Nazionalizzare o è disastro sociale
Il documento di Rifondazione Comunista sulla Fiat, contrapposto al deludente comportamento di una parte dell'opposizione in Parlamento, mostra che la sola via per una soluzione della crisi del gruppo che non passi per il massacro sociale consiste, appunto, nell'«allargare le lotte dagli stabilimenti al territorio» al fine «di operare una connessione tra i diversi movimenti che trovi nella lotta alla Fiat e nella prefigurazione delle alternative sia sul piano occupazionale che ambientale un punto avanzato di unificazione».
La positività del documento di Rifondazione risiede nella sua valenza non economicista, nella critica all'attuale stato della mobilità e dei trasporti, nel ruolo assegnato all'ambiente nella formulazione dei programmi di difesa e rilancio dell'occupazione. Rispetto alle possibili critiche di statalismo e massimalismo provenienti dal governo e da una parte dell'Ulivo si deve notare che la proposta di nazionalizzare la Fiat Auto è veramente il minimo accettabile. A rigor di logica è tutto il gruppo, comprese le componenti finanziarie, che per anni hanno succhiato via investimenti reali, a dover essere nazionalizzato. Del resto, come è stato scritto sullo stesso Corriere della Sera la Fiat è un conglomerato che assomiglia a delle scatole cinesi ove una società finanziaria rimanda ad un'altra. Per far ordine in questo ginepraio ed impedire fughe di soldi la logica imporrebbe la nazionalizzazione totale. Ne consegue che la proposta di Rifondazione costituisce un livello al di sotto del quale non si può scendere senza incappare nelle manovre tradizionali di ristrutturazione socialmente devastatanti. Un ulteriore elemento positivo dell'iniziativa di Rifondazione consiste nello stabilire una connessione tra lotte sociali, alternative e processi politici. Certamente la forza di tale connessione dipenderà dallo spessore del movimento che concretamente verrà costruito intorno alla questione Fiat.
Detto questo mi preme sottolineare due aspetti economici del panorama mondiale afferente all'auto che devono essere presi in considerazione nel quadro delle formulazioni di politiche alternative. Il primo concerne la dinamica globale della domanda. Essa è assolutamente atona e non presenta prospettive favorevoli ad un aumento nel tasso di utilizzo delle capacità produttive del settore. Nell'ottica capitalistica, l'unico modo in cui il settore può stabilizzarsi su livelli di capacità tali da ridurre l'impatto dei costi fissi provenienti da impianti parzialmente utilizzati è di eliminare quelli eccedentari. Ma ciò non farà che aggravare la situazione produttiva ed occupazionale nel resto dell'economia perché la "rottamazione" di capacità produttive eccdentarie riduce la domanda di beni di investimento mentre i licenziamenti riducono la domanda di beni di consumo. Di conseguenza la riduzione degli impianti superflui creerà ulteriori capacità eccedentarie - quindi possibili licenziamenti - tanto nei settori di beni di investimento quanto in quelli dei beni di consumo.
Attualmente prospettive sicure di lungo periodo di crescita della domanda di automobili provengono solo dalla Cina. In quel paese la domanda sorpassa di gran lunga la produzione - ancora limitata a seicentomila-settecentomila unità - e le importazioni. Il governo di Pechino sta progettando una rete di autostrade che apriranno il varco all'automobilizzazione del paese. E' inutile lamentarsi che i cinesi ricopiano pari pari il modello privatistico dei trasporti. La Cina non cambierà la sua rotta economica per molti anni ancora. In questo contesto possiamo star certi che il passaggio all'automobilizzazione di massa non verrà effettuato tramite le importazioni ma attraverso la produzione locale che si porrà anche obiettivi di esportazione facendo leva sul differenziale dei costi di produzione. Questo è stato il modello cinese degli ultimi vent'anni. Saranno le multinazionali dell'auto, in joint ventures con le industrie cinesi, a produrre automobili su larga scala sia per il mercato interno che per quello estero. Per darsi una regolata si consideri che il 40% del mercato Usa di frigoriferi è oggi rifornito da impianti situati in Cina. Come nel caso dei frigoriferi dobbiamo attenderci da parte delle società automobilistiche delle dismissioni nei paesi a domanda satura a favore di investimenti diretti in Cina. Quindi nei paesi saturi, alle capacità eccedentarie indotte dalla domanda stagnante si aggiungeranno le ristrutturazioni volte a trarre profitto dal mutamento della ripartizione della produzione e delle esportazioni in favore della Cina. L'orizzonte temporale della strategia cinese corrisponde più o meno ai tempi previsti dall'Organizzazione Mondiale per il Commercio per la liberalizzazione della circolazione dei prodotti industriali.
La fuoriuscita pianificata e programmata dal modello di produzione fondato sull'auto diventa pertanto vitale perché questo comparto non ha un grande futuro ma continua a costituire l'asse portante della meccanica e delle industrie collegate. L'individuazione di un realistico rapporto tra trasporto privato e trasporto pubblico e di nuovi schemi di mobilità costituisce l'elemento essenziale della strategia di uscita. La questione non è più economica e tecnica ma anche e soprattutto sociale, politica e - dal lato del consumatore - financo culturale. Quest'ultima osservazione mi porta al secondo aspetto del quadro internazionale.
Le maggiori società produttrici sono perfettamente consapevoli del fatto che la crisi dell'automobile non è congiunturale. Tant'è che stanno spingendo ad un riequipaggiamento totale del parco auto attraverso l'immissione sul mercato di gipponi da turismo noti come fuori-strada o 4WD. Negli Usa tali mezzi sono classificati come camion ed hanno pertanto dei vincoli anti-inquinamento inferiori alle normali automobili. Quest'anomalia viene continuamente denunciata dalle organizzazioni ambientaliste americane le quali hanno documentato l'alleanza tra i poteri pubblici e le società produttrici volta a favorire l'espansione dei gipponi 4WD. La scelta di produrre su larga scala dei gipponi da turismo prova, da parte delle multinazionali del settore, sia la consapevolezza della crisi sia l'incapacità di innovare. Infatti le multinazionali propongono al pubblico un mezzo più caro che consuma più carburante - stimolando così l'uso dell'inquinante diesel - nonché maggiormente unfriendly (poco amichevole) sul piano dell'ecologia sia urbana che generale. L'espansione del mercato dei 4WD dimostra altresì che fintanto che l'industria dell'auto rimane all'interno di un'ottica privatistica e asociale non verrà prodotta alcuna soluzione al problema della mobilità. Per paesi come l'Italia e le sue città questi "nuovi" mezzi sono assolutamenti nocivi. Qui però interviene un fatto culturale: la disponabilità dei consumatori ad aggiungere all'auto un mezzo altamente inquinante che aggrava i problemi della congestione urbana e della mobilità in generale. In tal senso la lotta per riindirizzare, attraverso la nazionalizzazione, la Fiat deve essere accompagnata da una pubblica discussione che dovrebbe scaturire in provvedimenti legislativi volti a limitare, come si fa con i camion, l'uso dei 4WD facilitando, come già è stato detto dal Prc alla Camera, la produzione di motori ecocompatibili.
Complessivamente la lotta per la nazionalizzazione della Fiat diventa un terreno per il rilancio della pianificazione. Nel passato la pianificazione veniva concepita prevalentemente in relazione alla costruzione delle industrie meccaniche e di beni capitali. Oggi bisogna partire dal consumo, dalla sua composizione, per arrivare al rapporto tra crescita, occupazione, tempo di lavoro ed ambiente. Il mercato, mentre è utile per farci comprare lacci da scarpe marroni o neri, in questo caso non ci aiuta. Ci dà i gipponi di Scelba trasformati in 4WD! Oggi i livelli di pianificazione sono molto più ampi di quelli concepiti per l'industrializzazione industrializzante degli anni di Saraceno e Sylos-Labini. La complessità è maggiore ma l'alternativa, nel non affrontarla, è la disoccupazione ed il degrado sociale ed ambientale.
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