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    Predefinito La scoperta del Nuovo Mondo: controversie e misteri

    Colombo? In America c'era già stato
    La carta di un ammiraglio ottomano fa ritenere che il Genovese abbia scoperto il Nuovo Mondo sette anni prima del 1492

    di Marco Sassano

    ROMA, 5 DICEMBRE - Il «mistero Cristoforo Colombo» è sempre più tale: prima si ipotizza che sia uno dei figli illegittimi del papa Innocenzo VIII, oggi si arriva a sostenere che scoprì l'America sette anni prima di quella data ultracerta ed ultraufficiale che è sempre stata, in tutti i testi scolastici, il 1492. L'avrebbe fatto su incarico del Papa, basandosi su mappe e studi posseduti dalla Santa Sede che però voleva certezze e tempo per poter modificare la propria visione della Terra. Poi, morto papa Cybo, lo spagnolo successore - il papa Borgia - avrebbe fatto sì che la scoperta fosse dovuta alla sua amata Spagna e avrebbe fatto rimandare Colombo a «riscoprirla».

    Detta così sembra quell'incantevole racconto del poeta romanesco Pascarella sulla scoperta del Nuovo Mondo. Ma Ruggero Marino, studioso appassionato di Cristoforo Colombo, si basa su carte serie. In particolare sullo studio di Alessandro Bausani, pubblicato sui Quaderni del Dipartimento di Studi Eurasiatici dell'Università di Venezia, dedicato a una delle più famose carte del mondo allora conosciuto, quella di Piri Reis, conservata nel palazzo del Topkapi ad Istanbul.

    Piri Reis era nato a Gelibolu, l'attuale Gallipoli, nel 1470. A 14 anni entrò a far parte dell'equipaggio di suo zio, il famoso marinaio Kemal Reis - il Camali dei veneziani, che fu corsaro e ufficiale dell'Impero Ottomano al tempo stesso -, e vi rimase per sei anni. Divenne poi ufficiale della flotta del Sultano e combatté in tutto il Mediterraneo contro genovesi e veneziani. Fin da allora disegnò carte di ogni costa e di ogni porto che conosceva. Nel 1499 Kamal e Piri furono nominati ammiragli della flotta imperiale e combatterono molte battaglie contro le navi dell'ammiraglio veneziano Benedetto Pesaro. Morto Kamal Reis in combattimento nel 1511, Piri si ritirò a Gallipoli: qui, come lui stesso raccontò, «scrissi le descrizioni delle coste e dei porti e in seguito disegnai le carte dei luoghi descritti».

    Piri fece anche una grande carta del mondo conosciuto che fu scoperta solamente nel 1929 dal direttore dei Musei turchi durante i lavori di riadattamento del palazzo di Topkapi. E' Piri stesso ad illustrarci la famosa mappa: «La presente carta è stata disegnata nel mese di muharram 919 (9 marzo - 7 aprile 1513) a Gallipoli». Oggi ce ne rimane solo una parte: quella delle coste orientali ed occidentali dell'Atlantico. «Essa è di estremo interesse - scrive il professor Bausani - perché, utilizzando una mappa perduta di Colombo, disegna con notevole precisione le coste americane».


    Cristoforo Colombo - Immagine tratta dal sito http://home.vicnet.net.au/

    A questo proposito vale la pena sentire quel che ha scritto Piri Reis stesso in una lunga didascalia della carta su come si procurò le informazioni per disegnarla. Eccola, come è riportata nel testo dell'Università di Venezia: «Queste coste si chiamano litorale di Antilya. Sono state scoperte nell'anno 890 dell'era araba (1485). E si racconta che un infedele di Genova , chiamato Colombo, ha scoperto queste contrade. Cadde, cioè, fra le mani di Colombo un libro in cui apprese che ai confini del Mare d'Occidente, cioè ad Ovest, esistevano delle coste e delle isole, ogni genere di miniere e anche pietre preziose. Avendo letto da un capo all'altro quell'opera, raccontò l'uno dopo l'altro questi fatti ai Grandi di Genova e disse loro: "Datemi due navi che vada a trovare questi luoghi...". "Sciocco - gli risposero - il Mare d'Occidente avrebbe dunque un limite o una fine? E' avviluppato dai vapori delle tenebre!". Il detto Colombo, visto che non c'era nulla da attendersi dai Genovesi, se ne andò a raccontare la cosa al Re di Spagna. Anche lui gli dette la stessa risposta che gli avevano dato i Genovesi. Ma Colombo insistette tanto che il Re di Spagna gli dette due navi, curò che fossero bene armate ed equipaggiate e disse: "O Colombo, se è come tu dici, io ti faccio capitano di quei luoghi". E lo mandò nel Mare d'Occidente». La nota prosegue ancora a lungo.

    Di fronte a quella stupefacente data dell'890 dell'era araba, Ruggero Marino, ipotizzando che il professore Bausani potesse essere caduto in errore nel trasformarla nel nostro computo degli anni è andato a ricercarsi una tavola di riconversione: non ci sono dubbi. L'890 è a cavallo tra il 1485 e il 1486.
    Molte verità sono certamente rinchiuse negli archivi del Vaticano, anche su questo punto nodale. Marino ricorda il «Breve», una nota riservata, di Pio IX del 10 dicembre 1851: «Quando saranno noti quei documenti che riguardano parte del Nuovo Mondo scoperto da Cristoforo Colombo, apparirà con la più grande certezza che lo stesso Colombo intraprese il suo eccellente piano per impulso e con l'aiuto di questa Sede Apostolica».

    Anche di fronte alle nuove rivelazioni su Colombo e sulla carta di Piri Reis, non sarebbe giunto finalmente il momento per il Vaticano di aprire agli studiosi i suoi archivi più segreti?

    Dal sito http://qn.quotidiano.net/ - Copyright © 2003 MONRIF NET S.r.l. & POLIGRAFICI EDITORIALE S.p.A. Tutti i diritti riservati

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    Predefinito mappe precolombiane - l'ipotesi cinese



    Autore Gavin Menzies
    Editore Carocci, Roma
    Prima edizione Novembre 2002
    Pagg. 428
    Traduzione (dall'inglese) di Maria Cristina Coldegelli e Alessandro Listuzzi
    Titolo originale 1421: The Year China Discovered the World
    © 2002, Gavin Menzies

    Cristoforo Colombo fu davvero il primo a scoprire l’America nel 1492? E Magellano compì davvero la prima circumnavigazione terrestre nella sua spedizione del 1521? Da sempre l’idea di possibili contatti tra Vecchio e Nuovo Mondo precedenti a queste grandi imprese ha sollecitato la fantasia di storici e curiosi, dando vita a teorie ed elucubrazioni più o meno fondate. Oggi si fa strada una nuova ipotesi, basata sul ritrovamento di antiche carte nautiche, sull’analisi al computer di dati astronomici, sulla scoperta di relitti di navi nel Mar dei Caraibi.
    Secondo Gavin Menzies, fu una spedizione cinese a raggiungere per la prima volta le coste americane e a compiere il primo viaggio completo intorno al mondo. Al comando del leggendario ammiraglio Zheng He, una flotta composta da più di cento navi lasciò la Cina nel febbraio del 1421 per attraversare l’Oceano Indiano, doppiare il Capo di Buona Speranza ed esplorare le coste sudamericane e quelle australiane. A bordo c’erano sete, gioielli e concubine che l’Imperatore celeste mandava in dono agli altri potenti della Terra. Ma soprattutto c’era un gruppo di esperti cartografi che doveva disegnare una mappa dettagliata di questo incredibile viaggio, mappa che attraverso varie peripezie raggiunse il Portogallo nel 1428 e finì poi nelle mani dei maggiori navigatori europei.
    Un’ipotesi che potrebbe rivoluzionare la storia delle esplorazioni geografiche, ma anche un avvincente racconto di viaggio, d’avventura, di grandi ambizioni.

    Gavin Menzies è un ex ufficiale della Marina britannica. Nella sua carriera ha ripercorso le rotte di Colombo, Magellano e altri grandi navigatori. Dopo aver lasciato la Royal Navy è tornato più volte in Estremo Oriente e in Cina, dove è nato nel 1937 e dove ha trascorso i primi due anni della sua vita.
    Nel corso delle ricerche svolte per questo libro ha visitato 120 paesi e più di 900 tra musei e biblioteche.

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    AMERICA:GENESI MULTIETNICA

    di Maria Longhena

    L’enigma concernente la scoperta dell’America, causa di polemiche e dispute tra gli studiosi, è lungi dall’essere risolto. In realtà, il quesito è semplice: qualcuno approdò in America prima del 1492? Due correnti di pensiero si sono formate al riguardo: quella isolazionista e quella diffusionista. Per gli studiosi isolazionisti la risposta al quesito è unica e il problema si esaurisce con i Vichinghi, che tra il 600 e il 1000 della nostra era approdarono a Terranova. Le saghe norvegesi contengono riferimenti a questa terra lontana, che porta il nome di Vinland (cfr. box a seguire). Tutto ciò, secondo l’opinione di molti, rappresentò uno sporadico evento nella storia del continente americano, perché i Vichinghi abbandonarono dopo un breve periodo le coste nordamericane senza avere allacciato rapporti culturali con le popolazioni autoctone. Ma se non fosse vero? Se i Vichinghi, invece, fossero rimasti molto più a lungo, oppure, se altri li avessero preceduti nel corso di viaggi esplorativi, imbattendosi in un continente sconosciuto? “Non esiste alcuna testimonianza concreta di contatti precolombiani tra gli indigeni d’America e genti provenienti da altre terre” affermano gli isolazionisti. Le prove, a nostro parere, esistono, come sostiene, invece, chi segue la corrente diffusionista. Semplicemente vengono volutamente ignorate dagli studiosi, che ritengono più comodo pensare che l’America, per millenni, sia rimasta completamente isolata. In realtà, una serie di elementi culturali, iconografici e archeologici lascia supporre che, probabilmente, antichi navigatori raggiunsero le Americhe prima di Colombo in epoche diverse, provenienti da paesi diversi.
    Sarebbe presuntuoso, da parte nostra, affermare ciò con la sicurezza di chi detiene la conoscenza assoluta. Il nostro scopo, tuttavia, è proprio quello di citare alcune ipotesi e alcuni ritrovamenti eccezionali, tra i tanti, che possano dimostrare come le civiltà precolombiane siano impregnate di apporti culturali provenienti da altrove. Nel corso dell’ultimo decennio, le vecchie ipotesi sul popolamento del continente, a lungo rimaste indiscusse e indiscutibili, hanno cominciato a vacillare, a dispetto di gran parte del mondo scientifico.
    L’ipotesi ufficiale è che durante l’ultima glaciazione, quando il livello dei mari era inferiore di circa cento metri rispetto ad oggi, lo stretto di Bering avrebbe consentito il passaggio di gruppi umani di ceppo mongolico che, dalla Siberia, si sarebbero mossi per seguire i grandi mammiferi, raggiungendo l’Alaska. Popolato il territorio del nord sarebbero poi scesi a sud fino a raggiungere, nell’arco di un millennio, la Terra del Fuoco. Tutto ciò sarebbe avvenuto tra il 15000 e il 12000 a.C. Tuttavia, i risultati di recenti indagini archeologiche, supportate da studi antropologici, genetici e linguistici stanno gettando nuova luce sul popolamento del continente americano. Prima di tutto, alcune datazioni al radiocarbonio riferibili ad insediamenti preistorici, quali “Cactus Hill”, in Virginia, (18.000 anni fa), hanno provato una maggiore antichità di insediamento, retrodatando la presenza umana sul continente. Ancora più sconcertante, Monte Verde in Cile e Pedra Furada in Brasile, presentano tracce umane risalenti a oltre 20.000 anni fa. Come è possibile che siti meridionali siano più antichi rispetto a quelli del Nord, se il passaggio avvenne solo da Bering? Qualcosa, quindi, non quadra. E neanche il ritrovamento presso Belo Horizonte (Brasile) di un cranio appartenente ad una giovane donna di ceppo negroide o australoide, e non a quello mongolico (cfr. HERA N° 6/7 pag.15), ci convince, mentre l’Uomo di Kennewich, il più antico scheletro umano rinvenuto in America, nello stato di Washington e datato a 9500 a.C., appartiene addirittura al ceppo caucasico (cfr. HERA N° 9 pag 16). Secondo i dati emersi dalle analisi, l’uomo sarebbe da ricollegarsi all’antichissima etnia degli Ainu dell’isola giapponese di Hokkaido, i cosiddetti “giapponesi bianchi” (cfr. HERA N°22 pag.14). Tuttavia, chi di recente ha contribuito maggiormente a sovvertire l’ordine delle cose è stato il professor Dennis Stanford, antropologo della Smithsonian University. Secondo le sue ricerche, i più antichi manufatti americani sarebbero identici a quelli prodotti in Europa dalle popolazioni paleolitiche che popolavano la Solutrea, una vasta area geografico-culturale collocabile nell’attuale costa atlantica della Spagna e della Francia meridionale. L’antropologo sostiene che, molto prima del passaggio da Bering, tra 24.000 e 18.000 anni fa, in pieno periodo glaciale, gruppi umani si mossero dalla Solutrea raggiungendo l’America navigando lungo costa, spinti da problemi di sopravvivenza e forse costretti a seguire le migrazioni dei mammiferi. Il tratto di linea costiera ghiacciata seguita dai solutreani avrebbe rappresentato un percorso accettabile, in quanto allora solo 3000 km separavano i due continenti. Gli americani sarebbero dunque europei? (cfr. HERA N°13 pag.12) Com’era prevedibile, il prof. Stanford continua ad essere criticato ferocemente dai suoi colleghi. Ci sembra invece molto interessante considerare la possibilità, sempre più concreta, che il Nuovo Continente sia stato popolato da gruppi umani appartenenti a etnie diverse e soprattutto di epoche diverse, forse provenienti dal Giappone, dalla Polinesia e anche dall’Europa. Tale ricerca è oggi supportata dalla genetica.


    Immagine tratta dal sito http://atuleirus.weblog.com.pt/

    I Jomon in America

    Le prove di viaggi e contatti tra America e altri continenti, prima della Conquista, ci sono, ma sono tuttora volutamente ignorate. Non condividendo tale atteggiamento, desideriamo esporre alcune tra le più interessanti e significative teorie, partendo dagli studi della ricercatrice Betty Meggers circa possibili contatti transpacifici tra l’America e il Giappone. La Meggers si concentrò a lungo sulle ceramiche riferibili alla cultura Valdivia, fiorita in Ecuador a partire dal 3500 a.C. È da sottolineare che questa era considerata la più antica ceramica del continente americano sino agli anni ‘90 quando, in Brasile, furono scoperti frammenti più antichi di alcuni millenni. I risultati di lunghe ricerche portarono la Meggers a constatare straordinarie e innegabili analogie stilistiche e tipologiche tra i reperti Valdivia e quelli prodotti dai giapponesi Jomon, le cui testimonianze più antiche risalgono al 9000 a.C. La straordinaria scoperta della scienziata statunitense, nonostante le numerose pubblicazioni, viene ancora oggi considerata come marginale e impossibile. In realtà, la Meggers ed i suoi colleghi svolsero esami approfonditi non solo sui manufatti, ma anche sulle correnti oceaniche e sulle antiche tecniche di navigazione, dimostrando la forte probabilità che pescatori provenienti dalle isole giapponesi, portatori della cultura neolitica Jomon, fossero approdati sulla costa ecuadoriana. In seguito a questi contatti, le popolazioni locali avrebbero appreso le tecniche per la fabbricazione della ceramica. Ciò che la Meggers rimprovera a molti colleghi è la diffidenza nell’accettare la possibilità che i nostri antenati di tutto il mondo si muovessero abilmente via mare, seguendo i venti e le stelle. Non bisogna dimenticare che l’Australia fu colonizzata almeno 40.000 anni fa da navigatori indonesiani che solcavano i mari servendosi di imbarcazioni antenate dei moderni catamarani. Una serie di elementi culturali, stilistici e iconografici lascia supporre tuttavia che i giapponesi non furono gli unici asiatici a incontrare le antiche genti amerindiane.


    Immagine tratta dal sito http://www.christopher-columbus.eu/

    Le ruote della migrazioni

    Volgendo lo sguardo alle civiltà del Messico preispanico ci si accorge della presenza di aspetti spiegabili solo alla luce di possibili contatti tra il Mesoamerica e il Sud-est asiatico. Le ipotesi avanzate da insigni studiosi quali Robert Heine Geldern, considerato forse il padre della corrente diffusionista, e Gordon Heckolm sono stati snobbati da gran parte del mondo accademico. Riferendoci al Mesoamerica, tra i problemi irrisolti e affascinanti, quello che presenta un vero e proprio materiale archeologico, riguarda, i cosiddetti “giochi su ruote” rinvenuti sia nel sito archeologico di Panuco, nella regione Huazteca, sia a Tres Zapotes, nello stato Veracruz, in contesti datati al Periodo Classico. Si tratta di oggetti di terracotta raffiguranti miniature animali su ruote. Graziosi, ma inspiegabili in quel preciso contesto culturale, in quanto l’uso della ruota rimase infatti sconosciuto nel Messico precolombiano, sino all’arrivo degli europei. Qualcuno afferma che in realtà gli antichi mesoamericani conoscevano il principio della ruota, ma non l’applicavano per l’assenza di animali da soma. Tuttavia, ciò non spiega l’assurda presenza dei piccoli “giochi”, mentre animali su ruote molto simili a questi sono stati trovati frequentemente in Cina, in contesti archeologici riferibili all’epoca della dinastia Han (200 a.C - 220 d.C), in Giappone e anche in India, a partire dal 3000 a.C. I manufatti asiatici rivestivano in realtà una funzione cultuale. È molto probabile, quindi, concordando con Heine Geldern, che le miniature su ruote rinvenute in Mesosamerica non rappresentino una produzione autoctona, ma piuttosto il risultato di scambi o comunque apporti stranieri, giunti dall’Asia fino al Messico in seguito a contatti transpacifici. Forse gli antichi messicani non compresero il significato originario degli animali su ruote, ma li custodirono ugualmente come oggetti di culto. Una prova troppo labile per dimostrare scambi e contatti con antiche popolazioni del Sud-est asiatico? Ciò che occorre è proprio considerare insieme i tanti elementi affiorati nel corso di studi, ricerche, ma anche analisi iconografiche e tipologiche. Il celebre studioso Michael Coe, ad esempio, ha dichiarato che “lo stile artistico dei preziosi reperti provenienti dai centri d'élite del Veracruz del Periodo Classico (200 - 900 d.C) non può essere confuso con nessun altro in Messico. Al contrario, esistono strette affinità con le culture dell’Età del Bronzo e del Ferro della Cina”. La civiltà olmeca, una delle più antiche in Mesoamerica, fiorita nelle regioni del Veracruz e del Tabasco tra il 1500 e il 400 a.C., presenta molti aspetti oscuri. I tratti somatici delle figurine chiamate “baby face”, raffiguranti bambini o personaggi asessuati, richiamano in modo inquietante quelli tipici dei popoli dell’Estremo Oriente. Anche i misteriosi volti delle gigantesche teste basaltiche di Villaermosa appaiono, dal punto di vista iconografico, assai peculiari e i tratti dei loro volti assolutamente estranei a qualunque altra immagine del mondo pre-ispanico. Forse non a caso gli Olmechi, alla stregua degli antichi cinesi veneravano la giada, la sacra pietra verde simbolo dell’acqua e della fertilità. La stessa scrittura olmeca secondo gli ultimi studi sarebbe derivazione di quella cinese (cfr. HERA N°9 pag.16). La civiltà maya è straordinariamente ricca di riferimenti e richiami a possibili apporti stranieri. Le strutture architettoniche di molti edifici piramidali richiamano quelle realizzate da antiche civiltà del Sud-est asiatico, mentre colpiscono le similitudini stilistiche e iconografiche e tipologie presenti nella produzione artistica, quali le figurine Jaina e graziose sculture cinesi coeve o di epoche anteriori. Ma i raffronti e le similitudini si possono applicare a concezioni religiose e cosmogoniche: l’Albero Cosmico dei Maya, chiamato nella loro lingua “Waka Chan”, trova un corrispondente nell’Albero della Vita, concetto che dall’Oriente raggiunse le civiltà classiche del Mediterraneo. E ancora, lo zero, conosciuto anticamente solo dai Maya e dai matematici dell’India, che ne diffusero l’uso a partire dal V secolo d.C. Potremmo citare ancora molti esempi. Uno dei più suggestivi, forse, la maschera del dio Chac, venerato come tutelare dell’acqua e della pioggia, caratterizzata da una mostruosa proboscide. I Maya non conoscevano l’elefante, ma potrebbe essere giunta via mare l’immagine del dio indiano Ganesha, dalle sembianze ibride umane ed elefantine?


    Barcellona, Monumento a Cristoforo Colombo - Immagine tratta dal sito http://columbus.vanderkrogt.net/

    Le tracce romane

    Il complesso mosaico delle civiltà preispaniche mesoamericane manca di
    numerose tessere e l’origine di molte di esse affonda le radici nel mistero. E’ possibile che siano invece da ricercarsi oltre oceano? Allo stato attuale degli studi, preferiamo escludere l’ipotesi di vere e proprie colonizzazioni o conquiste da parte degli asiatici in America e considerare la possibilità di viaggi e contatti frequenti. Bisogna considerare le notevoli conoscenze nella navigazione, conseguite millenni prima di Cristo dai cinesi. Antiche narrazioni contengono notizie di viaggi compiuti per soddisfare l’avidità di alcuni imperatori, di mappe e portolani perduti che tramandano conoscenze segrete di terre sconosciute. Sino ad ora ci siamo riferiti alla possibilità di contatti tra popolazioni amerinde e quelle asiatiche. Bisogna stabilire se siano ipotizzabili o se esistano testimonianze su viaggi e antichi approdi avvenuti lungo la rotta dell’Atlantico prima dell’epopea vichinga. Sarebbe interessante citare i numerosi studiosi che si sono occupati di contatti tra gli amerindi e fenici: questi, secondo alcuni, si sarebbero spinti oltre le Colonne d’Ercole alla ricerca di vie commerciali e ricche terre inesplorate, raggiungendo il Messico e il Brasile. Barry Fell, nel suo “America b.C.”, ed altri studiosi portoghesi citano la misteriosa “Stele di Paraiba”, rinvenuta nella regione amazzonica e contenente un’iscrizione realizzata da navigatori cananei. Nonostante l’interesse suscitato da tale ritrovamento e le interessanti pubblicazioni che lo riguardano, la stele, da molti linguisti considerata come falso ottocentesco, è oggi scomparsa, pertanto sarà opportuno indirizzare la nostra ricerca verso documentazioni più attendibili. Due eccezionali ritrovamenti europei hanno, invece, disturbato notevolmente la scienza ufficiale. Negli anni ‘70 un carico di anfore romane fu rinvenuto nei fondali della costa brasiliana, forse conseguenza di un antico naufragio. Gli antichi vasi furono datati per mezzo della termoluminescenza al II secolo d.C. e attribuiti ad una produzione tipica di alcune colonie romane situate lungo la costa atlantica nordafricana. Tuttavia, il governo brasiliano rifiutò di riconoscere la scoperta ostacolando la ricerca, da allora finita nel nulla. L’altra scoperta è intervenuta a questo proposito nel 1933, nella Valle di Toluca a 60 km da Città del Messico. Alcuni archeologi aprirono una tomba azteca del 1500, intatta e inviolata. All’interno vi era una minuscola testa in terracotta, raffigurante un volto maschile barbuto, le cui sembianze, assolutamente avulse dal contesto messicano, erano piuttosto tipiche della nostra Civiltà Classica (cfr. HERA n°5 pag. 62). Non ci sorprende il fatto che subito dopo il ritrovamento, la testina sia stata classificata sotto la voce di “reperto impossibile” e la scoperta del tutto accantonata. Oggi, grazie alla positiva ostinazione di due ricercatori, il prof. Hristov e del prof. Payon, il reperto è stato di nuovo preso in considerazione, sottoposto all’analisi della termoluminescenza per la datazione e ad un accurato esame tipologico. La prima ha rivelato una data corrispondente al II secolo dopo Cristo, e il secondo ha consentito di attribuire la testina ad un filone artistico di produzione romana imperiale, precisamente riferibile all’epoca severiana. Nessun conquistatore spagnolo sbarcato al seguito di Cortez avrebbe potuto introdurre la testina nel contesto in cui è stata ritrovata, e non si tratta di un falso. L’unica affermazione possibile è che i romani raggiunsero l’America e, forse, altri prima di loro. Esistono tanti altri indizi, oltre a quelli citati, che, se esaminati con la dovuta attenzione e onestà, potrebbero comporre una sorta di puzzle a riprova di antichi contatti tra le civiltà precolombiane dell’America, e quelle degli altri continenti. Ad esempio, l’esistenza di strutture megalitiche simili a quelle europee e i tanti riferimenti racchiusi nei miti, quali la famosa leggenda di Quetzalcoatl e di Viracocha, gli Eroi ancestrali bianchi e barbuti venuti dal mare (cfr. HERA N°28 pag. 14), il misterioso culto del Giaguaro, che affonda le sue radici nelle origini della civiltà di Chavìn, in Perù (cfr. HERA N°21 pag.64) e di quella olmeca in Messico, la cui iconografia richiama quella della tigre venerata dagli antichi asiatici. E’ giusto concludere il nostro percorso, sintetico ma affascinante, con un ulteriore quesito: esistono prove, nel Vecchio Mondo, di questi contatti transoceanici? Anche in questo caso la risposta è affermativa. Ne esistono tante, e fastidiose. Tra queste, per citarne solo alcune: la presenza di tracce di tabacco e cocaina (oggetto di discussione il primo, di indubbia provenienza sudamericana la seconda), rinvenute in alcune mummie egiziane (cfr. HERA N° 7/8 pag.18). L’immagine, inequivocabile, di un ananas, frutto sconosciuto in Europa prima della Conquista, che spicca in un affresco di Pompei e di intere pannocchie di mais nelle mani di divinità Indù. Infine, i testi di alcuni scrittori latini che citano strani episodi. Pomponio Mela narra, ad esempio, che nel 62 a.C. una strana imbarcazione approdò sulle coste della Germania; a bordo si trovavano due individui di razza sconosciuta, dalla pelle color mattone, arrivati da una terra lontana. Gli innumerevoli elementi attendono solo di essere esaminati onestamente.

    Dal sito http://www.heramagazine.net/ - Copyright © Hera - 2000

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    Un nuovo aspetto della personalità del navigatore scoperto in un archivio

    Cristoforo Colombo: torturatore e schiavista

    Venne rimosso dalla carica di governatore delle Indie a causa delle atrocità commesse sulla popolazione locale e sui sottoposti


    Immagine tratta dal sito http://www.paradies-italien.de/

    VALLADOLID - Un despota che non aveva alcun rispetto dei suoi sottoposti e che fu rimosso dalla carica di governatore delle Indie a cause delle atrocità commesse sulla popolazione locale. È il nuovo ritratto di Cristoforo Colombo che emerge dai nuovi documenti scoperti a 500 anni dalla sua morte. Infatti da quanto si evince da questi interessantissimi manoscritti scoperti dall'archivista Isabel Aguirre negli archivi di Simanacas, vicino Valladolid, l'uomo che scopri l'America torturò continuamente i suoi schiavi e fece morire di fame i suoi sottoposti nelle colonie caraibiche che si trovavano sotto l'autorità spagnola.

    STORICI - Per anni gli storici hanno discusso sui motivi della destituzione di Colombo da governatore. Molti hanno parlato di ingraditudine della Corona spagnola nei confronti del navigatore genovese. Inoltre in passato già si erano scoperti documenti nei quali si evinceva che Colombo fosse stato un cattivo governatore: a Santo Domingo, la capitale della Repubblica Domenicana, egli governò con pugno autoritario, maltrattando le popolazioni indigene. Ma dai nuovi documenti si comprendono chiaramente i motivi della sua destituzione da governatore dei Caraibi nel 1500 e del suo imprigionamento per ordine degli stessi monarchi, Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia, che nel 1492 gli avevano dato il comando della spedizione in America.

    DOCUMENTI - Tra i documenti sono presenti le testimonianze di 23 persone che durante il processo contro Colombo confermarono le torture effettuate dal governatore: secondo Consuelo Varela, una storica di Siviglia, che ha avuto la possibilità di studiare i manoscritti, questi sono i più importanti documenti sulla vita di Colombo apparsi nell'ultimo secolo. Da questo studio intenso, Varela ha scritto un libro, «La Caida de Cristobal Colon» (La caduta di Cristoforo Colombo), nel quale sono raccontate le torture inflitte dal genovese ai suoi sottoposti durante i primi anni in cui Colombo fu governatore dell'odierna Repubblica Domenicana

    COLONIA - «La vita nella colonia in questi primi sette anni fu dura e terribile» afferma la studiosa. «Le persone, inclusi gli schiavi bianchi spagnoli, furono venduti nella piazza principale del paese, mentre altri che si erano macchiati di piccoli reati, come il furto di poche quantità di grano furono torturati terribilmente. Per esempio a un giovane indigeno che fu scoperto a rubare grano gli furono tagliate le orecchie e il naso, fu incatenato e divenne uno schiavo». Ma le torture non riguardavano solo gli uomini: «Una donna che sapeva delle origini proletarie di Colombo», continua la storica, «gliele ricordò durante una discussione. Bartolomeo, fratello del navigatore, tagliò la lingua della donna, dopo averla torturata e fatta girare nuda su un asino. Colombo più tardi si sarebbe congratulato con suo fratello per aver difeso l'onore della famiglia».

    TIRANNIA - Dalle 46 pagine di questi documenti, non solo Colombo, ma anche i suoi fratelli Diego e Bartolomeo, appaiono sanguinari tiranni, senza alcuno scrupolo morale. Tra le altre cose essi vietavano che i nativi del luogo fossero battezzati, così come i figli degli schiavi. «Il nuovo ritratto del navigatore», conclude Varela, «mostra un uomo fortemente avido e ingiusto e che purtroppo per sette anni inflisse dure pene ai suoi sottoposti e che fu destituito giustamente dal suo incarico di governatore delle Indie occidentali».

    Francesco Tortora

    corriere.it - 22 luglio 2006

 

 

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