Israele e Berlusconi
Roma vicina a Israele e lontana da Arafat
Qualcosa è cambiato nei rapporti tra Italia e Israele, mai così buoni come
adesso. Non è una novità: con il governo Berlusconi la distanza tra Roma e
Gerusalemme si è via via accorciata e l'Italia è diventata, tra i paesi
europei, uno dei più attenti alle ragioni israeliane. Se in passato la
Farnesina era considerata - a torto o a ragione - il laboratorio di una
politica filo-araba, sia pure nel formale equilibrio tra le parti in
conflitto, quella tradizione è stata in buona misura dissolta. Ne abbiamo
avuto vari indizi nei mesi scorsi. In fondo anche la manifestazione
pro-Israele organizzata dal Foglio in primavera era un modo per legare l'
opinione pubblica ai nuovi orientamenti del governo. E il possibile viaggio
di Fini, con i suoi risvolti psicologici, è destinato a sancire una
relazione speciale. Ma le cose si complicano quando entra in gioco il
rapporto con Arafat e l'Autorità Palestinese. Vale a dire il perno della
politica italiana in Medio Oriente negli ultimi trent'anni o quasi. Sotto
questo aspetto, la parabola di Berlusconi è singolare ma tutt'altro che
illogica. Il presidente del Consiglio aveva un eccellente rapporto personale
con Arafat, risalente ai tempi dell'amicizia di entrambi con Bettino Craxi.
Ma il Berlusconi uomo di governo si è dimostrato molto realista.
Ha privilegiato senza esitazioni, specie dopo l'11 settembre, il legame con
Bush e gli indirizzi della politica di Washington. Risultato: Arafat ha
perso interesse ai suoi occhi. E si può supporre che il quadro non cambierà
fino alla guerra contro l'Iraq. In seguito si vedrà. L'Italia di Berlusconi
ha proposto da tempo una sorta di «piano Marshall» per la ricostruzione
economica del Medio Oriente: un progetto che dovrà riguardare sia gli
israeliani sia i palestinesi.
Ma è evidente che un ciclo storico si è compiuto. Quello in cui l'Italia
ammiccava ad Arafat in chiave anti-americana. Già al vertice del G8, in
Canada, il premier era stato esplicito: «Arafat faccia un passo indietro, la
storia gliene sarà grata». Come dire: si tolga di mezzo. Il fatto è che oggi
la priorità di Roma, anche nel Mediterraneo, va al rapporto con l'America.
Di conseguenza ne trae vantaggio la relazione con Israele, nel segno del
comune impegno contro il terrorismo internazionale.
Non stupisce perciò che il colloquio tra il presidente del Consiglio e il
capo dello Stato israeliano abbia avuto un esito così soddisfacente per
Moshe Katsav. Al punto che quest'ultimo ha diffuso, attraverso l'ambasciata
d'Israele, alcuni dettagli dell'incontro. Una procedura inusuale, poi
corretta da una precisazione in serata. Ma il segnale politico non è stato
smentito, nonostante le polemiche.
Berlusconi avrebbe fatto capire che il governo di Roma non considera più
Arafat un interlocutore attendibile, tanto d'aver congelato i rapporti con i
rappresentanti dell'Autorità Palestinese. Inoltre Berlusconi ha riconosciuto
il diritto di Israele a «vivere in pace senza la minaccia del terrorismo»,
il che vuol dire ammettere il diritto della vittima di reagire agli
attentati.
Certe espressioni usate da Berlusconi sono poco diplomatiche, ma molto
verosimili. E Israele può essere contento. Anche se non è vero che i
rapporti con i palestinesi sono stati sospesi. La nota correttiva della sera
lo fa intendere: parla solo di personaggi «coinvolti in atti di terrorismo».
La verità è che la legge finanziaria del 2003 conferma il versamento a
favore della delegazione dell'Anp in Italia: circa 600 milioni delle vecchie
lire. Esiste poi un accordo per la cooperazione culturale e scientifica con
la stessa Anp che comporta un esborso di altri 650 milioni annui: ma deve
ancora essere ratificato dal Parlamento. In aggiunta si devono calcolare i
contributi erogati attraverso i canali europei.
Quindi non c'è nessuna sospensione delle relazioni con l'Anp e il suo
ambasciatore, Hammad. Il quale continua a Roma la sua normale attività. Il
punto è che la cornice politica è cambiata. Prima Arafat era l'asse della
nostra politica mediorientale. Adesso Berlusconi ha smesso di considerarlo
tale e non esita a dirlo.
Dal Corriere della Sera.


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