questo articolo è stato concepito un anno fa quando i golpisti fecero il primo tentativo di rovesciare il legittimo Presidente venezuelano Chavez , fallito per la resistenza popolare.

COLPO DI STATO IN VENEZUELA: la trama dei "soliti noti" e una lezione da apprendere



di Enrico Galoppini





Le varie emittenti televisive, pubbliche e private non fa differenza, trovandosi di fronte al colpo di Stato in Venezuela hanno svolto alla perfezione l'opera cui sono destinate, che è quella istituzionalizzata di disinformare volutamente. Ma in questo caso esse hanno scelto di cambiare registro in peggio, optando per il non fornire alcuna informazione.

Con la Palestina infatti si può sempre perdere tempo per due o tre ore con il "dibattito" alla Vespa (per i soddisfatti di come vanno le cose) o alla Santoro (per chi cerca un po' di conforto), dato che si può dare la colpa del disastro a Sharon, ad Arafat, ai "terroristi", ai "coloni", all'integralismo islamico eccetera. Ma col Venezuela, "che diavolo raccontiamo agli italiani" avranno pensato dal primo all'ultimo? Già, dopo i due o tre minuti della "notizia" (la gente in piazza, i morti, ovviamente attribuiti ai tiri di "cecchini" del presidente) si sarebbe dovuti passare all'"approfondimento". Un lavoro assolutamente insostenibile per i pavidi delle redazioni televisive, perché appena sotto la scorza della "notizia" farebbero capolino "i soliti noti": gli Stati Uniti, la Cia, il Pentagono. Allora meglio nascondersi dietro la "mancanza d'immagini" (nemmeno si trattasse della foresta del Borneo) e tentare di cavarsela inviando in Venezuela il corrispondente da New York (ma guarda un po').

Come se tutto ciò non bastasse, a fare confusione ci si sono messi - speriamo in buona fede - anche parecchi tra quelli a cui il golpe proprio non andava giù. Ci è capitato difatti di leggere comunicati pro-Chavez in cui si parla di sventato "golpe fascista", mentre altri hanno subito incasellato la vicenda venezuelana nello schema da destra radicale della "lotta al mondialismo" con annesso complotto plutocratico-giudaico-massonico.

Purtroppo tutto ciò non concerne una semplice questione di terminologia, le parole traducendo invece questioni di sostanza.

Il problema capitale è che ciascuno intende piegare la realtà ad un personalissimo schema interpretativo ritenuto arbitrariamente valido sempre e in ogni dove. Si pensi ad esempio allo slogan "Palestina rossa" che risuona nelle manifestazioni pro-palestinesi, che non solo ha il difetto di leggere una situazione originale ("più originale" di altre, ci sia concesso) secondo una chiave di lettura inadeguata, ma che conduce ad un autentico autogol quando allontana di fatto tutti coloro che si sentono sì vicini alla causa dei palestinesi ma che per vari motivi non ritengono di condividere quella frase. E che dire di quelli che - democratici a comando - avevano fatto passare in sordina lo scempio di ogni autodeterminazione del popolo del Venezuela facendo credere che in fondo in fondo se n'era andato un "populista" (rimpiazzato non da un "golpista", ma da un "presidente"!), termine che, purtroppo, per chi vive di manicheismo preconcetto s'imparenta con l'infamante attributo di "fascista"?

La verità, a parer nostro (non ci arroghiamo la pretesa di possedere la Verità!), è che è in atto in tutto il mondo un risveglio della dignità dei popoli - secondo le forme che meglio credono - di fronte all'arroganza degli Stati Uniti: non a caso, dopo il reinsediamento del presidente Chavez le prime felicitazioni sono giunte dall'Iraq, da quel Saddam Hussein in cima alla lista nera che sta sul tavolo del Pentagono.

Vediamo di ragionare. Per ciascuno di noi Chavez può non essere il personaggio ideale (chi ne ha uno alzi la mano), e lo stesso dicasi per Saddam Hussein, per Milosevic, tradito dai collaborazionisti atlantisti che comandano a Belgrado, e per Fidel Castro, che il golpista Carmona, leader degli industriali, aveva immediatamente messo nel 'cattiverio'. Vogliamo esagerare ed aggiungere alla compagnia anche quel Joerg Haider contro il quale, sulla base di un processo alle intenzioni (anche vari ebrei austriaci si dichiararono allibiti di quanto andava montando contro l'Austria), all'unisono si erano scatenati gli stessi che adesso assistono indifferenti al massacro dei palestinesi e che niente trovavano da eccepire di fronte allo scandalo rappresentato dal golpe in Venezuela? Sì, proprio Haider, che recentemente è stato in visita a Baghdad allacciando ottimi rapporti con un Paese strozzato da un embargo piratesco.

Qual è la lezione da trarre da tutto questo? Proprio l'eterogeneità di questi personaggi deve far riflettere. Essi hanno un minimo comun denominatore, che non è né quello di essere stati eletti nelle "consultazioni democratiche" che gli angloamericani cercano di imporre quando fa loro comodo, né l'emblema politico con cui si presentano al loro popolo: essi piuttosto, in vario modo (bombardamenti, embarghi, processi farsa, tentati colpi di Stato, ricatti, isolamento diplomatico) ed utilizzando pretesti differenti ("terrorista", "populista", "criminale di guerra", "comunista", "nazista", "canaglia"), sono stati attaccati dagli angloamericani e dalla loro appendice sionista perché rifiutano l'abdicazione alla sovranità nazionale.

Chi non ricorda la Albright che alla tv italiana, in diretta telefonica, lanciava ultimatum al "nazista" Haider? La stessa persona per la quale i morti civili per l'embargo in Iraq sono un "male necessario". E come non collegare le ferme parole con cui Fidel Castro stigmatizzò la vera natura dello Stato ebraico alla Conferenza sul razzismo di Durban al rinnovato inasprimento dell'isolamento in cui gli angloamericani intendono mantenerlo? Chavez, Milosevic, Saddam Hussein, e per certi versi anche Haider - pur tra mille differenze - sono stati presi di punta dagli angloamericani (spesso mandando avanti i mille collaborazionisti che hanno a disposizione) perché si sono messi in testa una banalissima idea che però è intollerabile per chi si crede investito della missione di guidare il mondo: quella di comandare a casa propria.

Uno slogan come "il Venezuela ai venezuelani", nella sua essenzialità, e se interpretato libero da smanie esclusiviste, contiene in nuce tutti i successivi sviluppi benèfici per il popolo di quel Paese, compresa un'equa redistribuzione del progresso sociale, perché prende in considerazione un Paese libero da condizionamenti imposti dall'esterno (direttamente o attraverso i vari camuffamenti tipo G8, Banca Mondiale, FMI, WTO eccetera).

Finché non si capirà che ciascun popolo deve essere libero di darsi la forma di governo e i governanti che ha scelto e di vederli rispettati a livello internazionale, coloro che provano ad opporsi al tentativo di dominio planetario angloamericano continueranno a dividersi - con somma soddisfazione di lorsignori - in mille gruppetti perennemente in lotta tra loro, amando o odiando l'additato di turno con la scusa che quello è "comunista", che quell'altro è "nazista" e quell'altro ancora "islamico".

Se non si capisce questo non risulterà mai decisivo adoperarsi (giustamente) ad esempio per tirare fuori Milosevic dalle galere dell'Aja solo in memoria di un'ex Jugoslavia "esempio di civiltà". Per carità, può anche darsi che fosse così, ma se quelli che - tanto di cappello - vanno a rischiare la vita per marciare contro i carri armati israeliani sono gli stessi che, pavlovianamente, forniscono le truppe d'assalto ad altre macchinazioni recanti lo stesso marchio di fabbrica, non ci sentiamo di poter dire che il risveglio dall'illusione messa in opera dai padroni di Hollywood sia imminente.

Ogniqualvolta che una parte di una qualsiasi società avverte un "problema", sarebbe buona regola che fossero soprattutto i diretti interessati a risolverlo. Prendiamo un Paese a caso, l'Italia. Per non far torto a nessuno, mettiamo che un 50% degli italiani gradisca di veder defenestrato politicamente Berlusconi (50% più uno...). Ma essi possono sperare che - dopo che Berlusconi è stato regolarmente eletto (che le elezioni siano manipolate è un altro problema, ma queste sono le regole) - le "castagne dal fuoco" gliele venga a togliere qualcun altro? Un Belgio che invece di pensare ai propri orrori si arroga il diritto di giudicare a destra e a manca, oppure una di quelle istituzioni sovranazionali che sono tra le prime ad imporre quelle stesse ricette antisociali che proprio quel 50% detesta? Dunque, si dimostri solidarietà con cause ampiamente condivisibili, ci si esponga in prima persona ovunque si ritenga opportuno, ma ci si faccia furbi considerando che l'internazionalismo spinto all'estremo non è un'arma adeguata a fronteggiare l'internazionalismo eguale e contrario delle multinazionali, partorendo piuttosto aberrazioni, le stesse che possono risultare gradite o sgradite: dalle pressioni sull'Austria, mirate a dar luogo a concessioni di sovranità nazionale, agli embarghi di cui l'Onu è solo il prestanome. Infine, pervenire per queste vie ad obiettivi ritenuti giusti non ci sembra non solo onesto, ma neppure dignitoso per i diretti interessati di turno.

Comunque sia, per tornare al fallito colpo di Stato in Venezuela, basta leggere le pagine che un qualsiasi giornale ha dedicato all'argomento per leggere tra le righe com'è andata a Caracas: chi erano i burattinai del golpe, a chi hanno fatto fare il lavoro sporco e chi intendeva riscuotere i 'dividendi' dell'operazione.

Ma stavolta le cose non si sono svolte secondo il consueto copione e chi intendeva togliere al Venezuela ogni speranza di riscatto se n'è andato con le pive nel sacco, a partire dalla confindustria locale (una rappresentanza d'interessi che ad ogni latitudine si riempie la bocca con la "nazione" ma che è sempre pronta a seguire solo il vento degli affari). Anche il Vaticano c'è rimasto male, poiché adesso teme che "i diritti della proprietà" non verranno salvaguardati. Sì, la "proprietà", quella dei latifondisti, generosi elargitori d'oboli che Chavez, da autentico patriota, aveva deciso di non adottare come numi tutelari per imporre le solite politiche inique, benedette da chi usa la religione per giustificare l'egoismo sociale.