La riforma dell'Irpef e la discriminazione delle famiglie monoreddito
Massimo Matteuzzi
Uno degli aspetti che desta maggiori perplessità nell’attuazione della riforma Irpef, così come disposta dall’art 2 della Legge Finanziaria per il 2003, è l’aggravamento delle discriminazioni nei confronti delle famiglie monoreddito con redditi medio bassi.
Si tratta di un punto non ancora sufficientemente sottolineato dal dibattito sulla riforma, su cui vale la pena fare qualche osservazione.
La famiglia come "soggetto centrale nell’economia fiscale"?
La relazione di accompagnamento alla legge delega per la riforma fiscale pone un’enfasi particolare sull’attenzione della riforma alla situazione delle famiglie (1). Ci si sarebbe aspettati quindi un’attenzione particolare alle famiglie, un sostegno a quelle con carichi famigliari e in condizioni di disagio economico e una riduzione delle discriminazioni che la progressività dell’Irpef vigente pone a carico delle famiglie monoreddito rispetto a quelle bireddito.
La nuova imposta prevista nella LF (Ire 2003), invece, non solo non dispone alcuna forma di restituzione per contribuenti con imposta lorda incapiente rispetto all’ammontare delle deduzioni, ma prevede per queste ultime una selettività sulla base del reddito individuale anziché di quello famigliare. Entrambe queste scelte hanno effetti redistributivi assai discutibili. La mancata restituzione dell’imposta rende esigui i benefici della riforma per le famiglie dei primi due decili; la scelta di ancorare la selettività al reddito individuale, oltre a rendere gli sgravi pressoché uniformemente distribuiti tra le famiglie con redditi equivalenti dal terzo al settimo decile (Baldini - Bosi), accentua ulteriormente le già vistose discriminazioni fiscali delle famiglie monoreddito rispetto alle famiglie bireddito.
La discriminazione delle famiglie monoreddito
Nella figura 1 si considera a titolo di esempio la categoria dei redditi da lavoro dipendente e si illustrano le differenze tra le aliquote fiscali su famiglie monoreddito e famiglie bireddito (con redditi, in questo caso, equidistribuiti tra i due coniugi) nei regimi dell’Irpef e della nuova imposta sui redditi prevista dalla finanziaria (Ire2003) (2).
Nell’intervallo tra i 20 e i 35 mila euro i divari aumentano notevolmente nel nuovo regime rispetto alla legislazione vigente, fino ad approdare a quasi 10 punti percentuali in corrispondenza dei 35 mila euro, oltre 3 punti in più rispetto all’Irpef vigente. L’aver definito la No Tax Area in termini di redditi individuali, invece che famigliari, comporta che, per livelli di reddito bassi e medi, la deduzione per una famiglia monoreddito sia esattamente la metà, a parità di reddito monetario, di quella che si applica ad una famiglia bireddito con redditi equidistribuiti tra i due coniugi. Si annulla, inoltre, in corrispondenza di un limite di reddito che è esattamente la metà del corrispondente limite per le famiglie bireddito.
Per le famiglie con reddito più elevato le discriminazioni tra famiglie monoreddito e bireddito si riducono, e oltre il livello di 70 mila euro sono sostanzialmente invariate rispetto alla situazione attuale (quasi 6 punti percentuali), dal momento che in questa prima tranche della riforma restano in vigore cinque aliquote con un campo di variazione molto ampio.
La situazione a regime
A regime, il disegno di legge di riforma dell’Irpef prevede un’aliquota effettiva unica per quasi tutti i contribuenti con redditi al disopra dei limiti della No Tax Area. Questa soluzione consentirà evidentemente di annullare, per questi livelli di reddito, le discriminazioni fra famiglie monoreddito e bireddito. Ma lo strumento utilizzato a tal fine, l’appiattimento delle aliquote, avrà conseguenze perverse da un punto di vista distributivo (Baldini - Bosi). La soluzione di un problema di perequazione orizzontale avverrà a discapito di effetti del tutto iniqui dal punto di vista della perequazione verticale.
Inoltre, per i redditi medio bassi, il problema resterà del tutto irrisolto, a meno di una significativa modifica del metodo delle deduzioni. Queste ultime avrebbero dunque potuto essere impostate, fin d’ora, in modo da eliminare, per redditi medio bassi, la discriminazione fiscale tra famiglie monoreddito e bireddito.
Nel rispetto della giurisprudenza costituzionale, che rende impraticabile la soluzione di una vera e propria tassazione familiare, le deduzioni, invece di essere decrescenti in funzione del reddito dell’individuo, avrebbero potuto essere graduate, tramite opportune scale di equivalenza, in funzione della numerosità e della condizione economica della famiglia. Ciò avrebbe introdotto qualche complessità addizionale, ma a vantaggio dell’equità e nel rispetto degli intenti annunciati nella relazione al disegno di legge di riforma.
(1) Vi si può leggere, infatti, tra l’altro: "La concentrazione delle deduzioni sulla dimensione sociale, e qui a partire dalla famiglia e sulle famiglie, con redditi bassi e medi, trasforma fortemente e proprio a favore della famiglia il sistema italiano dell’imposizione personale. In specie, il soggetto principale di riferimento non sarà più come finora, l’individuo, con la famiglia come opzione, ma la famiglia, come soggetto centrale, anche nell’economia fiscale" .
(2) Il confronto si riferisce a coppie senza figli a carico. La presenza di figli può aumentare il divario tra le aliquote effettive sulle famiglie monoreddito e le famiglie bireddito, in relazione alla selettività rispetto al reddito individuale delle detrazioni per i figli. In ogni caso non modifica i divari tra la legislazione vigente e l’Ire 2003.




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