Vi propongo un contributo inviato al Legno Storto da Luigi Fressoia - www.legnostorto.com
Riconosciamo l’importanza e l’urgenza delle riforme istituzionali. Pur coscienti di quanto di per sé non garantiscano le novità necessarie, sappiamo che buone modifiche alla forma di governo, alla maggioranza politica, al parlamento, al rapporto stato-regioni, sono strumenti indispensabili per scendere finalmente di livello, ed avvicinarsi a risolvere le irrazionalità e feudalità che colpiscono quotidianamente il cittadino.
Stabilità della maggioranza, autorità del premier, tipi e forme di rappresentanza sociale, autonomia di governo parlamento e magistratura, rapporto centro/periferia, sono senz’altro strumenti essenziali da conseguire nella legislatura in corso.
Dopodiché però (anzi, nel contempo) bisogna capire bene (evitando snobistici toni di sufficienza) perché il grosso dell’opinione pubblica non si scalda al suono delle riforme istituzionali.
Capire che lo Stato è un concetto, mentre la sua traduzione concreta e quotidiana altri non è che la pubblica amministrazione, ovvero gli uomini e le donne che la incarnano, detti anche pubblico impiego.
P.A. e pubblico impiego sono lo Stato.
Vorrei insomma invitare a capire che le riforme istituzionali funzioneranno (e comporteranno successo elettorale) se capaci di incidere sulle note e numerosissime aberrazioni burocratiche che affliggono il sistema Italia: dieci puntate di “Mi manda Lubrano” bastano per delineare un ottimo “manifesto” delle riforme attese.
Invito a smettere di pensare che le aberrazioni burocratiche italiane siano una nota antipatica ma tutto sommato di colore, bizantina; che la politica stia altrove…
Il delirio burocratico in verità presenta tre caratteristiche essenziali ed esiziali:
- il pubblico impiego negli anni è diventato il vero baluardo sociale della sinistra (di certo non più la classe operaia) e il suo abnorme e costante gonfiamento (metastasi burocratica della società) soddisfa il bisogno di alimentare canali vitali di una strategia cinquantennale (appagamento delle clientele, finanziamento del partito, organicità politica di funzionari e dirigenti…);
- nel pubblico impiego rivive l’eterno trasformismo dei ceti dominanti plasmati dal parassitismo spagnolesco: nella sua autocrazia, familismo, barocchismo, irresponsabilità di fatto, riemergono i vizi storici della nobiltà feudale, mai azzerata -in Italia- da alcuna rivoluzione borghese;
- lo Stato e l’unico vero grande problema della società italiana. Non tutte le formule statuali sono uguali, questo è vero, ma tutte si equivalgono nella inutilità se non si aggredisce la intrinseca mafiosità dello Stato; viceversa se quest’ultima viene aggredita, tutte le formule statuali possono migliorare di molto, e quindi equivalersi in bontà.
Qualunque sia il nostro sentimento antistatalista, non possiamo dimenticare che nelle odierne società di massa e globalizzate i meccanismi istituzionali (regole, apparati, controlli) rimangono più importanti che mai, assolutamente decisivi (sanità, istruzione, urbanistica, fisco e allocazione delle risorse pubbliche, difesa, ordine pubblico, mercato del lavoro…) per competere utilmente e non decadere.
La bifida velenosità della burocrazia (l’insieme degli uffici pubblici, dal comune alla Cee, passando per l’infinito caravanserraglio di enti atipici) sa d’istinto di costituire il nocciolo vero del potere, e lo serve facendosi compensare sempre cogli interessi: asciutta e sobria al tempo sabaudo, crebbe come muschio durante il ventennio, divenne infestante con la Dc, coi compagni s’è fatta padrona e ombrosa, perfino detentrice dei buoni sentimenti.
Oggi in Italia essa è sovrabbondante per due terzi e dannosa per tre quarti (fatte salve le numerose eccellenze in tutti i campi), ma non demorde: da tempo vedo furbi soggetti, dati sempre per compagni, che adesso fanno gli occhi dolci al Polo…
Il Polo, appunto: la Politica.
Se il Polo fallirà sarà solo perché le pretesa burocratica è riuscita ancora una volta a trionfare col trasformismo di sempre.
Il Polo deve capire appieno il significato profondo dell’odierno aspro scontro, dell’odio furibondo scatenato, che non è tanto tra destra e sinistra quanto tra produttori (popolo delle partite iva +classe operaia) e parassiti; tra garantiti (impiegati, dirigenti, professori…) e chi giorno per giorno deve confermare la propria capacità di produrre un reddito vero. Tra Stato e Popolo.
Il Polo metta i puntini sulle i:
1- Consapevolezza che in politica si sta in due modi: o per cambiare o per sostituirsi al potere. Chi nel Polo vive per ereditare le pubbliche greppie lavora per la sua sconfitta storica.
2- Consapevolezza che la burocrazia non solo costituisce un peso insopportabile sopra le spalle dell’economia reale (un po’ come Antonietta a Versailles che giocava a far la neve con la farina), ma che per giustificare se stessa impone sempre nuovi vincoli e procedure (metastasi burocratica della società), che castrano le migliori energie e potenzialità.
3- Solo Berlusconi e la Lega sono geneticamente estranei alla mentalità burocratica, tutti gli altri soggetti politici - anche del Polo- ne sono inquinati (F.I. è piena di riciclati campioni di spesa pubblica, A.N. porta antichi equivoci statalisti e pseudosociali, dei democristiani meglio non dire).
4- La storica ostilità della burocrazia verso la società civile è il fattore primo dell’anormalità italiana: ad una burocrazia totalmente estranea ai criteri di merito e imparzialità (cardini delle moderne civiltà occidentali), non può che corrispondere un ceto imprenditoriale (eccetto alcune tradizioni autenticamente borghesi), per quanto numeroso e vivace, largamente subalterno anche psicologicamente alla burocrazia, incline a rapporti sociali primitivi (bassi salari, sfruttamento, lavoro nero), sovente dipendente dalle cento mafiette locali.
5- La modernizzazione vagheggiata per l’Italia altri non è -quindi- che la (ri)costituzione di un’autentica borghesia nazionale (Borghesia come parte più avanzata del Popolo, non certo come suo opposto, come pretendono i compagni), che in quanto tale (imprinting di vivacità, inventiva, imprenditorialità) è l’esatto opposto della Burocrazia.
Suggerisco alcune terapie (riforme istituzionali di profondità):
1- inquadramento unico del pubblico impiego e piena mobilità almeno all’interno delle singole città;
2- rapporto esclusivamente privatistico (contratto temporaneo rinnovabile) con la dirigenza;
3- abolizione del valore legale del titolo di studio nel reclutamento e promozione di dipendenti e collaboratori;
4- monitoraggio periodico dell’utilità e produttività di ciascun ufficio pubblico (commissioni farcite di soggetti stranieri, prussiani, etc.);
5- sburocratizzazione, semplificazione e delegificazione. Norme quanto più asciutte tanto più efficaci;
6- informatizzazione mirata alla effettiva velocizzazione e oggettivizzazione delle procedure (oggi, ormai a dieci anni dalla dotazione di computers in tutti gli uffici pubblici, si assiste al paradosso che tempi e procedure non sono diminuiti).
7- L’azione combinata dei punti 5 e 6 provocherà un’ulteriore impennata di impiegati sfaccendati. Per tutti costoro si aprono due soluzioni alternative:
a- o licenziati (non sta scritto da nessuna parte che la collettività deve mantenere posti di lavoro in verità inesistenti. Le doverose protezioni sociali sono un’altra cosa: si cominci a chiamare le cose col loro nome appropriato);
b- oppure impiegati utilmente in tanti settori importanti ma negletti della odierna società. Questa seconda è la soluzione che personalmente preferisco, e che cercherò di illustrare in un prossimo articolo.
Luigi Fressoia, Perugia
http://www.legnostorto.com/node.php?id=2047




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