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    Predefinito E' questa l'unica possibilità di salvezza?

    A prescindere dai criteri politico-religiosi(cmq discutibili) con cui questa comunità si organizza e si sceglie i propri membri, mi chiedo se sia questa la strada futura per salvarci dalle scimmie

    Dal Corriere di oggi.

    Orania, Sudafrica: qui vivono solo bianchi. «La Costituzione ci protegge»


    Una città per i nostalgici dell’apartheid

    di LUIGI OFFEDDU


    ORANIA (Sudafrica) - Di là dal recinto d’acciaio, c’è subito un gran cartello: «Eie arbeid maak ons vry». E’ lingua afrikaans. Tradotto in italiano: «Il nostro lavoro ci rende liberi». In tedesco: «Unsere Arbeit macht uns frei»; più o meno come stava scritto ad Auschwitz. «Ma non lo sapevamo, noi - giura Jan Stryda, medico e portavoce della comunità - non lo sapevamo che fosse una frase nazista.


    Adesso ho scritto una lettera al sindaco, vedremo di cambiarla». Molto altro non è cambiato in questa città di Orania, a metà strada esatta fra Johannesburg e Capetown, nel cuore del deserto del Karoo.


    Ad esempio: nel resto del Sudafrica, ormai da 8 anni, l'apartheid non c’è più; qui, invece, vivono solo bianchi boeri, immigrati da ogni angolo del Paese, 600 in tutto: «Ma siamo soltanto i primi, vedrete». E poi: in Sudafrica, risuonano 11 lingue ufficiali, con uguali diritti; qui, solo l' afrikaans .


    E ancora: in Sudafrica, sventola la bandiera multicolore di Nelson Mandela; alle finestre di qui, i vessilli bianco-arancioni della vecchia nazione boera. Insomma, come dice placido il dottor Stryda: «Abbiamo dichiarato l'indipendenza. La Costituzione ci protegge. Altri verranno, a migliaia. Anzi, a centinaia di migliaia. Chiunque è il benvenuto: meno i comunisti, gli atei, i terroristi, chi si sbronza per strada.


    Questo, in tutto il Paese, è l'unico luogo senza criminalità: e così deve restare. La pelle, la religione? Be’, un musulmano o uno zulù da noi non si troverebbe a suo agio, prima dovremmo spiegargli certe nostre regole». E l'obiettivo finale? «Un sogno: allargare la nostra striscia di terra libera. Un giorno, la nostra nazione arriverà fino all'Oceano Indiano».



    Ma, per ora, arriva soltanto ai recinti di acciaio, e a quel cartello sul lavoro che libera l'uomo. Non a Hopetown, la città nera che sta a mezz'ora d'auto (ancora Stryda: «Con quelli teniamo buoni rapporti, anche se loro non ci amano»). In compenso, i proclami di Orania echeggiano lontano da qui, e seminano preoccupazione.


    Giungono fino a Pretoria e Johannesburg, dove nelle ultime settimane sono finiti in carcere una ventina di «Lupi bianchi», attivisti dell'estrema destra: avevano quasi una tonnellata di esplosivi, sono accusati di aver collocato le bombe d'autunno a Soweto (in ottobre: due morti di colore) e di aver preparato altri attentati per le feste natalizie: le prime bombe dovevano scoppiare oggi, lunedì, anniversario di una celebre battaglia ottocentesca dei boeri contro gli zulù.


    Fra loro, secondo gli investigatori, vi sarebbero anche ex ufficiali dell'esercito; con un progetto: provocare una reazione fra i neri, la guerra civile. Per questo, anche se finora non è stato accertato alcun legame, la polizia tiene discretamente d'occhio anche il «sogno» di Orania.


    Eccolo, in un pomeriggio polveroso: un pugno di case sulla riva del fiume Orange, proprio dove cent'anni fa inglesi e boeri si scannavano; prati verdi con le gazzelle, file di meloni, e ortaggi bio-organici; poi 4 strade in croce dominate da una collina con sopra una statua scura scura che guarda in giù: il monumento a Hendrick Verwoerd, fondatore dell'apartheid, portato fin qui da Pretoria, dove ormai i ragazzini lo avevano trasformato in bersaglio e in vespasiano.


    «L'apartheid non ha funzionato», spiega oggi uno come Stryda, «non ha funzionato, ci ha portato cattiva pubblicità». Tutto qui. «Mandela? Non un gran leader. Però l'uomo giusto al momento giusto, questo sì».


    La storia di Orania è roba di famiglia. Verwoerd aveva una moglie, Betsie. E una sua figlia aveva sposato un certo Carel Boshoff, professore e teologo della chiesa riformata olandese, cioè di quella che per decenni è stata considerata dai razzisti come una «balia» ideologico-mistica. Caduto l'apartheid, Boshoff e compari cercarono una loro terra promessa. La trovarono qui, «dopo una ricerca molto attenta».


    I requisiti c'erano: zona isolata e spopolata, acqua, terreni da comprare. E c'erano anche delle case, abbandonate dagli operai di una centrale elettrica. Boshoff e amici comprarono, ristrutturarono, formarono una società privata che oggi sostituisce il consiglio comunale. Irrigarono, piantarono noccioli e frutteti, portarono le mucche: «Siamo quasi autosufficienti; ma facciamo tutto noi, niente manodopera nera: perché l'errore dell'apartheid è stato proprio quello di far lavorare altri al posto nostro».


    Intorno, c'è solo la distesa del Karoo: rocce nere, antilopi, legioni di struzzi, le lapidi delle battaglie anglo-boere. Un giorno si trasferì a Orania anche Betsie Verwoerd, è morta a 92 anni nel 2000. Nel '98, in un suo giro di riconciliazione fra i vecchi leader sudafricani, venne a trovarla Mandela: arrivò con l'elicottero, atterrò vicino al monumento a Verwoerd e non seppe trattenersi: «Come, lui era così piccolo?».



    Accanto alla statua, oggi, ci sono le prime tombe del paese: senza neppure una croce, la gente di qui spiega che è «per via del vento». Ci sono però altre voci, su una setta boera paganeggiante, e su una sua versione della Bibbia in cui i neri sono una specie sub-umana. «Tutte storie. Troppi pregiudizi, contro di noi», spiega Elizabeth Van Der Berg, co-direttrice (con il marito) della «Scuola del Popolo» dove si studia «secondo la parola di Dio e la cultura afrikaans ».



    Accanto alla scuola, un piccolo supermercato. Poi le file di villette, un pensionato che passeggia: «Quando stavo a Jo'burg, avevo paura di uscire». Due modellini bianchi di cannoni occhieggiano dal prato di una casa. Nell'alberghetto locale, ci sono quadri che raccontano le battaglie contro gli zulù. Nei bagni, perfino la carta igienica ha una sua custodia di stoffa rossa ricamata.


    Tutto sembra voler trasmettere l'idea dell'ordine assoluto. Perfino in una fattoria lì accanto, dove i polli «aiutano» l'ortolano secondo un metodo importato dall'Australia: prigionieri per settimane sotto un reticolato a campana, becchettano e scavano sempre negli stessi punti, preparando il terreno per le piante.
    Loro, i polli, sotto la rete. Intorno, le casette di Orania. E, intorno alle casette, quell'altra rete più vasta.

    •   Alt 

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  2. #2
    Ridendo castigo mores
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    Onestamente non saprei definire che cosa sia questo mettersi in gabbia come una specie esotica con su il cancello una scritta che risuona quella di aushwitz ...
    ci trovo solo e' un qualche umorismo .(. anzi direi un tipico umorismo yiddish ..)

    l' unica cosa certa e' che questa NON e' la salvezza .. forse sara' alamo o fort apache ... ma non vedo in arrivo i nostri da nessuna parte (... perche' di certo i nostri non sono i 'tuoi' .. )

  3. #3
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    SALVEZZA?

  4. #4
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    Originally posted by larth
    Onestamente non saprei definire che cosa sia questo mettersi in gabbia come una specie esotica con su il cancello una scritta che risuona quella di aushwitz ...
    ci trovo solo e' un qualche umorismo .(. anzi direi un tipico umorismo yiddish ..)

    l' unica cosa certa e' che questa NON e' la salvezza .. forse sara' alamo o fort apache ... ma non vedo in arrivo i nostri da nessuna parte (... perche' di certo i nostri non sono i 'tuoi' .. )
    Non so tu, ma io(e penso molti altri come me)qui in Lombardia non sono forse in gabbia?Certo è la MIA gabbia, quella storica, ma ormai è invasa di scimmie con le quali mi si costringe a convivere fianco a fianco.Non sarà il massimo della vita ma almeno se gabbia deve essere, che sia una gabbia pulita e distante dalle scimmie
    Finora poi c'è la possibilità che NOI si decida di entrare in gabbia, domani magari saranno LORO a metterci dentro

  5. #5
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    Non so se avete notato questa frase che,a mio avviso,è il fulcro di tutto.

    «Siamo quasi autosufficienti; ma facciamo tutto noi, niente manodopera nera: perché l'errore dell'apartheid è stato proprio quello di far lavorare altri al posto nostro»

    E da noi invece cosa accade?Manodopera,manodopera extracomuniataria a go-go.
    Non si trova manodopera autoctona?Certo: finchè i Casarini vari invece che lavorare preferiscono fare i no global in giro per il mondo...
    Come commentavo sull'altro forum,è sicuro come il sole che facendone entrare cosi' tanti,prima o poi,si amalgamano alla società cambiandola.(in peggio)
    Parliamoci chiaramente: ma voi pensate davvero che gli extra prima o poi non possano votare?Se non in questa generazione di sicuro alla prossima voteranno,ed essendo tanti,condizioneranno di certo,e in modo SIGNIFICATIVO,tutto il sistema.

 

 

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