Quando Papalia aggredì la Lega:
storia di uno Stato oppressore
Ora la Consulta dovrà pronunciarsi sulla violenza in via Bellerio
di Igor Iezzi
Alle 17.30 gli agenti della Digos, che per tutto il pomeriggio avevano stazionato fuori dalla porta, sono entrati nella hall della sede della Lega Nord di via Bellerio. Alcuni degli agenti sono andati verso il banco di ricevimento che si trova all' ingresso della sede della Lega Nord, mentre altri hanno bloccato l' accesso impedendo di fatto ai giornalisti di entrare»: queste sono le prime parole di un dispaccio dell’agenzia giornalistica Ansa che il 18 settembre del 1996 annunciò l’irruzione della Digos nella sede federale del Carroccio. Furono momenti di tensione, il segretario federale Umberto Bossi fu preso a gomitate, Roberto Maroni fu colpito alla testa e dovette andare in ambulanza all’ospedale, altri parlamentari, tra cui Roberto Calderoli, Davide Caparini, Piergiorgio Martinelli e Mario Borghezio furono strattonati dalle forze dell’“ordine”. Il mandante di quella perquisizione-persecuzione ignobile era il solito Guido Papalia, procuratore di Verona. Esattamente 3 giorni prima il Carroccio aveva portato sulle rive del Po 2 milioni di persone che chiedevano una cosa semplice, in uno Stato civile: la libertà. La risposta dello Stato, governato da una maggioranza di centro sinistra fu questa: le volanti della polizia, i manganelli e la violenza. La Lega seppe resistere alla provocazione ordita da Papalia e a tali soprusi rispose scegliendo la via gandhiana. Ma la tensione nel Paese era enorme, le libertà civili e politiche sembravano messe in pericolo. Il motivo scatenante che spinse Papalia ad ordinare quella perquisizione fu il codice Rocco, di epoca fascista, che sancisce i reati d’opinione. Da una parte c’era Scalfaro, che lo stesso giorno incitava le forze politiche ad ascoltare il malessere proveniente dal Nord, dall’altra vi era l’oppressione di uno Stato prevaricatore che usa le forze dell’ordine come polizia politica: questa era la doppia morale dell’Italia governata da Prodi, da D’Alema e dal centrosinistra.
La Lega Nord non si lasciò intimidire e non perse la testa. I giorni seguenti il Carroccio chiese ripetutamente una ispezione presso la Procura di Verona e querelò Papalia: la storia ha dimostrato che il pm veronese perseguiva disegni politici. Ma anche l’in-giustizia italiana non si fermò e il 5 ottobre giunse un invito a Bossi, Maroni, Borghezio, Caparini, Martinelli e Calderoli a comparire davanti al pm Tiziano Siciliano il giorno 11 ottobre. I parlamentari non si presentarono. Secondo il pm durante quell’azione gli esponenti padani si erano macchiati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Nel frattempo i processi nei confronti della Lega e dei suoi esponenti, Bossi in testa, si moltiplicavano ed erano tutti caratterizzati dal desiderio di Papalia e dei suoi amici di punire le opinioni. Tra il 25 novembre del ’97 e il 31 marzo del ’98 vengono esaminati dal tribunale milanese, capeggiato dal pretore Annamaria Gatto, le diverse eccezioni preliminari degli avvocati difensori. Il 16 aprile il pretore Gatto decide di non inviare gli atti del processo alla Camera per richiedere l’autorizzazione a procedere: come Papalia, anche lei ritiene la magistratura “superiore” ai rappresentanti del Popolo.
Il vero e proprio dibattimento inizia il 6 maggio del ’98 e il 27 giugno l’accusa chiede un anno di reclusione per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale per tutti i parlamentari coinvolti. L’11 luglio è il turno della difesa, ma l’avvocato Matteo Brigandì non riesce a modificare quella che sembra essere una decisione già presa: il 22 luglio Gatto condanna Bossi e gli altri parlamentari rispettivamente a 7 ed 8 mesi di reclusione con la condizionale e un versamento di 5 milioni. Il 16 marzo del 1999 il caso sbarca alla Camera che decide l’insindacabilità per gli esponenti leghisti coinvolti: rispettando l’art. 68 della Costituzione prima di agire contro un rappresentante del popolo bisogna chiedere l’autorizzazione a procedere alle Camere. Ma l’8 giugno la quarta sezione della corte d’appello decide di sollevare il conflitto di competenza tra poteri dello Stato e rimanda la decisione alla Corte Costituzionale che, il 17 maggio del 2001, stabilisce che il processo può andare avanti. Il 10 novembre arriva la sentenza della corte d’appello: condanna per Bossi e per gli altri parlamentari rispettivamente a 4 mesi e 4 mesi e 20 giorni di reclusione, pene ridotte perchè nel frattempo l’oltraggio è stato depenalizzato. Per Bossi, che non può usufruire della condizionale in quanto ha accumulato anche altre condanne sempre per reati d’opinione, vorrebbe dire andare in galera. Ma l’avvocato Brigandì chiede ancora una volta alla Camera di esprimersi. L’11 dicembre inizia la discussione della giunta per le autorizzazioni a procedere, che termina un anno dopo, il 4 dicembre del 2002: la camera, stabilisce la giunta, deve sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale e contestare, così, la validità delle perquisizioni per le quali non era stata chiesta l’autorizzazione a procedere alla Camera, ritenendo che l’immunità territoriale debba essere riferita anche alle sedi dei partiti. Il 10 dicembre l’ufficio di presidenza della Camera approva e ora la decisione finale spetta all’assemblea di Montecitorio, che si riunirà mercoledì prossimo.




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