La Lega canta vittoria per lo slittamento dell'ingresso di Ankara nell'Unione. Speroni: "Berlusconi filo-turco? Si è sbilanciato un po' troppo. L'americanismo ci ha rotto le scatole".
di Luca Gelmini
ROMA - C'è un politico italiano che ha tirato, più di tutti gli altri, un sospiro di sollievo di fronte alla decisione approvata stamattina dai Quindici di rinviare a fine 2004 l'adesione a pieno titolo della Turchia nell'Ue . Questi è Umberto Bossi, che non è per nulla convinto dell'ingresso del governo di Ankara nell'Unione.
Non è un mistero che nella partita che si sta giocando a livello Ue sull'allargamento, il segretario della Lega sostenga più la linea dura franco-tedesca rispetto a quella portata avanti da Italia, Spagna, Grecia e Gran Bratagna. In quest'ottica, il Senatùr si smarca anche dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha sposato, pubblicamente, la causa turca diventandone uno dei più accesi paladini (con Bush), prestando persino il suo volto ad alcuni cartelloni pubblicitari pro-Ankara.
Il Carroccio però la pensa diversamente. Va detto che Bossi non ha l'aria di chi vuole aprire a tutti i costi un altro fronte polemico sulla politica estera, dopo le bordate contro Forcolandia e via dicendo. Anche per non entrare in conflitto con un premier che, in politica interna, gli continua a riconoscere un ruolo di primo piano (vedi devolution).
Per il momento quindi l'Umberto nicchia. Fino quasi a mordersi la lingua come è successo ieri nella trasmissione di Vespa, quando pungolato dal direttore de Il Riformista ha abilmente svicolato alla domanda sull'entrata in Europa di Erdogan e compagni. Tuttavia dove Bossi non dice, o non può dire, parlano i suoi fedelissimi. Dal focoso Borghezio e al più moderato Speroni, tra i padani circola infatti l'unanime convinzione che sia difficoltoso anche solo ipotizzare una strada che possa vedere unite le tradizioni cristiane europee con quelle islamiche della Turchia.
Più che a Bush o a Berlusconi, i lumbard plaudono a Giscard D'Estaing, presidente della Convenzione Ue, o anche a Romano Prodi, coloro cioè che guardano con sospetto al filo-americanismo di Erdogan, neo leader del governo di Ankara (in cambio della disponibilità ad appoggiare un'eventuale conflitto in Iraq?), e che ritengono che l'ingresso della Turchia nell'Unione sia un prezzo troppo caro a carico dell'Europa. Perché, come spiega Speroni al Nuovo , "Ankara è lontana anni luce dalla cultura e società occidentali". O come grida Mario Borghezio: "Fare entrare la Turchia in Europa significherebbe avere in poco tempo 100 milioni di turchi liberi di circolare nel territorio dell'Ue insieme alla droga, ai clandestini provenienti da tutta l'Asia e ai terroristi del fondamentalismo islamico".
Chiaro dunque che ai bossiani non vada a genio l'attivismo di Berlusconi, che "si è sbilanciato un po' troppo con sta storia dei turchi (è ancora Speroni che parla) e che sarebbe meglio che prima di prendere certe decisioni si consultasse con gli alleati". A maggior ragione, se si pensa che il tema non è mai stato dibattuto in Consiglio dei ministri.
Stesso discorso vale per l'alleato di ferro americano, che farebbe carte false per accelerare l'ingresso di Ankara nell'Unione. Ancora Speroni: "Ho calcolato al computer che tra Washington e Honolulu c'è più o meno la stessa distanza che separa la capitale Usa da quella turca. Bush vuole i turchi? Se gli piacciono tanto, se li pigli lui."
(13 DICEMBRE 2002, ORE 17:45)




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