Umberto Bossi, in un'intervista a La Padania, parla del procedimento giudiziario seguito alle perquisizioni dell'ufficio di Maroni nel '96. "Se mi mettono dentro, significa che non vogliono le riforme".
ROMA - Il conflitto di attribuzione sulle perquisizioni dell'ufficio di Maroni e la devolution. Ovvero "il carcere o le riforme" come sintetizza in un titolo a tutta pagina il quotidiano leghista La Padania che riporta un'intervista a Umberto Bossi. "Fin dall'inizio avevamo messo in programma la possibilità di finire in carcere, la galera non mi fa nessuna paura" dice il Senatùr.
Il nodo del contendere è il rinvio a giudizio del leader del Carroccio, con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e oltraggio, seguito alle perquisizioni avvenute nel '96 a via Bellerio, a Milano, nell'uffcio dell'attuale ministro del Welfare. Questione sulla quale, ieri, la Camera ha approvato la richiesta di sollevare presso la Corte Costituzionale un conflitto di attribuzioni nei confronti della Procura di Verona.
E che oggi La Padania rilancia attraverso le dichiarazioni del Senatùr. Parole che risuonano chiare e forti e che si legano a doppio filo con il cavallo di battaglia di Bossi: il federalismo. "Se mettono dentro il ministro delle riforme - dice - è chiaro che non vogliono le riforme".
Cosa accadrebbe dunque, se le porte del carcere si dovessero aprire? "Ci sarebbe - risponde secco Bossi - la presa d'atto che le riforme non si possono fare, che il Nord non può sperare nel federalismo per avere un peso politico. In questo caso il Nord la politica dovrà farsela autonomamente".
"I nodi - aggiunge Bossi - vengono al pettine, si è giunti ad un bivio ineludibile. O il Nord, che non può restare un gigante economico m un nano politico, può avere il federalismo , oppure vince Roma-padrona e il Nord dovrà battere un'altra strada''.
Quanto al procedimento giudiziario, Bossi, ritiene che tutto facesse parte di un "copione già scritto". "Quella sera fermai i militanti spontaneamente accorsi in via Bellerio - spiega -che volevano attaccare il comando di polizia. Fermai, con un discorso alla nostra radio, la mobilitazione spontanea della Lega che rischiava di sfuggire al mio controllo''. ''Secondo me - spiega Bossi - tutto venne fatto di proposito in maniera poco professionale per dare il messaggio che non dovevamo aspettarci troppo rispetto della legge. Insomma: lasciate ogni speranza voi che volete la libertà".
(19 DICEMBRE 2002; ORE 13:05)




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