dalle memorie del co-fondatore del partito, il comunista "organico" di sinistra Bruno Fortichiari :
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Il congresso di Livorno
Dal convegno nazionale di Imola ebbe conferma il Comitato di frazione nominato a Milano. Per me continuava dunque il lavoro organizzativo in tandem con Bordiga impegnato nella propaganda enella direzione del periodico della frazione. La sede rimaneva a Imola.
Non erano cessate le discussioni e le diatribe nel P.S.I. anche dopo il fallimento di manovre di varigruppi componenti il grosso del Partito stesso. Serrati non rinunciava a una ormai impossibiletendenza "verso" l'Internazionale e ai suoi acrobatismi intorno ai 21 punti di Mosca si associavanoon sfumature polemiche socialisti lazzariani e riformisti. Se fra i "tiepidi" della frazione (Tasca ealtri torinesi, non escluso Gramsci) c'era chi non rinunciava a sperare in una certa mollezza verso iserratiani (speranza incoraggiata dietro le quinte dagli strani emissari forse abusivi di Mosca,
Rakosi per esempio) precisa ed inoppugnabile era la risposta della nostra frazione. Tra Bordiga,dopo la spontanea rinuncia all'astensionismo, e il gruppo milanese condotto da me e da Repossi, laposizione era stabilita: qualunque voto uscisse dal Congresso Nazionale di Livorno, sarebbe nato ilPartito Comunista d'Italia.
Livorno, teatro Goldoni, 15-21 gennaio 1921, Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano.
E' un avvenimento drammatico per migliaia e migliaia di compagni. Giovani, meno giovani,anziani, vecchi nessuno assisteva indifferente o strafottente a uno scontro atteso, inevitabile,profondo, traumatico. Mi sentivo commosso, intimamente turbato prevedendo la conclusione,sebbene fermo e assolutamente convinto. Al P.S.I. mi ero affiliato ancora giovane seguendo miopadre. Affetti, entusiasmo, attività fervida e disinteressata, sacrifici, sofferenze. Ma ora dovevoavanzare senza rimpianti, senza incertezza. Quando la lunga dura discussione ebbe termine e la votazione delle mozioni segnò, come previsto, una consistente minoranza per la nostra frazione, e Bordiga ci invitò a lasciare il teatro Goldoni per recarci al teatro San Marco, a dar vita al Partito
Comunista, io mi unii ai compagni cantando l'inno dell'Internazionale. Portavo con me gli elenchi degli aderenti che avevo raccolto nel mio palchetto del teatro Goldoni, sede delle ultime operazioniorganizzative della nostra frazione.
Una topaia il teatro San Marco. Inagibile da molti anni era stato abbandonato alla polvere e alle ragnatele. Con l'aiuto dei compagni livornesi la vecchia sala si era un po' rinfrescata. In due riunioni sbrigative e brillanti si svolse il Congresso costitutivo del Partito Comunista d'Italia. Il compagno Bordiga volle che leggessi io, a nome del Comitato di frazione, il programma del Partitoin dieci punti. Seguì la nomina del Comitato Centrale e del Comitato Esecutivo. Questo venne eletto nelle persone di Bordiga, Grieco, Terracini, Repossi e mia. Tornavo a casa mia, perché la sede era stabilita a Milano.Senza fissa dimora
La prima considerazione obbligata per noi, Comitato Esecutivo, era quella di iniziare il nostro lavoro in vista di accoglienze non benevoli da parte del Governo sedicente liberale. Non avevamo stima, a priori, della democrazia borghese. Prima di partire da Livorno mi era stato segnalato che a Milano ci attendeva con evidente nervosismo la squadra politica. Mi si informava che era stato scelto per controllarci un segugio molto quotato, il commissario Rizzo. Occorreva che i compagni potessero installarsi in clandestinità per avere, fin dai primi giorni, la necessaria libertà di lavoro.
Al fine di riuscire in questa operazione si decise che io rimanessi a Livorno per qualche settimana.
Avrei cercato di attirare su di me gli occhi della polizia, mentre a Milano avrebbero agito compagni insospettabili. Luigi Repossi, che era deputato, poteva muoversi con disinvoltura in città e a Roma, accostando i compagni dell'Esecutivo soltanto in forma riservata. Piantate le prime basi e organizzati i primi riferimenti periferici, rientrai a Milano.
Escluso che si potesse organizzare un'efficiente sede pubblica data l'accoglienza prevedibile (il Governo liberale ci avrebbe controllato con assiduità per conoscerci meglio e il fascismo non avrebbe tardato a rivolgerci la sua attenzione in coincidenza con l'intensificarsi della sua attività) era pur necessario un recapito ufficiale anche fasullo e provvisorio. Scegliemmo un Circolo Operaio in Via Niccolini 21. Il Circolo cooperativo disponeva di un salone con l'ingresso principale nel cortile di una vasta casa popolare e un ingresso secondario verso un altro cortile.
Con una tramezza posta a un lato del salone avevamo ricavato un locale nel quale io svolgevo apparentemente un certo lavoro e ricevevo compagni di passaggio per smistarli, secondo necessità, in locali dove avrebbero incontrato, secondo necessità, gli altri membri del Comitato Esecutivo.
Alcuni giovani compagni e compagne erano a mia disposizione a turno per accompagnare i visitatori, naturalmente dopo adeguato controllo.
Bordiga, Grieco, Terracini, quando non erano in movimento, disponevano di alcune sedi,
occasionali talune e fissa una scelta accuratamente. Posso dire che per tutto l'anno durante il quale l'esecutivo ebbe sede a Milano non ci fu mai alcuna sorpresa della polizia nei nostri recapiti.
Soltanto la sede civetta di via Niccolini era spesso visitata dalla polizia politica e perquisita. Non c'erano difficoltà legali per queste operazioni malgrado il regime democratico. Bastavano le nostre misure. Nel salone di via Niccolini avevamo installato una specie di bar con regolare licenza. Vi stava accampato in permanenza il nostro vecchio Carugati, sveglio e rotondo, la cui pancia prosperosa nascondeva, quando necessario, corrispondenza, documenti di passaggio e rivoltelle:
dava l'allarme per visite inopportune con un sonoro: "Se vurì ...?" (Che cosa volete?). E le visite poliziesche erano frequenti, attese, ma imprevedibili. La situazione non sembrava spesso provocatoria. Comunque non vigeva alcuna norma in qualche senso limitativa agli arbitrii della
squadra politica. Bastava qualche nostro volantino, sia pure legittimo secondo la legge sulla stampa,
oppure qualche isterico sfogo antibolscevico del "Popolo d'Italia" a scatenare il superbioso
commissario Rizzo e a farlo precipitare, impettito e roteante il bastone come una clava, verso ilnostro circolo di via Niccolini.
L'ufficio I
Il Comitato Esecutivo del Partito, appena installato a Milano, distribuì il lavoro al Centro. Luigi Repossi, il nostro impareggiabile Gin de Porta Cica, ebbe l'incarico del movimento sindacale;
Amadeo Bordiga, Ruggero Grieco, Umberto Terracini, giornale "Il Comunista", corrispondenza,direzione generale; Bruno Fortichiari, ufficio I. Si intende che la responsabilità globale era delComitato Esecutivo, il quale rispondeva delle sue funzioni, in prima istanza, davanti al Comitato Centrale nominato dal Congresso. Altro organo centrale nominato dal Congresso era la Commissione di controllo e a me competeva il raccordo fra Comitato Esecutivo e questa Commissione per quanto si riferiva alla disciplina politica e morale dei compagni.
L'ufficio I doveva organizzare dal niente il lavoro illegale del Partito. Se si tiene presente lasituazione che ci veniva creata nel momento politico dalla nostra stessa proclamazione e dallo stretto legame dichiarato con l'Internazionale nata dalla rivoluzione russa, risultano evidenti gliostacoli immediati e quelli prevedibili da affrontare. D'altra parte non avevo ereditato nulla dal P.S.I. all'infuori di qualche rapporto persona le stabilito qua e là nel lavoro di frazione. Potevo anche valermi di alcune esperienze fatte nel breve intenso periodo dell'occupazione delle fabbriche, limitatamente ad alcuni centri, cioè Milano, Torino, Genova, Trieste. Per un po' di tempo dovevo operare quasi allo scoperto anche perché urgeva stabilire basi organizzative alle federazioni provinciali ordinarie, nelle quali raccogliere i compagni aderenti al Partito in seguito alla scissione.
Non era cosa facile perché ci risultava che il Ministero degli Interni, liberale democratic(si intende), mentre blandiva e si faceva blandire dai deputati socialdemocratici del P.S.I. già aveva disposto per un controllo, sia pure - per il momento - grossolano, del servizio postale. Anche in questo campo c'era tutto da fare.
Mi furono preziosi collaboratori alcuni giovani scelti a Milano, trasformati in viaggiatori di commercio, capaci di agire in condizioni di estremo disagio per questioni di bilancio e costretti a muoversi in terreno spesso sconosciuto o per lo meno incerto. Furono questi corrieri i "fenicotteri" come li chiamò Bordiga il quale si compiaceva di queste trovate come allegre evasioni all'enorme impegno assunto verso il Partito. Per un po' di tempo mi fu molto utile la collaborazione di Repossi, allora deputato al Parlamento e coperto dall'immunità, ma il gioco fu scoperto e perciò da me interrotto. La polizia non riusciva a seguirmi nei ghirigori a cui potevo ricorrere percorrendo ferrovie e tramvie di ogni genere. Ma Repossi non poteva fare come me, dovendo profittare del tesserino gratuito.
La mia base era itinerante. Cioè avevo un domicilio personale con la mia famiglia, ma non me ne servivo per il lavoro. Questo lo svolgevo in sedi provvisorie, presso amici e compagni, usufruendo della loro tolleranza e, un po' cinicamente, anche imbrogliandoli sulla natura delle mie esigenze.
Posso dire, a scarico di coscienza, di non aver mai causato inconvenienti ad alcuno, salvo qualche ritardato tremore dopo circostanze fortuite. Naturalmente dovevo muovermi con opportune misure perché la polizia conosceva il mio punto di partenza e mia moglie, poveretta e autentica martire, doveva sopportare disagi e paure e ansie a ripetizione. Conoscevo Milano e dintorni immediati e sapevo spostarmi seminando gli agenti senza mai lasciare traccia inopportuna. Sapevo di ogni chiesa e di ogni osteria e albergo, scuola, istituzioni di ogni genere, tutte le entrate e le uscite. Mi servivo convenientemente di portinai privati, simpatizzanti o acquisiti con mance, per scomparire al momento opportuno. Ero esperto in angoli a raggio breve, in vetrine per guardarmi alle spalle e
manovravo coi tram in corsa, perché allora erano aperti e disponibili per imprevedibili discese.
Raggiungevo così, sicuro di evitare pedinamenti, due sedi organizzate in vari punti della città, sedi permanenti almeno per la durata di mesi, nelle quali si svolgeva un lavoro stabile. Un ufficio pubblico in via Tadino, condotto da un ex-dipendente di ministero, ufficialmente svolgeva pratiche pensionistiche, un altro era una rappresentanza di articoli tessili (per una grossa ditta ancora esistente) con personale viaggiante.
L'organizzazione che mi era stata affidata mi obbligava a diverse prestazioni. Innanzi tutto in qualità di elemento del Comitato Esecutivo del Partito, nomina pubblica e tanto più pubblicizzata in quanto era stata preceduta da un'intensa attività esplicata sulla stampa di partito, nella direzione politica periferica prima e centrale (Milano) dal 1912, nelle funzioni pubbliche (ero stato in carica due volte come consigliere comunale a Luzzara ed ero stato eletto nel 1921 consigliere comunale del P.S.I. a Milano): in seguito a tali condizioni, dicevo, la mia fedina "criminale" politica era abbastanza carica da attirarmi la costante attenzione della Pubblica Sicurezza. Ma proprio a
cagione delle caratteristiche esposte, il Partito Comunista, in via di sviluppo, esigeva giustamente un impegno aperto - direi in piena luce - e quindi esposto al controllo permanente del Ministero degli Interni.
D'altra parte la mia particolare specifica incombenza nell'azione illegale era "ufficiale" perchédeliberatamente programmata dal Partito. Non si era voluto fare un gesto gratuito (che sarebbe apparso puerile o facilone), ma affermare un impegno inerente alla chiara impostazionerivoluzionaria del Partito. Si intende che dovevo svolgere il mio lavoro senza, nel dettaglio dell'attuazione, esporre a inconvenienti l'organizzazione e l'attività non legale.
Il fascismo dilaga
E' stato scritto e ancora si scriverà da politici capaci di giocare carte false e da storici più o menomestieranti capaci di bassi servizi, che il fascismo è nato come effetto della nascita del PartitoComunista. Impudente mistificazione degna di politicanti senza scrupoli. (..)
La reazione della classe dominante con l'ossessione del pericolo per la sua stabilità scossa dalle suestesse ragioni di sviluppo e di assestamento, si è manifestata con vicende alterne e con quelle contraddizioni che sono intrinseche ai suoi interessi. Lo Stato, potere armato della classe borghese, ha sparato, ha condannato, ha lusingato, ha represso. Si è servito di tutte le sue armi e si è servito di strumenti adeguati, scavalcando le regole normali quando non bastavano più a difenderlo dal nemico di classe. Il fascismo, affermatosi in un primo momento come squadrismo selvaggio ad uso del settore più selvaggio (la proprietà terriera) è dilagato rapidamente quando l'industria e la finanza
l'hanno imbrigliato e potenziato, nutrito e foraggiato, eccitato e governato. La polemica certo non cesserà, perché le situazioni sono analizzate al lume degli interessi di classe complicati poi da contrasti più o meno profondi per categorie sfuggenti, complesse, fluide. Qui non la seguirò.
Un caso emblematico mi corre alla memoria.
A Luzzara, il mio paese. Popolazione mite, per anni soprattutto agricola. Poi si sviluppa unartigianato e, da questo, si sviluppano embrioni industriali. I rapporti con la borghesia, forte, siinaspriscono. Politicamente, dal riformismo prampoliniano nascono accenni ad un sindacalismoattivo con qualche punta anarcoide. Il fascismo arriva in ritardo con qualche disperato piccolo borghese. I "signori" non si espongono, ma già affiora un elemento per anni e anni rimasto chiuso nella loro intimità. Odiano. Odiano e cominciano a sentire stimoli a mano a mano crescenti.
Odiano mio padre, evangelico e amato dai poveri, ma incapace di odiare. Mio padre è borghese, dunque è tanto più colpevole. Mio padre assiste con disinteresse chi soccombe perché povero. Dunque va odiato. Ma non si osa ancora toccarlo. Poi l'odio dei ricchi cresce e si manifesta più intenso a mano a mano che dalla zona bassa (Ferrara, Romagna) giungono notizie di violenze fasciste. Si vuole un pretesto. Un giorno di mercato arrivano in paese alcuni braccianti boscaioli.
Non disturbano. Sono stanchi. Il lavoro del bosco è duro. Fra di essi c'è Siliprandi, detto Arié. E' anarchico, innocuo, animo gentile. E non ha mai fatto del male a una mosca. Ma è mio amico e si sa. Io vivo a Milano, fuori tiro. Una squadretta di signorini intercetta Arié e lo provoca. Arié protesta. Un colpo di pistola lo abbatte. E' una delle prime vittorie del fascismo. Sua madre impazzisce. Urlerà la sua vana protesta. La giustizia si è già messa al passo.
Isolare il fascismo dalla guerra della classe borghese alla classe proletaria è un falso comodo, un alibi ignobile di cui si servirà il piccolo borghese nel periodo della camicia nera e poi con altre casacche di altro colore.
Loris
Per l'organizzazione dell'Ufficio I del Partito nasce "Loris". E' lo pseudonimo scelto a mia copertura per la parte che mi compete nell'attività illegale. A mano a mano che si svolge in tutta Italia la tessitura organizzativa per Sezioni e Federazioni Provinciali, il mio ufficio estende lastruttura dei suoi fiduciari. E' un duro lavoro di scelta, selezione, istruzione, controllo. Non disponiamo di mezzi adeguati. Però abbiamo possibilità di quadri eccellenti fra compagni anziani e giovani già educati nell'esperienza della Frazione Comunista vissuta nel P.S.I. e nella Federazione Giovanile Socialista prima del Congresso di Livorno. La responsabilità della nomina è a carico mio, ma ne rispondo, come rispondo di ogni mia incombenza direzionale, a Bordiga e soltanto a lui.
Elemento di raccordo per ogni eventualità è Repossi, il quale conosce Milano come le sue tasche e ha la possibilità di percorrere tutta l'Italia senza spese almeno fino a quando può valersi della facoltà di parlamentare.
Come ho già detto, devo sdoppiarmi. In quanto membro eletto del Comitato Esecutivo del Partito, mi esponevo come gli altri membri in veste pubblica (riunioni di Comitato Centrale, sedute di Comitati Federali, inchieste delegate, propaganda) fino a che il Governo si faceva scrupolo di rispettare, almeno in parte, i diritti ammessi dalla legge. Trattamento spesso limitato e distorto con allegra confidenza coi proclamati principi della democrazia liberale e del tutto modificato in senso reazionario con l'avvento di Mussolini alla Presidenza del Consiglio dopo la marcia su Roma.
Durante la fase liberale, anche se precaria, ho la dimora legale nelle case popolari di via Solari. Un appartamentino di due stanzette al piano rialzato. Praticamente occupo una minima porzione di un vasto complesso di case nel quale la portineria è una sola, ma le uscite all'esterno sono parecchie, diverse le cantine intercomunicanti e compagni e socialisti personalmente amici parecchi per il giorno e per la notte. Abitano con me mia moglie e mia figlia.
In quanto "Loris" non ho naturalmente un solo domicilio, ma ne ho qualcuno fisso presso compagni in alcune città oltre Milano e, si intende, alberghi, pensioni per saltuarie occasioni ovunque occorra, munito di opportuni documenti perfettamente regolari e frequentemente cambiati.
Mi si permetta di puntualizzare che la mia personalità di Loris non fu mai scoperta né dalla polizia di Stato né da quella fascista e non mi capitò mai di essere individuato nel corso della mia attività.
Certo dopo i primi anni qualche sospetto era affiorato, ma in alcun caso per delazione da parte di compagni. Qualche mia lettera firmata Loris era stata intercettata e sequestrata, ma senza conseguenze tanto più che le più importanti e delicate erano in cifra. La ricerca dell'autentico "criminale" è stata accanita e quando già avevo cessato ogni rapporto con i quadri del Partito (fase stalinista) in qualche sede della polizia politica si era convinti della mia responsabilità personale.
Tuttavia mai e nessuno fu in grado di accusarmi perché mai e nessuno era riuscito ad avere in mano prove documentarie o testimoniali.
Una copertura di cui non ho abusato, ma della quale ho potuto eccezionalmente valermi, eracostituita dal gabinetto di truccatura. Si era costituito "ufficialmente" un gruppo di dilettanti democratici per recite in via Niccolini, compagne e compagni quasi tutti giovani appassionati nell'arte. Non potevano fare a meno di fruire di ogni trucco e di un guardaroba adeguato. Dirigeva il relativo gabinetto, e si era fatta esperta nell'applicazione delle sue risorse, una compagna occupante nel campo dell'eleganza borghese un posto di valore e livello considerevoli. L'Amelia era per me una preziosa assistente. Anche questa divertente branca della mia organizzazione, per un
certo tempo funzionante sotto il naso del cerbero della polizia, commissario Rizzo, e protetta dal grembiule bianco del nostro vigile Carugati, non fu mai scoperta.
La fase di apprendistato e di allenamento nell'azione extralegale è ostacolata dalla scarsità di mezzi e dal fatto che le esigenze organizzative del Partito hanno spesso e volentieri la precedenza. Si rimedia con l'impiego di buona volontà, ma anche con qualche amara rinuncia. Un problema che viene affrontato con pericolosa approssimazione e improvvisazione è quello del superamento delle frontiere. Gli scontri con il fascismo si intensificano alla presenza sfacciata della forza pubblica. I compagni impegnati come extralegali non possono esporsi in prima linea. Hanno compiti di
collegamento e di controllo in ottemperanza alla linea politica predisposta al centro dal Comitato Esecutivo e, localmente, dai direttivi federali. Se non in tutte le manifestazioni a carattere pubblico - quelle ancora possibili - quando le squadre nere prendono iniziative provocatorie o quando queste iniziative sono prese dalle forze dello Stato, da parte nostra sono inevitabili scontri con qualche vittima. I nostri uomini e non poche compagne intervengono ad agevolare fughe tempestive e provvedimenti estemporanei di pronto soccorso. Nei momenti di confusione si può agire con esito
felice. I guai si fanno seri nelle circostanze imprevedibili di scontri personali, di aggressioni individuali. Accadono specialmente nei piccoli centri, nelle zone periferiche delle città. Allora l'aggredito è vittima sacrificata. Ma accade che un compagno, braccato o comunque prevenuto, è pronto a reagire. Spara. Se è noto o identificabile deve tagliare la corda. Bisogna aiutarlo a cambiare dimora, spesso a rifugiarsi in una città lontana, in certi casi a lasciar l'Italia.
Il nostro Ufficio un po' alla volta organizza un soccorso per queste evenienze. Disponiamo di giovani pratici di frontiere alpine, sportivi iscritti a regolari associazioni che organizzano gite normali collettive. Allenati e resi esperti, questi giovani selezionati sono preziosi accompagnatori che affideranno i nostri esuli ad elementi di sinistra capaci di assisterli perché abbiano una sistemazione. Su questa linea svilupperemo scambi di "corrieri" con i partiti fratelli in Francia, Germania, Austria. Molto interessante diventerà un collegamento via Trieste per introdurre armileggere raccolte alla frontiera ungherese continuamente rifornita dopo il fallimento della rivoluzione di Bela Kun.
La reazione si intensifica
La situazione politica italiana evolve, con alti e bassi, ma con accentuazione costante, verso una reazione più severa e ipocrita al Centro politico, più aspra e sfacciata in sede locale. I Governi che si succedono si proclamano liberali o democratico-liberali. I deputati socialisti, in maggioranza riformisti, oltrepassando i limiti che i dirigenti del Partito Socialista si illudono di fissare per rispetto ad una tradizione classista largamente inficiata, danno un contributo non trascurabile allamistificazione dei Nitti, dei Giolitti, dei Bonomi.
Il fascismo è un fastidio per tutti prima di imporsi come potere in pieno sviluppo. Poiché è fuori didubbio non trattarsi di una scalmana di Mussolini, ma del fatto che la parte più reazionaria della borghesia italiana vede e sostiene in Mussolini lo strumento capace di reagire con la violenza al pericolo - più temuto che reale - del bolscevismo, le smanie governative sono motivate dal dilemmatragico: vedersi soverchiate dal fascismo a destra o essere sfasciate dal malcontento di sinistra. "
Saluti liberali




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