La crisi venezuelana, alla terza settimana di sciopero, sempre più drammatica. Gli Usa pretendono di imporre a Chavez cosa deve fare: elezioni o referendum. Che è poi quello che chiede l'opposizione golpista

Terza settimana di sciopero. Sarà quella decisiva? E in che senso? La crisi venezuelana sta precipitando e una delle due forze che si fronteggiano, ogni giorno più cruentemente - il presidente legittimo Hugo Chavez da un lato, l'opposizione golpista dall'altro - dovrà cedere. Crisi tanto più critica dal momento in cui anche l'amministrazione nord-americana ha deciso di mettere i piedi nel piatto. Che è poi il piatto da cui trae il 13-15% del suo fabbisogno pertrolifero quotidiano, in una fase in cui il petrolio è più strategico che mai in vista della prossima guerra all'Iraq e del grande sconquasso che essa provocherà sul mercato. Non è un caso che il prezzo del greggio ieri abbia toccato il massimo livello da due mesi a questa parte fino ai 27.89 dollari al barile per il Brent e ai 29.03 dollari al barile dei futures di gennaio. L'interfenza Usa. Fino a venerdì scorso Washington si era trincerata dietro il segretario dell'Osa, l'Organizzazione degli Stati americani, l'ex presidente colombiano Cesar Gaviria, che da 45 giorni si trova a Caracas per tentare di mettere in piedi un tavolo di negoziati. Venerdì è arrivato a Caracas il vice assistente segretario di stato americano Thomas Shannon che aveva parlato delle elezioni anticipate come dell'unica via d'uscita. Che è poi quello che, formalmente almeno, chiede la Coordinadora democratica e quello che invece respinge strenuamente il governo di Chavez. Il presidente nel suo progamma radiotelevisivo della domenica Alo Presidente aveva detto un no secco ed enfatico alla proposta: «Nessuno in Venezuela può convocare elezioni anticipate se non con un golpe», in quanto la costituzione bolivariana del 2000 non lo prevede e nessuno, da fuori, può venire a immischiarsi nelle faccende interne del Venezuela, tanto meno quelli che nell'effimero golpe di aprile erano stati colti con le mani nel sacco (dei golpisti) e avevano prontamente riconosciuto il breve governo del capo della confindustria Padro Carmona. Il riferimento agli Stati uniti era solare. Domenica l'onnipresente ambasciatore Usa a Caracas, Charles Shapiro, aveva smentito confermando o confermato smentendo: le opzioni da una sola erano diventate due, o un emendamento costituzionale che consenta elezioni anticipate o le elezioni anticipate subito. Ieri Bush ha parzialmente e apparentemente corretto il tiro affermando per bocca del portavoce Ari Fleischer che Washington appoggia il referendum consultivo, uno smarcamento pro-forma dall'opposizione che aveva cominciato con la richiesta del referendum e poi è passata alle elezioni anticipate e infine è arrivata là dove era sempre voluta arrivare. La cacciata di Chavez, o attraverso le dimissioni o attraverso un intervento dei militari - che finora non c'è stato - o attraverso lo strangolamento dell'economia nel suo punto più sensisbile: il petrolio. Perché altrimenti non acceterebbe il referendum «offerto» da Chavez nell'agosto 2003 o quello fissato dal Consiglio nazionale elettorale il 2 febbraio prossimo?

L'intervento degli Stati uniti non ha fatto altro che radicalizzare ancora di più le posizioni. Quelle di Chavez che non è certo il tipo da lasciarsi imporre la linea dal di fuori; quelle dell'opposizione che sente di avere conquistato l'appoggio esplicito di Bush.

Così ieri, la terza settimana dello sciopero, Chavez si è detto pronto a stroncare lo sciopero a qualsiasi costo e l'opposizione a spingerlo ulteriormente verso il punto di non ritorno. Il presidente afferma che il «paro fascista» è ogni giorno di più un «fallimento»; che il petrolio ha ripreso a pompare, sia dentro che fuori il paese (domenica un commando della Marina ha dato l'assalto alla nave cisterna Pilin Leon, in sciopero nel lago di Maracaibo, portandovi un equipaggio di indiani, cubani e arabi); che il Venezuela ha riserve sufficienti per importare latte, carne, riso e ... benzina. L'opposizone ribatte che «il paro attivo» si farà ancor più aggressiva (ieri mattina blocchi stradale hanno paralizzato alcune delle grandi arterie di Caracas); che Chavez ha proclamato «uno stato di emergenza di fatto»; che «il golpista» è lui..

In mezzo - si fa per dire - sta Gaviria. Ma con poche chances se, come ha detto, l'unica proposta sulla tavola negoziale, che doveva riunirsi di nuovo ieri, è il cronogramma elettorale.

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