Parla l'autista di un autobus. Uno dei "fortunati" con contratto "regolare"
«Spremuti come limoni»


Gemma Contin

Remo Calcioli ha 54 anni e da 27 fa l'autista di autobus a Roma. «Mi considero uno dei fortunati» dice «perché sono tra quelli che godono ancora di condizioni normative e retributive tutelate. Sono entrato in azienda molto prima della "deregulation", cioè prima che tra azienda e sindacati venisse firmata una serie di accordi che hanno smantellato i contratti e introdotto la precarizzazione».

Vuol dire che ci sono due diversi trattamenti, tra vecchi dipendenti tutelati e giovani precari?
Sì. Tutto è partito quando l'azienda, con l'accordo di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, ha cominciato ad assumere in formazione-lavoro. Mi dica lei, cosa c'è da formare? Quando uno viene qui sa già guidare mezzi pesanti; gli fanno un corso interno di un mese e poi via, in vettura. E quando uno sta alla guida sta alla guida. Cosa c'entra un contratto di formazione-lavoro di due anni per uno che dopo un mese sta già alla guida di un autobus in mezzo al traffico di Roma?

Appunto, cosa c'entra?
Niente. Serve solo a separare il tutelato dal precario. Mentre io sono tenuto a lavorare 36 ore, quello ne deve lavorare 39 alla settimana, che con i dieci minuti di anticipo quando si comincia il turno fanno 40 ore settimanali. Cioè anche 10 ore di guida al giorno.

E per la paga?
C'è una differenza notevole: attorno a 1.200-1300 euro per noi, tra 700 e 800 euro al mese per loro. In lire si va dai due milioni e mezzo nostri, al milione e mezzo, in media, per i precari: quelli in formazione-lavoro, gli interinali, quelli a tempo determinato o part-time.

E fanno lo stesso lavoro?
Sì, ma molto peggio, perché, come le dicevo, hanno un orario di lavoro più lungo, quindi turni di lavoro più stressanti. Tra l'altro, una cosa è guidare l'autobus in un paese dove ci sono quattro gatti e quattro automobili, un'altra è guidarlo a Roma, dove il pedone attraversa all'improvviso, i motorini ti si buttano sotto, le code ai semafori e gli ingorghi ti costringono a partenze e frenate continue. Tante coltellate al cuore. Si creano condizioni di stress che richiedono di ridurre i tempi di esposizione, non di aumentarli.

L'azienda cosa dice?
L'azienda e il sindacato praticano da molti anni la "cogestione". L'azienda ha speso un paio di miliardi per far fare uno studio sulle patologie del personale: da quelle alla struttura ossea e alle articolazioni; a quelle cardiache, gastrointestinali, urologiche; fino a quelle dovute allo stress e cioè veri e propri disturbi psicologici. Lo studio alla fine invitava l'azienda a ridurre l'esposizione dei lavoratori.

E il sindacato?
Il sindacato, quando gli abbiamo chiesto di aprire una trattativa per limitare i danni ci ha detto: «Avete ragione, riduciamo i tempi di esposizione, portiamo i turni a 5 ore, 5 ore e mezza. Ma nel '94, quando c'è stata la ristrutturazione dell'azienda, i turni sono aumentati a 6 ore e mezza per tutti, con la motivazione che altrimenti l'azienda falliva.

E se uno si ammala?
Quando ci ammaliamo è un disastro. Prima per i precari, a cui non viene riconosciuta la malattia e dunque perdono giorni che devono recuperare con turni aggiuntivi. Poi se guidare diventa un rischio per la salute, siccome non c'è il riconoscimento della malattia professionale, diventiamo "inidonei". Ci abbassano i parametri professionali e retributivi. Ad esempio da un punteggio di 175 uno può essere "riqualificato" al parametro 130.

Cosa vuol dire?
Vuol dire intanto che la sua retribuzione viene decurtata pesantemente e che quando andrà in pensione prenderà una pensione più bassa. E poiché non può più guidare, deve rendersi disponibile, ma se in azienda non ci sono posti liberi viene messo in aspettativa per 6 mesi, un anno. E poi va in mobilità forzata.

Ci si ammala per servizio e si viene messi fuori?
Esattamente. Se mi ammalo vengo emarginato e poi messo in mobilità. E pensare che il presidente è Raffaele Morese, ex sindacalista ed ex sottosegretario al welfare.

Liberazione 17 dicembre 2002
http://www.liberazione.it