di Paolo Bassi

Federalismo, Finanziaria, Rai. Il ministro delle Riforme Umberto Bossi, incassato l’importante sì del Senato sulla Devolution, è tornato a intervenire dal vivo all’approfondimento condotto il prima serata da Gigi Moncalvo su TelePadania.
Una radiografia a 360° delle situazione del Paese che, come al solito, non ha mancato di rivelare qualche curiosità sul “dietro le quinte” del leader della Lega. Come l’aneddoto a proposito di un tronchetto della felicità di casa Bossi, che da tanti anni non cresceva più. La pianta però, ha raccontato il segretario federale, ha ripreso a far sbocciare delle foglioline nuove, proprio quando venne firmato l’accordo costitutivo delle Casa delle libertà. Un accordo che ha come punto centrale quella devoluzione che aiuterà il Paese a tornare a crescere.
Un “sinistro” obiettivo: bloccare la devoluzione, a tutti costi!
«La sinistra sta cercando in tutti i modi di fermare la Devolution, perché questo è il perno sul quale è nata la Casa delle libertà. E quindi, secondo gli ex comunisti, se si riesce a far saltare la devoluzione, salta anche il governo. Su questo disegno si è basato l’ostruzionismo senza precedenti messo in campo al Senato dall’Ulivo. A ciò, si è aggiunto l’anti-federalismo storico della sinistra. Questa parte politica, non è mai stata federalista. Al massimo è regionalista. Immagina cioè un rapporto fra Stato e Regione, basato solo sulla delega del centro verso la periferia. Facendo un paragone, usando un’immagine, la sinistra vede la Regione come un cagnolino che deve rimanere legato al guinzaglio dello Stato, magari con un collare ben stretto e con la catena corta. La devoluzione, che introduce un federalismo autentico, è tutt’altra cosa. Il fulcro è il trasferimento esclusivo di certi poteri, dallo Stato alle Regioni. Queste ultime cioè, si liberano della “catena statale”, acquisendo libertà di movimento con il solo limite del “recinto” rappresentato dalla Costituzione. Lo scontro è avvenuto su questo punto, non certo sulla presunto interesse dell’Ulivo nei confronti delle garanzie dei livelli minimi di Sanità e Istruzione. Anche in merito a questi ultimi poi, non c’è nulla di cui preoccuparsi, perché sono garantiti sia dal secondo comma dell’articolo 117, sia dai primi articoli della Costituzione».
Una rivoluzione in undici righe.
«La riforma della Devolution è contenuta in un articolo di sole undici righe. Ma forse ne basterebbero anche meno, ossia: trasferimento di poteri alle Regioni. Non più delega, ma potestà esclusiva. Non più catena corta, ma libertà legislativa nei limiti previsti dalla Costituzione».
La strada del cambiamento è disseminata di nemici.
«La Devolution nel suo iter sta incontrando molti nemici. In primis la sinistra, che come abbiamo detto, non ha nel suo dna il federalismo, ma semmai il super-Stato di matrice sovietica. Poi ci sono i democristiani, Margherita e soci. Anche questi ultimi sono un esempio di un anti-federalismo, a volte persino più accanito di quello della stessa sinistra. Poi ci sono poteri forti, alcuni grandi gruppi, che sono contro il federalismo costituzionale, perché sanno che a questo seguirà quello fiscale. Se si trasferisce alle Regioni una materia così costosa come la Sanità, è chiaro che la Regione dovrà poter contare su fondi adeguati. E questi si possono trovare attraverso l’autonomia impositiva o con una compartecipazione alle grandi tasse che vanno nelle casse dello Stato. Queste grandi associazioni, tanto Confindustria, quanto i sindacati, pensano che con la fine del centralismo finisca anche il loro “peso” politico. In un mondo federalista, inevitabilmente Confindustria “peserà” di meno, perché gli imprenditori lombardi si rivolgeranno ad Assolombarda a Milano, quelli Veneti andranno a Venezia, quelli calabresi a Reggio e così via... ».
Dal Quirinale parole che non sono mai spese per caso...
«Le mie dichiarazioni, poi tirate di qua e di là da certi giornali, su alcune dichiarazioni di Ciampi erano solo nel merito di un intervento del Capo dello Stato ad un convegno sulla scuola. Io so che il Presidente della Repubblica è persona molto attenta. Un uomo che non parla mai a vanvera. Forse il suo intervento, che mi è parso più incline all’ottica regionalista, che a quella federalista, è stato dettato da una sua preoccupazione particolare sul futuro che può attendere il mondo dell’Istruzione. Ma io posso tranquillizzarlo sul fatto che non ci sono buoni motivi per essere preoccupati. Come ribadisco sempre, ci sono tutte le tutele costituzionali che fungono da garanzia per chiunque».
Federalismo fa rima con responsabilità.
Deve stare tranquillo anche chi, spaventato da certi studi allarmistici, pensa che con il federalismo aumenteranno i costi. Forse ci sarà un periodo di assestamento, ma non andremo incontro ad alcuna crisi. Anzi, con la responsabilità degli amministratori del territorio, ossia collegando chi spende a chi tassa tramite l’autonomia impositiva locale, si sistemerà l’apparato pubblico, conferendo maggiore potere di controllo ai cittadini che nei fatti potranno decidere se una spesa è giusta o meno. Il cittadino calabrese quando andrà in ospedale potrà valutare la bontà del servizio erogato, sapendo che di questo è responsabile la sua Regione. E sapendo di poter mandare a casa, chi eventualmente ha dato prova di non saper amministrare bene la cosa pubblica».
Il Nord non è più solo nella battaglia.
«Il Nord è stata la prima parte del Paese a sentire l’esigenza del federalismo. Un’esigenza che oggi, avverte anche il Sud. Vent’anni fa, quando la Lega iniziò le sue battaglie, il Nord prese coscienza di essere un gigante economico, ma un nano politico. Per anni questa parte del Paese si è disinteressata della politica, facendo quasi finta che Roma non esistesse. Questa scarsa attenzione alla politica, ha però fatto sì, che in alcune grandi scelte, le esigenze del Nord non fossero rappresentate. Penso al processo di regionalismo non funzionale, all’informazione di Stato che non ha pensato al decentramento territoriale dei canali Rai, al centralismo fiscale che ha concentrato tutti i soldi a Roma, svuotando le casse dei Comuni. Tutte decisioni prese di concerto da Democrazia cristiana e comunisti. Con queste scelte hanno commesso un vero crimine nei confronti del Nord. Tanto grave che non capisco proprio con che testa uno, possa oggi continuare a votare i vecchi nomi di Dc e soci».
Rai, avanti così contro chi vuole gettare l’azienda nel caos
«Il Consiglio di amministrazione della Rai, come ha riconosciuto anche la Corte dei Conti, è legittimato a proseguire il suo lavoro. Qualcuno ha spinto il ritiro di tre consiglieri per far crollare tutto. Per gettare l’azienda in un caos generalizzato, che si poteva tradurre in una privatizzazione totale all’italiana (cioè, una svendita ai soliti noti). Oppure, per fermare chi intende il servizio pubblico non come un megafono per plagiare la gente e farla votare in una certa direzione».
Finanziaria: bisogna stare attenti agli sgambetti
«In Senato è stato presentato un emendamento molto sospetto che anticipa i tempi per la privatizzazione delle Municipalizzate, con il rischio che queste possano finire nelle mani degli stranieri. Questo correttivo è stato firmato da tre esponenti di: Udc, Forza Italia e Ds. Ho l’impressione che si tratti di uno scambio. In gioco c’è anche la legalizzazione dei video-poker che fa gola a molti. Di qui lo scambio: io do le “macchinette” in cambio di una mano sulle privatizzazioni. Un passo azzardato perché, se fatto senza creare grandi holding, si rischia che le nostre aziende municipalizzate, vengano comprate tutte dagli stranieri. Ricordiamoci bene che gli stranieri non vengono per aiutare un Paese, ma per espropriarne i beni. Tanto è vero che all’estero, si comportano proprio all’opposto, cercando di difendere i propri beni produttivi. È una vergogna che sia stato un emendamento simile. Se si usano questi metodi non c’è la minima possibilità che la Lega vada alle elezioni amministrative in alleanza con chi approva certe cose».