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    Predefinito Il pensiero federalista, autonomista e secessionista

    E' da un po' che ci penso:mettere online recensioni, estratti, articoli che trattino del pensiero federalista, autonomista e secessionista attraverso l'opera di autori conosciuti o meno al grande pubblico che possano in qualche modo far crescere culturalmente e sopratutto stimolare analisi e riflessioni.Beninteso non si tratta di accogliere aprioristicamente tutto ciò che questi autori hanno scritto e pubblicato nel corso della loro vita intellettuale, più semplicemente si tratta di stilare a grandi linee quelle che possono essere le coordinate di un serio e AUTENTICO pensiero federalista, pur in tutte le sue forme e varianti.Questo è un 3d che a mio parere dovrebbe essere messo in rilievo perchè possa svolgere la sua funzione di stimolo ad approfondire e a riflettere sulle tematiche in oggetto, tanto più importanti in questo momento di "scazzo" politico dato che "la via culturale" passa anche da qui.Ovviamente il thread è aperto al contributo di tutti quei forumisti che vorranno discutere, dissentire o elogiare il pensiero di questo autori oppure che vorranno farne conoscere altri.Spero che possa essere una cosa seria, quindi x cortesia astenersi segaioli mentali sui complotti iperuranici e sui filantropi dato che x questa emme ci sono tanti altri forum a disposizione.


    Cominciamo con un autore "classico"


    PERCHE' LA NATURA DELL'ITALIA E' FEDERALISTA

    di

    Pierre-Joseph Proudhon



    L'Italia per natura e configurazione è federalista: lo fu nell'antichità fino alla conquista dei Romani la cui missione storica non fu, come è noto, di fare l'unità italiana, ma di convertire il mondo allora conosciuto a un diritto ed a una religione unici. Raggiunto questo scopo e rovesciato l'impero d'occidente, l'Italia tornò alla sua natura, alle sue attrazioni, alla legge dei suoi interessi e dei suoi destini. La ragione di questo ritorno è visibile, per così dire, a occhio nudo.

    L'Italia è composta principalmente: 1) da una lunga penisola, a forma di stivale, limitata a Nord-Ovest dalla catena semicircolare delle Alpi, e da tutti gli altri lati dal mare; 2) da tre grandi isole, la Sardegna, la Corsica e la Sicilia. La superficie del paese è di circa 18.000 leghe geografiche quadrate, delle quali 14.600 per la parte continentale, 443 per la Corsica, 1600 per la Sardegna e 1360 per la Sicilia.

    La popolazione totale è di circa 25 milioni di anime; più densa in Lombardia, meno densa in Sardegna.

    Innanzitutto, per quel che riguarda le isole, eccezion fatta per la Corsica, incorporata dalla Francia, io chiedo dov'è per esse la ragione dell'unità? Quale argo mento de commodo et incommodo, quale ragione di vicinanza, di sfruttamento, di connessione territoriale, di solidarietà di cultura, di industria, di amministrazione si può invocare?

    Stessa osservazione per la parte peninsulare. Si concepisce che il bacino del Po e dei suoi affluenti, il più considerevole e ricco di tutti, formi un solo raggruppamento politico. Ma che cosa ha in comune questo bacino con quello del Tevere che taglia obliquamente la penisola nel mezzo; con tutta la parte sud-orientale, dalle Paludi Pontine fino a Reggio e a Taranto? Tutta questa penisola, a partire dal grande bacino del Po, che si chiamava un tempo Gallia Cisalpina, e che non era neppure considerata come facente parte dell’Italia, forma una specie di budello, diviso del senso della lunghezza dalla catena degli Appennini, dalle cime dei quali partono, a sinistra e a destra, come gradini, una serie di valli indipendenti che finiscono tutte al mare.

    Qui l'unità è cosa fittizia, arbitraria, pura invenzione della politica, combinazione monarchica o dittatoriale che non ha niente in comune con la libertà. Prima di questi ultimi anni, la critica dei liberali, ostili alla Casa di Napoli, faceva notare che i Siciliani non hanno mai potuto soffrire i Napoletani: perché ora si vuole che sopportino i Piemontesi?

    L'uzzolo di questa unificazione risalta ancor più quando si pensa alla capitale che si tratta di dare alla nuova Italia, Roma.

    Non c'è bisogno di lunghe ricerche di storia, politica, economia politica per scoprire la ragione che ha determinato la formazione delle più celebri capitali, Ninive, Babilonia, Menfi o il Cairo, Parigi, Londra, Vienna, Mosca, Lisbona, Pavia o Milano. Basta gettare lo sguardo sulla carta geografica. La stessa Roma, parlo della antica Roma, situata sul basso Tevere, che controllava tutta questa importante vallata, ebbe, come capitale della repubblica latina, la sua ragione d'esistere. Ma da quanto ebbe conquistato il mondo, Roma comincio a decadere: i suoi trionfi, i suoi giochi, i suoi monumenti, il suo senato, non servirono a nulla. Il governo, costretto a seguire l'imperatore, ebbe la sua sede dappertutto, ad Alessandria, a Nicomedia, a Costantinopoli, a Treviri, a Parigi, a Ravenna; il titolo di capitale non fu per Roma che un titolo onorifico. I secoli e le rivoluzioni non hanno affatto cambiato la sua posizione. Che cosa è Roma oggi? Un museo, una chiesa, niente di più. Come centro d'affari, di commercio, di industria, come punto strategico, come influenza di popolazione, niente. Roma vive sullo straniero, cioè, come diceva l'economista Blanqui, delle elemosine della cristianità. Toglietele i suoi preti, è la città più triste, più nulla d'Italia e del globo, una necropoli.

    Capisco. Si vuole giustamente, per l'Italia unitaria, Roma col suo prestigio pontificale; si vuole il Papato, ma accomodato alla maniera costituzionale. L'Italia, checché se ne dica, è sempre papale; i sarcasmi di Garibaldi e di Mazzini contro il sacerdozio non eliminano questo fatto. Si vuole, subordinando il Papa al nuovo ordine di cose, ridare all'Italia la supremazia del mondo cattolico, soppiantare la Francia e l'Austria, ormai semplici satelliti del grande pianeta romano e cristiano. Roma e l'Unità; poi subito Venezia, il Ticino, la Corsica, Nizza, l'Illiria: per consumare questa grande restaurazione, basterebbe cambiare una sola parola, chiamare Vittorio Emanuele, invece che re, imperatore. Così l'Italia, più che mai pontificale e imperiale, sarà al culmine dei suoi sogni; avrà ripreso, come dice Mazzini, l'apostolato dell'Europa, e Garibaldi manterrà la promessa fatta ai democratici francesi suoi amici, di liberare la Francia della tirannia e di rigenerarla!.

    Ce ne sono abbastanza di follie? E che! Voi credete al risveglio di un popolo che per tutta politica non sa che ruminare la sua storia passata, che non capisce niente del secolo presente, che non ha più nemmeno l'istinto che la sua posizione geografica gli dovrebbe suggerire; che non chiede l'espropriazione del Santo Padre che per rifare dell'Italia tutta intera uno Stato semi-imperiale e semi-pontificio; che è rimasto alle dispute tra guelfi e ghibellini: che, alla vigilia della battaglia dell'Aspromonte, credeva ad una commedia recitata tra Vittorio Emanuele e Garibaldi, dimenticando che la regalità è gelosa e che Garibaldi, ripetendo la parte di Wallenstein, finirebbe come Wallenstein? E che! avete visto all'ultima levata di scudi organizzata dal generale, deputati, magistrati, ufficiali, pubblici funzionari, studenti, borghesi, operai, a Genova, a Milano, a Firenze, a Napoli, a Palermo, pronti a abbandonare la bandiera di Vittorio Emanuele come avevano abbandonato quelle dei loro duchi e di Francesco II, e voi credete alla consistenza di questo popolo, alla sua nazionalità!... Voi credete all'intelligente civismo dei pugnali siciliani, dei coltelli di Trastevere, delle bombe orsiniane, delle baionette garibaldine!

    Ebbene, io ve lo ripeto: quello che vuole l'Italia, quello che chiede e che avrà, è la mano di ferro che la frusta, sia questa mano quella di un Asburgo, di un Bonaparte, di un Principe di Savoia o di un Garibaldi. Il suo destino, cercato fuori della rivoluzione è segnato; una combinazione di pretoriani, imprenditori e preti; fuori di qui, l'Italia ricade a pezzi nelle mani dello straniero. Le razze persistono, ma le nazionalità non rivivono: io non credo alla resurrezione dell'Italia più di quanto vi credesse la buon'anima di Metternich, più di quanto credo alla resurrezione dell'Ungheria e della Polonia.


    Tratto da "Garibaldi et l'Unité italienne"

    Office de Publicité - 7 settembre 1862.

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  2. #2
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    Questo invece è un autore a noi più comtemporaneo.Se non erro è il filosofo che per primo coniò il termine "sussidiarietà", concetto poi ripreso dal mondo cattolico-liberale.In alcuni circoli di Cl è molto apprezzato.Per questo, da prendere con le molle

    Articolo tratto da "La Padania".



    Si è spento a 96 anni Alexandre Marc, filosofo della politica
    Addio al grande profeta del federalismo globale


    di Achille Lega

    Si è spento a 96 anni Alexandre Marc, il filosofo del federalismo inteso come visione della società, non soltanto politica, che pone la persona e non lo Stato al centro dei valori e delle finalità pubbliche.


    Le radici del federalismo “integrale” o più recentemente “globale”, di Alexandr Markovitch Lipiansky, nato a Odessa il 19 gennaio 1904, emigrato a Parigi con la famiglia all’inizio del 1919, scendono in profondità all’interno delle correnti filosofiche che in Francia, negli anni ’30, scoprono nel “personalismo” una possibile risposta al totalitarismo di sinistra e di destra.


    Il cattolico Emmanuel Mounier è passato alla storia come il padre del personalismo ispirato alla metafisica cristiana, ma il fondatore della rivista “Esprit” nel 1932 è preceduto da Marc, ebreo convertitosi al cattolicesimo, che aveva cominciato a lavorare intellettualmente in quella direzione con il Club du Moulin Vert, a Montparnasse, e poi con il movimento “Ordre nouveau”.


    “Ordine nuovo” (niente a che fare con le successive sigle) nasce nel 1931 ed è poco più che, scrive lo storico del federalismo Bernard Voyenne, «un modesto circolo di studi, prima religiosi, poi filosofici e sociali». I protagonisti, fra i quali Arnaud Dandieu e Robert Aron autori de “La Révolution nécessaire”, si definiscono «un gruppo di spiriti non conformisti e rivoluzionari».


    Una rivoluzione morale che porti a ristabilire gerarchie di valori fondate sul primato della persona umana, “creatrice”, contro l’individualismo “astratto dei liberali” e l’“étatisme”, lo statalismo delle concezioni totalizzanti in qualche misura risalenti al giacobinismo della Rivoluzione.


    Non siamo lontani dall’“umanesimo integrale” di Jacques Martain, che tuttavia si sviluppa per proprio conto e non si ancorerà mai a una visione federalista della società pur non respingendola. Marc partecipa alla fondazione di “Esprit”, prima che nasca nel maggio 1933 la rivista “Ordre nouveau” e avvenga la rottura con Mounier dopo la pubblicazione di una “Lettera a Hitler” appena andato a potere.



    È in gran parte opera sua il manifesto di “Ordre nouveau” pubblicato agli inizi del 1931. Fra gli intellettuali che alimentano sin dagli esordi il personalismo e, come suo naturale sviluppo, il federalismo nella società e nei rapporti sovranazionali, figura lo svizzero Denis de Rougemont, protestante e seguace di Karl Barth che proseguirà poi la battaglia con Marc dopo la guerra.



    Nel gruppo di “Ordre nouveau” c’è una aggressività verbale che lo inserisce a pieno titolo nell’alveo dei «non conformisti degli Anni Trenta», una generazione di giovani che in Francia e in Germania si dichiarano «né di destra né di sinistra» e tentano di sottrarsi alle camicie di forza ideologiche, alle lusinghe dell’assolutismo messianico. Per Marc, che studiò anche filosofia in università tedesche e mise in guardia sul nascente pericolo nazista, la concezione cristiana dell’uomo nella comunità costituisce una barriera invalicabile contro pretese del “national-étatisme” di matrice fascista e bolscevica.



    Il personalismo, nonostante le asprezze di linguaggio che avevano colpito Mounier, e alcune venature nietzschiane, non sconfina mai nell’individualismo. E il federalismo diventa la somma del pensiero personalista e del socialismo libertario e autogestionario.


    Charles Péguy e Produhon, il secondo studiato però da Marc soltanto negli anni quaranta, appartengono al bagaglio del federalismo “ integrale”. La critica radicale allo Stato-nazione porta ben presto il gruppo ad aprire, di fronte alla crisi europea che incalza, il tema della federazione continentale. La rivista europea “Ordre Noveau” cessa le pubblicazioni nel settembre 1938 per difficoltà finanziarie.


    Marc si arruola nell’esercito e, dopo la disfatta francese, partecipa alla resistenza. S’incontrano i diversi gruppi federalisti nati in Europa. Nel ’46, il filosofo diventa il primo segretario generale della nuova Union européenne des fédéralistes, che tiene a Montreux il suo congresso. Prosegue la sua intensa attività di scrittore, con opere rilevanti, è anche di educatore.


    Nel libro “Civilisation en sursis” (Civiltà in sospeso) critica l’europeismo ufficiale e, coerente con il suo passato, vede nell’auspicata federazione non soltanto un fatto istituzionale ma anche, e soprattutto, un modo di articolarsi della società a tutti i livelli.


    È uno dei motivi di divergenza, e persino di contrasto, rispetto alla linea di Altiero Spinelli, proveniente da una formazione marxista e ammiratore del federalismo istituzionale britannico raccolto attorno alla Federal Union. E tuttavia il filosofo personalista sarà uno dei fondatori, proprio con Spinelli, del “Congresso del popolo europeo” che lancia, attraverso elezioni “primarie” in diversi Paesi, una campagna di mobilitazione per l’unità di mobilitazione per l’unità e la Costituente europea.


    Conclusa questa esperienza, Marc è tra i promotori della “Carta federalista” al secondo congresso di Montreaux nel 1964. Partecipano fra gli altri Robert Aroin, André Philip, Guy Hèraud, Raymond Rifflet e Michel Mouskhély.


    Il filone italiano dissente e nell’ambito del Movimento federalista europeo sul federalismo personalista calerà da noi una cortina di silenzio rotta soltanto da qualche spirito non allineato. Con la rivista “L’Europe en formation” e con il Cife (Centre International de formation européenne) di Nizza, promotore di corsi e seminari in tutta Europa, l’immigrato russo insiste nella sua predicazione culturale e politica.



    Il federalista inglese John Pinder, distinguendo fra scuola italiana che si ispira ad Alexander Hamilton, uno dei padri della Costituzione americana, e scuola francese influenzata da Marc che definisce proudhiana, sottolinea giustamente con la seconda abbia preso in considerazione «l’aspetto infrazionale del federalismo», emerso ora come esigenza anche politica e non solo in Italia.


    Benché le etichette di hamiltoniani rigidamente istituzionalisti (o in parte utilizzatori del materialismo storico come metodo, per la verità ormai datato) e romantici proudhoniani siano in buona misura approssimative, non c’è dubbio che la scuola di Marc si è trovata a essere più preparata e attenta agli sviluppi interni della crisi degli Stati-nazione.


    Ecco perché il federalismo “globale”, in realtà complementare o preliminare rispetto a quello hamiltoniano, conserva oggi una potente carica ideale e politica.

  3. #3
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    Dal forum radicale.Incredibile eh?

    Di Heraud si sa poco o nulla qui in italia.Se non sbaglio però nel 2000 all'ex parlamento della Padania si tenne una conferenza proprio sul pensiero del federalismo etnico, presente lo stesso Heraud.Ora, non so se esistono dei documenti in proposito, cercando su google non ho trovato nulla.E cmq in quel marasma organizzativo della Lega, non credo siano mai stati pubblicati gli atti del convegno.

    Ad ogni buon conto..

    "FEDERALISMO POLITICO E FEDERALISMO LINGUISTICO"
    HERAUD GUY

    30 Apr 1992

    "FEDERALISMO POLITICO E FEDERALISMO LINGUISTICO"
    Guy Héraud (Francia)

    XXXVI CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE

    Roma, 30 aprile-3 maggio 1992
    I COMMISSIONE


    G. Heraud è Emerito Professore di Diritto dell'Università di Strasburgo e dell'Università di Pau. Membro degli organi direttivi del Movimento federalista europeo sovranazionale negli anni '60 e candidato federalista alle presidenziali francesi del 1974, autore di numerose pubblicazioni tra cui Popoli e lingue d'Europa e L'Europe des ethnies.

    SOMMARIO: Documento sull'esperanto predisposto per il 36 Congresso del Partito radicale (Roma, Hotel Ergife, 30 aprile - 3 maggio)
    -----------------------

    Federalismo politico e federalismo linguistico: conviene precisare il senso di questa opposizione: ogni federazione nel senso di Stato federale (Stati-Uniti, Germania, Svizzera, Canada, Australia, etc...) è politica. Il federalismo linguistico lo sarà, anch'esso, benché in modo attenuato. Dove risiede quindi l'opposizione?

    In quello che si chiama federalismo politico, gli stati federati, membri della Federazione, non sono definiti e delimitati dal criterio linguistico ma da un ben altro criterio: geografico (come nel caso di isole, per esempio), economico e soprattutto, come nelle federazioni esistenti: storico.

    Gli States americani, i Lander tedeschi, i cantoni svizzeri, le provincie canadesi o australiane sono delle entità, alcune molto vecchie, altre più recenti, che procedono, non da una suddivisione linguistica, geografica o economica, ma dell'evoluzione storica.


    Eccezionalmente (nel caso dell'Alaska e delle Hawaï) la geografia a assunto un ruolo; in Svizzera, la religione spiega la scissione del cantone Appenzel in mezzi-cantoni e, per una buona parte, la creazione del cantone del Giura. Ma nell'insieme, la formazione degli Stati federati non procede da alcun principio peculiare, ma risulta del caso e dai giochi di forza della Storia.


    I. LA SUPERIORITA' DEL FEDERALISMO LINGUISTICO
    L'inconveniente del principio storico è che consacra come Stati federati delle entità politiche eterogeni dal punto di vista della lingua e della cultura, e genera quindi delle minoranze. La parte etnicamente maggioritaria dello Stato federato dominerà la parte etnicamente minoritaria; perché l'inclusione in uno Stato federale dell'entità federata non potrà fare altro che addolcire la dominazione e non sopprimerla.


    Se si prende l'esempio dello Stato francofono nel cantone di Berna (1/7 della popolazione complessiva prima della creazione del cantone del Giura), si costaterà che l'esistenza della Confederazione sopra il cantone di Berna non è riuscita a contentare gli abitanti del Giura. Probabilmente, il fatto che il cantone di Berna non fosse sovrano, ma incluso in uno Stato federale dove esistono anche dei cantoni francofoni e italofoni, addolciva la sorte del Giura, ma non perveniva a decolonizzarlo completamente.

    Il Giura rimaneva, in effetti, sottomesso al potere bernese, e cioè a delle leggi e dei regolamenti emanati da una maggioranza svizzera-tedesca. Il federalismo storico - cioè politico nel senso di questa relazione - non ha nessun effetto nocivo in una Federazione unilingue (del tipo degli Stati-Uniti, della Germania o dell'Australia) ma, nelle Federazioni plurilingue (Svizzera, Canada), si accompagna di minoranze linguistiche (indigeni); e la Federazione, rispettosa delle competenze dei suoi membri, non può diffenderli come si deve.

    E' la ragione essenziale per cui si è incitati a proporre una Federazione europea di tipo linguistico.
    Ma c'è una seconda ragione che, essa stessa, si sdoppia. E' l'importanza della Comunità linguistica (CL) che - prima la Rivoluzione francese che le sostituì il popolo indifferenziato, poi, inevitabilmente, lo Stato - rapprensentava in tutto l'Occidente cristiano la vera nazione.

    Dei pensatori serì, nati da diverse discipline: filosofiche, sociologiche, etnologiche, psicologiche, linguistiche, sono arrivati a mostrare la correlazione che esiste tra la lingua e il modo di citare i nomi; sono tanti, da Herder e Fitche ai socio-linguisti anglosassoni, passando dagli araldi del Risorgimento o da Georges Mounin e François Fontan.

    Se la CL è legata da legami intellettuali, affettivi, spirituali così potenti, sarebbe vano trascurarla nella costruzione istituzionale dell'Europa. Vediamo bene del resto la sua forza d'affermazione in questa corrente che ha travolto l'Europa centrale ed orientale, e che chiamiamo il risveglio dei nazionalismi. Ma la consacrazione istituzionale dei CL non è motivata unicamente da una costatazione fattuale; lo è anche normativamente, se vogliamo ben renderci conto che le lingue sono dei valori; sono dei valori in se stesse e per la diversità delle culture che generano.

    Grandi menti lo hanno scoperto e proclamato. Del resto nessuna CL maggioritaria pretenderà il contrario. L'indifferenza e il disprezzo non vanno che alle lingue degli altri, e particolarmente alle lingue minoritarie.

    Ecco le ragioni di una Europa delle lingue. E questa Europa non fa parte del regno delle utopie, perché, con il nome di federalismo etnico il mondo conosce già delle Federazioni di entità linguistiche: l'Unione indiana, la Cecoslovacchia e, dopo le ultime riforme, il Belgio. Manca solo a questo Stato, per divenire una Federazione perfetta, di organizzare la partecipazione al potere centrale delle sue regioni e communità, le quali, costituite secondo il principio linguistico, dispongono della più grande autonomia.


    Certo, si dirà, due federazioni etniche hanno fallito sotto i nostri propri occhi: l'Unione sovietica e la Jugoslavia. Si potrebbe discuterne a lungo. Limitiamoci a dire che l'Urss, perché era una dittatura totalitaria, non poteva essere altro che una falsa federazione; inoltre, il predominio della Russia sulle altre 14 Repubbliche federate era così forte che, anche democratica, l'Urss non avrebbe potuto costituire una vera federazione. La Jugoslavia era più equilibrata e, dopo lo scisma di Tito, più democratica. Ma sappiamo che la Serbia dominava l'esercito e la funzione pubblica federale.

    E soprattutto la grande linea di frattura tra la parte cattolica, influenzata dall'Europa centrale e l'Italia, e la parte ortodossa, propriamente balcanica, oggi alla maniera di un rift geologico, capace di dislocare i continenti. L'Urss e la Jugoslavia non potevano servire di modello al federalismo linguistico. E questo, l'avrei anche detto prima che non crollassero queste due false federazioni.


    Rimane perciò una obbiezione al federalismo linguistico. Perché ricorrervi allorché la Svizzera, che non è una federazione etnica, ma una federazione politica, funziona così bene? Ho evocato il problema del Giura, che non è completamente risolto. Il Ticino si lamenta della influenza svizzera-tedesca; e la lingua romancia (38.000 locutori) è minacciata di morte... Ma constatando che in questo mondo è difficile raggiungere la perfezione, questi difetti della Svizzera appaiono comunque minori.

    Ciò non toglie che sarebbero eliminati se una rifondazione della Federazione, prendendo l'idea dal postulato Maspoli, trasformasse la Svizzera dei 26 cantoni in una Svizzera delle 4 etnie: Svizzera-tedesca, francese, italiana, romancia. Aggiungerei che la Svizzera si è costruita in 700 anni e che non abbiamo 700 anni per costruire l'Europa.


    Se concepiamo l'Europa come una Federazione politica (Federazione degli Stati Attuali), una quantità di minoranze scompariranno. Se quindi vogliamo salvare questa diversità che fa la nostra ricchezza -e anche, innanzitutto, riconoscere ad ogni singolo gruppo di popolazione il diritto alla vita e alla libertà- diventa urgente dare alla luce la Federazione europea delle CL.
    La seconda parte di questa relazione vuole proporre uno schema e sviluppare le procedure capaci di metterla in opera.

    II. SCHEMA E PROCEDURE DI MESSA IN OPERA

    A. SCHEMA

    Un federalismo linguistico, per non rimanere una costruzione chimerica, e riuscire, deve tenere conto delle aspirazioni degli europei di oggi. Tra queste figura, oltre il rispetto delle lingue e delle culture, l'aspirazione a una democrazia vicina all'uomo; e questa democrazia non può che essere regionale e comunale. Si dovrà dunque combinare l'Europa delle CL con l'Europa delle Regioni. Precisamente queste due prospettive non si oppongono ma si completano.

    E ciò per la ragione seguente: le vere federazioni sono equilibrate o non sono. Quando uno Stato membro domina con la sua massa gli altri Stati federati - come la Prussia in Germania o la Russia in Unione soviética - la federazione non ha più di federale che il nome. Certo, gli Stati europei non presentano - salvo se si include la Russia - delle sproporzioni tanto grandi, ma non può che giovare il fatto di diminuire l'inegualianza tra i grandi e i piccoli.


    Facendo diventare le regioni dei membri diretti della Federazione, si attenua la disproporzione tra grandi e piccole CL, e nel contempo si fornisce agli europei questo quadro di vita democratico "alla misura dell'uomo".
    Ricapitoliamo le condizioni di una buona Federazione:
    1Fare scomparire il più possibile la condizione minoritaria: ciò esige degli Stati federati linguisticamente omogenei.
    2Istituzionalizzare le CL.


    3Assicurare un buon equilibrio tra Stati membri.
    4Offrire ai cittadini un quadro di vita democratico vicino alle loro preoccupazioni e dall'orizzonte umano.
    E' confrontando queste quattro esigenze che passerò in rivista le diverse articolazioni possibile della Federazione europea.

    a) Una Federazione politica, meglio, una Federazione degli Stati così come sono attualmente.
    Non soddisfa nessuna delle quattro esigenze:
    1. Non sopprime la condizione minoritaria.
    2. Spezzetta le stesse comunità linguistiche maggioritarie.
    3. E' segnata dall'estrema inegualianza dei suoi membri.
    4. Non dà intera soddisfazione alle esigenze regionaliste (malgrado i progressi compiuti sul piano interno in numerevoli Stati).


    b) Una Federazione di Comunità linguistiche (CL)
    1. Soddisfa la 1a esigenza, deminorizzando le minoranze. Rimarranno soltanto le minoranze sparse, minoranze per forza di cose, alle quali, con la migliore volontà, è impossibile accordare una autonomia territoriale. Queste godranno dell'autonomia culturale, fondata sulla personaliiiità dei statuti.
    2. Soddisfa la 2a esigenza, e ampiamente, poiché la Federazione è la casa comune che si sono offerte le CL.
    3. Ma lo schema trascura l'esigenza di equilibrio: quanto pesano politicamente le CL albanese, danese, estone, slovena, di fronte a quelle italiana, tedesca, russa?
    4. Trascura anche l'esigenza regionalista poiché le regioni non diventano membri diretti dell'Europa.


    c) Una Federazione di regioni linguisticamente omogenee (Regioni monoetniche)
    Lo schema è quasi perfetto: soddifa tre esigenze su quattro: deminorizzazione, equilibrio della federazione, regionalismo. Ma sacrifica le CL, per lo meno quelle grandi (la tedesca, l'anglofona, l'italiana, la spagnola, la francese) poiché queste esplodono in regioni multiple.

    d) Una Federazione di CL e di Regioni (linguisticamente omogenee)
    Questo schema mantiene i vantaggi del precedente e fa scomparire l'inconveniente che presentava.
    Ci resta da comprendere come la Federazione può comportare due categorie di membri diretti: le CL e le Regioni.
    Questa possibilità è offerta dalla ripartizione delle competenze in: competenze politiche e economiche da una parte, culturali dall'altra. La Federazione europea e le Regioni saranno elementi pesanti, materiali; le CL saranno l'elemento leggero, essendo incaricate della difesa delle lingue e della promozione delle culture nazionali. Si potrà eventualmente aggiungere loro ciò che in diritto belga si chiamano competenze personalizzabili, cioè gli affari sociali che richiedono delle soluzioni adattate alle sensibilità e pratiche diverse.
    Il legame diretto tra Regioni e Europa - in materia politica ed economica - si combinerà ovviamente con un legame indiretto, mediato, per gli affari culturali. In questo campo infatti, la Regione dovrà passare dalla sua Comunità linguistica.


    B.PROCEDURE
    In un primo tempo, la Federazione politica - Federazione degli Stati attuali - appare inevitabile. Ed è attraverso la Comunità europea che ha, di gran lunga, le migliore chances di realizzarsi.
    Come fare per andare oltre?

    La risposta è data nell'applicazione generalizzata del diritto d'autodeterminazione dei popoli (AD), un diritto consacrato da più di uno strumento internazionale (per esempio, l'articolo 1 dei Patti internazionali dei diritti dell'Uomo), ma che la pratica delle cancellerie, sino al crollo dell'Urss e della Jugoslavia, aveva riservato ai paesi di oltremare.

    La Costituzione federaledell'Europa dovrà prevedere tutte le procedure necessarie perché il diritto d'AD sia alla disposizione dei popoli e delle minoranze. E' attraverso l'esercizio dell'AD che i limiti degli Stati si adegueranno poco a poco sui limiti delle CL. E' evidente, in queste condizioni, che degli Stati come la Svizzera potranno sussistere. Non si può ne si deve costringere nessuno. La Federazione dei CL comporterà quindi eccezionalmente un certo numero di Stati plurietnici. In questo caso, le diverse CL cui si compongono si vedranno offrire una partecipazione alle CL di livello europeo alle quali la lingua li lega.


    In diversi articoli, abbiamo sviluppato nei dettagli le procedure a base d'AD, ma, per riguardo del mio auditorio, non posso dilungarmi.


    Un Europa delle CL e delle Regioni è veramente, se non il migliore, il meno peggio degli schemi. E aderisce alla realtà, la crescita dei nazionalismi provando che è vano sperare lo scioglimento dellme nazioni.


    I sostenitori degli Stati storici dicono talvolta che questo modello si ispira all'apartheid. Vuol dire che non hanno capito niente o che non vogliono capire niente. Gli Stati storici, le loro frontiere sacre, la loro sovranità, i loro eserciti, stanno tanto nel loro cuore!
    Lo schema proposto è il più democratico perché si basa su autonomie regionali, nel quadro di una Federazione europea, dove ogni cittadino, ogni uomo, godrà di una perfetta uguaglianza di diritto e della possibilità di circolare liberamente e di radicarsi dove lo gradirà.


    Questo schema troverà il suo posto per via di autodeterminazione. Cosa sperare di più? Inoltre, rompe spietatamente il nazionalismo facendo della nazione un essere puramente culturale e spirituale. La difesa, la diplomazia, l'economia, la pianificazione del territorio, l'ecologia - sottolineamolo energicamente - non saranno più il fatto delle nazioni ma della Federazione oppure insieme dell'Europa, delle regioni e dei comuni. Non si può proporre un modello che vada più lontano nel disincarnarsi della nazione.


    E' così che compie un passo decisivo verso la Rivoluzione federale, secondo la dottrina del federalismo globale o libertario, cui nemico numero uno rimane il potere politico.

    La premessa di una buona intesa nelle Comunità linguistiche europee non risiede soltanto nel fatto che ciascuna di esse prosperi senza ostacoli nel proprio spazio geografico tradizionale, senza sconfinare sulle altre e dominarle, ma implica anche degli scambi facili e numerosi, adeguatamente al mondo contemporaneo. Le Comunità linguistiche non devono - e d'altronde non possono - vivere rinchiuse una sull'altra, ma per ragioni pratiche e di cultura, devono abbordare il XXI Secolo nello spirito di una cooperazione accentuata.


    E' quindi necessario uno strumento di comunicazione che consenta questi necessari e accresciuti interscambi.
    A nostro avviso, questo strumento deve essere una lingua neutrale e facile.


    Neutrale perché, se tutti gli europei addottano come seconda lingua comune una lingua come l'inglese, si pongono ipso facto in una situazione di semi-colonizzazione linguistica e culturale. Quando un popolo intero addotta la stessa lingua straniera, ha già fatto la metà del cammino verso l'imbastardimento e l'assimilazione. E non parliamo dell'influenza esterna che gli Stati Uniti d'America continuerebbero ad esercitare maggiormente attraverso una lingua che è anche la loro.


    Facile perché la lingua passe-partout può compiere la sua funzione solo se ogni abitante dell'Europa è capace di apprenderla rapidamente e senza difficoltà. Ordunque, la soluzione è a portata di tutti, grazie all'Esperanto. Il genio di Zamenhof è stato quello di edificare, con un vocabolario essenzialmente latino-germanico e slavo, una lingua razionale che si apprende in qualche settimana. Basterebbe insegnarla obligatoriamente in tutte le scuole d'Europa affinché ogni bambino ne abbia una conoscenza totale.


    E che non si venga a dire che «l'esperanto non è poetico», che «è secco», che «è disincarnato» ecc... Non so se l'esperanto ha già dato vita a una poesia originale. Ma questa non è la sua funzione: ci sono, per questo, le lingue etniche, le lingue delle nazioni. «Secco?», «disincarnato?» Un passato nazionale, ovviamente non «aderisce» all'esperanto.


    Ma è un vantaggio quando ci si vuole capire senza pregiudizi. L'esperanto è fatto per la vita di tutti i giorni e per gli scambi scientifici. Da questo punto di vista, il suo eventuale carattere inodore e incolore è, non un inconveniente, ma un grande vantaggio.
    Rimane agli Stati, alle etnie e alle organizzazioni internazionali di capirne l'interesse e di spingerne attivamente la diffusione.

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    Predefinito fondamenti di federalismo

    Da alcuni anni la teoria federalista si è imposta prepotentemente sulla scena: in Italia e non soltanto in Italia. Ma l'espressione federalismo è di significato tutt'altro che univoco e rinvia a questioni che devono essere chiarite in via preliminare, se non si vuole fraintendere il senso di talune trasformazioni politiche che stanno profilandosi all'orizzonte delle democrazie occidentali.

    "Federalismo" è parola che viene dal latino foedus, che significa patto. Una federazione, allora, è un'istituzione che vive in virtù di un contratto che tiene più o meno stabilmente assieme alcuni Stati dotati di una larga autonomia. Di tipo federale, in senso lato, erano le relazioni che collegavano tra loro le tribù di Israele, ma analogo discorso può essere fatto per le poleis greche, per le comunità degli Etruschi e per quelle dei Celti. Vi sono, quindi, due elementi: da un lato la separatezza dei soggetti che decidono, autonomamente, di partecipare alla federazione; dall'altro la nuova relazione istituzionale che questi soggetti sovrani instaurano nel momento stesso in cui si alleano.

    Non deve stupire, allora, che vi siano orientamenti del pensiero federalista che insistono maggiormente sul primo elemento (l'autonomia delle entità politiche locali) o sul secondo (l'unione che le entità politiche realizzano nel momento in cui si federano). Non vi è però alcun dubbio che il ritorno del tema federalista nella politica e nella riflessione culturale del nostro tempo è più nel senso della lotta anticentralista che non in quello dell'unionismo, è più sulla linea di Jefferson che non su quella di Hamilton (tanto per richiamare due personalità molto rappresentative della storia politica e costituzionale statunitense). In Italia, in particolare, la teoria federale si è imposta all'attenzione generale quale strumento utile a contrastare l'inefficienza e il carattere illiberale del sistema politico centralizzato.

    A tale riguardo è importante evidenziare come il neofederalismo - tanto in Italia come negli Stati Uniti (come pure nei dibattiti intellettuali delle altre democrazie liberali) - si presenta quale componente fondamentale di orientamenti volti a liberare la società civile dal dominio dei politici, dei partiti, delle burocrazie. Non cogliere questo aspetto significa porsi nella condizione di non poter capire alcuni aspetti originali delle trasformazioni profonde che la politica contemporanea sta conoscendo.

    Quello a cui si assiste è la convergenza del federalismo localista (o jeffersoniano) e del liberalismo, intendendo qui per liberalismo anche quell'insieme di teorie che in un modo o nell'altro si rifanno alla tradizione di Locke e di Smith. Il federalismo contemporaneo tende insomma ad essere favorevole al mercato e contrario alla redistribuzione autoritaria delle risorse, mentre il liberalismo (se vuole essere consequenziale) è costretto ad assumere, sul piano istituzionale, la logica che è propria del federalismo autonomista. Federalismo e libertà, insomma, finiscono per dare vita ad un binomio indissolubile.

    Tanto per il neofederalismo come per il liberalismo, d'altra parte, la vera origine della sovranità è da riconoscere nell'individuo: la persona umana, in altri termini, gode di diritti naturali inviolabili e nessun potere può lederli o annullarli. In questo senso, il pensiero federalista moderno e contemporaneo si ricollega a quanto vi è di meglio nella grande tradizione filosofica anti-assolutista: da Althusius a Locke. Coerentemente con tutto ciò, per i federalisti autentici è necessario affermare una nuova concezione della città e dello Stato, dove la prima è una federazione di uomini liberi ed una comunità costituita su base volontaria, mentre lo Stato è da pensare come federazione di città, ovvero quale federazione di federazioni.

    Certamente sarebbe fondata l'obiezione di chi sottolineasse che nella storia non vi è mai stato un solo ordinamento politico che abbia rispettato sino in fondo tali requisiti, ma la politica ha proprio il compito di indicare una meta ideale degna di essere perseguita. Alla base di ogni evoluzione in senso liberale e neofederalista, insomma, deve esserci la progressiva maturazione di una concezione che rifugga ogni autoritarismo, anche "moderato" o "democratico", e affermi l'esigenza di avviare una più o meno rapida liberalizzazione della società.

    Nel nostro tempo, lo Stato concepisce se stesso - ed è per questo che è in grave difficoltà - quale realtà giuridica dotata di poteri che prescindono dalla libera adesione degli individui e trovano la propria legittimità in un'obbligazione politica che trascende le opzioni dei singoli e la loro effettiva intenzione di condividere le "regole del gioco". Lo Stato, in questo senso, si appella sempre - in modo più o meno esplicito - al principio gerarchico, e non certo a concezioni pattizie o contrattuali.

    Per di più esso mira a comprimere o addirittura a cancellare ogni possibilità di concorrenza istituzionale tra i cantoni e tra i comuni. Mentre nella società federale i governi locali competono tra loro nell'offrire servizi sempre migliori a prezzi sempre più bassi, lo Stato moderno e centralista tende ad uniformare e burocratizzare tutto, soffocando ogni vocazione innovativa e ostacolando ogni attitudine imprenditoriale. Per questo motivo ogni società dinamica e desiderosa di avere maggiori spazi di iniziativa è destinata ad entrare in conflitto con uno Stato invadente, oppressivo e intimamente autoritario.


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    1. Il federalismo in America

    Per cogliere il senso e le ragioni del pensiero federale (oltre che delle sue concrete realizzazioni istituzionali) è comunque indispensabile muovere dalla prima importante esperienza storica ed è quindi necessario avere presente quanto avvenne in America all'indomani della vittoriosa lotta per l'indipendenza che era stata intrapresa dalle tredici colonie guidate da George Washington.

    La lotta condotta dai coloni, che riuscirono a liberarsi dal dominio britannico, favorì, prima, la realizzazione di un accordo confederale (gli Articles of Confederation) e, in un secondo momento, di uno Stato federale i cui obiettivi furono definiti con queste parole da Alexander Hamilton, uno tra i più accesi sostenitori della soluzione unitaria: "Gli scopi principali che un'Unione è chiamata ad assolvere sono i seguenti: la comune difesa dei suoi membri, il mantenimento della pace pubblica, sia nei riguardi di attacchi esterni, sia nei riguardi di possibile rivolte interne, la regolamentazione del commercio con gli altri paesi ed anche tra Stato e Stato, il controllo generale di tutte le nostre relazioni politiche e commerciali con paesi stranieri".

    Ma questa soluzione emergerà, come abbiamo detto, in un secondo momento. Dal 1781 al 1787, infatti, gli americani vivono all'interno di istituzioni molto più elastiche e in assenza di un forte potere centrale.

    Gli Articoli di Confederazione, in effetti, rappresentavano una serie di accordi volti ad evitare tensioni commerciali, soluzioni autarchiche (interstate commerce) e leggi statali che minassero la libertà di movimento delle persone, dei beni e dei servizi. In particolare, l'articolo 4 stabiliva che "i liberi cittadini di ognuno di questi stati ... avranno diritto a tutti i privilegi e le immunità dei liberi cittadini degli altri stati...". Inoltre, "la popolazione di ogni stato avrà libertà di ingresso e di uscita per ogni altro stato, e godrà dunque di tutti i privilegi di scambio e di commercio, soggetta agli stessi doveri, imposizioni e restrizioni degli abitanti dei rispettivi stati...". Ma anche tali restrizioni furono limitate dalla disposizione "che queste restrizioni non dovranno ... ostacolare il trasferimento della proprietà e l'importazione verso ogni altro stato di cui il proprietario sia cittadino...".

    Non veniva neppure lasciata facoltà ai singoli stati, "senza il consenso degli Stati Uniti ... di spedire alcuna ambasciata, o ricevere alcuna ambasciata, o entrare in conferenze, accordi, alleanze o trattati con re, principi o stati...". Anche i patti "tra due o più stati" esigevano un'approvazione del Congresso. Gli sforzi degli stati per radunare forze armate "in tempo di pace" o per fare guerra, fatta eccezione per le emergenze, erano limitati ugualmente da una richiesta di approvazione da parte del Congresso.

    L'art.9 degli Articoli di Confederazione enumerava i poteri del Congresso, come fa oggi il primo articolo della Costituzione Federale americana. Il Congresso poteva fare trattati, dichiarare la guerra, stabilire la pace ed orientare le relazioni internazionali, ma non poteva trattenere gli stati "dall'imporre agli stranieri dazi o tasse del tipo a cui sono soggetti i propri cittadini, né proibire l'esportazione o l'importazione di ogni specie di bene o qualsiasi altra merce". Il Congresso era anche "l'ultima risorsa a cui fare appello in tutte le dispute e le contrapposizioni ... che ... possano insorgere tra due o più stati a proposito di confini, giurisdizioni o qualsivoglia altra causa...".

    L'art.9 assegnava al Congresso pure "l'unico ed esclusivo diritto e potere di fissare la lega ed il valore della moneta battuta, sulla base della propria autorità o di quella dei rispettivi stati (escludendo la cartamoneta)". Similmente, il Congresso aveva il potere di "fissare lo standard dei pesi e delle misure negli Stati Uniti; regolare il commercio e gestire tutti gli affari con gli Indiani non membri di alcuno tra gli stati; garantito ad ogni Stato - all'interno dei propri confini - il diritto legislativo di non essere calpestato o violato ...", il Congresso godeva anche del diritto di "stabilire e regolare gli uffici postali da uno Stato all'altro attraverso gli Stati Uniti ...; nominare tutti gli ufficiali delle forze di terra in servizio degli Stati Uniti, eccetto gli ufficiali di reggimento; nominare tutti gli ufficiali delle forze navali ed incaricare tutti gli ufficiali di altro tipo al servizio degli Stati Uniti; fissare le regole per il governo e la regolamentazione delle forze dette di mare e di terra, e per la direzione delle loro operazioni".

    Tutti questi importanti poteri del Congresso rimasero quasi immutati nella Costituzione Federale del 1789. Ma secondo gli Articoli di Confederazione l'esercizio di ogni potere richiedeva l'assenso di nove dei tredici stati, sebbene le questioni di procedura legislativa di contenuto più prosaico richiedessero soltanto un voto di maggioranza. Gli Articoli, inoltre, non stabilivano un esecutivo o una magistratura nazionali. Gli Articoli si rivelano, quindi, più come un tentativo di limitare la crescita del potere del governo nazionale e meno come la volontà di modellare un'unione politica.

    Gli Articoli di Confederazione, in altre parole, si preoccupavano soltanto di garantire una rete per il più ampio commercio ed un patto di difesa coordinata tra le colonie originarie. I suoi trasferimenti di poteri locali al Congresso, incluse le clausole per la creazione di uffici postali, pesi e misure standardizzate, conii, ecc., riflettono le preoccupazioni commerciali di ridurre i costi di transazione tra stati. I suoi trasferimenti di poteri nazionali, sebbene limitati, nondimeno affrontavano il problema di un coordinamento delle politiche estere e militari tra i vari stati.

    Anche se sono stati spesso criticati e anche se in molte occasioni viene detto che il loro superamento fu una scelta obbligata, gli Articles of Confederation operarono molto bene e garantirono anni di pace e sviluppo alla popolazione delle tredici ex-colonie. ""In realtà"", disse un cittadino della South Carolina, "sebbene non ci sia mai stato un periodo in cui si sia tanto parlato di disastri e calamità, non credo che neppure ci sia mai stata un'epoca nella quale essi furono così poco sperimentati dalla gente... Se siamo rovinati, siamo la nazione più splendidamente rovinata dell'universo"".

    Sotto la costante pressione del partito dei federalisti, però, il 21 febbraio 1787 il Congresso convocò una convenzione con l'unico ed esplicito proposito di rivedere gli Articoli di Confederazione e riferire al Congresso ed alle varie assemblee legislative quelle modifiche e quelle clausole necessarie per rendere la Costituzione Federale (quando saranno accettate dal Congresso e confermate dagli stati) adeguata alle esigenze di governo e al mantenimento dell'Unione. Ma come ha sottolineato Peter Aranson, "quello che la Convenzione in realtà fece, comunque, consistette nell'eccedere rispetto al proprio mandato, al punto da alterare radicalmente la natura del governo e da allinearlo alla visione dei federalisti".

    La nascita della federazione fu allora il frutto di una dura lotta tra gli unitaristi del Federalist - oltre a Hamilton, John Jay e James Madison - e quegli autori detti antifederalisti che si schierarono a difesa dei diritti degli Stati e per una soluzione volta a contenere il più possibile il potere della Capitale. Facevano parte di questo gruppo, tra gli altri, alcuni uomini di grande valore e prestigio: da Patrick Henry a George Mason, da Richard Henry Lee a Samuel Adams. Lo stesso Thomas Jefferson, quando rientrò in America dall'Europa, finì per collocarsi sulle posizioni di questo gruppo e in un certo senso ne assunse la guida.

    In questo senso, va sottolineato come lo storico Thomas J. Fleming abbia ricordato come Jefferson definisse il proprio federalismo quale "system of yards" (un'organizzazione di rioni) ed avesse in mente "un progetto di governo che dava la possibilità ai singoli quartieri di regolare le proprie questioni. Poi la città avrebbe controllato i rapporti tra i quartieri, la contea quelli tra le città, lo Stato quelli tra le contee e, infine, il governo nazionale quelli tra gli Stati". Entro tale prospettiva, il federalismo non era visto soltanto e soprattutto come un modo per unire, ma soprattutto per tenere distinti e preservare liberi, anche a tutela dell'autonomia di quegli ambiti familiari, comunitari e locali che le istituzioni politiche moderne (volte a non concepire nulla tra lo Stato e il singolo cittadino) hanno ripetutamente ignorato e calpestato.

    Sotto vari punti di vista la Costituzione di Filadelfia nacque proprio dall'incontro tra i principi dell'unità (che stavano a cuore ai federalisti) e quelli del pluralismo (particolarmente difesi dagli antifederalisti). Al di là delle stesse controversie dottrinali e dei conflitti tra federalisti e antifederalisti, la scommessa americana si basava comunque sul tentativo di far coesistere un governo centrale e numerosi governi locali, liberi e indipendenti, assicurando una piena sicurezza e la massima libertà d'autogovernarsi.

    Quelle che emerse a Filadelfia fu un compromesso che scontentò più gli unitaristi che non i difensori dei diritti degli stati: tanto che Hamilton abbandonò la Convenzione prima della conclusione dei lavori. Ma a medio e a lungo termine, in realtà, la lettura della Costituzione che prevalse e s'impose era certo più vicina alle tesi hamiltoniane che non a quelle di Jefferson.

    A riprova di questo vi è il fatto che è ormai un luogo comune ritenere che all'origine del federalismo americano vi sia il Federalist ben più che Jefferson e la Dichiarazione d'Indipendenza. Il successo militare di Abraham Lincoln sulla confederazione degli stati del Sud (ottenuto nel 1865), d'altra parte, ha imposto una lettura sempre più unitarista della patto federale, confermata da un processo di centralizzazione che - in diverso modo e con diverse velocità - negli ultimi due secoli ha visto progressivamente crescere il potere di Washington, mentre declinava la capacità degli stati di autogovernarsi.

    Eppure, a dispetto di tutto ciò, la federazione ha sempre rappresentato (e continua a rappresentare tuttora) un ottimo esempio di organizzazione politica pluralizzata: rispettosa delle realtà locali e in grado di resistere dinanzi alle pretese del potere centrale. Agli occhi di un osservatore ammirato quale fu Alexis de Tocqueville, l'America aveva il merito di saper coniugare le poche ragioni comuni dei membri della federazione con i molti ed importantissimi interessi che accomunavano i membri dello stesso stato e, ancora più, della stessa piccola comunità. Limitato il potere centrale, era così possibile veder crescere un'autentica solidarietà tra vicini e, al tempo stesso, una vera libertà d'azione: "Lo spirito pubblico dell'Unione è in certo modo il riassunto del patriottismo provinciale. Ogni cittadino degli Stati Uniti porta, per così dire, l'interesse ispiratogli dalla sua piccola repubblica nell'amore della patria comune. Difendendo l'Unione, egli difende la prosperità crescente del suo cantone, il diritto di dirigerne gli affari, e la speranza di farvi prevalere piani di miglioramento che arricchiscano anche lui; tutte cose che, ordinariamente, toccano gli uomini più che gli interessi generali del paese e la gloria della nazione".

    La resistenza condotta da Jefferson e dagli antifederalisti, fieri avversari del progetto centralizzatore di Hamilton e degli altri politici unitaristi, non era insomma stata inutile. Sebbene degeneratesi nel corso degli anni e sebbene siano state fortemente minate dalla soluzione costituzionale ambigua che uscì dalla Convenzione di Filadelfia, le libertà americane hanno continuato a rappresentare un'alternativa forte alle logiche centraliste e sempre più nazionaliste che - nel corso del XIX e del XX secolo - si sono imposte in Europa e che hanno aperto la strada ad ogni sorta di collettivismo e totalitarismo.


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    2. Il federalismo e le nazionalità

    Durante l'Ottocento anche l'Europa, in realtà, conosce importanti dibattiti sul federalismo e molti autori tra i più significativi (oltre al già citato Tocqueville, basta ricordare Pierre-Joseph Proudhon) si sono apertamente espressi a favore di istituzioni pattizie e contrattuali, rispettose del diritto dei popoli ad autogovernarsi. Nel Vecchio Continente, però, i movimenti federalisti vanno incontro soltanto ad insuccessi.

    La ragione principale di tutto ciò va probabilmente ricercata nell'affermazione, durante tutto il XIX secolo, di teorie nazionalistiche e - più in generale - di una concezione organicistica della società. L'obiettivo perseguito dai movimenti irredentistici, infatti, è l'unificazione di piccole realtà tradizionalmente autonome (ed è questo il caso, sotto molti aspetti, degli staterelli di cui si compongono l'Italia e la Germania) o l'uscita da istituzioni politiche più ampie e sovranazionali (come nel caso della Grecia dominata dall'Impero turco e dell'Ungheria governata dagli Asburgo).

    Ecco per quale motivo, in un'Europa dominata da ogni sorta di nazionalismi, la teoria federale faticò a trovare accoglienza e fu quasi sempre rigettato. Soltanto nella federazione svizzera, le cui più origini risalivano al tredicesimo secolo, l'esperienza costituzionale americana servì da modello e da paradigma nel momento in cui il conflitto tra i cantoni cattolici e quelli protestanti impose una ridefinizione dei rapporti istituzionali.

    Nel resto d'Europa, ad ogni modo, durante l'epoca romantica vengono messe in incubazione teorie politiche apertamente aggressive, da cui scaturiranno guerre spaventose. Ma è ugualmente molto difficile non vedere il nesso che collega la nazionalizzazione delle masse al trionfo del romanticismo politico: prima comunista e poi nazista. Il XIX secolo è stato il secolo delle guerre per l'unità e del trionfo del principio a partire dal quale ogni popolo, globalmente inteso, deve essere governato da uno Stato distinto: anche se per popolo non viene qui intesa una comunità di persone che decidono liberamente di vivere insieme, ma un'entità definita dall'esterno sulla base di (arbitrari) criteri di ordine linguistico, storico, etnico, ecc. Il tutto in ossequio ad una cultura sempre più indifferente alle ragioni e ai diritti dei singoli, dei gruppi e delle comunità.

    Per le classi politiche ed intellettuali nazionaliste che dominano la scena, i popoli chiedono insomma di essere indipendenti e uniti, sulla base di una concezione etnico-linguistica della nazione che spesso è accompagnata da una visione etica dello Stato.

    Esaminando il dibattito politico della prima metà dell'Ottocento dobbiamo infatti rilevare che esso fu segnato da due temi fondamentali: la richiesta di Costituzioni (volte a limitare il potere dei governi) e la battaglia per l'unificazione nazionale. Ma se i primi moti liberali miravano essenzialmente ad ottenere quelle modifiche istituzionali che meglio avrebbero potuto tutelare i diritti della persona, con l'affermarsi della questione nazionale i temi più propriamente liberali hanno lasciato il posto a spinte rivoluzionarie che hanno messo al centro una visione etnico-linguistica della nazione e hanno aperto la strada ad un'interpretazione organicista e statalista della società.

    Chi voglia oggi riflettere sulla situazione presente e sulle origini storiche dei problemi che dobbiamo affrontare non può non fare i conti con il declino del costituzionalismo liberale di primo Ottocento e con il fallimento dei progetti federalisti.

    Nella cultura filosofica dell'idealismo tedesco, d'altra parte, la libertà veniva intesa in termini del tutto astratti e la nazione era pensata secondo criteri che prescindevano del tutto dalle volontà dei singoli, dalle loro opinioni, dalle loro aspirazioni. In Fichte e in Hegel, per giunta, la parola Freiheit ha un significato del tutto diverso da quello che i termini freedom e liberty assumono nei pensatori della tradizione politica inglese, scozzese o americana. Essa non rinvia affatto alla scelta personale e all'opzione del singolo di fronte a due o più possibilità, ma ad una condizione metafisica di superamento di quella stessa finitudine che è propria dell'individuo mortale. Ad un concetto propriamente politico, quello di libertà, viene attribuito un valore che va ben al di là del suo senso tradizionale e che preannuncia il trionfo di quelle ideologie politiche (basta pensare al marxismo) che per lungo tempo hanno promesso agli uomini la cancellazione di tutte le loro infermità.

    Non si può trascurare, a questo proposito, che la nascita della filosofia romantica avviene entro uno scenario ben preciso: nel momento in cui dal giacobinismo rivoluzionario (strano intreccio di temi caratteristici del nazionalismo francese e dell'universalismo razionalista) emerge la figura di Napoleone Bonaparte, protagonista di una vera e propria guerra all'Europa. Dopo essere stati in vario modo affascinati dal generale corso e dopo aver subito amare disillusioni, gli intellettuali tedeschi elaboreranno - per la prima volta - quell'idea di Volksgeist che in breve tempo spazzerà via quasi ogni traccia della tradizione illuminista e liberale tedesca, facendo venir meno ogni attenzione ai diritti e alle libertà del singolo.

    Con Johannes Gottfried Herder, ad esempio, la cultura romantica tedesca elabora una nuova concezione - totalmente storicistica - del linguaggio. Se per Kant esistevano ancora categorie universali che stavano all'origine della lingua e della possibilità per gli uomini di comunicare e di intendersi, per Herder "chi conosce anche soltanto un paio di lingue non potrà credere che sussista un legame sostanziale tra il linguaggio e il pensiero e tra il linguaggio e le cose". Questa rinuncia all'eredità kantiana e all'idea illuministica di ragione implica già una nazionalizzazione della lingua e della cultura, e in questo modo apre la strada alla collettivizzazione dell'intera società e alla calpestazione dei diritti dei singoli.

    Nel mondo culturale e politico tedesco dell'Ottocento, diviso in tante piccole realtà, il pluralismo istituzionale proprio dei regimi politici federali e liberali verrà allora avvertito quale debolezza e arretratezza, quale origine di innumerevoli frustrazioni. E questo favorirà quella rapida trasformazione, a cui si è già fatto cenno, del concetto di libertà: riferito sempre meno agli individui e sempre più alle nazioni storiche. Da un lato, così, viene proclamata l'esistenza di collettività unite sulla base di argomenti storici, linguistici, etnici, ecc.; e dall'altro lato si attribuisce solo a tali realtà la facoltà di autodeterminarsi e di decidere del proprio futuro.

    L'epoca risorgimentale, tanto ricca di richiami retorici al tema dell'indipendenza e tanto povera di pratiche liberali, appare quindi quale risultato di un equivoco incontro tra questa idea di nazione e questa idea (più collettiva che individuale) di libertà. In tale quadro culturale e politico è del tutto chiaro che non vi può essere alcuno spazio per le soluzioni federali e per il maturare di una sincera attenzione al diritto delle comunità ad autogovernarsi.

    Una ben precisa testimonianza dell'attitudine illiberale dello spirito risorgimentale può essere rinvenuta in Giuseppe Mazzini, un uomo del tutto incapace di comprendere - ad esempio - il valore delle istituzioni federali svizzere e che di fronte a quella che egli giudicava la ristrettezza di spirito delle libere comunità elvetiche giunse perfino ad auspicare una guerra nazionale. Cercando una soluzione per quella società che gli appariva priva di ideali, in quanto refrattaria al romanticismo nazionalista, egli auspicò un vero e proprio conflitto tra le diverse entità federate: "La fusione si realizza presto nel cuore delle battaglie. Le grandi crisi fanno grandi nazioni. La fraternità germoglia sotto il fuoco del fucile e il battesimo della vittoria, come quello del martirio, hanno il potere di cancellare le meschine vanità locali, come pure i piccoli interessi individuali". Come ha scritto Luc Monnier, d'altra parte, Mazzini era un "partigiano intransigente dell'unità e della centralizzazione" ed un "detrattore non meno appassionato del federalismo", che ai suoi occhi era "sinonimo non solo di debolezza, d'impotenza e d'anarchia, ma anche d'aristocraticismo, d'individualismo e d'egoismo".

    Non si può certo ignorare, inoltre, come l'adozione della teoria nazionalista da parte dello Stato moderno (e perfino da parte di dinastie cosmopolite...) sia anche da interpretare come l'ennesima astuzia di classi politiche molto abili nell'utilizzare a proprio vantaggio, e secondo i rigidi schemi della Realpolitik, sentimenti identitari i quali furono poi ulteriormente radicati nella coscienza popolare da potenti strumenti di persuasione: istruzione pubblica, mezzi di comunicazione di Stato, ecc. Se diamo uno sguardo alla storia della penisola italiana del XVIII e XIX secolo, ad esempio, non possiamo non rilevare come lo Stato piemontese, prima, e quello italiano, in seguito, abbiano sottratto alla Chiesa cattolica alcuni tra i principali strumenti di socializzazione, sapendo poi fare leva in modo efficace su quell'aspirazione al conformismo e all'unità che gioca un ruolo importante in ogni animo umano. Ma chi osserva la storia della Prussia e della sua conquista dell'unità tedesca (un'unità territoriale e non solo: basti pensare al Kulturkampf...) ritrova dinamiche molto simili, proprie di tutti i gruppi di potere volti ad allargare la propria sfera di dominio.

    Il tentativo di coniugare lo spirito nazionalista con la tradizione liberale classica, antistatalista e anticentralista, era così destinato a fallire. Sul piano intellettuale, infatti, la pretesa di tenere in equilibrio le ragioni della libertà e quelle della nazione (intesa quest'ultima secondo rigidi schemi collettivisti) venne meno del tutto nel momento in cui la Germania, a conclusione del conflitto del 1870, si annesse l'Alsazia e la Lorena: terre di lingua e cultura tedesche che alla fine del secolo precedente erano state perfino le vittime dell'intolleranza repubblicana e omologante dei giacobini, ma che in quel momento - per molte e differenti ragioni - aspiravano a rimanere (o a tornare ad essere) francesi.

    Nel noto giuramento di Bordeaux, i rappresentanti alsaziani e lorenesi si ribellarono con veemenza all'occupazione tedesca e alla sua ratifica da parte dell'Assemblea nazionale francese, pretendendo che venisse riconosciuto alle popolazioni il diritto a decidere in merito al proprio futuro: "Nous déclarons encore une fois nul et non avenu le pacte qui dispose de nous sans notre consentement". E nel commentare questa difesa del carattere volontario e contrattuale della nazione (correttamente intesa) Alain Finkielkraut afferma: "Questo irredentismo, in una regione che nella notte di Natale canta spontaneamente O Tannebaum!, fornisce la prova evidente che l'idioma, la costituzione ereditaria o la tradizione non esercitano sugli individui quel dominio assoluto che le scienze umane tendono a conferire loro".

    L'importante conferenza tenuta alla Sorbona nel 1882 da Ernest Renan, al pari degli scritti di Numa-Denys Fustel de Coulanges, proviene da questa amara esperienza storica e matura proprio all'indomani dell'occupazione tedesca dell'Alsazia-Lorena. Non bisogna sorprendersi, allora, se per coloro che ancora difendono la concezione ottocentesca dello stato e della nazione le pagine di Renan continuano a presentare temi pericolosi. L'idea che una nazione non possa essere definita una volta per sempre e sulla base di criteri oggettivi (storia, lingua, etnia, ecc.), infatti, mette costantemente in discussione gli assetti istituzionali, poiché il diritto a decidere del proprio futuro - quando viene reclamato da una parte della comunità politica - apre la strada ad una piena legittimazione del diritto di associarsi con chi si vuole e se lo si vuole.

    A tale proposito è significativo che Gian Enrico Rusconi ritenga che la celebre espressione di Renan secondo cui la nazione è "un plebiscito di tutti i giorni" (spesso "citata a sostegno della natura essenzialmente politica ed elettiva della nazione in contrapposizione ad una concezione etnicistica e naturalista") non debba essere sottratta al suo contesto. Rusconi afferma, infatti, che tale affermazione "si trova al culmine di una appassionata perorazione della nazione come somma di glorie, emozioni, ricordi, amnesie collettive, come comunanza di destini". Ed aggiunge: "Questo non significa, beninteso, affidarsi acriticamente alla nazione storica come destino, ignorando gli errori e i costi umani terribili richiesti e dati per la sua costruzione. Ma per risarcire quei costi, per instaurare un nuovo solidarismo non basta contrapporre il principio universalistico della cittadinanza democratica a quello storico della appartenenza ad una nazione".

    Il fatto è che Renan, di fronte all'alternativa tra nazionalismo e liberalismo, sceglie il secondo; e in questo modo egli pone le premesse per una reinterpretazione non coercitiva del concetto di nazione. Egli sa bene come gli elementi identitari siano importanti per definire una comunanza nazionale e non ignora che la nazione è "una grande solidarietà", la quale "presuppone un passato". Subito aggiunge, però, che essa "si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme".

    A Renan sembra del tutto evidente che ogni libera e volontaria adesione ad un'identità e/o ad un'istituzione si giustifichi, storicamente, sulla base di affinità, di legami e di altre relazioni oggettivamente rilevabili a partire dalle tradizioni, dalla cultura, dalla religione e da altri fatti, ma ugualmente gli appare chiaro che questi ultimi non possono essere più o meno arbitrariamente usati per calpestare la libertà di chi intende costruire il futuro seguendo le proprie inclinazioni e le proprie aspirazioni. In altre parole: è ragionevole pensare che persone accomunate dalla storia vogliano vivere assieme, e che lo decidano se sono in condizione di farlo. Ma devono essere esse stesse a stabilirlo, senza che qualcuno pretenda di sostitursi alla loro autonoma scelta sulla base di presunti appelli alla storia o ad altro.

    Lo storico francese, insomma, opta per gli individui: per la loro mutevole volontà e per il pluralismo che essa comporta. Ben consapevole che tale approccio liberale è destinato a minare le fondamenta dello Stato moderno, in quanto Stato nazionale centralizzato, e ad aprire un'epoca di rivendicazioni e lotte per l'indipendenza. Dinanzi ai teorici dell'etno-linguismo tedesco, di fronte a storici come Mommsen e Strauss (i quali pretendevano di anteporre il parere di taluni studiosi tedeschi alle concrete opinioni degli abitanti di Metz e di Strasbourg), Renan si appella alle decisioni dei singoli e al fatto che le istituzioni politiche non possono trascendere le loro opinioni.

    Egli chiarisce: "Abbiamo scacciato dalla politica le astrazioni metafisiche e teologiche. Cosa restano, dopo? Restano l'uomo, i suoi desideri, i suoi bisogni". Vi è, in queste parole, una grande onestà intellettuale, dal momento che Renan ha qui la forza di prendere atto che una società la quale abbia rinunciato a credere nell'origine divina del potere regale (tanto da ghigliottinare il proprio monarca) non può certo aderire a quella sorta di nuova religione civile propagandata dal patriottismo nazionalista. La fine della teologia politica tradizionale porta con sé anche l'eclisse di ogni altra sacralizzazione della politica, la quale diventa il luogo d'incontro di uomini liberi e padroni del proprio destino.

    Renan riparte da qui, convinto che questa nuova situazione - che ha liberato la politica dalle astrazioni metafisiche - comporti una disgregazione delle istituzioni pubbliche: "La secessione, mi direte, e, alla lunga, la frammentazione delle nazioni sono la conseguenza di un sistema che mette questi vecchi organismi alla mercé di volontà spesso poco illuminate". Per poi aggiungere: "È chiaro che in una materia come questa nessun principio deve essere spinto all'eccesso. Le verità di questo genere sono applicabili solo nel loro insieme e in modo molto generale. Le volontà umane cambiano; ma cosa c'è che non cambia quaggiù? Le nazioni non sono qualcosa di eterno. Esse hanno avuto un inizio, avranno una fine".

 

 

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