Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Le ragioni per nazionalizzare la Fiat

    Le ragioni per nazionalizzare la Fiat
    L'ordine del giorno approvato dal Comitato politico nazionale del Prc


    Nella feroce concorrenza che oppone le grandi case automobiliste, nel quadro della globalizzazione capitalista, la Fiat è uscita pesantemente sconfitta: Ripetuti errori della proprietà e del management che, a partire dalla sconfitta imposta ai lavoratori nel 1980, hanno puntato solo sulla riorganizzazione del processo produttivo per ridurre il costo della forza lavoro ed aumentare lo sfruttamento, rinunciando a una scelta di innovazione del prodotto, hanno condotto la più grande azienda del paese sull'orlo della bancarotta. La famiglia Agnelli e gli altri principali azionisti hanno deciso da tempo di uscire dall'auto per cercare fortuna e profitti in altri settori, più facilmente redditizi. Il piano presentato nei mesi scorsi è finalizzato unicamente ad un drastico taglio delle capacità produttive e degli organici, ad una riduzione del numero degli stabilimenti, per rendere appetibile alla General Motors l'acquisizione della FIAT auto. Il piano ha quindi l'unico obiettivo di salvaguardare il capitale delle banche e degli azionisti FIAT auto.
    A pagare i costi del fallimento produttivo, strategico e gestionale del gruppo dirigente Fiat sarebbero migliaia di lavoratori e di lavoratrici del gruppo, e per le conseguenti ricadute che si producono in tutta la componentistica auto e nell'indotto, altre decine di migliaia nelle aziende collegate. Ma la scomparsa della principale azienda italiana avrebbe ripercussioni disastrose su tutta l'economia del paese, ed in particolare segnerebbe un ulteriore depauperamento dell'apparato industriale tale da peggiorare ulteriormente la stessa collocazione dell'Italia nella divisione internazionale del lavoro. Questa dislocazione dell'apparato produttivo italiano su un terreno totalmente esposto ad una concorrenza centrata sui costi e non sulla qualità, porrebbe le basi per una ulteriore aggressione ai diritti e alle conquiste di tutto il movimento dei lavoratori. Sconfiggere il piano della FIAT non è quindi solo interesse dei lavoratori direttamente interessati ma di tutto il movimento.

    La dura lotta dei lavoratori

    Da molte settimane le lavoratrici e i lavoratori sono protagonisti di una dura lotta che li ha già visti impegnati in tantissimi scioperi, in ripetute manifestazioni di piazza e, nel caso di Termini Imerese, in una vera e propria sollevazione dell'intera popolazione del territorio in cui un importantissimo ruolo hanno le donne.

    Dopo una lunga fase in cui sono stati solo la FIOM e i sindacati di base a farsi carico delle lotte, denunciando i gravissimi pericoli che incombono sui lavoratori e sull'intero tessuto sociale, anche le altre organizzazioni sindacali sono state costrette a prendere atto della scelta della Fiat di giocare apertamente la carta dei licenziamenti collettivi di massa. Insieme si sono dunque pronunciati positivamente per il rigetto del piano Fiat, della cassa integrazione, richiedendo un intervento pubblico sulla proprietà per imporre altre scelte produttive e la difesa dell'occupazione. La richiesta dell'intervento diretto dello stato nel capitale della FIAT, fatta propria anche da CGIL CISL e UIL, è quindi diventata la rivendicazione unitaria di tutto il movimento sindacale.

    Il governo dopo aver oscillato sulle scelte di operare di fronte alla gravità dei fatti, si è allineato sul piano Fiat e pare interessato unicamente a trovare qualche palliativo per Termini Imerese la fine di dividere il movimento e poter chiudere la vicenda con l'accettazione del piano FIAT e un largo uso di ammortizzatori sociali. Il centro sinistra è stato il più fedele interprete delle scelte dell'azienda, si è sempre espresso contro l'intervento pubblico nella proprietà e ha nei fatti proposto un più rapido passaggio alla GM.

    Ne il centro destra, ne il centro sinistra, al di là delle parole e dei generici auspici, non hanno quindi avanzato alcuna proposta coerente in grado di rispondere al drammatico taglio occupazionale, di assicurare la presenza di una industria dell'auto nel nostro paese, di proporre le necessarie riconversioni. Tant'è vero che la piattaforma sindacale unitaria, su cui si stanno facendo le lotte, delinea una linea complessivamente alternativa a quella che i due principali schieramenti politici stanno adottando sulla vicenda.

    Fallimento del modello di mobilità

    Parallelamente a questa crisi verticale della Fiat assistiamo all'evidente fallimento del modello di mobilità basato sulla centralità dell'auto privata, in particolare per quel che riguarda le grandi aree metropolitane. L'Italia è il paese europeo che ha la maggior quota di automobili pro capite e questo non ha determinato un miglioramento della mobilità individuale ma bensì rilevanti problemi ambientali, un forte aumento dei tempi si spostamento e un intasamento in generale delle città da parte delle automobili, in sosta o in movimento. E' quindi necessario un ripensamento complessivo della mobilità, al fine di rispettare compatibilità ambientali e sociali.

    Di fronte a questa situazione drammatica si impongono scelte radicali per impedire un disastro sociale senza precedenti.

    Rifondazione Comunista avanza una proposta chiara: nazionalizzare la Fiat Auto per difendere l'occupazione e costruire un forte intervento pubblico sulla mobilità che affronti i problemi del traffico e dell'ambiente.

    Solo l'intervento diretto dello stato nella proprietà, come chiedono anche i sindacati, può far proseguire una attività imprenditoriale che oggi i padroni della Fiat non vogliono più continuare. Solo il potere pubblico può garantire un ridisegno della mobilità pubblica e individuale a partire dalla grande aree urbane. Occorre mantenere in vita la Fiat nella sua integrità aziendale e trasformarla in una azienda produttrice di mobilità. La capacità di innovazione che la proprietà non ha avuto sul terreno specifico dell'auto può essere recuperata proprio nell' indirizzare l'azienda nella ideazione, produzione e realizzazione di sistemi di mobilità integrata, in cui la produzione dell'auto sia uno degli elementi.

    No alla chiusura di stabilimenti

    Oggi è quindi necessario sconfiggere il piano Fiat, a partire dal rigetto della chiusura di qualsiasi stabilimento e della cassa integrazione a zero ore, imponendo la distribuzione del lavoro tra tutti i siti produttivi, e praticando la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Questo al fine di far avanzare un altra logica politica che intrecci la modifica dell'assetto proprietario con la trasformazione della mobilità in questo paese.

    A tal fine è indubbiamente necessario in primo luogo far conoscere la nostra proposta e costruire attorno ad essa il massimo di consenso. Occorre cioè allargare il confronto sui nodi strategici che sono in ballo nella vicenda Fiat allargando i soggetti interessati e provando a costruire un intreccio con il dibattito avvenuto a Firenze e proposito di modifica del modello di sviluppo. Questo tentativo di allargare la vertenza e di uscire da una logica puramente difensiva deve però avere al centro la concreta risposta alla Fiat in termini di conflitto. Per questo noi riteniamo necessario agire su tre livelli:
    In primo luogo riteniamo necessario arrivando rapidamente allo sciopero generale nazionale sulla questione della Fiat e dell'occupazione, contro i licenziamenti e la precarizzazione del lavoro. Occorre costruire una piattaforma unificante tra vertenze in difesa dell'occupazione, messa in discussione della precarietà e lotte dei disoccupati che dia uno sbocco generale alle diverse situazioni a partire dalla rivendicazione della riduzione d'orario a parità di salario.

    In secondo luogo serve un decisivo salto di qualità nella costruzione delle lotte, che veda un mobilitazione comparabile a quella di termini Imprese in tutte le situazioni interessate.

    In terzo luogo è necessario allargare le lotte dagli stabilimenti al territorio, costruendo comitati locali e costruendo una pratica diffusa di blocco delle merci della Fiat. La costruzione di azioni di disobbedienza non violenta che puntino a bloccare la circolazione delle merci li dove i lavoratori non sono abbastanza forti da bloccarne la produzione è uno degli elementi della costruzione di questa vertenza.

    Il partito è quindi impegnato a costruire una vasta sensibilizzazione e il massimo di alleanze attorno alla nostra proposta politica così come a fornire il massimo di collaborazione nella costruzione delle lotte che le lavoratrici e i lavoratori decideranno di intraprendere dentro e fuori gli stabilimenti. A questo proposito indichiamo nella manifestazione nazionale del 26 novembre una scadenza importante alla cui riuscita siamo impegnati sin da ora. Si tratta di operare una connessione tra i diversi movimenti che trovi nella lotta alla Fiat e nella prefigurazione delle alternative sia sul piano occupazione che ambientale un punto avanzato di unificazione.

    Liberazione 26 novemmbre 2002
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  2. #2
    Quin igitur expergiscimini?
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    Predefinito Re: Le ragioni per nazionalizzare la Fiat

    Originally posted by Roderigo
    Le ragioni per nazionalizzare la Fiat
    L'ordine del giorno approvato dal Comitato politico nazionale del Prc


    ...richiedendo un intervento pubblico sulla proprietà per imporre altre scelte produttive e la difesa dell'occupazione. La richiesta dell'intervento diretto dello stato nel capitale della FIAT, fatta propria anche da CGIL CISL e UIL, è quindi diventata la rivendicazione unitaria di tutto il movimento sindacale.

    Rifondazione Comunista avanza una proposta chiara: nazionalizzare la Fiat Auto per difendere l'occupazione e costruire un forte intervento pubblico sulla mobilità che affronti i problemi del traffico e dell'ambiente.

    Solo l'intervento diretto dello stato nella proprietà, come chiedono anche i sindacati, può far proseguire una attività imprenditoriale che oggi i padroni della Fiat non vogliono più continuare. Solo il potere pubblico può garantire un ridisegno della mobilità pubblica e individuale a partire dalla grande aree urbane. ...

    Liberazione 26 novemmbre 2002
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    Per la precisione, Cgil e Cisl hanno chiesto di attivare contratti di solidarietà e di avviare un confronto finalizzato alla realizzazione di un nuovo piano industriale, ipotesi peraltro rigettata subito dalla Fiat. Ma non si risolve il problema caricando i costi sociali anche sugli altri lavoratori.
    Ugualmente inconsistente la proposta di un intervento diretto dello Stato, propugnata anche dalla Uil. Non ci siamo. Il problema non si risolve con una nazionalizzazione che trasferisce i costi su tutta la comunità.
    L' unica soluzione che i comunisti- coerentemente con le loro origini ideali- dovrebbero proporre, e che non vale solo per la Fiat, è la socializzazione, intesa come passaggio dei mezzi di produzione sotto il diretto controllo dei lavoratori, una volta avvenuta l' espropriazione ( peraltro prevista dalla nostra Costituzione) dell' azienda . Ma questo sembra un terreno minato, sul quale non diciamo la destra, ma neppure la sinistra neoliberista accetta il confronto, come del resto su quello della nazionalizzazione. Non si capisce però perchè la questione della proprietà debba essere sottaciuta da PRC. Di che cosa o di chi abbiamo paura?

  3. #3
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    Predefinito Re: Le ragioni per nazionalizzare la Fiat

    Originally posted by Roderigo
    Le ragioni per nazionalizzare la Fiat
    L'ordine del giorno approvato dal Comitato politico nazionale del Prc



    Il governo dopo aver oscillato sulle scelte di operare di fronte alla gravità dei fatti, si è allineato sul piano Fiat e pare interessato unicamente a trovare qualche palliativo per Termini Imerese la fine di dividere il movimento e poter chiudere la vicenda con l'accettazione del piano FIAT e un largo uso di ammortizzatori sociali. Il centro sinistra è stato il più fedele interprete delle scelte dell'azienda, si è sempre espresso contro l'intervento pubblico nella proprietà e ha nei fatti proposto un più rapido passaggio alla GM.

    Liberazione 26 novemmbre 2002
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    Questa è la cosa più agghiacciante. Il solo fine che l' attuale classe politica, tutta intera (eccezion fatta per PRC), appare perseguire è quello di ristrutturare l' azienda automobilistica per renderla nuovamente appetibile alla GM, che quindi la acquisterebbe "in toto" e verserebbe all' attuale proprietà quanto essa si aspetta. Che non è certo rappresentato dalle briciole che potrebbe spuntare oggi, nell' attuale situazione.

  4. #4
    Roderigo
    Ospite

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    Nazionalizzare o è disastro sociale

    Joseph Halevì

    Il documento di Rifondazione Comunista sulla Fiat, contrapposto al deludente comportamento di una parte dell'opposizione in Parlamento, mostra che la sola via per una soluzione della crisi del gruppo che non passi per il massacro sociale consiste, appunto, nell'«allargare le lotte dagli stabilimenti al territorio» al fine «di operare una connessione tra i diversi movimenti che trovi nella lotta alla Fiat e nella prefigurazione delle alternative sia sul piano occupazionale che ambientale un punto avanzato di unificazione».

    La positività del documento di Rifondazione risiede nella sua valenza non economicista, nella critica all'attuale stato della mobilità e dei trasporti, nel ruolo assegnato all'ambiente nella formulazione dei programmi di difesa e rilancio dell'occupazione. Rispetto alle possibili critiche di statalismo e massimalismo provenienti dal governo e da una parte dell'Ulivo si deve notare che la proposta di nazionalizzare la Fiat Auto è veramente il minimo accettabile. A rigor di logica è tutto il gruppo, comprese le componenti finanziarie, che per anni hanno succhiato via investimenti reali, a dover essere nazionalizzato. Del resto, come è stato scritto sullo stesso Corriere della Sera la Fiat è un conglomerato che assomiglia a delle scatole cinesi ove una società finanziaria rimanda ad un'altra. Per far ordine in questo ginepraio ed impedire fughe di soldi la logica imporrebbe la nazionalizzazione totale. Ne consegue che la proposta di Rifondazione costituisce un livello al di sotto del quale non si può scendere senza incappare nelle manovre tradizionali di ristrutturazione socialmente devastatanti. Un ulteriore elemento positivo dell'iniziativa di Rifondazione consiste nello stabilire una connessione tra lotte sociali, alternative e processi politici. Certamente la forza di tale connessione dipenderà dallo spessore del movimento che concretamente verrà costruito intorno alla questione Fiat.

    Detto questo mi preme sottolineare due aspetti economici del panorama mondiale afferente all'auto che devono essere presi in considerazione nel quadro delle formulazioni di politiche alternative. Il primo concerne la dinamica globale della domanda. Essa è assolutamente atona e non presenta prospettive favorevoli ad un aumento nel tasso di utilizzo delle capacità produttive del settore. Nell'ottica capitalistica, l'unico modo in cui il settore può stabilizzarsi su livelli di capacità tali da ridurre l'impatto dei costi fissi provenienti da impianti parzialmente utilizzati è di eliminare quelli eccedentari. Ma ciò non farà che aggravare la situazione produttiva ed occupazionale nel resto dell'economia perché la "rottamazione" di capacità produttive eccdentarie riduce la domanda di beni di investimento mentre i licenziamenti riducono la domanda di beni di consumo. Di conseguenza la riduzione degli impianti superflui creerà ulteriori capacità eccedentarie - quindi possibili licenziamenti - tanto nei settori di beni di investimento quanto in quelli dei beni di consumo.

    Attualmente prospettive sicure di lungo periodo di crescita della domanda di automobili provengono solo dalla Cina. In quel paese la domanda sorpassa di gran lunga la produzione - ancora limitata a seicentomila-settecentomila unità - e le importazioni. Il governo di Pechino sta progettando una rete di autostrade che apriranno il varco all'automobilizzazione del paese. E' inutile lamentarsi che i cinesi ricopiano pari pari il modello privatistico dei trasporti. La Cina non cambierà la sua rotta economica per molti anni ancora. In questo contesto possiamo star certi che il passaggio all'automobilizzazione di massa non verrà effettuato tramite le importazioni ma attraverso la produzione locale che si porrà anche obiettivi di esportazione facendo leva sul differenziale dei costi di produzione. Questo è stato il modello cinese degli ultimi vent'anni. Saranno le multinazionali dell'auto, in joint ventures con le industrie cinesi, a produrre automobili su larga scala sia per il mercato interno che per quello estero. Per darsi una regolata si consideri che il 40% del mercato Usa di frigoriferi è oggi rifornito da impianti situati in Cina. Come nel caso dei frigoriferi dobbiamo attenderci da parte delle società automobilistiche delle dismissioni nei paesi a domanda satura a favore di investimenti diretti in Cina. Quindi nei paesi saturi, alle capacità eccedentarie indotte dalla domanda stagnante si aggiungeranno le ristrutturazioni volte a trarre profitto dal mutamento della ripartizione della produzione e delle esportazioni in favore della Cina. L'orizzonte temporale della strategia cinese corrisponde più o meno ai tempi previsti dall'Organizzazione Mondiale per il Commercio per la liberalizzazione della circolazione dei prodotti industriali.

    La fuoriuscita pianificata e programmata dal modello di produzione fondato sull'auto diventa pertanto vitale perché questo comparto non ha un grande futuro ma continua a costituire l'asse portante della meccanica e delle industrie collegate. L'individuazione di un realistico rapporto tra trasporto privato e trasporto pubblico e di nuovi schemi di mobilità costituisce l'elemento essenziale della strategia di uscita. La questione non è più economica e tecnica ma anche e soprattutto sociale, politica e - dal lato del consumatore - financo culturale. Quest'ultima osservazione mi porta al secondo aspetto del quadro internazionale.

    Le maggiori società produttrici sono perfettamente consapevoli del fatto che la crisi dell'automobile non è congiunturale. Tant'è che stanno spingendo ad un riequipaggiamento totale del parco auto attraverso l'immissione sul mercato di gipponi da turismo noti come fuori-strada o 4WD. Negli Usa tali mezzi sono classificati come camion ed hanno pertanto dei vincoli anti-inquinamento inferiori alle normali automobili. Quest'anomalia viene continuamente denunciata dalle organizzazioni ambientaliste americane le quali hanno documentato l'alleanza tra i poteri pubblici e le società produttrici volta a favorire l'espansione dei gipponi 4WD. La scelta di produrre su larga scala dei gipponi da turismo prova, da parte delle multinazionali del settore, sia la consapevolezza della crisi sia l'incapacità di innovare. Infatti le multinazionali propongono al pubblico un mezzo più caro che consuma più carburante - stimolando così l'uso dell'inquinante diesel - nonché maggiormente unfriendly (poco amichevole) sul piano dell'ecologia sia urbana che generale. L'espansione del mercato dei 4WD dimostra altresì che fintanto che l'industria dell'auto rimane all'interno di un'ottica privatistica e asociale non verrà prodotta alcuna soluzione al problema della mobilità. Per paesi come l'Italia e le sue città questi "nuovi" mezzi sono assolutamenti nocivi. Qui però interviene un fatto culturale: la disponabilità dei consumatori ad aggiungere all'auto un mezzo altamente inquinante che aggrava i problemi della congestione urbana e della mobilità in generale. In tal senso la lotta per riindirizzare, attraverso la nazionalizzazione, la Fiat deve essere accompagnata da una pubblica discussione che dovrebbe scaturire in provvedimenti legislativi volti a limitare, come si fa con i camion, l'uso dei 4WD facilitando, come già è stato detto dal Prc alla Camera, la produzione di motori ecocompatibili.

    Complessivamente la lotta per la nazionalizzazione della Fiat diventa un terreno per il rilancio della pianificazione. Nel passato la pianificazione veniva concepita prevalentemente in relazione alla costruzione delle industrie meccaniche e di beni capitali. Oggi bisogna partire dal consumo, dalla sua composizione, per arrivare al rapporto tra crescita, occupazione, tempo di lavoro ed ambiente. Il mercato, mentre è utile per farci comprare lacci da scarpe marroni o neri, in questo caso non ci aiuta. Ci dà i gipponi di Scelba trasformati in 4WD! Oggi i livelli di pianificazione sono molto più ampi di quelli concepiti per l'industrializzazione industrializzante degli anni di Saraceno e Sylos-Labini. La complessità è maggiore ma l'alternativa, nel non affrontarla, è la disoccupazione ed il degrado sociale ed ambientale.

    Liberazione 4 dicembre 2002
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  5. #5
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    Ma dopo la nazionalizzazione la Fiat cosa dovrebbe produrre?
    Il settore auto ormai e' saturo quindi lanciarsi in giganteschi investimenti in questo settore mi sembra controproducente.
    Produrre autobus ? Ma esiste gia' la Iveco e poi il mercato essendo in mano sopratutto ad enti pubblici, attualmente a corto di soldi, non darebbe certamente sbocchi sufficienti. Inoltre bisogna fare attenzione che per le grosse forniture occorre fare gare a livello europeo con la relativa concorrenza e l'UE non ci consentirebbe certo a fare vendite sottocosto. Purtroppo in qualsiasi settore si intenda entrare ci si troverebbe in presenza di una concorrenza aggueritissima, per non parlare poi dei costi di riconversione.

  6. #6
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    i sogni finiscon all'alba

    Non vorrei seminare scompiglio tra le fila del movimento democratico ma, nessuno e' sfiorato dal dubbio che la privatizzazione della FIAT rappresenterebbe il primo passo in direzione di:
    sovietizzazione
    persecuzione dei nemici esterni
    persecuzione dei nemici interni
    gulag.

    Fate attenzione ragazzi. La storia impartisce lezioni preziose.

    In ogni caso, gulag a parte, la nazionalizzazione della FIAT rappresenterebbe lo sfondamento di una porta aperta. La FIAT e' gia' nazionalizzata, da almeno 30 anni. La FIAT ha funzionato secondo la logica della Skoda, della Ziguli e della Traband: non contava il valore effettivo della merce prodotta ma solo il principio astratto di piena occupazione. Ogni volta che FIAT si dimostrava inferiore alle concorrenti europee ed estremoasiatiche, il governo interveniva mettendoci una pezza. Il motivo era umanitario, non lasciare che molte famiglie finissero sul lastrico, le conseguenze erano bestiali, gli Agnelli continuavano indisturbati a galleggiare nella fatiscienza.
    Ora siamo arrivati alla resa dei conti: l'Europa non e' disposta a tollerare residui di politica assistenziale e i boiardi piemontesi non potranno piu' battere cassa. Certo, quello che gli Agnelli hanno sottratto non lo restituiranno di certo. Anzi. Lo utilizzeranno per nuovi e piu' proficui investimenti.
    Sono queste alcune delle conseguenze (non le uniche) dei sistemi di produzione fondati sulla morale: indebito arricchimento dei membri di dinastie prestigiose e immorali.

 

 

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