Riportiamo un articolo pubblicato sul Foglio in edicola ieri.
Parigi. Mercoledì 11 settembre, titolo del Figaro: «Polemica dopo il suicidio di Savorani». Sì, l’aspirante pirata dell’aria, che ha dirottato un aereo e poi si è ucciso nel carcere di Lione il 7 dicembre. Ci sono voluti 4 giorni perché la polemica conquistasse 4 colonne in settimana pagina di un quotidiano francese. E dire che la Farnesina aveva chiesto chiarimenti. Che il suicidio di Savorani era stato preceduto, due giorni prima, dalla morte del suo compagno di cella. Che ieri (mercoledì 11 per chi legge, ndr) un altro detenuto nello stesso carcere si è tolto la vita. La Francia, sempre pronta a dar lezioni al mondo, fatica a guardarsi allo specchio. «In Italia - dice al Foglio Maurizio Blondet, editorialista di Avvenire - si grida troppo. Se va male la Fiat è colpa di Berlusconi. Lo stesso se cola a piccolo una nave di clandestini. Si esagera, ma almeno se ne parla. Il problema delle carceri è presente nel nostro dibattito politico, anche grazie al Papa. Invece in Francia, le carceri sono un inferno, sono peggiori delle nostre, ma i detenuti non hanno voce. Nella prigione di Lione i detenuti si suicidano, e i giornali non ne parlano». Altro esempio di reticenza, di autocensura, la morte per eutanasia della madre di Lionel Jospin, un personaggio popolare nella sinistra francese, divisa tra la Bibbia e la causa socialista, immaginiamoci i fiumi d’inchiostro che sarebbero stati versati in Italia. In Francia invece solo un necrologio. La stessa reticenza, la stessa autocensura si riscontra in altri campi. La frattura sociale, l’integrazione fallita, che costringe ora il governo a mettere metal detector e apparecchiare il riconoscimento delle impronte digitali all’ingresso delle scuole dove la violenza è insostenibile. «Da una parte, in Italia, l’omertà di Stato. Due estremi, sintomi di un’unica malattia. Una malattia dell’Europa. Da due secoli, nel nostro continente, ci scaldiamo per le dittature, non per le democrazie. Per Napoleone, non per De Gasperi. Le democrazie non suscitano passioni. Ed è la passione che è necessario recuperare. Né rissa, né silenzio. Ma riflessione e confronto, per affrontare problemi comuni, in tutta Europa».