Il Gazzettino - Ed. nazionale - 18/12/2002
Mestre
È appena tornato da Copenaghen e già conta di ritornarci. Non per finire nuovamente in cella - anche se non lo esclude - ma per «organizzare la disobbedienza attiva in Europa e nella società danese». Oggi è il leader dei Disobbedienti, ieri era il punto di riferimento delle Tute Bianche, prima ancora il portavoce dei centri sociali del Nordest. Ha iniziato a Padova, al Pedro. Poi è tornato a Mestre e a Marghera, per l'occupazione del Rivolta (il nome del centro sociale mestrino) nello stabilimento della "Paolini & Villani". Una vita da capo, sempre in prima linea. Dal Chapas al G8 di Genova, da Seattle con i no-global ("mi arrangio con l'inglese") a Istrana per bloccare gli aerei diretti nell'ex Jugoslavia, dalle semine di canapa indiana nel parco della Bissuola fino a Belgrado sotto le bombe. Tre anni fa, si Candida sindaco a Padova. Sempre sotto i riflettori. E se non c'è la notizia la provoca: in occasione dello sciopero dei giornalisti del 20 dicembre, si è inventato il "Boycott Matrix", annunciando «azioni a sorpresa» per difendere la libertà di informazione. Ma chi è Luca Casarini? «Interessano le generalità, quelle che non mi hanno chiesto i poliziotti di Copenaghen? Sì, perché la storia dell'arresto motivata dal fatto che ci eravamo rifiutati di consegnare i documenti è una bufala: ci sono venuti incontro e ci hanno detto che eravamo in arresto. Arrestati per "normali controlli", altro che oltraggio a pubblico ufficiale: tutte le accuse alla fine sono state ritirate. Sono stati arresti preventivi. Comunque, rispondo alla domanda: sono nato a Mestre l'8 maggio 1967, i miei genitori, ora in pensione, facevano gli operai, ho una sorella più giovane».
Quand'è sorto lo spirito ribelle?
«A scuola. Ho fatto le elementari a Carpenedo e metà medie alla Silvio Trentin a Mestre. Poi tutta la famiglia si è trasferita a Monselice, nel padovano, perché mio papà lavorava lì in un'impresa metalmeccanica. A Monselice ho finito le medie, poi a Padova mi sono diplomato al Marconi perito termotecnico. Un bel 36 e tanti saluti. Quindi l'iscrizione a Scienze politiche, sei esami e due occupazioni della facoltà».
La prima esperienza politica?
«A parte gli scioperi a scuola, sicuramente le iniziative dopo i massacri dei palestinesi nei campi di Sabra e Chatila a Beirut ('82 n.d.r.). Poi è arrivato il centro Pedro, l'occupazione a Padova dell'87 è stata importante perché ha aperto la stagione dei centri sociali del Nordest. A Mestre sono tornato per l'occupazione dell'ex fabbrica Paolini & Villani dove si è trasferito il Rivolta. È stato anche il momento dell'"apertura" dei centri sociali. E qui c'è stato l'incontro con Gianfranco Bettin e con Beppe Caccia».
È al Rivolta che nascono le Tute bianche?
«Le Tute bianche nascono nel '98 a Trieste, nella manifestazione che per la prima volta ha visto l'uso di protezioni, di scudi di plexiglass, di scolapasta in testa: ci opponevamo alla guerra nell'ex Jugoslavia, ma anche alla pulizia etnica di Milosevich. E, come gli zapatisti, avevamo deciso di coprirci - non con i passamontagna, ma con le tute bianche - per essere visti e per mostrarsi tutti uguali».
E si arriva alla richiesta di tessera di partito, quella dei Verdi, e nel '99 la candidatura a sindaco di Padova.
«La candidatura è stata una provocazione: c'era stata la polemica nei Verdi, alcuni (Ivo Rossi, Michele Boato) non volevano l'ingresso nel movimento dei centri sociali, mentre la sinistra ufficiale non era riuscita a capire che serviva uno "scuotimento". Apri un varco, dicevamo. È andata a finire che io, con la lista "Non solo Verdi non solo Rossi", ho preso l'1,8 per cento dei voti, più di quanti avrebbero consentito a Zanonato di farcela. Sappiamo com'è andata, ha perso».
Dai Verdi a Rifondazione: è in arrivo la tessera del Prc?
«Dai Verdi abbiamo ritirato la richiesta di adesione, adesso di sicuro non ci iscriviamo a Rifondazione. Però è vero che il movimento dei Disobbedienti, nato a Genova con il G8, vede assieme l'anima dei centri sociali e una buona parte dei giovani comunisti».
Come si guadagna da vivere il leader dei Disobbedienti?
«Ho fatto un sacco di lavori, dal facchinaggio al programmista regista in Rai e già che ci siamo chiariamo che non sono mai stato consulente dell'ex ministro Livia Turco: ho solo collaborato a una ricerca sui centri sociali, ho avuto i rimborsi spese per i viaggi in treno, nient'altro. Adesso mi sono inventato un lavoro con la nuova rivista "Global Magazine", in edicola da gennaio».
Capita mai di trovarsi in bolletta?
«Come no, ma la mia è una grande famiglia, tra fratelli disobbedienti ci si aiuta».
Dove vive?
«In un appartamento dell'Ater, a Marghera, che io, un ragazzo padre e un cane, il buon Annibale, abbiamo occupato un anno e mezzo fa: paghiamo un affitto simbolico e tutte le utenze, abbiamo sistemato e rimesso a nuovo il locale. Era un appartamento inaffittabile, le occupazioni rientrano nella politica che l'Agenzia sociale per la casa sta portando avanti in città».
E i vicini che dicono?
«Sono quasi tutti anziani, squisiti, erano preoccupati quando hanno saputo dell'arresto a Copenaghen».
Ateo o credente?
«Ateo, ma da piccolo andavo in chiesa, facevo il chierichetto a Carpenedo quando nella parrocchia di via Stuparich c'era don Aldo Cristinelli, un prete-operaio che mi ha formato eticamente».
Mai rimpianto una famiglia vera, un lavoro normale?
«Se l'avessi voluta, l'avrei avuta. Quanto alla famiglia, sono single. Ma ho tantissimi fratelli e la nostra dei disobbedienti è una famiglia felice: altro che l'ideologia del martirio della sinistra, per noi valgono il sorriso e l'ironia».
Alda Vanzan
IL GUERRIERO" - È il 18 luglio 2001, a Genova è in corso il G8 e per Luca Casarini, in vista del corteo che doveva sfondare la "zona rossa" della città dove erano riuniti i Grandi, si prepara alla vestizione: niente più "tute biache" ma giubbetti in gommapiuma e scudi di plexiglass.
RITORNO A CASA - Dopo il G8 e la morte di Carlo Giuliani, il ritorno a Venezia: in campo San Geremia la manifestazione per denunciare le violenze. Dice ora: «È possibile che l'archiviazione sulla morte di Carlo Giuliani metta una pietra tombale sui fatti di piazza Alimonda?».
IL TAGLIO - Via i capelli lunghi: al comitato parlamentare di indagine sul G8, nel settembre del 2001, Casarini si presenta con un nuovo look. Ricordando quei giorni, dice: «È incredibile che i 140 agenti inquisiti sui fatti di Genova non siano nemmeno stati sospesi dal servizio».
NON SOLO CICCHE - «Fumo troppo, lo so, dovrei diminuire», dice guardando il pacchetto di Marlboro rosse. Casarini è una buona forchetta e un fumatore incallito. Tabacco e non solo: partecipa alla semina della canapa al parco Bissuola di Mestre e festeggia la fine dei lavori fumando marjiuana.




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