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    Predefinito La fasulla armata di terracotta

    La messa in scena dell'armata di terracotta


    Secondo la clamorosa tesi di un reporter francese "veterano" di cose cinesi, le centinaia di statue di guerrieri di Xian, ufficialmente risalenti al 200 a.C, sono una "patacca" di regime.
    di Fernando Mezzetti

    E se "l'ottava meraviglia del mondo", come l'ha definita Jacques Chirac, fosse tutta una messa in scena? Si parla della "armata di terracotta", le centinaia di statue a grandezza naturale di guerrieri, ufficialmente risalenti a 200 anni avanti Cristo, scoperti trent'anni fa a Xian, storica città della Cina.

    I guerrieri popolano la tomba del loro imperatore, Quin Shihuandi: un'armata per seguirlo nel suo Aldilà, l'inesplorato territorio da conquistare con lui, come avevano conquistato la Cina tutta; impresa per certi aspetti raggiunta, perché superati più di venti secoli, ecco i prodi giunti fino a noi intatti a testimoniare la grandezza del primo imperatore cinese.


    Ma è proprio così? Non pare proprio. La spettacolare Grande Armata sarebbe una colossale messa in scena a fini politici, il capolavoro dell'arte della finzione in cui la Cina di Mao si è per anni esercitata con successo, e che anche i suoi successori coltivano. A sostenerlo è Jean Leclerc du Sablon, uno dei più brillanti giornalisti francesi, grand-reporter del Figaro, all'inizio degli anni Settanta corrispondente a Pechino per l'Agence France Presse, e poi per l'Express e infine per il Figaro stesso.

    Leclerc du Sablon non è solo uno che conosce la Cina, ma la ama pur avendone sempre detestato il sistema politico, che ha conosciuto in tutte le sue sfaccettature: da quello duro, menzognero e chiuso degli anni di Mao, quando lui era uno dei pochissimi giornalisti occidentali a Pechino, a quello attuale, sempre di fondo autoritario malgrado l'apertura e le riforme che, pur nel successo complessivo, hanno comunque comportato abissali disuguaglianze, con milioni di operai buttati sul lastrico in nome dell'efficienza economica da imprese di stato costrette a chiudere.

    L'empire de la poudre aux yeux, (o l'Impero della polvere negli occhi), è il titolo del libro in cui Leclerc du Sablon riassume i suoi decenni di esperienza cinese, demolendo tanti totem e icone, politici e culturali. Decine di pagine sono dedicate all'armata, da lui più volte visitata, e di cui contesta la veridicità con gli strumenti del giornalista investigativo e del fine analista politico. Altro che archeologia: l'armata è venuta alla luce quale strumento di lotta politica, in piena rivoluzione culturale, nel pieno dello scontro tra gli estremisti della "banda dei quattro" raccolti intorno a Mao da una parte, e Zhou Enlai e Deng Xiaoping dall'altra.

    Qin Shihuandi era l'imperatore più ammirato da Mao, che si paragonava a lui. Aveva unificato il paese, sbaragliato gli avversari, e soprattutto aveva sterminato i saggi e i sapienti. Allo sterminio fisico aveva unito quello intellettuale, facendo bruciare tutti i libri, instaurando quello che gli storici chiamano "legismo": le uniche cose che si potevano leggere erano le leggi, gli editti del sovrano. Un po' quello che Mao aveva fatto imitandolo.

    Dunque, nell'autunno del '73 comincia la campagna contro Confucio, il grande pensatore, e l'esaltazione del sanguinario imperatore anti-intellettuale: cioè lotta contro Zhou Enlai e esaltazione di Mao. Pochi mesi dopo, marzo 1974, un contadino nelle campagne di Xian, scavando, trova per caso pezzi di una statua in terracotta: fatto frequente in quell'area, ma il contadino considera ciò un evento, avverte il partito locale, che a sua volta lo comunica a Pechino, dove al più alto livello si costituisce un comitato segreto.

    Secondo una versione ufficiale, i pezzi vengono messi insieme e si ricostruisce un soldato; secondo un'altra, sono messi insieme due soldati. Sempre secondo la versione ufficiale, il comitato segreto - in una fase in cui infuria l'iconoclastia per cui tutto "il vecchio" va distrutto- manda sul posto una squadra di archeologi, che comincia gli scavi senza neanche pensare a grandi scoperte: "Ma perché allora il comitato segreto al livello più alto?" si interroga l'autore. Breve. Qualche mese dopo viene annunciata la scoperta della tomba dell' imperatore e della sua armata, testimonianza della sua grandezza e delle alte conquiste di quella sua civiltà che aveva bruciato i libri e sterminato chi osava pensare.

    Da questa iniziativa propagandistica di lotta politica- risoltasi alla morte di Mao con la sconfitta dei suoi estremisti sostenitori- nasce la grancassa sull'armata, che i nuovi dirigenti assecondano poi senza più fine ideologico, ma nazionalista e a scopo di attrazione turistica. Inizialmente di poche statue, l'armata diventa sempre più numerosa, fino a raggiungere le centinaia di soldati, ufficialmente grazie agli scavi, ed è destinata a crescere: in realtà, secondo Leclerc du Sablon, grazie a un inaccessibile laboratorio lì vicino, la cui funzione ufficiale è restaurare i reperti, ma che invece produce in continuazione nuovi, antichi guerrieri.

    Che dire? Leclerc du Sablon ama troppo la Cina per scagliarsi senza motivo contro una delle sue icone, ma da eccellente giornalista ha il gusto della de-mistificazione: che si appunta anche sulla Grande Muraglia, vista non come gigantesca opera di difesa, secondo la vulgata, tanto che non è mai servita a fermare invasori; ma come muro che imprigiona l'intero paese.

    Cita Lu Xun, il grande scrittore del secolo scorso: "Mi sono sempre sentito imprigionato dalla Grande Muraglia, questo muro di vecchi mattoni che viene sempre consolidato. Il vecchio e il nuovo cospirano nel confinarci tutti. Muraglia grandiosa e maledetta". E in questo spirito Leclerc du Sablon conclude: "Non ho mai smesso di amare la Grande Muraglia, non per fermarmi davanti alla sua potenza immaginaria, ma per la semplice gioia di passare oltre, e di evadere sui cammini della libertà, verso l'ignoto".

    Un libro palpitante di amore per la Cina e il suo "oceano di umanità", e di sprezzo verso il suo sistema politico, di ieri e di oggi; e anche una curiosa miscela emotiva: da una parte ripulsa per la Cina odierna del travolgente successo economico, del business, del denaro; dall'altra, nostalgia quasi di una Cina più povera e miserabile che frugale, dell' "oceano di umanità" di umiliati e affamati dell'età maoista in cui la "polvere negli occhi" era regola di stato, di ufficiale prosperità col Timoniere mentre si faceva la fame fino al cannibalismo, come l'autore stesso racconta.

    Jean Leclerc du Sablon: L'empire de la poudre aux yeux, Editore Flammarion, pagine 381, € 22

    (15 DICEMBRE 2002, ORE 10)



    a me sembrava ovvio

  2. #2
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    Predefinito

    Leclerc du Sablon farebbe meglio a pensare ai suoi pagliacci chirac e lepen...

 

 

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