I veri federalisti hanno sempre rifiutato il modello
di super-Stato che mortifica le singole identità locali
Verso un’Europa senza più anima
di Giorgio Garbolino Boot
La parola “Europa” ha assunto col tempo un grande potere evocativo. Chi può non volere l’Europa, l’Euro, l’Unione Europea? Tutto ciò che promana dall’Europa è per definizione buono e saggio, chi dubita di un’Europa di stati che ignora i popoli è un antieuropeista nemico della civiltà. L’Europa, col corollario delle espressioni europeismo o unità europea, rischia di diventare un valore in sé, il che è non solo fuorviante ma pericoloso: l’unità dell’Europa era anche quella voluta da Napoleone nella forma dell’Impero giacobino ad egemonia francese. Era l’obiettivo di Carlo V di Spagna nel ’500 col suo impero “universale”, altrettanto accentrato e assolutista. L’Europa era unita anche sotto il Nuovo Ordine della svastica e del littorio nei primi anni ’40: la laburista inglese Barbara Wootton nel 1940 osservava che «il continente era stato davvero unificato: unificato con la conquista e sotto la tirannide». Anche quel tipo di Europa sta bene agli “europeisti” di professione? I tentativi imperiali sono per fortuna sempre falliti: si scontravano contro le necessità e le aspirazioni dei popoli. Solo Carlo Magno era riuscito a dare una qualche forma di unità al continente, proprio perché la sua monarchia, pur dotata degli attributi della sovranità, era un’unione di territori e nazioni distinte, con amministrazioni separate e con istituzioni spesso diverse.
UNIONE NEL RISPETTO DEI POPOLI
L’esigenza di salvaguardare la libertà e l’identità dei popoli, oggi bollata come posizione reazionaria antieuropeista, è stata invece la preoccupazione costante di tutti i veri federalisti. Proudhon nel 1863 si dichiara convinto che solo una pluralità di confederazioni regionali, spezzando il centralismo degli stati unitari, potrebbe dare origine a una confederazione europea rispettosa della libertà delle nazioni.
Nel 1900 poi, un Congresso di studiosi di scienze politiche a Parigi auspica l’unione dei popoli europei, ma a condizione che «rispetti nella sua varietà l’esistenza nazionale dei diversi popoli europei» e che non sia «opera di un internazionalismo livellatore». I federalisti europei estensori del manifesto di Ventotene del 1943, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli esprimono lo stesso concetto.
Spinelli intende la federazione europea come un mezzo per liberare individui e popoli dall’assolutismo centralista degli stati e per ottenere più facilmente quella che chiama decentralizzazione interna, evitando un impero europeo di tipo napoleonico o hitleriano. Rossi ha in mente un’Europa come la Svizzera dove -scrive - tutti i popoli trovino «le condizioni necessarie alla vita delle loro libertà, senza rinunciare all’autonomo sviluppo della loro individualità». Nel 1944, anche il movimento europeista svizzero Europa-Union, per bocca di Adolf Gasser, studioso delle libertà comunali dell’Europa Medievale, si ugura un’Europa unita sul modello svizzero, perché «lo stato deve cessare di essere considerato l’unica fonte del diritto. Al contrario bisognerà arrivare, conformemente alle tradizioni dell’Europa primitiva, del Medio Evo, del mondo anglosassone di ieri e di oggi, a considerare tutti gli elementi dello stato come detentori di diritti propri e autonomi: innanzi tutto gli individui, le famiglie e i comuni, poi i distretti e le province».
IL FEDERALISMO ETNICO DI HERAUD
Il dibattito teorico sull’Europa dei popoli assume la concretezza di una proposta politica organica con lo storico francese Guy Heraud. Nel novembre del 1967 elabora un articolato progetto per organizzare dell’Europa su base regionale. La formula che propone è una federazione di popoli, anziché di stati, perché gli stati non rappresentano quasi mai i popoli. Era l’epoca in cui stava nascendo l’Europa economica e il dibattito per la transizione ad un’Europa politica era aperto. Guy Heraud considera pericolosa un’unione di stati. Lo stato - osserva - «è una realtà di potenza, non il frutto della ragione e della giustizia. Risultato degli accidenti della storia, delle guerre e dei giochi diplomatici, la divisione attuale degli stati in Europa e nel mondo non corrisponde alla carta dei popoli. Pertanto, ogni volta che una popolazione non accetta completamente lo stato si deve darle la possibilità di esprimere, attraverso un referendum, le proprie aspirazioni». Organizzare l’unità nel pluralismo significa federare le regioni, non gli stati, e le regioni devono essere le comunità etniche, non regioni economiche costruite sulla carta, perché «la federazione si costruisce dalla base, presuppone quindi la preesistenza dei suoi componenti», e questi componenti preesistenti sono le «comunità della medesima lingua e cultura», i popoli, le etnie, le antiche nazionalità spontanee d’Europa.
AUTODETERMINAZIONE
Heraud definisce nei dettagli il suo progetto.
Per evitare il pericolo di squilibri fra etnie grandi e piccole, bisognerà creare più equilibrate regioni monoetniche, eventualmente suddividendo le regioni più grandi. Comunque «la divisione in regioni dovrebbe effettuarsi secondo i desideri delle popolazioni. E’ ai popoli che spetta di pronunciarsi liberamente sulle loro reciproche affinità. L’ultima parola deve restare al principio di autodeterminazione». E autoderminazione significa, in concreto, far scegliere al popolo, con referendum, fra tre opzioni: la situazione esistente; la secessione con annessione a un altro stato; la secessione con riconoscimento di una propria sovranità quale popolo distinto. Heraud insiste sulla piena legittimità di questa opzione: «Le popolazioni prive di sovranità statuale non costituiscono delle entità originarie meno rispettabili delle popolazioni costituite in stato». Ed Heraud presenta un piano operativo di referendum per l’autodeterminazione, cominciando coi popoli che «costituiscono un problema», come i sud tirolesi, e con le regioni etnicamente più omogenee. Una commissione scientifica di etnologi, linguisti, storici, eccetera, delimiterà il territorio da consultare.
Solo dopo i referendum, e con i popoli «liberati», si potrà mettere mano all’elaborazione della costituzione europea «perché ciascun popolo possa partecipare all’opera costituente, impegnarsi liberamente e con ciò sentirsi legato».
Ma anche quel legame sarà revocabile, perché diritto di libera determinazione dovrà essere garantito dalla costituzione stessa.
LIBERI NELLE COMUNITÀ LOCALI
Guy Heraud non era isolato e il suo modello di Europa era condiviso da molti: lo svizzero Denis de Rougemont, nel ’68 sosteneva tesi analoghe: «Gli stati sono troppo piccoli e troppo grandi. Troppo piccoli se si guardano su scala mondiale, troppo grandi se giudicati in base alla loro incapacità di animare le loro regioni e di offrire ai loro cittadini una reale partecipazione alla vita politica. Poiché sono troppo piccoli, gli stati-nazione dovrebbero federarsi su scala continentale; e poiché sono troppo grandi dovrebbero federalizzarsi al loro interno». Più tardi, nel ’79, ribadirà che l’evoluzione federalista degli stati, con l’autonomia delle regioni, è preliminare alla costituzione su scala continentale di un’Europa delle Regioni, per l’opposizione insuperabile che opporrebbero degli stati centralizzati. D’altra parte solo localmente si può sviluppare la democrazia: «Soltanto nelle comunità locali e regionali - sosteneva de Rougemont - l’uomo e la donna possono far sentire la loro voce ed essere liberi, perché responsabili». Se muore la cultura europea... Oggi, a più di trent’anni di distanza, il problema dell’Europa si ripropone: l’Unione Europea è un’emanazione burocratica degli stati, e persiste l’identificazione ottocentesca giacobina dello stato con la nazione. I popoli, le nazionalità vere, continuano ad essere ignorati dalle istituzioni, europee e statali.
Non è comunque indifferente la strada che prenderà il processo di unificazione europea e se la strada continuerà ad essere quella statalista, burocratica e accentratrice, il rischio concreto sarà, per i popoli d’Europa, la rapida decadenza. Prevarrà l’omologazione culturale sotto il dominio dei poteri forti economici e continuerà l’egemonia Usa, contrabbandata come “mondialismo”. L’Europa rischierà di ridursi a una moltitudine che non è comunità, sradicata nei suoi valori e nella sua storia. Quell’Europa senz’anima che nel 1948 il poeta inglese Thomas Stearns Eliot invitava a rifiutare con forza: «Non vi può essere cultura europea dove tutti i paesi vengano ridotti ad una identità indifferenziata» e se muore la cultura europea, che è la spiritualità dell’Europa, «quel che organizzerete non sarà l’Europa ma unicamente una massa di esseri umani che parla diverse lingue. E non vi sarà più alcuna giustificazione perché essi continuino a parlare diverse lingue, poiché non avranno più nulla da dire che non si possa dire in una lingua sola...». E, come scriveva nel ’19 un altro poeta, Paul Valéry, «vedremo infine apparire il miracolo di una società animale, un perfetto e definitivo formicaio».




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