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    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito La Guerra Segreta All’iraq

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    di John Pilger

    John Pilger, giornalista australiano trapiantato a Londra, è stato inviato di guerra in molti paesi, fra cui il Vietnam, la Cambogia, Timor Est.
    E’ autore di numerosissimi articoli, libri e documentari.
    Fra questi ultimi ricordiamo Paying the Price: Killing the Children of Iraq: una straordinaria denuncia delle condizioni degli effetti dell’embargo all’Iraq sulla popolazione civile.
    L’articolo che pubblichiamo di seguito nella traduzione italiana è apparso il 20 dicembre sul quotidiano britannico Daily Mirror.

    L’attacco americano e britannico all’Iraq è già cominciato. Mentre il governo Blair continua a sostenere in parlamento che "non è stata presa nessuna decisione definitiva", la Royal Air Force e i bombardieri americani hanno cambiato segretamente tattica e intensificato i loro "pattugliamenti" sull’Iraq fino a un assalto generalizzato su obiettivi sia militari che civili.

    I bombardamenti americani e britannici sull’Iraq sono aumentati del 300%. Fra marzo e novembre, secondo le repliche del Ministero della Difesa ai parlamentari, la RAF ha sganciato più di 124 tonnellate di bombe.

    Da agosto a dicembre, ci sono stati 62 attacchi di aerei americani F-16 e di Tornado della RAF – una media di un bombardamento ogni due giorni. E’ stato detto che questi erano mirati alle "difese aeree" irachene, ma molti sono caduti su aree densamente popolate, dove le morti di civili sono inevitabili.

    Secondo la Carta delle Nazioni Unite e le convenzioni belliche e il diritto internazionale, gli attacchi equivalgono ad atti di pirateria: non differiscono, in linea di principio, dal bombardamento della Lutwaffe tedesca in Spagna negli anni ’30, che fu il preludio della sua invasione dell’Europa.

    I bombardamenti sono una "guerra segreta" che raramente ha fatto notizia. Dal 1991, e specialmente negli ultimi quattro anni, sono stati incessanti e adesso sono considerati la più lunga campagna anglo-americana di bombardamenti aerei dalla seconda guerra mondiale.

    I governi americano e britannico la giustificano sostenendo che essi hanno un mandato dell’Onu per sorvegliare le cosiddette "no-fly zone" da essi dichiarate dopo la guerra del Golfo. Essi dicono che queste "zone", che danno loro il controllo della maggior parte dello spazio aereo iracheno, sono legali e sostenute dalla risoluzione 688 del Consiglio di Sicurezza.

    Ciò è falso. Non ci sono riferimenti alle no-fly zone in nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

    Per essere sicuro di questo, l’ho chiesto al dr. Boutros Boutros-Ghali, che era Segretario Generale dell’Onu nel 1992, quando venne approvata la risoluzione 688. "La questione delle no-fly zone non venne sollevata e perciò non fu discussa: non una parola", ha detto. "Esse non offrono alcuna legittimità a paesi che mandano i loro aerei ad attaccare l’Iraq."

    Nel 1999, Tony Blair sostenne che le no-fly zone consentivano a Stati Uniti e Gran Bretagna di svolgere "un ruolo umanitario vitale" nel proteggere i kurdi nel nord dell’Iraq e gli "arabi delle paludi" nel sud.

    In realtà, gli aerei americani e britannici hanno effettivamente fornito una copertura alle ripetute invasioni del nord Iraq kurdo da parte della vicina Turchia.

    La Turchia è decisiva per l’ "ordine mondiale" americano. Sentinella dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, è un membro della Nato e il destinatario di miliardi di dollari in armi e attrezzature militari americane. E’ anche il luogo in cui si trovano le basi dei bombardieri americani e britannici.

    Una insurrezione di lungo periodo da parte della popolazione kurda di Turchia è considerata da Washington come una minaccia alla "stabilità" della "democrazia" turca, che è una copertura per il suo esercito che è fra i peggiori violatori di diritti umani al mondo. Centinaia di migliaia di kurdi di Turchia sono stati costretti alla fuga e 30.000 secondo le stime sono stati uccisi. La Turchia, a differenza dell’Iraq, è "nostra amica".

    Nel 1995 e 1997, 50.000 soldati turchi, appoggiati da carri armati e aerei da combattimento, hanno occupato quello che l’Occidente chiama "rifugio sicuro kurdo".

    Essi hanno terrorizzato villaggi kurdi e ucciso civili. Nel dicembre 2000, sono tornati, commettendo le atrocità che l’esercito turco commette con immunità contro la propria popolazione kurda.

    Per entrare nella "coalizione" Usa contro l’Iraq, il regime turco verrà ricompensato con una mazzetta di 6 miliardi di dollari. Delle invasioni della Turchia si parla di rado in Gran Bretagna. La collusione del governo Blair è così grande che, praticamente all’insaputa del parlamento e del pubblico britannico, la RAF e gli americani hanno, di quando in quando, sospeso intenzionalmente i loro pattugliamenti "umanitari" per permettere ai turchi di continuare a uccidere i kurdi in Iraq.

    Nel marzo dello scorso anno, piloti della RAF che pattugliano la "no-fly zone" nel Kurdistan iracheno hanno protestato pubblicamente per la prima volta per la complicità loro imposta nella campagna turca. I piloti si lamentavano del fatto che veniva loro frequentemente ordinato di rientrare alla base in Turchia per permettere all’aviazione turca di bombardare proprio la gente che essi dovevano "proteggere".

    Parlando in condizioni di anonimità con il dr. Eric Herring, docente di politica all’Università di Bristol e specialista delle sanzioni all’Iraq, i piloti hanno detto che, ogni qualvolta i turchi volevano attaccare i kurdi in Iraq, le pattuglie della RAF venivano richiamate alla base e al personale di terra veniva detto di spegnere i radar, in modo che gli obiettivi dei turchi non fossero visibili. Un pilota britannico ha riferito di aver visto la devastazione dei villaggi kurdi provocata dagli attacchi una volta ripreso il suo pattugliamento.

    Anche ai piloti americani che volano in tandem con quelli britannici viene ordinato di invertire la rotta e tornare in Turchia per permettere ai turchi di devastare i "rifugi sicuri" kurdi.

    "Si vedevano arrivare F-14 e F-16 turchi, caricati al massimo di munizioni", ha detto un pilota al Washington Post. "Poi uscivano mezz’ora dopo con le munizioni esaurite." Quando gli americani tornavano nello spazio aereo iracheno, ha detto, vedevano "villaggi in fiamme, molto fumo e fuoco."

    I turchi non fanno molto di più degli aerei americani e britannici nella loro finzione umanitaria.

    La vera portata dei bombardamenti anglo-americani è sorprendente, con la Gran Bretagna socio di minore importanza.

    Nei 18 mesi fino a gennaio 1999 (l’ultima volta che sono stato in grado di confermare cifre ufficiali americane) gli aerei americani hanno effettuato 36.000 sortite sull’Iraq, comprese 24.000 missioni da combattimento.

    Il termine "combattimento" è assai ingannevole. L’Iraq non ha praticamente aviazione né difese aeree moderne. Perciò, "combattimento" significa sganciare bombe o lanciare missili su infrastrutture che sono state devastate da 12 anni di embargo.

    Il Wall Street Journal, la vera voce dell’establishment americano, lo ha descritto eloquentemente quando ha scritto che gli Usa avevano di fronte "un autentico dilemma" in Iraq. Dopo otto anni di imposizione di una no-fly zone nel nord (e nel sud) dell’Iraq, rimanevano pochi obiettivi. "Siamo arrivati all’ultima capanna", protestava un funzionario americano.

    Ho visto i risultati di questi attacchi. Mentre andavo in macchina dalla città di Mosul, nel nord, tre anni fa, ho visto i resti di un serbatoio d’acqua agricolo e di un camion, crivellati di fori di proiettili, frammenti di missile, una scarpa e la lana e gli scheletri di circa 150 pecore.

    Una famiglia di sei persone, un pastore, suo padre e sua moglie e quattro figli erano stati fatti a pezzi qui. Era aperta campagna, senza alberi: un paesaggio lunare. Il pastore, la sua famiglia e le sue pecore sarebbero stati chiaramente visibili dal cielo.

    Il fratello del pastore, Hussain Jarsis, acconsentì a incontrarmi nel cimitero in cui è sepolta la famiglia. Arrivò su una vecchia Toyota con la vedova, curva per il dolore, col volto coperto. Teneva la mano dell’unico figlio rimasto, e si misero a sedere accanto ai cumuli di terra che sono le tombe dei quattro bambini. "Voglio vedere il pilota che ha ucciso i miei figli", urlò verso di noi.

    Il fratello del pastore mi disse: "Ho sentito delle esplosioni, e quando sono arrivato per cercare mio fratello e la sua famiglia, gli aeroplani volteggiavano sulle nostre teste. Non avevo raggiunto la strada principale quando c’è stato il quarto bombardamento. Gli ultimi due missili li hanno colpiti.

    Allora non potevo capire cosa stava succedendo. Il camion era in fiamme. Era un camion grande, ma era fatto a pezzi. Non ne restava nulla, tranne i pneumatici e la targa.

    Abbiamo visto tre cadaveri, ma il resto erano solo parti di corpi. Con l’ultimo missile, ho potuto vedere le pecore saltare in aria."

    Non si è saputo se a fare questo siano stati aerei americani o britannici. Quando particolari dell’attacco furono riferiti al Ministero della Difesa di Londra, un funzionario disse: "Ci riserviamo il diritto di compiere azioni vigorose se minacciati." Questo attacco fu importante, perché venne indagato e verificato dal più alto funzionario delle Nazioni Unite in Iraq all’epoca, Hans von Sponeck, che si recò là in macchina appositamente da Baghdad.

    Egli confermò che niente nelle vicinanze somigliava a una installazione militare.

    Von Sponeck registrò le sue conclusioni in un documento interno confidenziale intitolato "Attacchi aerei sull’Iraq", preparato dalla Sezione Sicurezza delle Nazioni Unite (UNOHCI).

    Egli confermò inoltre dozzine di attacchi simili e questi sono documentati: attacchi a villaggi, a un molo da pescatori, nei pressi di un deposito di derrate alimentari dell’Onu. Gli attacchi erano così regolari che von Sponeck ordinò di sospendere i convogli umanitari dell’Onu tutti i pomeriggi.

    Per questo motivo, von Sponeck, un alto funzionario delle Nazioni Unite con una carriera onorevole in tutto il mondo, si fece nemici potenti a Washington e a Londra.

    Gli americani chiesero che Kofi Annan, il Segretario Generale dell’Onu, lo licenziasse e rimasero sorpresi quando Annan sostenne il suo principale rappresentante in Iraq.

    Tuttavia, alcuni mesi dopo, von Sponeck sentì che non poteva più gestire un programma umanitario in Iraq che era minacciato sia dai bombardamenti illegali che da una politica americana che intenzionalmente bloccava le forniture umanitarie.

    Si dimise per protesta, come aveva fatto il suo predecessore, Denis Halliday, assistente Segretario

    Generale delle Nazioni Unite. Halliday definì l’embargo a guida Usa-Gb "genocida".

    Adesso è chiaro dai documenti ufficiali che gli Stati Uniti si stanno preparando a un possibile massacro in Iraq. La "Dottrina per operazioni urbane congiunte" del Pentagono dice che, a meno che Baghdad non cada rapidamente, essa deve essere oggetto di una "potenza di fuoco schiacciante". La resistenza di Stalingrado nella seconda guerra mondiale viene data come "lezione".

    Bombe a frammentazione, bombe "bunker" a penetrazione profonda e uranio impoverito verranno quasi certamente usati. L’uranio impoverito è un’arma di distruzione di massa. Impiegato per il rivestimento di missili e granate da carro armato, la sua forza esplosiva spande radiazioni su un’area vasta, specialmente nella polvere del deserto.

    Il professor Doug Rokke, il fisico dell’esercito americano incaricato di bonificare il Kuwait dall’uranio impoverito, mi disse: "Sono come la maggior parte della gente del sud dell’Iraq. Ho 5.000 volte in corpo il livello di radiazioni raccomandato. Quello che vediamo adesso, problemi respiratori, problemi ai reni, tumori sono il risultato diretto. La discussione sul fatto che esso sia o no la causa di questi problemi è fabbricata. La mia stessa cattiva salute ne è un testamento."

    L’arma di distruzione di massa più devastante è stata brevemente fra le notizie la settimana scorsa, quando l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla condizione dell’infanzia nel mondo.

    Il costo umano dell’embargo a guida americana all’Iraq è spiegato chiaramente in statistiche che non hanno bisogno di commenti.

    "Il tasso di mortalità infantile in Iraq è quasi triplicato dal 1990 a livelli che si trovano in alcuni dei paesi meno sviluppati del mondo", dice il rapporto.

    "La regressione del paese nell’ultimo decennio è di gran lunga la più grave dei 193 paesi esaminati. L’Unicef dice che un quarto dei bambini iracheni sono oggi sottopeso e che più di un quinto hanno un arresto della crescita da malnutrizione."

    In base alle normative dell’embargo agli iracheni è consentito meno di 100 sterline a persona con cui sostenersi per un anno intero.

    A oggi, il costo degli attuali bombardamenti "segreti" e illegali britannici dell’Iraq è di un miliardo di sterline

  2. #2
    Hanno assassinato Calipari
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    GEN. ZINNI: GUERRA ALL’IRAQ NON E’ UNA PRIORITA’, SADDAM PUO’ ESSERE CONTENUTO

    Le voci di coloro che sono contrari a una guerra all’Iraq diventano sempre più numerose e insospettabili.

    A rinforzare il campo già nutrito dei militari, l’inviato del Dipartimento di Stato in Medio Oriente, generale Anthony Zinni.

    Zinni, già capo del Comando Centrale delle forze Usa in Medio Oriente, è un militare decorato con la medaglia al valore che ha combattuto in Vietnam, nella Guerra del Golfo e in Somalia.

    Il 17 ottobre la rivista americana on line Salon ha pubblicato una sua conversazione con il pubblico in occasione del suo intervento alla conferenza annuale del Middle East Institute a Washington, di cui riportiamo di seguito ampi brani nella traduzione italiana.

    Che livello di truppe pensa che dovremmo impiegare per condurre una operazione in Iraq?

    Sono un sostenitore della dottrina di Colin Powell: usare una forza schiacciante. Come militare, mi si rizzano i capelli all’idea di far affidamento su forze piccole e forze surrogate (…) questo può farci risucchiare in città e in luoghi in cui ci sarebbero ancora a combatterci delle unità che normalmente non lo farebbero se avessimo il dominio schiacciante della situazione.

    (…)

    Pensa che la guerra sia inevitabile? Pensa che stiamo correndo verso la guerra all’Iraq senza studiarne le conseguenze?

    Non sono convinto che abbiamo bisogno di far questo adesso. Sono convinto che dovremo affrontare Saddam Hussein più in là, ma penso che il periodo sia difficile per le condizioni nella regione e tutti gli altri eventi che stanno accadendo. Penso che Saddam possa essere trattenuto e che sia contenibile in questo momento.

    (…)

    Penso che alla fine bisognerà affrontare Saddam. Questo può avvenire in molti modi. Può accadere semplicemente che si spenga lentamente, che passi a miglior vita, che in Iraq succeda qualcosa che cambi le cose, che egli diventi meno potente, o che gli ispettori che entreranno portino a termine effettivamente qualcosa ed elimino potenziali armi di distruzione di massa – ma ne dubito – che ci potrebbero essere.

    Il punto è come ordinare le priorità e affrontarle in modo intelligente in modo da fare per prime le cose che vanno fatte per prime prima di passare a cose che vengono al secondo e terzo posto. Se dovessi darvi le mie priorità fra le cose che possono cambiare per il meglio in questa regione [il Medio Oriente NdR], questo è soprattutto il processo di pace in Medio Oriente e il rimetterlo sulla giusta strada.

    Secondo, è garantire che la riforma o la moderazione dell’Iran vadano avanti, cercando di aiutare e sostenere coloro che stanno cercando di effettuare questo cambiamento nel miglior modo possibile. Questo richiederà molta intelligence e lavoro accurato.

    La terza priorità è essere sicuri che in quei paesi verso il cui cambiamento ci siamo adesso impegnati, come l’Afghanistan e quelli dell’Asia Centrale, noi investiamo ciò che è necessario in termini di risorse per fare accadere questi cambiamenti.

    Quarto è aggiustare quelle relazioni che sono diventate tese, e quinto riallacciare i rapporti con la gente. (…) Vorrei assumere queste priorità prima di questa [L’Iraq NdR] .

    La mia opinione personale, ed è solo personale, è che ritengo che non sia la priorità numero 1. Può essere la sesta o la settima (…).

    Voglio la sua opinione su cosa vogliono gli iracheni. Saluteranno le nostre truppe come liberatori?

    Penso che, ancora una volta, a seconda di come andranno le cose, se sarà una guerra breve con distruzioni minime, ci sarà una euforia iniziale per il cambiamento. E’ sempre quello che accade dopo che è duro. Ero con le prime truppe che entrarono in Somalia. Fummo salutati come eroi per le strade. La gente amava vederci; quando veniva distribuito il cibo, data l’acqua, fornite le medicine, eravamo eroi.

    Dopo un mese che eravamo là, venne a trovarmi qualcuno che diceva che c’era un gruppo di somali importanti che volevano parlarmi. Li incontrai. La prima cosa che mi chiesero era che eravamo lì da un mese, non avevamo iniziato un programma per l’occupazione, e quando avremmo cominciato a sistemare l’economia.

    Beh, non sapevo che fosse responsabilità della mia unità di marines fare questo.

    Le aspettative crescono rapidamente. L’euforia iniziale può esaurirsi. La gente pensa che la democrazia jeffersoniana, l’economia imprenditoriale e tutte queste grandi cose verranno. Se non vengono date immediatamente, non sembrano essere in arrivo, e, peggio, se la situazione inizia a deteriorarsi – se ci sono vendette tribali, spaccature fra fazioni, ancora elementi violenti nel paese che fanno dichiarazioni che rendono il tutto più difficile, istituzioni che sono difficili da ricostruire, danni alle infrastrutture, penso che l’euforia iniziale potrebbe diminuire.

    Il fatto non è di venire salutati per le strade come eroi; il fatto è se si viene ancora salutati come eroi a distanza di un anno

    Crede che l’Iraq sia la partita finale, o è solo il preludio per un impegno in Iran, Siria e Arabia Saudita come alcuni giornalisti hanno ipotizzato? Se c’è questo ruolo che si amplia per gli Stati Uniti nella regione, abbiamo le forze militari necessarie e altre risorse per affrontare questo tipo di mega-coinvolgimento?

    Io ho un paio di eroi. Uno è George C. Marshall, un grande generale che ci ha guidati alla vittoria in una grande guerra. Guardate cosa ha fatto il generale dopo la guerra. Non ha cercato di combattere altre guerre; non ha cercato di lasciare la situazione nella condizione in un posto in cui queste guerre si sarebbero rialimentate da sole.

    Guardate il Generale MacArthur in Giappone. Era un uomo che aveva sofferto a Bataan e Corregidor [località delle Filippine dove le forze americane subirono fortissime perdite durante la seconda guerra mondiale NdR] e aveva perso le sue truppe contro un nemico orribile. Egli tese la mano al popolo giapponese e usò altri mezzi per ricreare stabilità e prosperità. Guardate i generali Grant e Lee, dove Grant volle la più mite delle rese, in cui fosse mantenuta la dignità e dove potessero esserci l’amicizia e il legame, dove Robert E. Lee non volle andare in montagna e combattere guerre di guerriglia. Sapeva che era tempo di guarigione e di far questo al livello migliore.

    Come questi generali, che erano molto più grandi di me, non penso che la violenza e la guerra siano la soluzione. Ci sono momenti in cui, con riluttanza, come ultima risorsa, si deve andare in guerra.

    Vi dirò che ai miei tempi non ho mai visto venir fuori dal combattere niente che valesse la battaglia. Sono certo che mio fratello, che ha prestato servizio in Corea, i miei cugini che sono stati nel Pacifico e in Europa nella seconda guerra mondiale, e mio padre che ha combattuto per questo paese nella prima guerra mondiale con l’altro 12% di immigrati italiani che hanno prestato servizio nella fanteria tutti possono avere punti di vista diversi sulle loro guerre.

    Le guerre che ho visto furono gestite male. Porto con me una citazione dal libro di Robert McNamara In Retrospect. Sfortunatamente esso fu scritto 30 anni dopo una guerra che ha messo 58.000 nomi su quel muro

    [il Vietnam Veterans Memorial di Washington: un muro dove sono scritti oltre 58.000 nomi di militari americani caduti in Vietnam NdR], e ha fatto soffrire a 350.000 di noi ferite che hanno annientato molte vite.

    Egli disse: "Una ragione per cui le amministrazioni Kennedy e Johnson non assunsero un approccio ordinato, razionale alla questione fondamentale alla base del Vietnam era la varietà e complessità sconcertante di altri problemi che avevamo di fronte. Messa semplicemente, avevamo di fronte una bufera di problemi. C’erano solo 24 ore in una giornata, e spesso non avevamo tempo per pensare in modo giusto."

    Beh, signor McNamara, le mie 24 ore al giorno e quelle delle mie truppe stavano a sanguinare in una giungla calda da far sudare per questi errori.

    Quando diede le dimissioni, nel 1968, non volle farlo in modo da opporsi apertamente alla guerra. Di quella guerra restarono ancora molti anni, e vi furono molte altre vittime. Vorrei che egli avesse difeso quel principio.

    Vorrei dirvi soltanto che se guardiamo a questo come all’inizio di una catena di eventi, il che significa che intendiamo risolverlo attraverso una azione violenta, siamo sulla strada sbagliata. Prima di tutto, non credo che ciò sia necessario. Secondo, penso che la guerra e la violenza siano davvero un’ultima risorsa, e dobbiamo essere accorti su come l’applichiamo, specialmente adesso nella nostra posizione nel mondo.

    Parlare di ultime risorse è una questione molto difficile e non è una a cui si possa rispondere qui; in realtà tocca a un altro paese. Cosa pensa che dovrebbe fare Israele se venisse colpito con armi non convenzionali?

    Penso che ogni paese abbia il diritto di difendersi, e che ogni paese abbia quel diritto riservato di proteggere i suo abitanti. Non penso che si possa imporre a nessun paese quale dovrebbe essere la sua reazione. E’ una decisione politica che deve prendere la sua leadership. Il primo ministro dovrà prendere questa decisione secondo quanto ritiene sia nel migliore interesse del suo popolo e nel suo. Non c’è dubbio che questo verrà messo alla prova.

    Generale, come pensa che influirà la guerra all’Iraq sugli alleati regionali, in particolare Pakistan, Egitto, Giordania e Arabia Saudita?

    Penso che il Pakistan sarà estremamente preoccupato che noi si possa essere distratti dal subcontinente [indiano NdR], dall’Asia Centrale e dall’Afghanistan. C’è la possibilità che esso incoraggi o inciti estremisti in quella regione e nel loro paese a reagire. Guarderanno, penso nervosamente, per vedere se rimaniamo impegnati, se siamo capaci di gestire due o più fronti.

    Per la Giordania e l’Egitto, se la guerra si prolunga, le reazioni della strada saranno molto pericolose per entrambi i regimi e possono presentare problemi notevoli nelle loro capacità di sostenere e affrontare problemi che possono emergere dalla loro gente. Penso che l’Arabia Saudita ci sosterrà. Penso che avranno molte difficoltà con la decisione di starci, a meno che non venga data una motivazione chiara. In tutti questi paesi sarà di aiuto che ci sia una chiara risoluzione dell’Onu a sostenerci: possono farlo in nome delle Nazioni Unite. Penso che in tutti i casi il problema più grosso sarà interno. Le immagini che arriveranno e bruceranno in tutta la regione decideranno i maggiori problemi con cui ognuno di questi dovrà avere a che fare.

    Può definire il successo e il fallimento nel contesto di una operazione militare?

    Beh, il successo in una operazione militare non è definito solo in termini militari. Abbiamo cercato di farlo in Vietnam contando i morti e non ha funzionato. Il successo in una operazione militare deve essere misurato dal successo degli obiettivi politici che si vogliono ottenere.

    Penso che il successo non sarà misurato da ciò che avviene in battaglia. Spererei in un contesto militare che le vittime siano minime in generale, che la distruzione sia ridotta al minimo, e che la rapida conclusione dei combattimenti avvenga in modo da non creare odi duraturi, attriti o problemi di sicurezza nella regione.

    Ma il successo militare di questo è solo l’inizio dell’inizio. Quello che finirà per essere un fattore decisivo rispetto al fatto che questo sia un successo sarà ciò che accadrà in Iraq in seguito, se l’Iraq reggerà come una nazione democratica autosufficiente, pluralista, con il territorio intatto, che non minaccia i vicini e ripudia le armi di distruzione di massa. Tutte queste parti componenti saranno difficili da rimettere insieme. Sarà questa la misura del successo.

    Non credo che abbiamo mai perso una battaglia in Vietnam. Non credo che abbiamo mai perso una battaglia in Somalia. Non credo che abbiamo mai davvero perso una battaglia una volta che ci siamo impegnati in Corea, ma non abbiamo risolto le situazioni politicamente nel modo in cui volevamo in ognuno di questi casi.

    Così il successo militare, in sé e per sé, non è mai la risposta completa. Il successo dovrà essere misurato non in termini militari ma in termini politici in ciò che si lascia dietro di sé Sarà quello il segno di quello che siamo: quello che ci lasceremo dietro.

  3. #3
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    Tutte notizie che già sapevamo…… le riportano ogni giorno i nostri giornali indipendenti e le nostre televisioni pubbliche e private…….ovviamente se avanza tempo e spazio dopo averci intrattenuto sul raffreddore del premier…..e anche vespa e Santoro, sempre cosi obiettivi, hanno fatto molti dei loro programmi su questi fatti
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

 

 

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