Roma a disposizione del Tribunale Speciale. E' triste. Non si sente proprio bene. Dal momento dell'arresto gli hanno fatto passare diverse tappe.
    Impossibile una sosta riposante e un pasto decente. Parliamo di ciò che è accaduto, ma egli non accenna all'ultimo nostro incontro a Roma e alla sarabanda di arresti e io non ho il coraggio di riferirmi alle mie previsioni. Penso che egli si renda conto dell'enormità dell'accaduto e temo sia avvilito all'estremo. Perché dovrei frugare nella ferita infertagli dal regime mentre mi mancava la forza per tentare di attenuarne l'effetto?
    Volevo bene ad Antonio ed ora potevo solo ricordare il compagno finito nelle mani di un potere capace di ogni infamia e oppresso da avvenimenti sconvolgenti. Cercava una distrazione impossibile interrogando i detenuti sulle loro vicende. Strano a vedere quei nostri colleghi di prigionia osservare con rispetto quel gobbetto pallidissimo, dalla testa imponente, dagli occhi brillanti, febbrili.
    Ero con lui, ma non riuscivo a superare una distanza scavata dai fatti e soffrivo di non saper sollecitare argomenti validi ad interessarlo.
    Trascorsero ore lunghe e penose e mi sentii sollevato quando il secondino mi chiamò. Dovevoraggiungere il mio convoglio. Lui sarebbe partito dopo di me. Ci abbracciammo. Ciao Gramsci.
    "


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    Una rara immagine della Rivista COMUNISMO, del 1919, del PSI che aveva aderito al completo alla Terza Internazionale di Lenin.
    Il direttore della rivista teorica era il Serrati, socialista massimalista, che nel Livorno 1921 capeggio con Lazzari i "comunisti unitari" contrari alla scissione (aderirà tuttavia al PCdI nel 1924):



    di seguito il Manifesto della Frazione Comunista del P.S.I. dell'ottobre 1920:

    " Partito Socialista Italiano

    MANIFESTO-PROGRAMMA DELLA SINISTRA DEL PARTITO
    Ottobre 1920
    Una riunione a Milano di preparazione al Congresso di Firenze: per l’applicazione delle decisioni di Mosca; per la eliminazione dei social-democratici; per il Partito Comunista.


    Giorni addietro, a Milano, ha avuto luogo una riunioni di pochi compagni rappresentanti le frazioni e tendenze estremiste del Partito Socialista Italiano. Da questa riunione è uscito il manifesto-programma che pubblichiamo, e che non ha bisogno di commento.
    Notiamo soltanto che l’adesione degli astensionisti a questo movimento non può meravigliare alcuno. Fin dal Congresso di Bologna una riunione della nostra Frazione deliberava di proporre una intesa ai comunisti elezionisti, ove essi, a parte la questione elettorale, avessero accettato altri due caposaldi della nostra mozione: il cambiamento di nome del Partito e l’espulsione della destra social-democratica. Questo passo non ebbe esito favorevole, poiché, com’è noto, tutti ad eccezione di noi astensionisti, non vollero abbandonare allora il pregiudizio dell’unità del Partito.

    Oggi, dopo le note vicende e dopo il Congresso Comunista Internazionale, il logico sviluppo della nostra azione ci conduce al leale accordo con gli elementi rivoluzionari del Partito, insieme ai quali è stato tracciato senza alcuna difficoltà e senza il minimo dissenso il progetto di azione comune che viene oggi presentato a tutti i compagni italiani.


    * * *

    AI COMPAGNI ED ALLE SEZIONI DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO


    La crisi che travaglia da gran tempo il nostro Partito, sulla quale la vostra attenzione è stata sempre più richiamata così dai recenti avvenimenti d’Italia che dai deliberati del 2° congresso della 3ª Internazionale, rende necessario ed urgente, nello approssimarsi del Congresso Nazionale del Partito, uno sforzo concorde degli elementi di sinistra del Partito stesso per uscire finalmente da una situazione intollerabile e contrastante con le esigenze della lotta rivoluzionaria del proletariato italiano.

    Tutto ciò ci ha indotti a farci iniziatori di un movimento di preparazione del Congresso e di concorde intesa fra tutti quei compagni che sentono veramente la necessità che il Congresso indichi una soluzione definitiva ed energica del grave problema.

    Non ci dilungheremo nel ricordarvi quale sia la situazione del nostro paese. Le condizioni nelle quali esso ha partecipato ed è uscito dalla grande guerra mondiale, e gli episodi di questo turbato periodo di dopo guerra, dimostrano perfino ai nostri avversari i sintomi molteplici della disorganizzazione irrimediabile dell’attuale regime, e la incapacità di esso a lottare contro le conseguenze rivoluzionarie del proprio intimo disfacimento.

    Dall’altra parte il fremito, il sentimento, lo slancio ribelle delle masse di tutti gli strati del proletariato crescono ogni giorno di più e si manifestano nelle continue agitazioni, nell’ardore con cui le battaglie della lotta di classe vengono condotte nell’aspirazione, sia pure indistinta, che esse si conchiudano nella vittoria finale della rivoluzione proletaria.

    La borghesia, pur essendo conscia della propria impotenza a fronteggiare il dissesto del suo regime sociale, concentra le ultime energie nella sua difesa contro questa avanzata delle masse rivoluzionarie. Da un lato essa organizza corpi regolari e irregolari per la repressione armata dei moti operai, dall’altro svolge una astuta politica di apparenti concessioni e di mentite benevolenze verso i desiderati delle masse.

    Gli organismi che conducono l’azione proletaria ed a cui spetta il compito di svolgere una opposizione vittoriosa a questa politica di conservazione borghese, hanno più volte dimostrato all’evidenza le proprie deficienze.

    L’organizzazione sindacale raccoglie ogni giorno più estese schiere di lavoratori, ma mentre questi nelle agitazioni e negli scioperi dimostrano di sentire la necessità di allargare il campo della lotta e spingersi verso conquiste rivoluzionarie, la burocrazia dirigente dei sindacati imprime a tutta l’azione i caratteri tradizionali delle lotte corporative, chiudendola nei limiti di un perseguimento di miglioramenti graduali nelle condizioni di vita del proletariato.

    Quanto al partito politico della classe operaia, al Partito Socialista, che avrebbe il compito di riassumere in sé le energie rivoluzionarie di avanguardia, di imprimere un nuovo carattere e un nuovo indirizzo ai metodi di lotta per il conseguimento dei massimi fini del comunismo, esso anche si rivela inadatto alla sua funzione.

    È ben vero che la maggioranza del Partito, adottando a Bologna il nuovo programma massimalista e dando la sua adesione alla Internazionale di Mosca, credeva di aver risposto alle esigenze del problema storico, che, dopo lo scioglimento della grande guerra, aveva dovunque poste di fronte le due concezioni antitetiche della lotta proletaria: quella social-democratica, disonorata nel fallimento della II Internazionale e nella complicità con le borghesie; e quella comunista, forte delle originarie affermazioni marxiste e delle esperienze gloriose della rivoluzione russa, che, organizzatasi nella nuova Internazionale, lanciava al proletariato le sue parole d’ordine rivoluzionarie: lotta violenta per l’abbattimento del potere borghese, per la dittatura proletaria, per il regime dei consigli dei lavoratori.

    Ma in realtà il Partito, illuso forse dal legittimo compiacimento pel fatto di avere tenuto durante la guerra un contegno ben diverso da quello degli altri partiti della II Internazionale, non intese la necessità che a un cambiamento formale del programma corrispondesse un rinnovamento profondo della sua struttura e delle sue funzioni.

    I successivi avvenimenti hanno dimostrato, attraverso circostanze che è superfluo rammentare, quanto il Partito fosse ancora lontano dall’essere pari al compito rivoluzionario che la situazione storica gli confidava.

    Esso non ha modificato essenzialmente i criteri della sua politica; la sua azione soprattutto parlamentare, adagiandosi nei metodi tradizionali dell’ante guerra ha spesso fatto il gioco del governo borghese.

    Nei momenti in cui occorrevano risoluzioni decisive, restarono arbitri della situazione uomini sorpassati a cui il partito non seppe togliere la dirigenza dell’azione sindacale e parlamentare, e si ricadde così nei vecchi metodi di accomodamento e di transazione. Le masse del proletariato, deluse, si rivolgono quindi in parte ad altre correnti rivoluzionarie militanti fuori del partito, come i sindacalisti e gli anarchici, che hanno concezioni del processo rivoluzionario in cui i comunisti non possono concordare; uniscono giustissime critiche di un atteggiamento così contrastante con le esigenze rivoluzionarie e con lo stesso linguaggio rivoluzionario dei capi del partito.

    È per le ragioni che abbiamo riportate e per tutte quelle altre che in molte occasioni sono state più ampiamente prospettate dagli elementi di sinistra, che il Partito Socialista Italiano si è rilevato inadatto al suo compito, è per queste ragioni che il Congresso Internazionale di Mosca, accogliendo le richieste dei compagni italiani di tendenza più avanzata, ha stabilito di porre con chiarezza e con fermezza la questione del rinnovamento del nostro partito, ed ha fissate le basi su cui il prossimo nostro congresso dovrà lavorare per conseguire tale scopo.

    Quali dunque i compiti del prossimo Congresso? Quali gli obbiettivi che dobbiamo proporci per far sì che esso, anziché esaurirsi in vane logomachie ed in accorte manovre di corridoio, affronti coraggiosamente il male e vi apporti i più radicali rimedi? Noi crediamo che questi obbiettivi e questi propositi possano e debbano essere comuni a quanti compagni condividono, assieme ai principi fondamentali del comunismo, l’intendimento di applicare nel modo più energico alla costituzione ed alla attività del partito le deliberazioni di Mosca.

    Queste costituiranno la piattaforma comune di azione per quei gruppi e quelle correnti di sinistra, che pur distinguendosi su particolari concezioni di certi problemi di dottrina e di tattica, si sono incontrate nelle critiche svolte dal punto di vista rivoluzionario all’insufficienza dell’azione del Partito.

    Il programma d’azione comune che noi vi prospettiamo in vista del Congresso, può, a parer nostro, essere compendiato nei seguenti caposaldi principali.

    1. Cambiamento del nome del Partito in quello di Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista).

    2. Rielaborazione del programma votato a Bologna, alcune particolari affermazioni del quale devono essere rese più conformi ai principi della Terza Internazionale, per contrapporlo ancora una volta al programma social-democratico di cui è partigiana la destra del partito.

    3. Conseguente e formale esclusione dal Partito di tutti gl’iscritti e gli organismi, i quali si sono dichiarati o si dichiareranno contro il programma comunista attraverso il voto delle sezioni e del Congresso o con qualunque altra forma di manifestazione.

    4. Modifica degli statuti interni del partito per introdurvi i criteri di omogeneità di centralizzazione e di disciplina che sono la base indispensabile della struttura del Partito Comunista, adottando, tra le altre innovazioni, il sistema del periodo di candidatura per i nuovi iscritti al partito, e quello delle revisioni periodiche di tutti gl’iscritti, la prima delle quali dovrà immediatamente seguire il Congresso.

    5. Obbligo di tutti i membri del Partito alla completa disciplina d’azione verso tutte le decisioni tattiche del Congresso Internazionale e del Congresso Nazionale, la cui osservanza sarà affidata con pieni poteri al Comitato Centrale designato dal Congresso.

    Le direttive dell’attività del Partito s’ispireranno alla realizzazione dei criteri stabiliti dal Congresso di Mosca e saranno principalmente le seguenti:

    a) Preparazione dell’azione insurrezionale del proletariato utilizzando tutte le possibilità di propaganda legale, e organizzando nello stesso tempo su larga base il lavoro illegale per realizzare tutte le condizioni indispensabili dell’azione ed assicurarne i mezzi materiali.

    b) Organizzazione in tutti i sindacati, le leghe, le cooperative, le fabbriche, le aziende ecc. di gruppi comunisti collegati all’organizzazione del partito, per la propaganda la conquista di tali organismi, e la preparazione rivoluzionaria.

    c) Azione nelle organizzazioni economiche per conquistare la direzione di esse al Partito Comunista. Appello alle organizzazioni proletarie rivoluzionarie che sono fuori della Confederazione Generale del Lavoro, perché rientrino per sorreggere la lotta dei comunisti contro l’attuale indirizzo e gli attuali dirigenti di essa. Denunzia del patto di alleanza fra il Partito e Confederazione, ispirato ai criteri social-democratici della parità di diritto tra partito e sindacato, per sostituirlo con l’effettivo controllo dell’azione delle organizzazioni economiche proletarie da parte del Partito Comunista attraverso la disciplina dei comunisti che lavorano nei sindacati agli organi direttivi del partito. Distacco della Confederazione, appena conquistata alle direttive del partito comunista, dal segratariato di Amsterdam, e sua adesione alla sezione sindacale dell’Internazionale Comunista, con le modalità previste dallo statuto di questa.

    d) Lotta per la conquista da parte del Partito Comunista della direzione del movimento di organizzazione cooperativa, per liberarlo dalle attuali influenze borghesi e piccolo borghesi e renderlo solidale col movimento rivoluzionario di classe del proletariato.

    e) Partecipazione alle elezioni politiche e amministrative con carattere completamente opposto alla vecchia pratica social-democratica e con l’obbiettivo di svolgere la propaganda e l’agitazione rivoluzionaria, di affrettare il disgregamento degli organi borghesi della democrazia rappresentativa.
    Revisione da parte degli organi del partito, sotto la direzione del Comitato Centrale, della composizione di tutte le rappresentanze elettive del partito nei comuni, nelle province e nel parlamento, con la facoltà di scioglimento di tali organismi. Controllo e direzione permanente da parte del comitato centrale dell’attività di quelli che saranno conservati. Il gruppo parlamentare sarà considerato come l’organo designato a compiere una specifica funzione tattica sotto la direzione della centrale del partito. Esso non avrà facoltà di pronunciarsi come corpo deliberante su questioni che investono la politica generale del partito.

    f) Controllo di tutta l’attività di propaganda da parte degli organi centrali, e specialmente disciplinamento di tutta la stampa del partito, i cui comitati di direzione saranno nominati o confermati dal comitato centrale che ne controllerà l’opera sulla base delle direttive politiche dei congressi.

    g) Stretto contatto col movimento giovanile, secondo i criteri contemplati dallo statuto dell’Internazionale comunista; intensificazione della propaganda e organizzazione femminile.

    Noi confidiamo che queste linee generali del programma di azione comune raccoglieranno il consentimento di tutti i comunisti, che contribuiranno attivamente ad assicurarne il trionfo nelle prossime assisi del partito attraverso una larga agitazione e la organizzazione di tutte le forze che si porteranno su questo terreno.

    Al lavoro dunque, o compagni, perché trionfi, al di sopra di falsi sentimentalismi unitari, come di misere questioni di persone, la causa della rivoluzione comunista.



    Milano, ottobre 1920.

    Nicola Bombacci, Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Antonio Gramsci,
    Francesco Misiano, Luigi Polano, Umberto Terracini.
    "

    Una rara foto della prima pagina del SOVIET, l'organo di stampa socialista napoletano divenuto organo della frazione comunista astensionista (Bordighiana) del PSI.




    Saluti liberali

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    L'intervento di Amadeo Bordiga al Congresso di Livorno del P.S.I.
    pubblicato su "L'Ordine Nuovo" del 20 gennaio 1921 - resoconto e parti salienti:

    " La concezione socialdemocratica

    Il movimento revisionista, sostituitosi alla concezione marxista, aveva diffuso l'opinione che il mondo capitalistico si sarebbe modificato attraverso le iniezioni di socialismo che a poco a poco si venivano facendo nei suoi strati. Ma è venuta la guerra a dimostrare la fallacia di questa dottrina revisionista che accarezzava l'illusione di una trasformazione pacifica escludendo l'urto rivoluzionario fra le due avverse forze. I socialisti della Seconda internazionale accettando la guerra furono quindi coerenti con se stessi. Essi, che avevano predicato e attuato il programma della pacificazione tra le classi non potevano allo scoppio della guerra battersi il petto e diventare rivoluzionari. I capi sindacali e parlamentari, che erano alla testa del movimento proletario, alla vigilia della guerra avevano creato un meccanismo che per la sua natura stessa e per lo spirito che lo animava si trovò impotente ad opporsi alla borghesia, con la quale aveva collaborato sino ad allora. Per questo che le Organizzazioni operaie, nella maggior parte dei paesi, divennero strumento di guerra nelle mani della borghesia.

    Ma ora che la guerra è passata lasciandoci se non altro un insegnamento, quale deve essere il nostro comportamento? Il vecchio errore e il vecchio metodo esistono ancora nel mondo malgrado la catastrofe, la quale ha aperto gli occhi dei proletari. La sinistra marxista vuole invece troncarla definitivamente con gli errori della Seconda Internazionale, vuole ritornare alla sua concezione originaria rivoluzionaria e preparare la classe operaia alla conquista del potere con i soli mezzi possibili. Ma quali sono questi mezzi? Il proletariato non può liquidare la guerra che con la rivoluzione. noi vogliamo prepararlo e renderlo capace di compierla. I revisionisti invece, i partigiani della graduale evoluzione, tentano di opporsi alla rivoluzione. Essi costituiscono quindi un pericolo che minaccia l'ascensione al potere del proletariato, perché vogliono impedire che dalla guerra tra gli Stati nazionali si passi alla guerra civile tra le classi, soltanto la quale il proletariato potrà realizzare la conquista del potere.

    La prova, anzi l'esempio concreto della realtà di questo sviluppo storico ce l'ha dato la rivoluzione russa. Essa ha iniziato l'effettiva liquidazione della guerra e mostrato che il proletariato non può sostituire se stesso alla borghesia se non spezzando tutte le istituzioni che la borghesia ha creato per il suo governo.

    I riformisti, i socialdemocratici, essi pure dicono di voler conquistare il potere, ma la loro tattica li portò a mantenere in vita l'apparato politico, amministrativo, militare e poliziesco che la borghesia ha creato per il suo dominio.

    La contraddizione dei principi costringe la socialdemocrazia a fallire anche in pratica. Ovunque essa è andata al potere, in Ucraina, in Georgia, in Germania, e non solo parzialmente, ma ereditando tutto il potere dallo Stato borghese, è stata obbligata a ricorrere alla violenza e alla dittatura. Ma mentre la dittatura e il terrore in Russia sono stati applicati contro la borghesia, nei paesi socialdemocratici la dittatura e il terrore vengono applicati contro il proletariato.

    Un altro indizio della mentalità del riformismo si ha nel modo di considerare la rivoluzione. Noi vogliamo prepararla e propagandarla in mezzo alle masse, mostrandone la sua inevitabilità. Il riformismo non ha mai avuto una visione storica di questa inevitabilità e si è sempre perduto nei problemi contingenti.

    Non sono volontaristi i comunisti, ma volontaristi furono e sono i riformisti, per cui il fine è nulla e il movimento è tutto, per cui tutti i problemi devono essere risolti di giorno in giorno senza la guida di una ferrea teoria che non è vana chiacchiera ma è l'interpretazione di uno sviluppo e di una necessità storica.

    Mancando della bussola sicura di questa dottrina è chiaro che i riformisti ondeggiano continuamente di fronte alle possibilità di azione, continuamente trovano che il momento della rivoluzione non è giunto ancora. Così prima della guerra la conquista del potere non sembrava loro possibile perché la società capitalista era troppo forte e troppo ricca. Oggi che la borghesia è stremata il potere non si può prendere perché la baracca è sconquassata l'eredità troppo pesante. Così durante la guerra i riformisti dicevano che la rivoluzione aveva un valore se avveniva in tutti i paesi. Oggi che la rivoluzione è iniziata, essi si tirano indietro, hanno paura del blocco e non si avvedono che queste paure e queste preoccupazioni sono vane e dannose nel momento in cui la Russia da tre anni resiste e chiede l'aiuto dei proletari del mondo intero. Tutte queste aberrazioni sono la conseguenza della mancanza di una visione generale della lotta del proletariato.




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    Oggi no, domani si




    Contro il rinnovarsi del pericolo riformista, sorge la Terza Internazionale. Il suo Congresso si è preoccupato quindi in special modo di tracciare delle norme che serviranno a distinguere in tutti i paesi i comunisti dai riformisti. A questo scopo debbono servire le tesi e i ventun punti proposti dall'Internazionale a tutti i partiti che vogliano aderire ad essa, proposti con lo scopo esplicito di allontanare dal movimento internazionale gli opportunisti ed i riformisti. Perciò contro i 21 punti e contro le tesi i riformisti e gli opportunisti sono insorti in ogni paese ed in ogni paese dicono la stessa cosa, dicono che essi sono giusti in linea di principio, ma non sono applicabili al loro paese per speciali sue condizioni. In questo modo, facendo delle restrizioni per mantenere l'autonomia dei singoli movimenti nazionali, si tende a permettere a tutti di entrare nella terza Internazionale. Ma il fatto stesso che l'autonomia e le differenze ambientali sono l'argomento di tutti riformisti di tutti i paesi, ne stabilisce il valore puramente dilatorio e sofistico. La parte che i socialdemocratici dicono essere inapplicabile agli altri paesi, è invece proprio quella che rappresenta l'esperienza più preziosa della rivoluzione. I socialdemocratici sono coscienti di ciò e perciò, ripetono come mercanti in bolletta: Oggi no, domani si.




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    La crisi del P. S. I.




    L'oratore, che prosegue tra la più viva attenzione del Congresso, il quale è afferrato e tenuto avvinto dalla sua oratoria appassionata e stringente che supera facilmente le forti interruzioni e frena in pari tempo gli applausi dei comunisti, comincia ad esaminare la situazione della nazione e del Partito socialista italiano. Anche fra noi - egli dice - il dibattito e la lotta tra la sinistra marxista e il riformismo, produssero contrasti. Tra il 1900 e il 1914 la sinistra ebbe il sopravvento nella organizzazione politica, ma le mancò il tempo di sviluppare effettivamente la sua azione, soprattutto nei sindacati e nel campo della politica parlamentare e amministrativa. Il nostro Partito entrò nel periodo della guerra col suo vecchio meccanismo colla sua antica struttura, lasciando i capi parlamentari e sindacali riformisti ai loro posti. Quindi la stessa opposizione alla guerra non ebbe un carattere esclusivamente rivoluzionario e di classe, fu determinato da motivi di vario genere: sentimentali, umanitari, utilitari e così via.

    Finita la guerra doveva avvenire la frattura tra le due tendenze che non aveva potuto avvenire alla sua vigilia. Le due anime alla vigilia erano da una parte rappresentate da coloro che avversavano la guerra perché avrebbero voluta trasformarla in guerra civile tra le classi, dall'altra gli avversari alla guerra per pacifismo e per orrore del massacro.

    Ma le due anime si sono palesate ancora più chiaramente nel dopo guerra. Il Partito si è ritrovato allora in una situazione che aveva caratteristiche rivoluzionarie. Ma non si può risolvere immediatamente il problema della conquista del potere. Questo problema si è presentato a noi per la revisione universale imposta dalla rivoluzione russa, mentre i Partito si valeva dell'avversione alla guerra soltanto per lanciarsi nella grande baraonda elettorale.

    Riferendosi alla tradizione intransigente del Partito, l'oratore afferma in seguito che se ieri per intransigenza si poteva limitarsi a intendere il negare la collaborazione con un ministero borghese, oggi per intransigenza deve intendersi conquista integrale del potere dal proletariato. Questo programma fu approvato dal Congresso di Bologna. Ma dopo l'approvazione di quel programma, troppa gente non ha fatto altro che aspettare che esso fallisse. Orbene oggi che il programma di Bologna è fallito, si sente dire da questi stessi che vi hanno aderito: "Se il massimalismo ha avuto un insuccesso, questo è stato l'insuccesso dell'unitarismo".




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    Socialisti di guerra




    Bordiga - Io non sono un socialista di guerra e nego che fra i comunisti ci siano molti socialisti di guerra. Con noi ci sono giovani e vecchi; ma con gli altri vi sono i socialisti di prima della guerra, quelli che durante la guerra hanno taciuto e poi sono andati ai comizi ad urlare: Siamo stati contro la guerra! A questi, preferisco i giovani che attraverso l'esperienza del sacrificio della guerra, son tornati colla nuova fede nel cuore.

    Chiusa questa breve parentesi, Bordiga esamina la mozione che gli unitari hanno definitivamente concordata e che presenteranno al voto del Congresso.

    Rileva ancora una volta l'incertezza e l'equivoco contenuti nel comma in cui si dichiara l'adesione alla Terza Internazionale. Tutti cercano di sfuggire all'applicazione dei 21 punti per non essere vittime. Ma l'unico modo serio e degno di venire alla divisione è quello indicati, dalla mozione di Imola: tagliare fuori la frazione che è consciamente socialdemocratica. Gli unitari invece vogliono tenere questa frazione in seno al Partito cui vogliono dare bandiera rivoluzionaria.

    Mentre fanno ciò gli unitari stessi dicono che la rivoluzione non si può farla per mancanza di preparazione. Noi vogliamo compiere questa preparazione e compierla nel modo più efficace, preparando gli animi. I socialdemocratici e gli unitari ci oppongono che gli organismi economici e politici attualmente posseduti dal Partito sono i migliori strumenti per la conquista del potere politico. Ma ciò è erroneo. Essi parlano in questo modo dei Comuni delle provincie e Cooperative come di fortilizi utili alla causa della rivoluzione. Questo concetto è errato. Questi organismi sono strumenti di conquista solo in quanto sono nelle mani di un Partito che si sappia servire di essi per poter abbattere il potere della borghesia. Se questa condizione non si avvera, questi sforzi diventano nuove catene per il proletariato. Ed è questa un'altra ragione perché da un partito rivoluzionario si deve escludere la parte socialdemocratica.
    "

    Saluti liberali

  8. #8
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    II Congresso Mondiale della Terza Internazionale Comunista - 1920 - i 19 punti programmatici:

    " Terza Internazionale Comunista
    2° Congresso - 1920

    TESI SUL RUOLO DEL PARTITO COMUNISTA NELLA RIVOLUZIONE PROLETARIA







    Il proletariato mondiale è alla vigilia di lotte decisive. L'epoca in cui viviamo è un'epoca di dirette guerre civili. L'ora decisiva si avvicina. In quasi tutti i paesi in cui esiste un importante movimento operaio, la classe operaia dovrà condurre nell'avvenire prossimo una serie di lotte accanite, armi alla mano. Più che mai in questo momento, la classe operaia ha bisogno di una solida organizzazione. Essa deve prepararsi instancabilmente alle lotte cruciali che l'attendono senza perdere una sola ora del tempo prezioso che è rimasto.

    Se durante la Comune di Parigi (1871) la classe operaia avesse avuto un Partito Comunista solidamente organizzato, anche se piccolo, la prima eroica insurrezione del proletariato francese sarebbe stata molto più forte e si sarebbero evitati mille errori e debolezze. Le battaglie che il proletariato si trova a dover sostenere oggi, in una situazione storica del tutto diversa, avranno un'influenza molto più profonda sulle sorti della classe lavoratrice che quelle del 1871.

    Partendo da queste considerazioni, il II Congresso mondiale dell'Internazionale Comunista richiama l'attenzione degli operai rivoluzionari del mondo intero su quanto segue:

    1 - Il Partito Comunista è una parte [o, nella traduzione francese, frazione] della classe operaia, e precisamente la parte più avanzata, più cosciente e, quindi, più rivoluzionaria. Esso si forma con la selezione spontanea dei lavoratori più coscienti, più devoti, più perspicaci. Il Partito Comunista non ha interessi diversi da quelli della classe operaia. Il Partito Comunista si distingue dall'intera massa dei lavoratori in ciò, che esso possiede una visione generale della via che la classe deve storicamente percorrere e, in tutti gli svolti di questa, difende gli interessi non di singoli gruppi o categorie, ma di tutta la classe lavoratrice. Il Partito Comunista è la leva organizzativa e politica con il cui aiuto la parte più avanzata della classe operaia dirige sul giusto cammino la masse del proletariato e del semi-proletariato.

    2 - Finché il proletariato non avrà conquistato il potere statale, finché il suo dominio non si sarà per sempre consolidato rendendo impossibile ogni restaurazione borghese, il Partito comunista non comprenderà di regola nella sua organizzazione che una minoranza degli operai. Prima della presa del potere e nell'epoca di transizione, il Partito Comunista può, in circostanze favorevoli, esercitare una influenza ideologica e politica incontrastata su tutti gli strati proletari e semiproletari della popolazione, ma non può riunirli organizzativamente nelle sue file. È solo dopo che la dittatura proletaria avrà privato la borghesia di potenti mezzi di influenza come la stampa, la scuola, il parlamento, la chiesa, l'apparato amministrativo ecc., e solo dopo che la disfatta definitiva del regime borghese sarà divenuta evidente agli occhi di tutti; è solo allora che tutti o quasi tutti gli operai entreranno nei ranghi del Partito Comunista.

    3 - Le nozioni di partito e di classe devono essere distinte con la massima cura. I membri dei sindacati «cristiani» e liberali di Germania, d'Inghilterra e d'altri paesi, appartengono indubbiamente alla classe operaia. È indubbio che anche i circoli operai più o meno considerevoli, che si schierano ancora al seguito di Scheidemann, Gompers e consorti, vi appartengono. In date condizioni storiche, è possibilissimo che in seno alla classe operaia sussistano numerosi gruppi reazionari. Il compito del comunismo non è di adattarsi a questi elementi arretrati della classe operaia, ma di elevare l'intera classe operaia al livello della sua avanguardia comunista. La mescolanza fra questi due concetti – partito e classe – può condurre ai più gravi errori e alla peggior confusione. È per esempio chiaro che, durante la guerra imperialista, i partiti operai dovevano insorgere ad ogni costo contro i pregiudizi e lo stato d'animo di una parte della classe operaia, e difendere gli interessi storici del proletariato che imponevano al suo partito di dichiarare guerra alla guerra. Così pure, all'inizio della guerra imperialista del 1914, i partiti socialtraditori di tutto il mondo, che sostenevano la borghesia dei «loro» rispettivi paesi, non mancarono di richiamarsi all'argomento che tale era la «volontà» della classe operaia. Essi dimenticavano che, se anche così fosse stato, compito del partito proletario avrebbe dovuto essere di reagire contro lo stato d'animo generale degli operai e difendere, malgrado e contro tutti, gli interessi storici del proletariato. Così anche alla fine del XIX secolo i menscevichi russi di allora (i cosiddetti economisti) respingevano la lotta politica aperta contro lo zarismo col pretesto che la classe operaia nel suo insieme non era ancora matura per la lotta politica. Allo stesso modo, gli indipendenti di destra in Germania hanno sempre giustificato le loro mezze misure dicendo che «così volevano le masse», senza comprendere che il partito esiste appunto per precedere le masse, e indicare loro il cammino.

    4 - L'Internazionale Comunista è fermamente convinta che il fallimento dei vecchi partiti «socialdemocratici» della II Internazionale non può, in alcun caso, essere considerato come un fallimento del partito proletario in generale. L'epoca della lotta diretta per la dittatura proletaria suscita alla scala mondiale un nuovo partito del proletariato – il Partito Comunista.

    5 - L'Internazionale Comunista ripudia nella maniera più categorica l'opinione secondo cui il proletariato può compiere la sua rivoluzione senza un proprio e autonomo partito politico. Ogni lotta di classe è una lotta politica. Lo scopo di questa lotta, che si trasforma inevitabilmente in guerra civile, è la conquista del potere politico. Ma il potere politico non può essere preso, organizzato e diretto, che da questo o quel partito. Solo il proletariato ha alla sua testa un partito organizzato e provato, che persegue scopi chiaramente definiti e possiede un programma di azione preciso per l'avvenire vicino, sia nel campo della politica interna che in quello della politica estera, solo allora la conquista del potere politico non sarà un episodio fortuito e temporaneo, ma il punto di partenza di un lavoro duraturo di edificazione comunista ad opera del proletariato.
    La stessa lotta di classe esige parimenti la centralizzazione della direzione delle diverse forme del movimento proletario (sindacati, cooperative, comitati di fabbrica, società culturali, elezioni, ecc.). Un simile centro organizzatore dirigente non può essere che un partito politico. Rifiutarsi di crearlo e rafforzarlo, rifiutarsi di sottomettervisi, equivale a respingere l'unità di direzione delle singole pattuglie di proletari che agiscono sui diversi campi di battaglia. La lotta di classe del proletariato esige infine una agitazione concentrata, che illumini le diverse tappe della lotta da un punto di vista unitario e attiri in ogni momento l'attenzione del proletariato sui compiti che lo interessano nel suo insieme; cosa che non può realizzarsi senza un apparato politico centralizzato, cioè senza un partito politico.
    La propaganda di certi sindacalisti rivoluzionari e degli aderenti agli «Operai Industriali del Mondo» (I. W.W.) contro la necessità di un partito politico indipendente, non serve, obiettivamente, che ad aiutare la borghesia e i «socialdemocratici» controrivoluzionari. In tutta la loro propaganda contro il Partito Comunista, che essi vorrebbero sostituire con i sindacati, o con informi unioni operaie «generali», i sindacalisti e gli industrialisti hanno dei punti di contatto con gli opportunisti dichiarati.
    Dopo la disfatta della rivoluzione del 1905, i menscevichi russi sostennero per alcuni anni l'idea di un cosiddetto Congresso operaio che doveva sostituire il partito rivoluzionario della classe operaia. Gli «operaisti gialli» di ogni specie, in Inghilterra e in America, che in realtà conducono una politica apertamente borghese, propagano fra gli operai l'idea della creazione di unioni operaie informi o di vaghe associazioni puramente parlamentari, non quella della creazione di un vero partito politico. I sindacalisti rivoluzionari e gli industrialisti vogliono, sì, combattere contro la dittatura della borghesia, ma non sanno come. Essi non vedono che una classe operaia senza partito politico autonomo è un corpo senza testa.
    Il sindacalismo rivoluzionario e l'industrialismo rappresentano certo un passo avanti in confronto alla vecchia e ammuffita ideologia controrivoluzionaria della II Internazionale. Ma, in confronto al marxismo rivoluzionario, cioè al comunismo, il sindacalismo rivoluzionario e l'industrialismo segnano un passo indietro. La dichiarazione dei comunisti «di sinistra» tedeschi del «K.A.P.D.» al loro congresso costitutivo dell'aprile scorso, secondo cui essi formano un partito, ma «non un partito nel senso corrente» (keine Partei im ùberlieferten Sinne), è una capitolazione ideologica di fronte alle opinioni reazionarie del sindacalismo rivoluzionario e dell'industrialismo.
    Con il solo sciopero generale, con la sola tattica delle braccia incrociate, la classe operaia non può riportare vittoria completa sulla borghesia. Il proletariato deve spingersi fino all'insurrezione armata. Chi ha compreso questo, deve anche comprendere che la necessità di un partito politico organizzato ne discende necessariamente, e che, a questo scopo, delle informi organizzazioni operaie non bastano.
    I sindacalisti rivoluzionari parlano spesso della grande importanza di una minoranza rivoluzionaria decisa. Ma questo minoranza rivoluzionaria decisa della classe operaia, questa minoranza comunista che vuole agire, che possiede un programma, che si pone il compito di organizzare le masse, è appunto il Partito Comunista.

    6 - Il compito più importante di un partito veramente comunista è di mantenersi in stretto contatto con le più vaste masse del proletariato. Per ottenere ciò, i comunisti devono lavorare anche in organizzazioni che non sono il partito, ma che abbracciano vaste masse proletarie. Tali sono per esempio le organizzazioni degli invalidi di guerra in diversi paesi, i comitati «Giù le mani dalla Russia» (Hands off Russia) in Inghilterra, le unioni proletarie di inquilini, ecc. Particolarmente importante è l'esempio delle cosiddette conferenze di operai e contadini «senza partito» (bezpartiniji) in Russia. Tali conferenze vengono convocate in quasi in ogni città, in ogni quartiere operaio e in ogni villaggio. Alle elezione ad esse partecipano i più vasti strati dei lavoratori anche arretrati, e nel loro seno si discutono le questioni più scottanti; approvvigionamento, alloggio, situazione militare, istruzione, compiti politici del giorno, ecc. I comunisti si sforzano in tutti i modi di guadagnare influenza su queste «conferenze di senza partito», e lo fanno con grande successo per il partito.
    I comunisti considerano come loro compito principale un sistematico lavoro organizzativo ed educativo in seno a queste organizzazioni. Ma perché questo lavoro sia fecondo, perché i nemici del proletariato non si impadroniscano di queste organizzazioni di massa, i lavoratori comunisti dotati di coscienza di classe devono avere il loro partito comunista indipendente e disciplinato, che agisce in modo organizzato e che, in tutti gli svolti delle situazioni – e quali che siano le forme del movimento – sia in grado di rappresentare gli interessi generali del comunismo.

    7 - I comunisti non rifuggono dalle organizzazioni operaie di massa politicamente neutre, neppure, in date circostanze, quando esse presentano un carattere apertamente reazionario (sindacati gialli, cristiani, ecc.). Il Partito Comunista svolge continuamente in esse la sua opera e non si stanca di mostrare agli operai che l'idea dell'apartiticità come principio è coltivata ad arte in mezzo a loro dalla borghesia e dai suoi lacchè al fine di distogliere dalla lotta organizzata per il socialismo.

    8 - La vecchia «classica» suddivisione del movimento operaio in tre forme (partiti, sindacati, cooperative) ha fatto visibilmente il suo tempo. La rivoluzione proletaria in Russia ha suscitato la forma fondamentale della dittatura proletaria, i soviet. Nel prossimo avvenire, avremo dovunque questo suddivisione: 1. il partito, 2. il soviet. 3. il sindacato.
    Ma il partito del proletariato, cioè il Partito Comunista, deve dirigere incessantemente e sistematicamente il lavoro dei Soviet così come dei sindacati rivoluzionari. L'avanguardia organizzata della classe operaia, il Partito Comunista, rappresenta in pari grado gli interessi sia della lotta economica che di quella politica e culturale della classe operaia nel suo insieme. Il Partito Comunista deve essere l'anima sia dei sindacati che dei soviet, come di tutte le altre forme di organizzazioni proletarie.
    La nascita dei soviet, come forma storica fondamentale della dittatura del proletariato, non diminuisce per nulla il compito dirigente del Partito Comunista nella rivoluzione proletaria. Quando i comunisti tedeschi di «sinistra» (vedi il loro Manifesto al proletariato tedesco del 14 aprile 1920, firmato «Partito operaio comunista tedesco») dichiarano che «anche il partito deve adattarsi sempre più dell'idea dei soviet o assumere carattere proletario» (Kommunistische Arbeiterzeitung, n.54) essi vogliono semplicemente dire che il Partito Comunista dovrebbe dissolversi nei soviet, che i soviet sarebbero in grado di sostituirlo.
    Quest'idea è radicalmente falsa e reazionaria.
    Nella storia della rivoluzione russa vi è stata tutta una fase in cui i soviet marciavano contro il partito proletario e sostenevano la politica degli agenti della borghesia. La stessa cosa si è osservata in Germania, ed è possibile anche in altri paesi.
    Perché i soviet possano compiere la loro missione storica, è necessaria la esistenza di un forte Partito Comunista che non si «adatti» semplicemente ai Soviet, ma sappia esercitare sulla loro politica un'influenza decisiva, spingerli a ripudiare il loro «adattamento» alla borghesia ed alla socialdemocrazia bianca, e fare del Partito Comunista, attraverso le frazioni comuniste, il partito dirigente dei soviet.
    Chi raccomanda al Partito Comunista di «adattarsi» ai soviet, chi vede in questo adattamento un rafforzamento del «carattere proletario» del partito, costui non comprende il significato e l'importanza né del partito né dei soviet. L'«idea dei soviet» vincerà tanto più rapidamente, quanto più riusciremo a creare in ogni paese un partito il più possibile forte. Anche molti socialisti «indipendenti» e perfino destri riconoscono oggi, a parole, «l'idea dei soviet». Ma si può impedire a questi elementi di deformare l'idea sovietica solo possedendo un forte Partito Comunista che sia in grado di determinare e dirigere la politica dei soviet.

    9 - Il Partito Comunista non è solamente necessario alla classe operaia prima e durante la conquista del potere, ma anche dopo che il potere è passato nelle mani della classe lavoratrice. La storia del Partito Comunista russo, che detiene da tre anni il potere in un paese immenso mostra che il ruolo del Partito Comunista, lungi dal diminuire dopo la conquista del potere, si è considerevolmente accresciuto.

    10 - Al momento della conquista del potere da parte del proletariato, il suo partito costituisce tuttavia ancora, come prima, solo una parte della classe dei lavoratori. Ma è appunto quella parte della classe operaia che ha organizzato la vittoria. Nel corso di due decenni, come in Russia, e per tutta una serie d'anni, come in Germania, il Partito Comunista, nella sua lotta non soltanto contro la borghesia, ma anche contro quei «socialisti» che sono in realtà gli agenti della borghesia fra i proletari, ha accolto nelle sue file i militanti più energici, più perspicaci, più evoluti della classe operaia. Solo l'esistenza di una simile organizzazione compatta della parte migliore della classe lavoratrice permette di superare tutte le difficoltà di fronte alle quali il Partito Comunista si troverà all'indomani della sua vittoria. L'organizzazione di una nuova armata proletaria – l'Armata rossa – l'abolizione effettiva del meccanismo statale borghese, e la creazione dei primi lineamenti dell'apparato statale proletario, la lotta contro le tendenze corporative di singoli gruppi operai, la lotta contro il «localpatriottismo», l'apertura di nuove vie nella creazione di una nuova disciplina del lavoro, in tutti questi campi la parola decisiva spetta la Partito Comunista, i cui membri guidano con il loro esempio vivente i più vasti strati della classe operaia.

    11 - La necessità di un partito politico del proletariato sparisce solo con la completa eliminazione delle classi. È possibile che, nella marcia verso la vittoria definitiva del comunismo, l'importanza delle tre forme fondamentali dell'organizzazione proletaria contemporanea (partiti, soviet, sindacati d'industria) si modifichi e che un tipo unico di organizzazione operaia si cristallizzi a poco a poco. Ma il Partito Comunista non si risolverà completamente nella classe operaia che allorquando il comunismo cesserà di essere la posta della lotta, allorquando la classe operaia sarà, tutta intera, divenuta comunista.

    12 - Il Congresso dell'Internazionale Comunista deve non soltanto confermare la missione storica del Partito Comunista, ma anche dire al proletariato internazionale, almeno nelle linee essenziali, di quale partito abbiamo bisogno.

    13 - L'Internazionale Comunista è dell'avviso che soprattutto nell'epoca della dittatura del proletariato il Partito Comunista deve essere costruito sulla base di una incrollabile centralizzazione proletaria. Per dirigere efficacemente la classe operaia nella lunga e aspra guerra civile che sarà scoppiata, il Partito Comunista deve stabilire anche nelle sue file una severa, militare disciplina. La esperienza del Partito Comunista russo, che nella guerra civile per tre anni ha guidato con successo la classe operaia, ha mostrato che senza la più forte disciplina, senza una centralizzazione completa, senza una piena e cameratesca fiducia di tutte le organizzazioni di partito nel centro dirigente del partito stesso, la vittoria dei lavoratori è impossibile.

    14 - Il Partito Comunista deve basarsi sul principio del centralismo democratico. L'eleggibilità degli organi superiori del partito da parte degli inferiori, il carattere assolutamente vincolante di tutte le direttive degli organi superiori per gli inferiori, e l'esistenza di un forte centro del partito, la cui autorità non può, nell'intervallo tra i congressi del partito, essere contestata da nessuno, tali sono i principi essenziali della centralizzazione democratica.

    15 - Tutta una serie di Partiti Comunisti in Europa e in America è stata costretta, dallo stato d'assedio proclamato dalla borghesia contro i comunisti, a condurre un'esistenza illegale. In tali circostanze è possibile che il principio elettivo abbia a soffrire alcune menomazioni, e che si sia costretti a conferire agli organi direttivi del partito il diritto di cooptare nuovi membri come è avvenuto a suo tempo in Russia. Sotto lo stato d'assedio il Partito Comunista non può evidentemente far ricorso al referendum democratico fra tutti i suoi membri ogni volta che sorge una grave questione (come proporrebbe un gruppo di comunisti americani); esso deve invece accordare al suo centro dirigente il diritto di prendere, quando necessario, decisioni importanti e obbligatorie per tutti i membri del partito.

    16 - La rivendicazione di una larga «autonomia» per le singole organizzazioni locali di partito non può in questo momento che indebolire i ranghi del Partito Comunista, minare la sua capacità d'azione e favorire lo sviluppo di tendenze anarchiche, piccolo-borghesi, e centrifughe.

    17 - Nei paesi in cui il potere è ancora detenuto dalla borghesia e dalla socialdemocrazia controrivoluzionaria, i Partiti Comunisti devono imparare a collegare sistematicamente l'azione legale con quella illegale, e precisamente il lavoro legale deve essere sempre controllato dal partito illegale. I gruppi parlamentari comunisti e le frazioni comuniste operanti nelle istituzioni, sia centrali che locali, dello Stato in genere, devono essere interamente subordinati al partito nel suo insieme – quale che sia la situazione legale o no, del partito stesso in momento dato. Chi, in possesso di un mandato qualsiasi, in un modo o nell'altro, si rifiuta di sottomettersi al partito, deve essere escluso. La stampa legale (giornali, edizioni varie) deve dipendere in tutto e per tutto dall'insieme del partito e dal suo comitato centrale. Nessuna concessione in questo campo è ammissibile.

    18 - La pietra angolare di ogni lavoro organizzativo del Partito Comunista deve essere la creazione di nuclei comunisti dovunque si trovino dei proletari e dei semi-proletari, sia pure piccolo il loro numero. In ogni soviet, in ogni sindacato, in ogni cooperativa, in ogni officina, in ogni comitato di inquilini, in ogni istituzione in cui anche solo tre persone simpatizzano per il comunismo, un nucleo comunista deve essere immediatamente organizzato. Solo la compattezza organizzativa dei comunisti dà all'avanguardia della classe operaia la possibilità di trascinarsi dietro l'intera classe lavoratrice. Tutti i nuclei comunisti che lavorano in organizzazioni apartitiche devono essere assolutamente subordinati al partito nel suo insieme, sia la sua azione in quel dato momento legale o illegale. I nuclei comunisti devono essere coordinati in modo rigorosamente gerarchico, secondo un sistema il più possibile preciso.

    19 - Il Partito Comunista nasce quasi ovunque come partito urbano, come partito dei lavoratori di industria che abitano prevalentemente nelle città. Per assicurare alla classe operaia la vittoria più facile e rapida possibile è indispensabile che il Partito Comunista non sia esclusivamente un partito urbano, ma acquisti influenza anche nelle campagne. Esso deve svolgere la sua propaganda e la sua attività organizzativa fra i braccianti e i contadini poveri e medi. Il Partito Comunista deve indicare una particolare cura all'organizzazione di nuclei comunisti nei villaggi.
    L'organizzazione internazionale del proletariato può essere forte solo se la concezione suesposta del compito del Partito Comunista si impone in tutti i paesi in cui dei comunisti vivono e lottano. L'Internazionale Comunista invita tutti i sindacati che accettano i principî della III Internazionale a rompere con l'Internazionale gialla. L'Internazionale organizzerà una sezione internazionale dei sindacati rossi che si pongono sul terreno del comunismo. L'Internazionale Comunista non rifiuterà il concorso di alcuna organizzazione operaia politicamente neutra che voglia condurre una seria lotta contro la borghesia. Ma l'Internazionale Comunista non cesserà, nel far ciò, di additare ai proletari di tutto il mondo:
    1) che il Partito Comunista è lo strumento essenziale per l'emancipazione del proletariato; dobbiamo quindi avere in ogni paese non più gruppi e tendenze, ma un Partito Comunista;
    2) che in ogni paese deve esserci un solo Partito Comunista;
    3) che il Partito Comunista deve essere fondato sul principio della più stretta centralizzazione e, nell'epoca della guerra civile, deve instaurare nel suo seno una disciplina militare;
    4) che dovunque ci siano anche solo dieci proletari o semi-proletari, il Partito Comunista deve avere il suo nucleo organizzato;
    5) che in ogni organizzazione apartitica deve esserci un nucleo comunista interamente subordinato al partito nel suo insieme;
    6) che, mentre difende incrollabilmente il programma e la tattica rivoluzionaria del comunismo, il partito deve essere sempre collegato nel modo più stretto alle grandi organizzazioni operaie, ed evitare tanto il settarismo quanto la mancanza di principî.
    "


    Saluti liberali

  9. #9
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    Le Condizioni di Ammissione all'Internazionale Comunista statuite dal II Congresso Mondiale - 1920 :

    " Terza Internazionale Comunista
    2° Congresso - 1920

    CONDIZIONI PER L’AMMISSIONE ALL’INTERNAZIONALE COMUNISTA


    [Premessa]

    Il primo congresso dell’Internazionale Comunista non formulò nessuna condizione precisa per l’ammissione dei partiti alla Terza Internazionale. Quando fu convocato il primo congresso nella maggior parte dei paesi c’erano soltanto delle correnti e dei gruppi comunisti.
    Il secondo congresso dell’Internazionale Comunista si riunisce in circostanze diverse. Attualmente nella maggior parte dei paesi non ci sono soltanto delle correnti e dei gruppi comunisti, ma dei partiti e delle organizzazioni comunisti.
    Spesso viene inoltrata domanda d’ammissione all’Internazionale Comunista da parte di partiti e gruppi che fino a poco tempo fa appartenevano ancora alla Seconda Internazionale, ma che in realtà non sono diventati comunisti. La Seconda Internazionale è definitivamente crollata. I partiti in posizione intermedia e i gruppi centristi, rendendosi conto dell’assoluta irrecuperabilità della Seconda Internazionale, cercano di trovare un appoggio nell’Internazionale Comunista, che diventa sempre più forte. Ma così facendo sperano di mantenere abbastanza "autonomia" da metterli in grado di continuare la vecchia politica opportunistica o "centrista". L’Internazionale Comunista, entro certi limiti, sta diventando di moda.
    Il desiderio di alcuni tra i principali gruppi "centristi" di aderire all’Internazionale Comunista è prova indiretta del fatto che essa si è guadagnata le simpatie della stragrande maggioranza dei lavoratori coscienti del mondo intero e che sta diventando una forza di giorno in giorno più possente.
    Sull’Internazionale Comunista incombe il pericolo di un inquinamento da parte di elementi instabili e indecisi che non hanno ancora completamente ripudiato l’ideologia della Seconda Internazionale.
    Inoltre, in alcuni dei partiti più consistenti (Italia, Svezia, Norvegia, Iugoslavia, ecc.) in cui la maggioranza ha aderito al punto di vista comunista, persiste ancora una corrente riformista e socialpacifista che aspetta soltanto il momento propizio per risollevare la testa e dare inizio al sabotaggio attivo della rivoluzione proletaria, aiutando così la borghesia e la Seconda Internazionale.
    Nessun comunista deve dimenticare la lezione della rivoluzione ungherese. Il proletariato ungherese ha pagato a carissimo prezzo la fusione dei comunisti ungheresi con i socialdemocratici cosiddetti di "sinistra".
    Perciò il secondo congresso dell’Internazionale Comunista giudica necessario formulare con assoluta precisione le condizioni per l’ammissione di nuovi partiti ed indicare ai partiti che vi hanno già aderito i doveri che vengono loro imposti.


    * * *

    Il secondo congresso dell’Internazionale Comunista pone le seguenti condizioni d’adesione all’Internazionale Comunista:
    1. Tutta l’attività di propaganda e di agitazione deve essere di natura autenticamente comunista e conforme al programma e alle decisioni dell’Internazionale Comunista. Tutta quanta la stampa di partito deve essere sotto la direzione di comunisti fidati che abbiano dato prova di devozione alla causa del proletariato. La dittatura del proletariato non dev’essere considerata semplicemente come formula d’uso corrente meccanicamente appresa; bisogna propugnarla in modo da renderne comprensibile la necessità a qualsiasi comune operaio od operaia, ad ogni soldato e contadino, partendo dai fatti della loro vita di tutti i giorni, che bisogna riferire e utilizzare quotidianamente nella nostra stampa.
    I periodici e le altre pubblicazioni, e tutte le case editrici del partito, devono essere completamente subordinate al praesidium del partito, indipendentemente dal fatto che in quel dato momento il partito sia legale o clandestino. Non bisogna permettere che le case editrici abusino della propria indipendenza e portino avanti una linea politica che non sia in assoluta armonia con la linea politica del partito.
    Negli articoli del giornale, nelle assemblee popolari, nei sindacati e nelle cooperative, ovunque gli aderenti all’Internazionale Comunista siano presenti, è necessario denunziare, sistematicamente ed implacabilmente, non soltanto la borghesia, ma anche i suoi servi, i riformisti di ogni sfumatura.

    2. Qualsiasi organizzazione che voglia aderire all’Internazionale Comunista deve rimuovere, sistematicamente, i riformisti e i centristi da tutti gli incarichi di responsabilità all’interno del movimento operaio (organizzazioni di partito, comitati di redazione, sindacati, gruppi parlamentari, cooperative, organi di governo locali) e sostituirli con comunisti collaudati, anche se, soprattutto all’inizio, sarà necessario sostituire degli opportunisti "esperti" con dei semplici lavoratori di base.

    3. Praticamente in tutti i paesi d’Europa e d’America la lotta di classe sta entrando nella fase della guerra civile. In questa situazione i comunisti non possono assolutamente contare sulla legalità borghese. Essi sono costretti a creare ovunque un’organizzazione clandestina parallela che nel momento decisivo aiuterà il partito a fare il suo dovere per la rivoluzione. In tutti i paesi in cui i comunisti non sono in grado di operare legalmente, a causa dello stato d’assedio o di leggi d’emergenza, è assolutamente indispensabile affiancare al lavoro legale quello clandestino.

    4. Il dovere di divulgare le idee comuniste include il preciso dovere di portare avanti un’attività di propaganda sistematica ed energica nell’esercito. Laddove tale opera di agitazione sia impedita dalle leggi d’emergenza, bisogna portarla avanti clandestinamente. Il rifiuto d’assumersi un compito di questo genere equivarrebbe al ripudio del dovere rivoluzionario ed è incompatibile con l’appartenenza all’Internazionale Comunista.

    5. Bisogna fare opera d’agitazione sistematica e programmata nelle campagne. La classe operaia non può consolidare la propria vittoria se con la propria linea politica non si è assicurato l’appoggio di almeno parte del proletariato rurale e dei contadini più poveri, e la neutralità di parte della popolazione rurale rimanente. Attualmente l’attività comunista nelle zone rurali va acquistando un’importanza di primo piano. Bisogna portarla avanti soprattutto valendosi dell’aiuto dei lavoratori comunisti urbani e rurali che hanno stretti rapporti con le campagne. Il trascurare questo lavoro o l’abbandonarlo nelle mani malfide dei semiriformisti equivale alla rinuncia alla rivoluzione proletaria.

    6. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto a smascherare non soltanto il socialpatriottismo dichiarato, ma anche la falsità e l’ipocrisia del socialpacifismo; a rammentare sistematicamente ai lavoratori che senza l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo nessuna corte internazionale d’arbitrato, nessun accordo par la limitazione degli armamenti, nessuna riorganizzazione "democratica" della Società delle Nazioni, potrà impedire delle nuove guerre imperialistiche.

    7. I partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista sono tenuti a riconoscere la necessità di una frattura completa ed assoluta con il riformismo e con la linea politica del "centro", e a propugnare il più diffusamente possibile questa frattura tra i propri membri. Senza di ciò non è possibile nessuna linea politica coerentemente comunista.
    L’Internazionale Comunista esige assolutamente e categoricamente che si operi tale frattura il più presto possibile. L’Internazionale Comunista non può accettare che dei noti opportunisti, come Turati, Modigliani, Kautsky, Hilferding, Hilquit, Longuet, MacDonald, ecc. abbiano il diritto di apparire quali membri dell’Internazionale Comunista. Ciò non potrebbe non portare l’Internazionale Comunista ad assomigliare per molti aspetti alla Seconda Internazionale, che è andata in pezzi.

    8. Per i partiti dei paesi la cui borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni è necessario tenere un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto a smascherare i trucchi e gli inganni dei "propri" imperialisti nelle colonie, ad appoggiare non solo a parole ma con i fatti ogni movimento di liberazione nelle colonie, ad esigere che i propri imperialisti vengano espulsi da tali colonie, ad instillare nei lavoratori del proprio paese un atteggiamento di autentica fratellanza nei confronti dei lavoratori delle colonie e dei popoli oppressi, e a fare sistematicamente opera d’agitazione tra le truppe del proprio paese perché non collaborino all’oppressione dei popoli coloniali.

    9. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista deve dare attività sistematica e durevole nei sindacati, nei consigli operai e nei comitati di fabbrica, nelle cooperative e nelle altre organizzazioni di massa dei lavoratori. Bisogna costituire all’interno di tali organizzazioni delle cellule comuniste cha attraverso un’opera costante ed indefessa conquistino alla causa del comunismo i sindacati, ecc. Nel corso del proprio lavoro quotidiano le cellule debbono smascherare ovunque il tradimento dei socialpatrioti e l’instabilità del "centro". Le cellule comuniste debbono essere completamente subordinate al partito nel suo complesso.

    10. Ogni partito appartenente all’Internazionale Comunista è tenuto ad ingaggiare una lotta inesorabile contro l’"Internazionale" di Amsterdam dei sindacati gialli. Deve propagandare con il massimo vigore tra i sindacalisti la necessità di una rottura con l’Internazionale gialla di Amsterdam. Deve fare tutto il possibile per appoggiare l’Associazione internazionale dei sindacati rossi, aderente alla Internazionale Comunista, in via di formazione.

    11. I partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista sono tenuti a sottoporre a revisione i componenti dei propri gruppi parlamentari e a destituire tutti gli elementi infidi, a far sì che tali gruppi siano subordinati al praesidium del partito non soltanto a parole ma nei fatti, esigendo che ogni singolo parlamentare comunista subordini tutta la sua attività agli interessi di una propaganda e di un’agitazione autenticamente rivoluzionarie.

    12. I partiti appartenenti all’Internazionale Comunista debbono basarsi sul principio del centralismo democratico. Nell’attuale momento di aspra guerra civile, il Partito comunista potrà assolvere al proprio compito soltanto se la sua organizzazione sarà il più possibile centralizzata, se si imporrà una disciplina ferrea, e se la centrale del partito, sorretta dalla fiducia degli iscritti, avrà forza ed autorità e sarà dotata dei più vasti poteri.

    13. I partiti comunisti dei paesi in cui i comunisti operano nella legalità ogni tanto debbono intraprendere un’opera di epurazione (reiscrizione) tra i membri del partito per sbarazzarsi di tutti gli elementi piccolo borghesi che vi siano infiltrati.

    14. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto ad appoggiare incondizionatamente tutte le repubbliche sovietiche nella lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti debbono portare avanti una propaganda esplicita per impedire l’invio di munizioni ai nemici delle repubbliche sovietiche; debbono anche fare opera di propaganda, con tutti i mezzi, sia legali sia illegali, tra le truppe inviate a soffocare le repubbliche operaie.

    15. I partiti che mantengono ancora i vecchi programmi socialdemocratici sono tenuti a sottoporli a revisione quanto prima possibile, e a redigere, tenendo conto delle particolari condizioni del loro paese, un nuovo programma comunista che sia conforme ai deliberati dell’Internazionale Comunista. Di regola il programma di ogni partito appartenente all’Internazionale Comunista dev’essere ratificato da un regolare congresso dell’Internazionale Comunista o dal Comitato Esecutivo. Se il programma di un partito non ottenesse la ratifica del CEIC, il partito in questione ha il diritto di appellarsi al congresso dell’Internazionale Comunista.

    16. Tutti i deliberati dei congressi dell’Internazionale Comunista, così come i deliberati del suo Comitato Esecutivo, sono vincolanti per tutti i partiti appartenenti all’Internazionale Comunista. L’Internazionale Comunista, che opera in una situazione di aspra guerra civile, deve avere una struttura assai più centralizzata di quella della Seconda Internazionale. Naturalmente l’Internazionale Comunista e il suo Comitato Esecutivo debbono tener conto in tutte le proprie attività della diversità di situazioni in cui si trovano a lottare ed operare i singoli partiti, e debbono prendere delle decisioni vincolanti per tutti unicamente quando tali decisioni siano possibili.

    17. A questo proposito, tutti i partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista debbono cambiare nome. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista deve chiamarsi: Partito Comunista del tale paese (sezione dell’Internazionale Comunista). Il fatto del nome non è soltanto una questione formale, ma una questione squisitamente politica e di grande importanza. L’Internazionale Comunista ha dichiarato guerra a tutto il mondo borghese e a tutti i partiti della socialdemocrazia gialla. La differenza tra i partiti comunisti e i vecchi partiti "socialdemocratici" o "socialisti" ufficiali, che hanno tradito la bandiera della classe operaia, dev’essere resa comprensibile ad ogni semplice lavoratore.

    18. Tutti i principali organi di stampa di partito di tutti i paesi sono tenuti a pubblicare tutti i documenti ufficiali importanti del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista.

    19. Tutti i partiti appartenenti all’Internazionale Comunista e quelli che hanno fatto domanda d’ammissione sono tenuti a convocare al più presto, e in ogni caso entro quattro mesi dal secondo congresso dell’Internazionale Comunista, un congresso straordinario per esaminare tutte queste condizioni d’ammissione. A questo proposito tutte le centrali di partito devono provvedere a che i deliberati del secondo congresso dell’Internazionale Comunista siano rese note a tutte le organizzazioni locali.

    20. I partiti che ora vogliono aderire all’Internazionale Comunista, ma che non hanno ancora cambiato radicalmente la loro vecchia strategia, prima di entrare nell’Internazionale Comunista debbono provvedere a che il loro comitato centrale e tutti gli organismi dirigenti centrali siano composti per non meno dei due terzi da compagni che già prima del secondo congresso propugnassero pubblicamente e inequivocabilmente l’entrata del proprio partito nell’Internazionale Comunista. Si possono fare delle eccezioni con il consenso del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista. Il CEIC ha anche il diritto di fare delle eccezioni nel caso dei rappresentanti del centro menzionati nel paragrafo 7.

    21. I membri del partito che rifiutino in via di principio le condizioni e le tesi elaborate dall’Internazionale Comunista debbono essere espulsi dal partito.
    Lo stesso vale specialmente per i delegati ai congressi straordinari.


    (6 agosto 1920 - Protokoll, II, p. 387)
    "


    Saluti liberali

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    Relazione della Frazione Comunista al Congresso di Livorno del PSI - testo integrale :

    " Partito Socialista Italiano
    XVII Congresso – Livorno – 16/20 gennaio 1921


    RELAZIONE A NOME DELLA FRAZIONE COMUNISTA del PSI che si appronta alla SCISSIONE e alla FONDAZIONE del Partito COMUNISTA.

    Compagni! La frazione comunista, a nome della quale io parlo, ha già avuto occasione di esporre ampiamente quegli elementi di giudizio e quegli argomenti su cui si basa la sua attitudine: così nelle discussioni che il Congresso hanno preceduto, così nella relazione scritta che noi vi abbiamo distribuito, così nel discorso Terracini che ha delucidato le tesi fondamentali che con la nostra risoluzione vi proponiamo.

    Il nostro punto di vista, compendiato prima in un manifesto programma, poi nella mozione adottata dal Convegno di Imola, è noto da tempo a tutto intero il Partito. Giunta a questo punto la discussione non è, compagni, mio compito riesaminare – né ciò sarebbe possibile – tutto quanto il problema. Io vorrei piuttosto ricordare da questa tribuna quale sia il valore ed il significato di questo Congresso nella politica internazionale del movimento operaio dal punto di vista di quel conflitto internazionale fra il comunismo e la tendenza di destra, che vive nel mondo proletario.

    Voi dovete perciò consentirmi di premettere rapidamente alcuni fatti che dobbiamo aver presenti in una simile analisi e che risalgono a notevoli esperienze del passato, delle quali già in quei documenti che vi ricordavo, la nostra frazione ha avuto occasione di trattare ampiamente. Non è mio intento rappresentarvi qui una critica completa della degenerazione del movimento proletario e socialista nella Seconda Internazionale, ma è pure da questo punto che occorre prendere le mosse.

    Nella sua grande maggioranza il movimento socialista negli ultimi decenni che precedettero il 1914, aveva assunto quel carattere a voi ben noto che lo avevano condotto a travisare ed abbandonare la fondamentale dottrina marxista e la prassi rivoluzionaria che da quella dottrina scaturiva. Non fu certo caso, capriccio, vanità di uomini quello che determinò un indirizzo simile, ma furono gli stessi caratteri dello svolgersi del capitalismo. Noi avevamo la sinistra marxista, sempre difesa, anche nel seno della vecchia Internazionale; noi possedevamo fino dall'opera critica fondamentale di Marx e di Engels tutto quel bagaglio di dottrina che ci conduceva a prevedere la fine del mondo capitalistico in quella concezione dello sviluppo rivoluzionario che nel "Manifesto dei comunisti" è meravigliosamente compendiato. Ma questa previsione del modo con cui la società capitalista sarebbe scomparsa, dalla storia dell'umanità, questa previsione tracciata storicamente, politicamente nel "Manifesto dei comunisti", analizzata nei suoi dettagli nel "Capitale", non era certamente uno schema freddo e semplice che senz'altro poteva realizzarsi e senz'altro avere la sua esplicazione.

    Sì, il capitalismo, attraverso all'analisi che noi marxisti ne facevamo, appariva destinato a soccombere; lo sviluppo di certe sue intime contraddizioni, appariva destinato a rimanere incapace di rappresentare più oltre un certo punto, il sistema possibile di produzione di cui l'umanità poteva avvalersi. Ma nello stesso tempo il capitalismo e la società borghese elaborava nel proprio seno degli elementi di conservazione, degli elementi di equilibrio alle condizioni della loro crisi, delle anti-tossine che ogni organismo elabora per combattere le tossine che ne minano l'esistenza.

    Ora, il movimento proletario nella Seconda Internazionale andava a poco a poco verso questa fisionomia, anzi che essere il coefficiente decisivo del rovesciamento del capitalismo. Nella lotta suprema fra la forza produttiva che avrebbe dovuto ribellarsi all'ingranaggio dei rapporti fra produttori e borghesi, e la classe padronale, attraverso il complicarsi della fase capitalistica della evoluzione del mondo borghese, si era fatto diventare il movimento proletario un coefficiente di equilibrio e di conservazione del regime borghese. In quanto che, abbandonandosi da un lato – e i due fatti sono insopprimibili – nel campo dottrinario la critica fondamentale delle ideologie democratico-borghesi e piccolo-borghesi, che è il punto di partenza del marxismo, dall'altra parte non si veniva più a creare l'antitesi fra il proletariato gerente di nuove ideologie, di nuove forze, di nuovi sistemi, di nuovi istituti, e tutto il meccanismo democratico proprio del sistema capitalistico: al posto di questa fondamentale antitesi rivoluzionaria veniva a sostituirsi una contradicenza, un comparteggiamento fra il principio ideologico e il sistema rappresentativo della democrazia borghese, e la funzione del movimento proletario, inteso non ancora come lo slancio supremo e autoritario della classe verso il suo destino, ma come i piccoli tentativi di gruppi, di gruppetti e di categorie di impossessarsi di limitati interessi.

    Perché il grande interesse di classe proletaria, non può, non deve, non riuscirà mai a realizzarsi nei quadri del meccanismo politico presente. Se i supremi destini di tutta la classe proletaria non possono raggiungersi se non spazzando via le istituzioni politiche su cui il capitalismo basa il suo potere, esiste però una possibilità di conciliazione degli interessi immediati, contingenti, del gruppo o della categoria, con quelle soddisfazioni che si possono, sia pure illusoriamente, perseguire avvalendosi del meccanismo democratico, avvalendosi del diritto elettorale, avvalendosi di quel tanto di diritto che la società borghese deve riconoscere alle masse proletarie nella sua costituzione.

    In questa seconda funzione che il socialismo aveva assunto, o compagni, nella Seconda Internazionale, esso era divenuto un movimento sindacale cooperativo di gruppi operai, per interessi immediati, su cui si allacciava perfettamente un movimento puramente elettoralistico, puramente socialdemocratico di conquista dei mandati elettivi nell'organismo rappresentativo borghese, allo scopo di portare innanzi la borghesia a lato di una classe destinata a combatterla e ad abbatterla.

    Questo movimento, questo fenomeno storico, limitando l'ascendere rapidissimo del profitto capitalistico, servendo da fattore di equilibrio alla avidità di guadagno della classe borghese, compensava quel processo fatale di accentramento dei capitali, di accrescimento della miseria, di esasperazione dei rapporti capitalistici, compensava senza poterlo eliminare definitivamente, compensava questo processo e faceva sì che la società borghese potesse trovare equilibrio in quella sua intima contraddizione, propria delle funzioni del movimento proletario, propria delle funzioni della più gran parte del movimento socialista della Seconda Internazionale che aveva relegato le vecchie formule rivoluzionarie al posto di un freddo quadro su cui si lanciava qualche volta uno sguardo, e che si chiamava il programma massimo, ma che viceversa dedicava la sua attività, tutta la sua prassi in quella relazione che aveva scritto per il suo programma minimo e che non rappresentava altro che dei gradini che il proletariato avrebbe dovuto percorrere a gradi. Orbene, questo movimento revisionista era caratterizzato da un dottrina e da una teoria che la storia ha dimostrato fallace. La concezione marxista pessimista, catastrofica, rivoluzionaria, che diceva non essere possibile uscire pacificamente dal meccanismo dell'attuale società e che non era possibile evitare che la contraddizione del capitalismo conducesse ad una suprema battaglia rivoluzionaria fra le classi, questa previsione storica era sostituita dall'altra previsione, che invece il mondo capitalista si sarebbe gradualmente, lentamente, ma sicuramente modificato, accettando queste iniezioni di socialismo che si andavano facendo nelle diverse sue strutture fino a diventare, senza bisogno di questo urto supremo, senza bisogno di questo conflitto, di questa catastrofe, a diventare a poco a poco, a trasformarsi nella società socialista, nella società basata sulla socializzazione dei mezzi di produzione e scambio.

    Orbene, io non insisterò molto nel dimostrarvi come la guerra sia la dimostrazione della fallacia di questa dottrina. Non devo fare una conferenza di propaganda, né posso attardarmi a dimostrare come appunto la guerra, crisi suprema, ultima fase dell'imperialismo capitalistico, non faccia altro che riconfermare quella caratteristica che la dottrina di Marx aveva segnato alla crisi finale del regime borghese. Quindi, dinanzi alla guerra, il movimento si vide togliere dalla storia la possibilità di realizzare il suo programma. Quale fu il suo compito, quale fu il suo ròle in una situazione di questo genere? E qui interviene anche a spiegarci questa situazione, che poi – come vedremo – si ripete nell'episodio del dopo guerra: interviene a spiegarci che la nostra dottrina, il nostro metodo critico, non è la volontà di uomini; che non è la coscienza o il pensiero che dirigono la storia, ma sono forze più complesse e più profonde. Di modo che non era possibile attendere che quei revisionisti che avevano escluso la possibilità di un attacco rivoluzionario fra proletariato e borghesia, che avevano accarezzato l'illusione della rivoluzione pacifica e graduale del mondo capitalistico, che non solo doveva escludere la guerra di classe, ma escludere la stessa guerra fra Stato e Stato capitalistico; non era possibile che dinanzi al fenomeno così grandioso, al suo esplodere, nonostante l'ammonimento venuto dall'ultimo Congresso della Seconda Internazionale, non era possibile che tutti costoro dicessero: "Abbiamo errato; le nostre teorie erano sbagliate e quindi siamo pronti a ritornare sui nostri passi". Ed è là che bisogna ritornare: all'antica via del metodo rivoluzionario, e bisogna quindi rifiutare di seguire la borghesia nella guerra, e bisogna piuttosto accettare quelle armi che essa porge ai proletari per adoperarle nell'urto rivoluzionario.

    Questo non era possibile ed ecco anche perché quando parliamo del fenomeno che sono qui a trattarvi, seppure lo vogliano dire – in mancanza di termine migliore che forse si troverà in qualunque lingua – fenomeno di opportunismo, non intendiamo fare una definizione di ordine etico e individuale: intendiamo parlare di un fenomeno superiore ad ogni volontà di coloro che erano alla testa del movimento proletario alla vigilia della guerra. Il campo sindacale da una parte, il campo parlamentare dall'altra erano i guidatori del meccanismo congegnato per raggiungere quell'effetto, per dare al proletariato quelle piccole soddisfazioni e quei piccoli miglioramenti e per arrivare a questo risultato avevano inevitabilmente dovuto poggiare la loro macchina in tale modo da essere in continuo contatto, in continua discussione, in continua transazione con la borghesia, in accordi continui nel campo sindacale che tendevano sempre più a incanalarsi nella via della collaborazione politica, del possibilismo, di accordo nell'amministrazione stessa della pubblica cosa e nell'intervento stesso dei rappresentanti del proletariato nel meccanismo del potere governamentale borghese. Ecco perché non fu possibile nel 1914 arrestare questa macchina che pure il proletariato alimentava coi suoi sforzi, con la sua cassa, coi suoi sacrifici, con la sua azione, e qualche volta anche col suo sangue, perché anche allora eranvi episodi violenti della lotta di classe. Essa seguitò a girare ed i suoi dirigenti seguitarono a farle seguire lo stesso metodo non potendo alterarne il cammino fatale.

    Ma questo meccanismo se veniva a perdere il suo obbiettivo finale e la sua concezione teorica, non poteva perdere la sua prassi e la sua struttura meccanica, e poiché esso serviva all'equilibrio della borghesia, il fine, cioè la collaborazione, mancò perché la possibilità del riformismo mancava. Ma il fatto della collaborazione, superiore alla volontà di ognuno, restò, e quindi il Partito socialista e le Organizzazioni proletarie delle più grandi parti del mondo divennero i migliori strumenti che il capitalismo avessero potuto immaginare e desiderare per condurre le folle proletarie, senza resistere, al sacrificio della guerra nazionale. (Applausi).

    Tutto ciò ho voluto ricordare solamente per stabilire i caratteri di questo fenomeno che ho domandato di chiamare "opportunismo". Esso non poteva prefiggersi una finalità che non è nella sua storia, e non poteva fare altro che insistere nella vecchia prassi, nel vecchio metodo e diventare un elemento di difesa della classe borghese contro la classe operaia.

    Senza seguire questa analisi in tutti i suoi dettagli, noi ritroviamo il fenomeno dinanzi alla situazione del dopo guerra. Graziadei e Terracini vi hanno detto quale è la interpretazione comunista della situazione del dopo guerra. Quale è la tesi fondamentale della Terza Internazionale? La tesi fondamentale è questa: la situazione ereditata dalla guerra degli Stati borghesi deve essere volta alla guerra rivoluzionaria fra le classi in tutto quanto il mondo. E, compagni, all'indomani della guerra anche i residui del vecchio errore determinarono una situazione analoga. Noi vediamo dinanzi a questa situazione, mentre i comunisti marxisti affermano che bisogna indirizzare il moto proletario a questo programma massimo che finalmente si riavvicina alla prospettiva della storia, che finalmente è tangibile, che finalmente in alcuni paesi è realizzato, e cioè il risultato supremo ed unico della conquista del potere politico, punto di partenza della rivoluzione proletaria; mentre a sinistra il marxismo comunista afferma col pensiero e con l'azione questa verità, il vecchio errore ed il vecchio metodo esistono ancora in tutto il mondo, in tutti i paesi ed affermano ancora che, malgrado la terribile catastrofe della guerra, malgrado che essa abbia per sempre condannato e disonorato il meccanismo socialdemocratico capitalistico, tuttavia siamo ancora, come allora, dinanzi ad un periodo di graduale evoluzione, di successive conquiste, di parziali risultati, e negano questa tattica che, ritornando finalmente alla concezione originaria del marxismo rivoluzionario, dice al proletariato di lottare soltanto per la conquista del potere, e che solo servendosene per spezzare l'apparato statale borghese, la sua polizia ed il suo esercito, i suoi Parlamenti potrà foggiare il nuovo apparato statale, l'apparato dei Consigli proletari. Così solo si può costituire un istrumento il quale serva ad intervenire nei rapporti fra produzione e capitalismo ed a trasformarli nel senso di sopprimere lo sfruttamento del lavoratore ed il dislivello delle classi.

    Dinanzi a questa tesi ancora appare equivoca l'insidia revisionista.

    Ebbene, o compagni, il fenomeno si ripete. Questo fenomeno si è ripetuto in Russia, in modo evidente, dinanzi ad una situazione rivoluzionaria determinatasi in quel paese prima che altrove, e se fosse luogo a discutere dettagliatamente di questo si dovrebbero rievocare molte cose della storia che ha attraversato il proletariato d'Occidente! (Applausi).

    Dunque, compagni, quando si determina il problema "come deve il proletariato liquidare l'eredità della guerra", il revisionismo, con maggior ragione che altrove, effettivamente poteva sostenersi in Russia perché era l'unico paese ove la forma democratica della rivoluzione poteva essere affermata dal punto di vista socialista, poteva sostenersi anche in presenza della necessità di lasciare funzionare per qualche tempo una costituzione politica di ordine parlamentare e democratico. Ma anche lì sovrattutto lì, nel paese dove meno avrebbe dovuto avvenire e dove è avvenuta, contro le condizioni locali, per effetto di una condizione universale, la eredità storica della situazione di guerra ha fatto sì che quando il proletariato russo si è trovato di fronte al problema della massima realizzazione della conquista del potere dall'abbattimento di quegli istituti democratici che erano appena nati; anche lì il movimento proletario si è diviso , anche lì sono stati i seguaci delle dottrine socialdemocratiche e riformiste, i capi politici del proletariato, i quali hanno detto: "No, non è questa la prospettiva, non questo l'avvenire. Non può il proletariato russo arrivare a questo. No. Anche senza negare che si debba giungere in Russia alla dittatura del proletariato, perché questo problema lo ha meglio elaborato il movimento socialista russo che quello degli altri paesi". E dimostrarono prima, nelle conferenze internazionali durante la guerra, a Zimmerwald ed a Kienthal, ove convennero molti socialisti contrari alla guerra per diverse ragioni. Ma, come dicevo, fu la sinistra della Russia bolscevica che pose con più grande chiarezza la tesi: non bastava deprecare la guerra come si potevano deprecare una volta le nequizie del capitalismo, ma bisognava dichiarare che la parola d'ordine da lanciare alle masse era questa: dalla guerra nazionale degli Stati alla guerra civile del proletariato . (Applausi).

    In Russia, dunque, compagni, avvenne perfettamente, con assoluta analogia, lo stesso fenomeno di questo movimento riformista, menscevico, socialdemocratico, dinanzi al momento supremo in cui ormai il proletariato, poggiandosi sul nuovo istituto, impadronendosi delle armi che l'esercito e la marina avevano nelle loro mani, ingaggiava la battaglia suprema per la conquista del potere. In quel momento il menscevismo non disse: "Le mie teorie falliscono, quello che credevo impossibile nella Russia di oggi è invece realtà imminente di domani perché già il proletariato è in piedi, infiammato da questa parola d'ordine della conquista del potere". Esso non disse questo perché queste conversioni non sono possibili, perché aveva nelle sue mani una struttura, un meccanismo che doveva seguitare a girare come aveva girato come allora, funzionando a fianco di Kerensky e Martoff, seguitando ad esplicare la sua prassi di collaborazione borghese. E quando Lenin si levò di fronte a Kerensky, i menscevichi non scelsero, ma andarono da Kerensky e andarono con la causa della borghesia contro la causa della rivoluzione. (Applausi).

    Io voglio sorpassare le analoghe constatazioni che si possono fare ove si tratti delle altre rivoluzioni comuniste non trionfate, come la rivoluzione russa, ma fallite. Voglio appena accennare che queste esperienze di ordine storico vengono confermate sovrattutto da quelle rivoluzioni che si sono arrestate alla fase socialdemocratica capeggiata dai riformisti. In quanto essi sono per la presa del potere, ma essi vogliono andare senza il preventivo attacco violento alle istituzioni attuali e quindi senza nessuna forza che permetta loro come primo atto la sostituzione del proletariato alla borghesia, di prendere questo meccanismo giuridico, militare, poliziottesco e spazzarlo e buttarlo via nei rottami come quello di un ordigno che nella storia abbia fatto il suo tempo, per lasciare il posto all'irrompere di altro istituto.

    Essi questo non vogliono credere possibile. Essi non credono che il proletariato possa gestire il potere solo dopo aver spezzato la macchina gestita dai suoi oppressori: essi credono che esso possa usufruire degli stessi ordigni che oggi il proletariato si trova dinanzi quando attacca i privilegi della minoranza borghese.

    Dicevo che abbiamo avuto dei Governi socialdemocratici. Badate non solo in collaborazione coi Partiti borghesi, ma anche dei Governi fondati su Parlamenti socialisti alla unanimità meno uno o meno due, come nell'Ucraina e nella Georgia, e come in altri paesi in modo meno evidente. Si è visto così nella maniera più grande il fallimento della socialdemocrazia, perché non solo questi paesi non hanno realizzato ciò che, fra mille ostacoli, la dittatura del proletariato ha realizzato in Russia, nella costituzione economica su pure basi marxiste, contro qualunque menzogna borghese ; non solo non hanno realizzato nemmeno quella loro tesi storica che Terracini ha ben spiegato; ma non hanno neppure potuto confermare la loro dichiarazione che può il proletariato andare al potere per le vie democratiche evitando la dittatura e la violenza, evitando la violazione di libertà e di diritto di pensiero e di agitazione perché i loro Governi hanno avuto bisogno di dittatura, di violenza, di soppressione dell'altrui libertà. Ma come si è verificato questo? Mentre nella dittatura dei Soviety russi che giace sotto la dittatura stessa, chi subisce anche gli orrori del terrore rosso ed è calcolato nemico della causa del proletariato, è la classe degli sfruttatori, privata dei suoi antichi diritti e privilegi, che cerca insidiare le conquiste della rivoluzione; in questi paesi, invece, si esercita la dittatura, si esercita la violenza, si applica il terrore, contro i proletari, contro i comunisti. (Applausi).

    Ecco dunque compagni, le due alternative che la storia mondiale oggi presenta: dittatura borghese o dittatura proletaria . Ma qui viene la funzione della scuola intermedia che dice "avanti" ai proletari, ma senza dittatura e senza violenza. La sua funzione è segnata nella storia al di là della volontà e della sua coscienza, e cioè di essere l'ultima gerente della dittatura borghese contro la rivoluzione proletaria. Quindi, compagni, abbiamo cercato più che ricordare i casi in antitesi, di stabilire quali siano i sintomi preventivi di questo pericolo il quale è nelle file, anche oggi, del movimento proletario. Abbiamo cercato di vedere il carattere di questo movimento perché oggi che su tutto il mondo, per effetto del valore socialista prodotto dalla guerra e dalla rivoluzione russa, per iniziativa e legittimo onore dei compagni del grande Partito marxista e rivoluzionario in Russia, oggi che si ricostituisce un nuovo ordigno di lotta e di riscossa del proletariato, bisogna ricostruirlo con criteri antitetici e opposti; bisogna evitare che esso possa ancora correre il rischio di diventare un meccanismo di conservazione e di equilibrio capitalistico anziché diventare arma ben temprata che nel pugno del gigante proletario servirà a sorpassare le ultime resistenze del mondo attuale.

    E quindi, compagni, ecco il problema dinanzi a cui l'Internazionale comunista s'è trovata in quanto che nel disgregarsi dei vecchi Partiti della Seconda Internazionale, nella impossibilità per essi di riprendere il loro compito di prima della guerra perché troppo clamorosamente erano stati disonorati dinanzi alla grande massa proletaria, ecco che si verifica il fatto che taluni di questi Partiti cercano di entrare nella Terza Internazionale e verso il principio dell'anno scorso in parecchi Congressi alcuni Partiti sostanzialmente socialdemocratici abbandonano la Seconda Internazionale riservandosi di entrare nella Terza. E allora, o compagni, dinanzi a questo principale problema, il Comitato esecutivo della Internazionale comunista convocò il Congresso di Mosca. Si trattava di identificare questo pericolo, di vedere quali sono i suoi caratteri, di assodare quali sono le norme con cui si possa guardarsene, di fare la diagnosi e trovare la cura di questa malattia opportunista che minaccia di incancrenire il pericoloso movimento, proletario, che minaccia di penetrare nelle stesse file della nuova Internazionale che si costituisce. E allora, attraverso il materiale di critica che il pensiero comunista marxista ha opposto non da oggi, ma da prima della guerra, dalle note polemiche di allora fra la sinistra rivoluzionaria e la destra riformista, da tutto questo materiale si trassero le prime basi per l'identificazione del pericolo riformista.

    E poiché credo che questo Congresso darà qualche cosa ancora per l'esperienza internazionale di questa lotta, voglio ricordare quali sono i caratteristici argomenti che gli opportunisti invocano, allo scopo di vedere dove essi siano in Italia, se essi siano ancora in Italia, come bisogna liberare il movimento e quale monito venga dal risultato di questo Congresso, e, in questo senso, quale sarà la conseguenza in tutto quanto il movimento comunista del proletariato internazionale.

    Vi dicevo che il movimento revisionista era caratterizzato da quelle pratiche su cui non occorre insistere, tutte corporative nella economia, tutte elettorali nella politica; ma esso era caratterizzato anche da certe sue tesi favorite. In fondo esso si riferiva alla ideologia, alla dottrina, alla teoria, con un argomento di molto facile applicazione demagogica e che molte volte ha strappato l'applauso ai proletari sinceramente rivoluzionari, anche quando l'ascoltare le indicazioni della dottrina avrebbe servito ad essi per premunirsi contro l'insidia che si annidava invece nel facile motivo oratorio. Ma noi vogliamo fare azione, non vogliamo fare teoria. Ora il movimento revisionista aveva sostanzialmente acquistato il suo posto nel pensiero marxistico dei rivoluzionari demolitori, aveva acquistato tutte le forme della ideologia borghese e piccolo-borghese e cioè, mercé certi suoi specifici argomenti, delle strane contraddizioni fra la sua tesi oggi e di ieri, tale elasticità e disinvoltura con la quale evolveva attraverso le situazioni terminando sempre senza saperlo con elaborare le risposte meno rivoluzionarie.

    Un argomento caratteristico? Io ne ricorderò alcuni anche perché non voglio tediarvi. Il modo di considerare da parte del riformismo il problema della rivoluzione. Allorquando alla vigilia della guerra, il problema non era all'ordine del giorno della storia, non stava dinanzi a noi, quando anche allora abbiamo parlato di programma rivoluzionario e di tendenza rivoluzionaria si era perché noi dicevamo: Sì, non è possibile fare la rivoluzione oggi, non esistono tutte le condizioni di forza proletaria che possano permettere questo supremo urto, ma bisogna tuttavia fare la propaganda in mezzo al proletariato della necessità di questa evoluzione, bisogna dire che in ogni episodio, in ogni lotta egli non risolve nulla, ma acquista una esperienza di più, che questo attuale meccanismo sociale non offre uno spiraglio di luce per il suo avvenire se non si spezza e si disperde per fissare lo sguardo nel cielo aperto . Questa questione fu invece sempre girata dal riformismo ed è una vecchia polemica dei nostri Congressi. Fu girata col dire che dal momento che la rivoluzione non è possibile, perché distruggere? "Noi, essi dicono, siamo dei realizzatori, siamo pratici, vogliamo dire alle masse ciò che possono fare oggi, non quello che potrebbero fare domani". E con questo sofisma del valutare le condizioni contingenti si combatteva la nostra tesi intransigente. Perché si diceva: Come fate a dire che non si debbano fare blocchi elettorali, che non si deve fare collaborazione di classe? Oggi non bisogna farli, ma domani la situazione cambierà; sarà un'altra, chi sa quale potrà essere. E di ciò il riformismo non aveva la sua visione storica: aveva dovuto abbandonare quella antica visione schematica, ma potentemente rivoluzionaria in questo suo programma che il marxismo aveva tracciato. Esso aveva messo sulla bandiera la famosa formula di Bernstein: "il fine è nulla, il movimento è tutto". È la prassi quotidiana che comporta la conquista di qualche cosa nel campo economico, di fare scioperi ed elezioni. Tutto ciò è fine a se stesso e non occorre avere mete. Il proletariato non sa che farsene. Ed è curiosissimo, compagni, come su un altro problema si equivochi fondamentalmente quando cioè si chiama noi volontaristi. Ma volontaristi siete stati voi che avete accusato di eccessivo determinismo, che degenerava nel fatalismo, quella affermazione che l'azione di allora non era nulla e tutto doveva riporsi nel fine lontano che doveva condurci alla aspettativa negativa del massimalismo storico, mentre voi conducevate il proletariato ad una trasformazione meno profonda della trasformazione effettiva dei rapporti nella società esistente.

    Se vi furono due revisioni volontaristiche del determinismo marxista che davano per il riformismo la inter-esistenza della legge storica e della volontà umana, queste due revisioni furono tutte e due contro di noi. Così la revisione dei riformisti come quella dei sindacalisti. Mentre invece la sinistra marxista diceva già allora che bisognava abituare il proletariato a guardare lontano perché la situazione storica non gli dava la possibilità di agire. E l'ostacolo maggiore alla attuazione della rivoluzione proletaria, non è dato dalla volontà di azione del proletariato, ma dallo stesso bagaglio delle sue dottrine, dallo stesso metodo critico; mentre invece noi diciamo che oggi, in questo dopo guerra, la volontà del proletariato coincide con l'atto supremo con cui esso deve superare la struttura del mondo capitalistico . (Applausi).

    Non vi sarebbero queste condizioni rivoluzionarie? Interessanti anche qui gli argomenti del revisionismo. Interessantissimi. Non ci sono perché l'economia capitalistica è misera. Voi però nel vostro formulario marxista non potete avere dimenticato una asserzione: che cioè allorché una società nuova nasce, significa che tutte le sue condizioni sono maturate nel senso della società antica, che il proletariato potrà iniziare l'atto rivoluzionario che conduce al comunismo quando sarà completa la evoluzione della forma economica e storica del mondo borghese. Ebbene: è strano, ma per il riformismo si era lontani da questa situazione nel 1914 perché l'economia capitalistica era troppo florida, troppo civile, lasciava perdere qualche briciola del suo banchetto sulle folle proletarie, e adesso che esistono le condizioni inverse, che il meccanismo capitalista non va più e cagiona la carestia, la miseria e la sofferenza del proletariato di tutto il mondo, oggi si dice che la macchina è troppo sconquassata perché se ne possa prendere possesso. (Approvazioni). Senza una dottrina, senza una idea, ma con questo metodo quotidiano di affrontare la situazione contingente, quest'arte diligente offriva sempre la sua contraddizione al proletariato con risposte che meglio dovevano allontanare ogni volontà ed ogni energia rivoluzionaria. (Applausi).

    Anche nell'internazionalismo le varie nazioni hanno capovolto le tesi. Vi ricordate quando durante la guerra noi ci opponevamo alla formula "Né aderire né sabotare la guerra", ed eravamo invece, sia pure in teoria soltanto, per la stessa formula bolscevica di sabotare la guerra borghese? Quando certi moti del proletariato nel 1917 e nel 1918 facevano intravedere la possibilità di risolverla in una azione contro lo Stato borghese, voi la ricordate l'obbiezione dei nostri destri? Rivoluzione sì, ma in tutti i paesi nello stesso momento perché altrimenti si fa la causa di una borghesia contro quella di altre borghesie. Oggi invece che la rivoluzione è cominciata e da tre anni il proletariato russo è in piedi e da solo difende le sue sorti, oggi che la rivoluzione è minacciata, noi dobbiamo attendere perché là vi sono state le condizioni, qui le condizioni non sono ancora mature. (Applausi).

    E vengo all'argomento principe, appunto questo: la differenza di ambiente. Nessuno di noi contesta che la rivoluzione possa essere atto dello stesso istante in tutti i paesi. Ma veniamo alla questione delle differenze nazionali che Marx ha affermato che nella Terza Internazionale noi, suoi gregari modestissimi, non ci sognammo di negare. Il II Congresso della Terza Internazionale sapeva molto bene della esistenza di questo problema della differenza ambientale, ma non da questo ha concluso nella assoluta autonomia dei Partiti nazionali. Ha ammesso una certa autonomia. Voi avete citato anche questo. È vero. Ma vediamo in quale modo le risoluzioni del II Congresso di Mosca si applicano a questo problema della direzione di insieme della azione internazionale proletaria e della differenza di esigere che l'azione può presentare in un paese anziché in un altro.

    Due ordini di tesi ci ha dato il Congresso di Mosca: tesi sulle condizioni di ammissione che devono appunto garantire che non entri nella Terza Internazionale alcun Partito opportunistico non comunista, e tesi sui compiti principali della Internazionale comunista. E in queste seconde tesi – e ne esiste una serie per ciascun paese – sono vagliate le differenti condizioni dei diversi paesi. È nelle prime tesi che, non i russi, ma tutti i comunisti di tutti i paesi, hanno voluto scrivere, hanno scritto, in modo forse non perfettissimo – secondo me non perfetto perché avrebbero dovuto essere ancora più aspri – quanto vi era di internazionale nel processo di organizzazione nel nuovo movimento, quanto deve dovunque servire a differenziare le forze che vengono sulla piattaforma del comunismo marxista da quelle che invece che restano più o meno velate nella cerchia dell'antico terreno socialdemocratico e della Seconda Internazionale.

    Ed allora noi affermiamo che il supremo consesso internazionale ha non solo il diritto di stabilire queste formule che vigono e devono vigere senza eccezioni per tutti i paesi, ma ha anche il diritto d'occuparsi della situazione di un solo paese e potere dire quindi che l'Internazionale pensa che – ad esempio – in Inghilterra si debba fare, agire in quel dato modo. Così stabilito quindi, non è esatto dire che le speciali situazioni dei diversi paesi non siano state considerate. Nessuno di noi ha mai affermato che la stessa precisa tattica debba applicarsi a tutti quanti i paesi: vi è una parte di condizioni – e badate che non sono condizioni tattiche, sono condizioni di organizzazione: le condizioni di ammissione che servono a dirigere tanto l'azione dei Partiti quanto a raccogliere in ogni paese, dove sono dei comunisti, degli aggruppamenti di questa tendenza storicamente marxista per essere compresi nel seno della Terza Internazionale, in armonia colle sue dottrine, coi suoi metodi e colle sue finalità. Ma, come dicevo, il Congresso ha anche esaminato le differenti condizioni in cui si trovano i vari paesi e come per l'Inghilterra ha riconosciuto il bisogno di adattare le tesi, pur rimanendo nei deliberati del II Congresso della Terza Internazionale, così per l'Italia ha fatto qualcosa partitamente. La 17 tesi sulle condizioni di ammissione, mentre non ha escluso che vengano anche in Italia, come dovunque, applicate integralmente le 21 condizioni – in quanto che voi non troverete in nessuna tesi speciale e nazionale qualche cosa che contraddica le 21 condizioni perché se questa contraddizione si fosse constatata allora quella tesi si doveva cancellare, perché non era al suo posto – consente l'applicazione di esse secondo le esigenze di questo o quel Partito, senza però togliere quelle condizioni indispensabili per tutti i Partiti. Ecco dunque il meccanismo logico col quale il II Congresso ha deliberato, ecco le basi su cui è fondata l'organizzazione internazionale cui non possiamo sottrarci ed ecco come il problema delle differenti condizioni e della autonomia si pone dal punto di vista della organizzazione e della tattica comunista.

    Ma vi è anche un altro interessante argomento, che ha una caratteristica sentimentale, col quale si contrasta l'accettazione di queste 21 condizioni. Si è dovunque formata una corrente che dice: Accettiamo; però nel paese nostro non possiamo applicarle perché vi sono condizioni speciali. Ciò è stato affermato in Italia, in Francia, in Svizzera, in Germania, in Inghilterra. Se si accettasse questo principio le 21 condizioni non sarebbero applicate in nessun paese del mondo. (Applausi dei comunisti).

    Si dice ancora: Le 21 condizioni corrispondono alle condizioni della Russia. Non è vero. Fanno tesoro dell'esperienza russa e non credo che vi sia qui qualcuno così cieco da voler negare il valore dell'esperienza russa nel giudizio internazionale della lotta proletaria, salvo ad accettarlo o non accettarlo. Ma le 21 condizioni non servono per la Russia. La Russia è l'unico paese cui non servono perché là il pericolo dell'opportunismo è superato.

    Se voi leggete una qualunque delle 21 condizioni vi accorgete subito che quasi tutte non si possono applicare al Partito comunista russo. Dove si dice, per esempio, che di deve fare la azione illegale non è che si dica per la Russia, perché là esiste la legalità proletaria e sovietica e l'azione illegale non si deve più fare. Dove si dice che si devono combattere i bund riformisti, sindacali, non è per la Russia che lo si dice. Dove si dice che si deve andare nei Parlamenti anche se saremo costretti ad andarci con la corda al collo, non è per la Russia che lo si dice, perché là Parlamenti non ce ne sono più, come io auguro che sia anche qui prima delle prossime elezioni.

    Voi vedete dunque che le 21 condizioni non rispondono alla particolari circostanze russe.

    Ma c'è un altro argomento, anch'esso alquanto sintomatico. Vi sono i disfattisti della rivoluzione russa, coloro che hanno combattuto contro le falangi rosse del proletariato russo nelle file degli eserciti della reazione, coloro che hanno per lo meno esercitato la loro complicità con tutti gli atti di jugulamento della Repubblica proletaria, i Martoff, i Cernoff e simili mirabile genia che girano per i Congressi dei Partiti proletari di tutto il mondo e vanno a dire che l'Internazionale comunista vuole applicarvi per forza quei metodi che sono stati applicati in Russia. Ma dove è detto questo? E per di più coloro che dicono questo sono proprio quelli che anche in Russia sono stati contro quei metodi ed hanno combattuto anche là contro la dittatura del proletariato e contro il principio sovietista.

    Voi vedete dunque come questo argomento della differenza di condizioni non si riduca che a uno dei tanti sofismi che si costruiscono per conchiudere: La rivoluzione sì, la dittatura sì, tutto quello che volete sì, ma non adesso, non in questo posto, domani, altrove. (Ilarità, commenti animati).

    Dunque vediamo ora, di fronte a questo processo generale, come si è comportato il Partito socialista italiano. Quel processo di superamento – era naturale che ci si venisse – delle vecchie strutture, del vecchio meccanismo, dei vecchi sistemi che negli altri paesi si è fatto con lo spezzarsi dei Partiti all'attimo stesso della guerra, con la loro adesione esplicita alla causa borghese, si presentò in Italia in diverse condizioni. Vediamo come queste condizioni diverse debbano servire alle diverse conclusioni ed alle speciali esperienze che la situazione italiana e che il nascere in Italia di un movimento comunista, dovevano creare nel seno dell'Internazionale tutta. Vediamo se queste particolari condizioni conducono a concludere con quella che è la vostra affermazione, che il Partito socialista italiano è l'unico nel mondo che sarà passato attraverso alla guerra, che andrà alla sua rivoluzione con tutta la sua struttura, oppure se invece la conclusione non sia amaramente l'opposta e cioè che qui la crisi deve essere più profonda e più aspra.

    Ora se alla vigilia della guerra il nostro Partito aveva delle importanti esperienze teoriche e tattiche che io pongo anche al di sopra della sua opposizione alla guerra, si è perché nel nostro Partito si era iniziata la lotta tra la sinistra marxista e l'insidia socialdemocratica, non in quella forma precisa in cui teoricamente il problema era stato posto nel seno del Partito socialdemocratico russo, perché non avevamo avuto una situazione rivoluzionaria come quella del 1905 in Russia, ma si era iniziato un dibattito tra le due tendenze, si era iniziata la demolizione dell'insidia democratica, il disincrostamento di quella ideologia piccolo-borghese che aveva addormentato il proletariato adagiandosi su quel meccanismo di attività elettorale e sindacale che era anche qui giunto al suo apogeo.

    Perché quando sembrò trionfare il riformismo nel 1910-11 si fondava su queste due universali caratteristiche: sull'azione parlamentare possibilistica o sulla tendenza ad essere e sull'azione corporativa minimalistica delle organizzazioni e dei sindacati e delle cooperative proletarie. Orbene, noi arrivammo a scrivere alcune tesi in senso marxista contro questi errori; ma avemmo noi il tempo prima della guerra, di superare quella struttura e quel meccanismo? No. Noi trionfammo nei Congressi, noi condannammo la collaborazione elettorale, sconfessammo coloro che volevano arrivare alle conclusioni possibilistiche, mandammo via i massoni, dichiarammo di ritornare alle basi massimali e fondamentali del marxismo rivoluzionario, ma non avemmo il tempo di tradurre nella prassi quotidiana del Partito queste affermazioni, anche perché se la situazione in Italia era prima naturale, perché una scintilla della guerra europea aveva arso tra noi due anni prima, nella guerra libica, e ci aveva incanalato logicamente sulla via di questa revisione che oggi si estende e si completa, tuttavia non bastava, non c'erano state ancora quelle condizioni che in tutto il resto del mondo hanno posto inesorabilmente il problema in una nuova luce storica, non nella soluzione tattica che sulle basi del pensiero marxista si poteva dare in una situazione quasi normale dell'anteguerra, ma sulle basi di quella soluzione più compiuta che si può dare oggi dinanzi ad una inesorabile crisi che la guerra ha affrettato nel mondo intero.

    Ed allora voi vedete – e non voglio ricordare ciò che molto bene è stato detto e ciò che c'è nella nostra relazione sulle caratteristiche dell'entrata dell'Italia in guerra, sulla maggiore o minore opposizione, ecc. – che questo nostro Partito – dico ed affermo – entrò nella guerra con la sua vecchia struttura e col suo vecchio meccanismo, coi suoi vecchi metodi parlamentari e sindacali, di cui si era intrapresa la correzione fino al punto di potersi impadronire della Direzione del Partito ma solo per incominciare un lavoro di tutti i giorni e di tutte le ore, anche durante la guerra, contro l'influenza del vecchio Partito riformista, che si annidava nelle sue antiche reti, che dominava nel Gruppo parlamentare e che dominava nei sindacati. Ed allora la guerra sorprende il Partito, che non ha ancora, e non poteva averlo, completato questo suo compito. È all'indomani della guerra che questo dovrebbe dovuto avvenire, come negli altri paesi è avvenuto con una prima frattura tra fautori ed avversari della guerra, frattura che non è stata in nessun posto una frattura definitiva, perché tra gli avversari della guerra è occorso ancora fare un'altra distinzione che non è fatta solo nella teoria , ma anche nella esperienza storica di tutto il mondo contemporaneo e cioè: Siete stati contrari alla guerra soltanto perché avreste desiderato che la guerra non ci fosse, perché avete deprecato questo fenomeno che ha sconvolto i vostri antichi schemi riformisti, pacifisti, cristiani, umani, o siete contro la guerra nel senso di dire che è giunto l'ora di passare alla guerra guerreggiata tra le classi, alla violenza rivendicatrice... (Applausi). È la terza volta che sono costretto a ricordare questo concetto, e se applaudito sempre stiamo freschi!

    Dunque, anche tra gli avversari della guerra, si produce la seconda frattura. In Italia della prima non vi fu bisogno, lo concedo, ma la seconda non si produsse. Il Partito si svegliò all'indomani della guerra in una situazione che aveva delle caratteristiche rivoluzionarie, ma che non era certamente la situazione in cui si svegliò il movimento russo o tedesco. È indubbio, è pacifico che, tra i paesi vincitori, era l'Italia quello che usciva dalla guerra con la situazione più tesa, più economicamente critica, ma dall'altra parte non si delineò immediatamente il problema della conquista del potere da parte del proletariato, dinanzi al quale si sarebbe spezzato inevitabilmente l'antico Partito. Esso si delineò per riflesso di quella revisione universale dei valori socialisti che prendeva ammaestramento della rivoluzione russa e dalle rivoluzioni degli altri paesi.

    Orbene, disgraziatamente bisogna constatare che questo Partito, all'indomani della guerra, ha ripreso la sua funzione: ha cambiato la formula, ha cambiato il programma, ha seguitato ad essere diretto da uomini di sinistra, ha anche inneggiato alla rivoluzione ed ai metodi che si erano riaffermati nella rivoluzione russa, alla dittatura del proletariato, al sistema sovietista, ma ciò che più premeva in questo meccanismo, che per tanti anni aveva girato così e che attendeva la fine della guerra per cominciare a seguitare a girare, per rifare le sue ruote nella organizzazione economica, nei Comitati elettorali, ciò che più premeva era di chiudere la parentesi per rimettersi a tessere quella medesima tela, servendosi dell'opposizione alla guerra non per una feroce revisione rivoluzionaria dei valori, non per guardare in faccia all'avvenire e per dire: "Bisogna radicalmente mutare l'indirizzo attraverso le nuove vie", ma semplicemente per fermarsi a dire: "Siamo stati contro la guerra e quando verrà la grande baraonda elettorale, in nome di questa opposizione, eleggeteci". (Applausi).

    Ed in questo, o compagni, forse avremo errato. Lo dirà l'avvenire; ma se noi fummo contrari a questo esperimento elettorale del dopo guerra si fu perché prevedevamo che attraverso l'apertura di questa valvola di sicurezza sarebbero sfuggite e si sarebbero disperse le energie rivoluzionarie che erano nel seno della società borghese. Il fatto è che attraverso questo processo il Partito è oggi quello che era alla vigilia della guerra: il miglior Partito della II Internazionale, ma non ancora un Partito della III Internazionale, non ancora un Partito maturo per l'esplicazione di quel tracciato rivoluzionario che solo secondo la dottrina nostra comunista e la esperienza storica del mondo intero può condurre il proletariato al processo rivoluzionario.

    (Una voce: Vi vedremo all'opera!). Verrò poi a questo. Ma noi diciamo intanto che questo Partito, appunto perché prima della guerra aveva scritto delle pagine nel senso marxista, doveva trovare, come ha trovato, nonostante molte difficoltà, in una sua corrente di sinistra la coscienza e la capacità di elaborare anche qui quelle conclusioni in senso rivoluzionario che altrove sono state elaborate o si vanno elaborando. E noi crediamo che in questo tracciato della nostra via non è soltanto il monito, e tanto meno la imposizione che può venire dall'estero, ma è la stessa forza dei nostri precedenti, è la nostra esperienza che ci sovviene nel costruire appunto queste nostre conclusioni. Bisognava intendere che se era marxista e se era rivoluzionario, nella vigilia della guerra, dire "intransigenza", niente blocco elettorale politico, niente blocco elettorale amministrativo, niente collaborazione, niente "massoneria", oggi intransigenza vuol dire qualche cosa di più. Se ieri collaborazione di classe voleva dire ministri socialisti in un regio Ministero, oggi collaborazione di classe vuol dire invece un Ministero socialista sovrapposto alla struttura statale dell'oppressione borghese.

    Se ieri intransigenza voleva dire buttar fuori chi voleva andare al Governo, il mettersi la feluca del regio servitore, oggi intransigenza vuol dire liberarsi da chiunque non comprende che la lotta deve essere contro le istituzioni politiche borghesi, che la lotta deve essere per la conquista integrale, rivoluzionaria del potere, da parte del proletariato, secondo le previsioni e la dottrina di Marx.

    Quindi, o compagni, è questo sviluppo che il Partito deve compiere. Ora voi mi direte: l'ha compiuto a Bologna. Ha accettato il programma massimalista, ha aderito alla Terza Internazionale, ha scritto queste tesi sulla sua tessera. Ma abbiamo avuto dopo un periodo, oggi sfruttato da coloro che allora si dichiararono disciplinati al programma massimalista, e che oggi sono felici di dire alla maggioranza di allora, non più di oggi "Ebbene questo vostro programma massimalista ha fallito", ed è un'altra simile disciplina che essi vi offrono, la disciplina di chi tace aspettando la bancarotta di quel programma a cui aveva messo la sua firma. (Applausi).

    Voi ci dite – è una obiezione che io raccolgo en passant – che questo nostro attaccamento alla applicazione in Italia dell'esperienza comunista è qui fuori di posto, che questa nostra idolatria per la violenza che altrove, sotto altri climi, sotto altri cieli si è verificata, è una conseguenza della mentalità di guerra, che fra noi ci sono i socialisti di guerra. Ebbene, o compagni, dopo aver ricordato che, senza fare paragoni, tra noi vi sono dei vecchi e dei giovani che noi ricordiamo nell'ora della vigilia della guerra sempre uguali a se stessi, e senza nessuna esitazione dinanzi all'insidia socialpatriottica, che molti sarebbero oggi tra noi di quei giovani se la guerra stessa non li avesse sacrificati alla causa della borghesia, mentre io rivendico ciò che ci allaccia al passato di questo Partito ed anche a quelli che a noi hanno appreso, uomini che oggi sono nell'altra sponda, mentre io rivendico questo, voglio anche dire che questo fenomeno, che deve essere considerato obiettivamente, del socialista di guerra, a me piace raffrontarlo con quello del socialismo della parentesi di guerra, del socialista che non ha bestemmiato perché ha taciuto, del socialista che, quando invece di essere duecentocinquantamila eravamo nelle tessere ventimila e nella pratica poche centinaia ed ha detto nulla, ma che poi, passata la bufera è venuto a dire: "Siamo stati contro la guerra", ed è andato nei comizi elettorali a valersi di questo.

    (Molte voci: Ce ne sono anche tra voi!). Sì, o compagni, ve ne saranno anche tra noi di questi socialisti della parentesi di guerra, non lo escludo, non lo discuto, io non confronto due tendenze, io confronto due stati d'animo e due genesi dell'attitudine rivoluzionaria, e dico che io, che socialista di guerra non sono stato mai, preferisco quei giovani che, attraverso l'esperienza tratta dall'infamia capitalistica e dall'essere stati inviati al fratricidio sui fronti della battaglia borghese, sono tornati con la nuova fede della guerra per la rivoluzione... (Applausi vivissimi dei comunisti, rumori).

    E chiudiamo anche questa parentesi. Ora, nello svolgersi di questo Congresso, l'analisi di una tendenza è stata già fatta. Il compagno Terracini l'ha fatta con argomenti sufficienti perché io vi debba ritornare. Egli vi ha dimostrato con l'evidenza più schiacciante come il pericolo socialdemocratico si raffiguri nella Destra di questo Partito. Io voglio andare oltre, io devo, con ogni sincerità, andare oltre.

    Dal momento che a questa dimostrazione nulla ha risposto, e forse per la stessa ragione nulla poteva rispondere, l'oratore del Centro, bisogna conchiudere – e qui nulla dico che possa menomare l'onestà e la coscienza di alcuno – che il pericolo che altrove rappresenta il movimento di Destra per la Terza Internazionale, in questo Congresso va raffigurato nella tendenza del Centro, attraverso gli argomenti che essa ha adoperato, che essa ha portato a questa tribuna, e che io domando, al di sopra delle persone, sul terreno delle idee, di potere qui rapidamente, prima di conchiudere, analizzare e discutere.

    Gli oratori della tendenza del Centro hanno qui svolto il loro pensiero. Sostanzialmente che cosa hanno detto? Dicono: "Sì, siamo, per esempio, per la dittatura, siamo per la violenza"; ma mentre a Bologna l'adesione era incondizionata, era entusiastica, e sembrava che si dicesse: "Datecene una dose di più di dittatura, la prenderemo, datecene una dose di più di violenza, la prenderemo", oggi l'oratore unitario navigava tra gli argomenti come a Bologna navigava l'oratore della Destra. Diceva: "Dittatura sì, in questo senso, con questa significazione, con quest'altra restrizione; violenza, sì, ma fino a questo punto, dopo questa premessa".

    Ma io vi domando, perché non voglio discutere questo argomento in sé, ma io vi domando: perché questa preoccupazione, quale è il pericolo? Credete veramente voi che questa massa proletaria sia troppo pronta a far valere esageratamente il suo peso sul suo avversario, vi preoccupate quindi che essa graviti un po' troppo sull'avversario che oggi la calpesta? Ora questa vostra preoccupazione, questa vostra attenuazione delle nostre tesi di Bologna non può avere altra ragione ed altra spiegazione se non questa, che certo voi non darete, ma che io qui do e affermo: la necessità di diminuire la distanza con quell'Estrema destra cha a Bologna, insieme a noi, avete combattuto. (Applausi).

    Quindi il vostro argomento sostanziale viene a cadere.

    Né voglio parlare del concetto della disciplina, che riportate qui, e che effettivamente a Bologna trovò il consentimento della maggioranza del Partito. Io ritengo, noi riteniamo, per le ragioni già dette, che le esperienze di questo periodo siano sufficienti a condannare questo meccanismo della disciplina così come voi lo intendete, che consiste nel sovrapporre un programma rivoluzionario ad un meccanismo non rivoluzionario, nel dare una bandiera rivoluzionaria ad un esercito non rivoluzionario, onde quando voi irridete alla nullità ed alla sterilità della ideologia rivoluzionaria, quando vi mostrate soddisfatti allorché potete constatare uno scacco del metodo rivoluzionario, voi irridete, voi condannate un metodo che non è il nostro, che è il vostro, che è perfettamente opposto a quello che noi sosteniamo, perché gli insuccessi del massimalismo sono gli insuccessi non del massimalismo in sé, ma di quel vostro massimalismo che ha voluto tenere nel suo seno i rappresentanti della corrente di Destra. (Applausi).

    Un altro argomento caratteristico della relazione e delle argomentazioni della tendenza unitaria è questo (uno lo ha criticato Terracini): la aderenza fra Partito e movimento sindacale. Mi è sembrato di ritornare alle nostre discussioni del 1912 e del 1914 e di sentire Treves e Modigliani ripetere le loro vecchie ed oneste convinzioni socialdemocratiche a questa tribuna, allorquando mi si voleva identificare il Partito con la tarda struttura delle organizzazioni economiche. Non solo, ma la mozione proposta dall'altra tendenza, e che è stata portata con l'autorizzazione nel testo che verrà a questo Congresso, non è affatto chiara sul problema sindacale. Subordinazione di ogni ragione sindacale ad ogni ragione politica. Ma subordinazione come? Facendo sì – se abbiamo ben inteso – che tutti gli organizzatori siano iscritti al partito. Per decisioni di chi? Ma si avrebbe che l'organizzazione che acquista il diritto di dare la tessera del Partito politico a tutti gli organizzati, diventa padrona del Partito, come tentò durante la guerra, allorquando propose di fare dirigere il movimento da Comitati in cui il Partito e l'Organizzazione sindacale fossero ugualmente rappresentati. Ma infine il concetto centrale – oltre un altro che mi sarà lecito accennare – il concetto centrale è questo: noi siamo per la selezione del Partito, ma vogliamo lavorare quando le condizioni saranno mature. Ma non vedete che è appunto compito del Partito, nel senso marxista, di trovarsi nel momento dell'urto con già schierati sotto la sua bandiera solo quelli che sicuramente cammineranno per la diritta via?

    E vengo al concetto dell'unità, dove appare la nuova formula, la nuova tesi, il nuovo processo rivoluzionario che al di là dello schema marxista, al di là delle tesi della Terza Internazionale deve realizzarsi in Italia. Nuova affermazione, cioè, che alla rivoluzione il proletariato italiano ci va con questo Partito, con tutte le sue conquiste, con tutti i fortilizi di cui abbiamo preso possesso, cioè la Lega delle Cooperative, le rappresentanze elettive dei Comuni, delle Province e del Parlamento, in quanto che tutto ciò costituisce già un apparato di potere nelle mani della classe operaia. Ecco una tesi che definisce chiaramente quella corrente che la Terza Internazionale non vuole avere nel suo seno perché questa tesi è squisitamente riformistica. Noi invece, con la tattica di Mosca, affermiamo che questi fortilizi, questi Comuni, questi seggi parlamentari, queste Cooperative, queste Leghe possono essere i fortilizi della rivoluzione, ma non lo sono per definizione, bensì solamente perché sono nelle mani di un Partito proletario: essi possono essere altrettanti buoni fortilizi della contro-rivoluzione nelle mani di un Partito socialdemocratico, quando siano nelle mani di un Partito che non sia per questa frattura decisiva che caratterizza il sorgere della Terza Internazionale?

    Il più delle volte non sono nulla, ma molto facilmente corrispondono più alla seconda che alla prima funzione, servono più alla conversione che non alla elevazione. Ed allora si tratta di vedere appunto se questi organismi che il Partito possiede sono coefficienti che possono essere autorizzati allo sforzo rivoluzionario e non devesi quindi avanzare una tesi in cui si dice che tutto quanto è nelle nostre mani quando invece esso comprende in sé elementi disparati e lontani. Tutto questo può essere utilizzato per la causa della rivoluzione. Perché? Perché – affermazione stranissima – tutto ciò costituisce un apparato di potere in mano al Partito: il Partito socialista italiano sarebbe uno Stato nello Stato, un istituto contro l'istituto della borghesia, una eccezione stranissima all'antitesi che la storia ha scritto "tutto il potere ai borghesi o tutto il potere ai proletari".

    Noi non solo siamo con la tattica di Mosca di fronte a questa eresia, ma siamo con Marx il quale diceva che al proletariato le sue organizzazioni, i suo fortilizi non servono per dargli un patrimonio perché finché di fronte al potere esso è l'eterno diseredato, sono solo delle punte per costituire la forza per l'ulteriore battaglia rivoluzionaria, nella quale battaglia rivoluzionaria il proletariato non ha da perdere altro che le sue catene, mentre ha un mondo da guadagnare . (Applausi).

    E molte volte questo ingranaggio e questa struttura, questi che a volte sembrano, per definizione, dei fortilizi, sono invece proprio le catene, le più sottili ma le più tenaci, che il proletariato deve spezzare per andare alla conquista del mondo. Quindi, o compagni, è da qui che è sorto l'insegnamento, è da qui che è sorta la costruzione di questa nuova tesi. Ecco però ciò che da qui scaturisce: allorquando a Mosca noi proponevamo un emendamento, che fu poi messo nei 21 punti, e che diceva appunto che nessun Partito della II Internazionale può entrare nella Terza se non toglie dal suo seno quelle minoranze socialdemocratiche, e questo emendamento fu trasformato nel 21 punto il quale in una forma che può apparire più individuale, dice che tutti coloro che non condividono per principio le condizioni e le tesi dell'Internazionale comunista dovranno essere esclusi dal Partito e lo stesso vale per i delegati al Congresso, orbene, queste indicazioni, come l'altra indicazione che c'è nelle tesi e cioè i nomi di Longuet, Kautsky, Turati, è una indicazione che nella dialettica, nel processo di formazione del Partito comunista ha servito come un reagente per conglobare, attraverso a questi nuclei isolati, in questo modo, tutti i comunisti di tutto il mondo. Ma si aggiungeva anche che tutti coloro che si sentivano vicini alla tradizione sociale democratica ed alla Seconda Internazionale, e che erano pronti ad entrare con una adesione leale ed effettiva nell'ingranaggio della Terza Internazionale, erano bene accolti e quindi il compagno Zinowieff ricordava al Congresso di Halle come la tesi sostenuta a Mosca da chi modestissimo vi parla, si conformasse nel fatto che vi era in realtà un Partito diviso in due ali, che per principio si schierano, una con la Terza Internazionale, l'altra con la Seconda Internazionale e che nettamente si separano. Io credo, o compagni, che una non diversa conseguenza esca di questo Congresso quando noi, non certo per nostra colpa o per nostro inutile, antipatico piacere, ci indirizziamo verso una teoria molto più profonda di quella che nelle condizioni di Mosca e nella stessa mozione dei comunisti italiani non sia stato scritto. Ne viene un ammonimento, ed è questo: che cioè la corrente che si pone contro la Terza Internazionale in questo paese dove la guerra ha meno ferocemente agito come reagente dissolvitore della vecchia struttura che c'era nel 1914, in questo paese molto più a sinistra che altrove, molto più ricco di affermazioni, accetta incondizionatamente le affermazioni teoriche del comunismo e accetta anche, a parole, le condizioni del Congresso di Mosca. Perché noi siamo in una situazione interessante. Bisogna accettare i 21 punti, ma in modo tale che, ad esempio, io posso scegliere se devo essere vittima dei 21 punti o esecutore dei 21 punti. Io naturalmente passo subito dalla parte degli esecutori, accetto i 21 punti e la conclusione è che di vittime non ce ne rimane alcuna ed i 21 punti possono essere frustrati in quanto il loro scopo è di servire di base alla organizzazione del movimento internazionale comunista scartando da esso quegli elementi maturi che non possono rimanere nel proprio seno.

    Ed allora noi vi diciamo: non basta accettare i 21 punti, occorre qualche cosa di più: tradurli in atto. Ed è tutta una esperienza storica che non hanno solo i russi, non hanno solo gli esteri, ma anche noi, attraverso le lotte del passato, e l'unico modo di fare questo è quello scritto nella nostra mozione: cioè accettare che la parte che deve essere tagliata sia soltanto la frazione di concentrazione socialista. Se la risultante di questo Congresso sarà un'altra, questo è un insegnamento storico così profondo che piccola e sciocca cosa sarebbe addebitarla all'incapacità o dalla cattiveria di alcuno. Da qui deve uscire un insegnamento più alto ancora, e più doloroso, tanto per noi che per gli altri Partiti della Internazionale, ché dalla nascita del nuovo Partito comunista deve presiedere questa esperienza che ha il dovere e il diritto di portare alla elaborazione internazionale della dottrina, del metodo e della azione comunista in quanto che così, e non come il subire una imposizione, noi intendiamo i rapporti fra noi e l'Internazionale, fra noi e i sommi uomini di Mosca, in una collaborazione appunto che nasce da tutte le cellule ove vi è uno sfruttato che lotta contro lo sfruttatore e si assomma nelle supreme direttive che tracciano i grandi consessi dell'Internazionale comunista. (Applausi).

    Voi o compagni, ci obbiettate: "Ve ne andrete, abbiamo visto altri andarsene, i sindacalisti, gli anarchici, abbiamo visto altre sfrondature... (Interruzioni, commenti). Ve ne andrete come altri se ne sono andati...". (Nuove interruzioni e battibecchi. Applausi dei comunisti). Ristabiliamo i pronomi al loro posto e vi calmerete. Voi dite a noi "secessionisti", voi ci dite: "Ve ne andrete e finirete dove altri hanno finito perché la bandiera della lotta di classe è rimasta a questo vecchio tradizionale Partito socialista che attraverso ai suoi urti di tendenza è rimasto finora all'avanguardia dell'azione del proletariato italiano, voi siete piccoli gruppi di gente, di illusi, di arrabbiati o maniaci della violenza che andate e che subirete la stessa sorte degli altri..." (Interruzioni). Se questo avverrà, ebbene, noi o compagni, vi diciamo che vi sono due ragioni che ci differenziano da tutte le scissioni che sono fino ad oggi avvenute. Vi è la ragione che noi rivendichiamo, e voi avete ancora la possibilità di venire a confutare questi argomenti di dottrina e di metodo, noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella sinistra marxista che nel Partito socialista italiano con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell'insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e che oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l'onore del vostro passato, o compagni! (Rumori, interruzioni violente da parte della maggioranza, applausi dei comunisti).

    E vi è un'altra ragione, o compagni. Io ringrazio tutta l'assemblea di avermi fatto esporre concetti aspri senza interrompermi; mentre io forse ho interrotto gli altri. Dunque, o compagni, vi è un'altra ragione che dobbiamo invocare per difenderci da questa previsione, che mi auguro da tutti sia fatta con dolore, ed è quella che è stata già detta (non è certo un motivo demagogico che porto qui perché a me pare di non avere parlato nel modo con cui si parla quando si vuole acchiappare dei voti incerti) ed è quella che noi andiamo con la Terza Internazionale. La Terza Internazionale non è la cosa perfetta che si dice, la Terza Internazionale si può criticare nei suoi Comitati, nei suoi Congressi, poiché ovunque si possono trovare debolezze e miserie, ma voi compagni non dovete dimenticare che vi è qualche cosa che resta al di sopra di qualunque critica che possa colpire un dettaglio di questa organizzazione formidabile, di questa conclusione colossale che si aderge all'orizzonte della storia e dinanzi alla quale tremano, condannate alla decisiva sconfitta, tutte le forze del passato. Vi sarà dell'autoritarismo, del difetto tecnico di funzione, degli esecutori che mancano, tutto voglio concedere, ma credete proprio voi che queste piccole cose possano svalutare questo fatto storico grandioso? Quelle parole che allora piovvero come fredde ed inascoltate tesi teoriche, quell'affermazione della unione del proletariato di tutti i paesi per la sua rivoluzione e per la sua dittatura e non solo per la tesi fredda della semplice socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, comune persino ai rinnegati di Amsterdam, sono la base di una dottrina che è stata sparsa da pochi illuminati oggi in ogni paese del mondo. Uomini proletari, lavoratori sfruttati di tutte le razze, di tutti i quanti i colori, si organizzano e si costituiscono con mille difetti, ma con un'idea che sicuramente ci dice che si tratta di una costruzione definitiva della storia. Essi costituiscono così questo ingranaggio di lotta, questo esercito, della rivoluzione mondiale. Credete voi che dinanzi ad una cosa così grande vi siano piccoli errori che possano fare ritrarre chicchessia che non sia un avversario di principio? Che possa fare esitare chicchessia quando si deve scegliere se stare con la Terza Internazionale, il che vuol dire nella Terza Internazionale, come vuole la Terza Internazionale, per andarsene invece, purtroppo per allontanarsi, purtroppo per rimanere estraneo a questo sommovimento di pensiero, di critica, di discussione, di azione, di sacrificio e di battaglia? (Applausi).

    E quindi, o compagni, queste due ragioni – se il nostro pensiero non erra – queste due ragioni ci confortano che noi non falliremo allo scopo.

    Voi ci domandate: "Cosa volete fare?". Lo abbiamo detto. Il nostro pensiero nella dottrina, nel metodo, nella tattica, nella azione è quello delle tesi di Mosca. Il pensiero di ognuno di noi può differire da qualcuna di queste indicazioni, ma noi le eseguiremo tutti concordi perché crediamo che la disciplina internazionale sia condizione indispensabile per il successo proletario. Vi possono essere fra noi deboli, incapaci, incompleti, possono esservi fra noi dei dissensi: Gramsci può essere su una falsa strada, può seguire una tesi erronea quando io sono su quella vera, ma tutti lottiamo per l'ultimo risultato, tutti facciamo lo sforzo che costituisce un programma, un metodo . Noi sappiamo di essere una forza collettiva che non sparirà come una piccola frazione, come una diserzione di pochi militi. Vi è un grande esercito che sarà invece il nucleo attorno a cui verrà domani il grande esercito della rivoluzione proletaria del mondo . (Applausi).

    Ed allora la vostra previsione, condensata nella vostra domanda, non è, perché non può essere, un augurio. Se augurio può esserci – e mi auguro che ancora esista questo minimum di coerenza fra coloro che sono forse insieme per l'ultima volta – è quello che noi facciamo, è il nostro augurio, cioè, o compagni, quello di consacrare tutte le nostre forze e di consacrare tutta la nostra opera, contro le mille difficoltà, numerosissime, che si frappongono al raggiungimento della nostra meta, e di essere insieme per combattere tutti, senza eccezione e senza esclusioni di colpi, gli avversari della rivoluzione, nel cammino che ci attende verso i cimenti supremi, verso l'ultima lotta, verso la Repubblica dei Soviet in Italia . (Applausi entusiastici dei comunisti).


    Saluti liberali

 

 
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