Gli ambasciatori dell’epoca a Belgrado avvisarono la Farnesina,
ma l’ex ministro afferma: «Non sapevo nulla»
Fassino (ex sottosegretario per i Balcani) per ora può stare tranquillo
di Mauro Bottarelli
«Quello che sa Fassino è quello che so io, e viceversa, e quello che so è quello che dico ora». Con una frase più degna di un monologo di Pulp Fiction che della dichiarazione di un ex ministro, Lamberto Dini ha deciso di uscire allo scoperto e giocare d’anticipo sulla vicenda Telekom Serbia. In un’intervista al quotidiano Il Foglio, Dini ha infatti proseguito sulla propria linea: io non sapevo nulla, Fassino non sapeva nulla, il governo non sapeva nulla. Verrebbe da chiedersi cosa stessero a fare ai rispettivi posti visto che l’acquisizione del 29% delle telefonia jugoslava è stata una delle operazioni economicamente più rilevanti della Stet (azienda controllata dal Tesoro), ma è ancora una volta la realtà dei fatti a sbugiardare l’ex titolare della Farnesina e - per proprietà transitiva - il segretario dei Ds. Al di là della sospetta necessità di dover ricordare come nel periodo dell’acquisto sulla Serbia non gravassero sanzioni, Dini non può negare né le dichiarazioni rilasciate dall’ex ambasciatore a Belgrado, Bascone, né tantomeno i documenti cartacei riguardo la vicenda. L’amministratore della Telecom, Tommaso Tommasi di Vignano, quando La Repubblica fece esplodere il caso, si premurò di dichiarare che degli sviluppi della trattativa «veniva costantemente informata la Farnesina». Non solo. Come anticipato gli ambasciatori d’Italia presso la Repubblica Federativa di Jugoslavia, prima Francesco Bascone e poi Riccardo Sessa, riferirono con regolarità al ministero degli Esteri ogni particolare mettendo in guardia il nostro Governo dai pericoli d’ordine politico e finanziario che sarebbero derivati dall’acquisizione di una quota della Telekom Serbia. Ne fanno fede diversi telegrammi urgenti agli atti della Farnesina e indirizzati personalmente al sottosegretario Fassino. Tre telegrammi, fra i più significativi, portano le seguenti date: 22 novembre 1996; 25 novembre 1996; 15 febbraio 1997. Nel telegramma del 15 febbraio 1997, inviato quattro mesi prima della firma dell’accordo per l’acquisto del 29 per cento della Telekom Serbia (9 giugno 1997) l’ambasciatore Bascone affermava chiaramente: «Nell’ipotesi che un giorno l’opposizione vada al potere, l’investimento che oggi viene fatto in PTT della Serbia comporta per l’investitore estero un rischio finanziario oltre che politico». Eppure il Ministro degli Esteri Dini, nell’informativa sulla vicenda illustrata a Montecitorio il 28 febbraio 2001, dichiarò che «le fonti di informazione del Ministero degli Affari Esteri furono essenzialmente i giornali serbi, in particolare Nin e Nasa Borba, che ne parlarono nel febbraio 1997, e le indicazioni di massima che la stessa Stet fornì, sempre nel febbraio del 1997, alla nostra direzione generale degli affari economici». In sostanza, al Ministero si leggevano i giornali serbi ma si ignoravano i telegrammi urgenti ricevuti dal nostro ambasciatore a Belgrado. Quantomeno sospetto, non vi pare? Tanto più che Fassino, sottosegretario agli Esteri con delega sui Balcani, non ha mai negato di aver saputo che c’erano trattative in corso. Dini sì e si sente in dovere di estendere il proprio pensiero anche al segretario Ds: una procura politica segreta o un chiaro messaggio? D’altronde, in quest’ultimo periodo, l’ex numero uno di Rinnovamento Italiano ne ha lanciati parecchi di messaggi, come d’altro canto ha fatto la consorte Donatella nei confronti del governo: come spiegare, per esempio, le sempre più frequenti puntualizzazioni sul fatto che il controllo delle iniziative della Stet era di pertinenza del ministro del Tesoro, ovvero Carlo Azeglio Ciampi? Non sarà che con questa uscita Dini abbia voluto “dettare la linea” in previsione dell’audizione di Fassino presso la commissione d’inchiesta? Inoltre, nell’intervista al Foglio Dini polemizza con la maggioranza di centrodestra accusandola di aver voluto la commissione d’indagine per mettere sotto accusa l’opposizione, visto che di solito questi organismi bicamerali - a detta dell’ex ministro - si istituiscono su richiesta dell’opposizione. Peccato che nel 2000, all’indomani della pubblicazione dello scoop di Repubblica, l’allora opposizione di centrodestra chiese immediatamente a Luciano Violante l’istituzione di una commissione ad hoc. Ma né il presidente della Camera né quello del Senato, Nicola Mancino, accettarono la richiesta. Di più, si rifiutarono addirittura di discuterla. Nella sua intervista, poi, Dini si dice lieto «di testimoniare a disamina del ruolo del governo italiano» se il tribunale dell’Aja volesse convocarlo: difficile che lo faccia, visto che l’audizione di Dini significherebbe la vittoria della linea difensiva di Milosevic e avrebbe come conseguenza la richiesta di testimonianza per Clinton, Blair, la Albright e mezzo Occidente che fino a due mesi prima dell’attacco alla Serbia faceva affari con Belgrado o tramava nell’ombra. Cominci a presentarsi in commissione a Roma: magari per un incidente probatorio con l’ex ambasciatore Bascone. O proprio con Fassino, meglio ancora.




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