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    Predefinito Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    E' comparso ieri sera sul social network e stamane è stato cancellato
    Altri gruppi con oltre cinquecento adesioni ne hanno chiesto l'immediata eliminazione
    Su Facebook un gruppo agghiacciante
    "Esultiamo per i militari morti a Kabul"


    ROMA - Un gruppo su Facebook di persone che "esultano per la morte dei militari italiani a Kabul". E' nato ieri sera, fondato da una sedicente ragazza bionda (foto probabilmente falsa) che si fa chiamare Sofia B. Questa mattina è già stato rimosso e cancellato dagli amministratori del social network con la seguente spiegazione: "Questo messaggio presentava contenuti che sono stati rimossi o resi invisibili in base alle impostazioni sulla privacy". Al suo posto ci sono quattro altri gruppi con circa cinquecento adesioni complessive che ne chiedono l'immediata eliminazione.

    Ma davvero alcune persone possono essere così folli da esultare per la strage di Kabul? Il mistero, per ora, resta. Gli esperti di Facebook dicono che tutte le ipotesi sono valide: dall'estremismo politico (ma il linguaggio non sembrava quello tipico di questi settori), alla provocazione volta a suscitare reazioni giustamente inferocite e a far agire la censura di Facebook, alla goliardata cretina.
    (18 settembre 2009)

    Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul" - esteri - Repubblica.it
    Corsi e ricorsi storici... evidentemente gli insegnamenti di alcuni idioti hanno avuto i loro frutti....
    Non dimentichiamo!!!



    Tra gli slogan: «Sharon terrorista»
    Corteo anti Israele, bandiere bruciate
    A Roma in piazza per la Palestina Pdci, Verdi e Cobas. E c’è chi grida «10, 100, 1000 Nassiriya

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    ROMA - Bandiere che bruciano, si sciolgono. Quella d’Israele, quella degli Stati Uniti. La danza eccitata di due ragazzi. Nemmeno il volto coperto. Nemmeno una kefia. Solo sghignazzi e saltelli sotto gli obiettivi dei fotografi. La scena finale della manifestazione in favore della Palestina è questa. Brutta scena. Sul limitare di piazza Venezia. Davanti a un plotone di carabinieri e a una comitiva di seminaristi francesi.

    I carabinieri, nervosi. Nell’orecchio, un coro già sentito altre volte: «Dieci/cento/mille Nassiriya». Un coro infame. Uno solo. E anche lì: a gridare, nemmeno in dieci. Gli altri, in passo lento e tollerante. Compreso Marco Ferrando. Che prova, ancora, a giustificare: «È uno slogan che esiste ben prima della mia intervista al Corriere ». Però quando è entrato nel corteo, per lui ci sono stati applausi e grida di evviva. La faccia di Ferrando sotto le bandiere dei Comunisti italiani e dei Cobas. Le altre barbe sono sui poster. Di Ernesto Che Guevara. E di Yasser Arafat. Alla memoria del leader palestinese scomparso, cambiano il nome a via Cavour. Attaccano manifesti che sembrano targhe. Gente che ride, da un albergo certi si affacciano e salutano. Corteo così, come vi sembra: non grande, improvvisato, non intenso. Ma meno esile del previsto. Ventimila persone per gli organizzatori, mille per la questura: un balletto di cifre che, stavolta, non ha comunque troppo senso. Perché quello che c’è di politicamente rilevante, dopo le polemiche della vigilia, bisogna andarselo a cercare dietro allo striscione principale.

    La conta dei presenti: ecco il verde Paolo Cento, ecco i vertici dei Comunisti italiani, Marco Rizzo e Oliviero Diliberto. «Io non li ho sentiti quei cori sui carabinieri caduti a Nassiriya, ma, se ci sono stati, è un orrore. Che, spero, non venga strumentalizzato». Si avvicina Cento: «Quei cori e quelle bandiere bruciate sono un esercizio di imbecillità politica. Chiarito questo, mi piace pensare che, dopo i guai provocati da Calderoli, questo corteo rappresenti un ponte verso il Medio Oriente». C’è anche il gonfalone di Marano, con il sindaco Mauro Bertini, che a novembre si rifiutò di intitolare una strada ai «Martiri di Nassiriya».

    Poi donne arabe con il velo e la musica assordante dei centri sociali. Piero Bernocchi, gran capo dei Cobas, è costretto ad alzare la voce: «Hamas? Ci sono momenti, purtroppo, in cui l’uso della violenza è inevitabile». Seguono cori di questo tipo: «Sabra e Shatila/ strage falangista/ è Ariel Sharon/ il vero terrorista». Oppure: «I popoli in rivolta/ scrivono la storia/ Intifada/ fino alla vittoria».

    Immediato il comunicato di condanna della Comunità ebraica. Mentre sorprende uno striscione di Rifondazione: «Siamo della federazione di Bologna». Nunzio D’Erme, leader degli antagonisti romani, ironico: «Per Fassino, Rutelli e Bertinotti non sarebbe dovuto venire nessuno... e invece...». Ecco, a proposito: Marco Rizzo annuncia che «i proventi della querela» presentata contro Franco Giordano, dopo le polemiche scatenate dall’assenza di Bertinotti a questa manifestazione, «saranno devoluti a Cuba e alla Palestina». Il corteo rallenta. «Ma non dovevamo arrivare fino a piazza Santi Apostoli?». Dovevate. Sono arrivati prima i gay e le lesbiche. Protestano davanti alla sede dell’Unione. Aspettano Prodi.
    Fabrizio Roncone
    19 febbraio 2006
    http://www.corriere.it/Primo_Piano/P...istraele.shtml
    «Sparare ai nostri soldati? Un diritto degli iracheni»
    Ferrando: Nassiriya fu un caso di resistenza armata

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    ROMA— Allora, si candida? «Con Bertinotti c’è stato un chiarimento». Nel senso che ha fatto marcia indietro sul Medio Oriente? Bertinotti l’ha avvertita: ci sono limiti insuperabili. E Fassino dice che se non rettifica, lei potrebbe anche saltare...
    «La situazione non è cambiata. Io rispetto la posizione della maggioranza di Rifondazione. Ma continuerò a dare battaglia nel partito, perché le mie convinzioni rimangono».
    Quali? Quelle su Israele-creatura- artificiale e su Prodi-maggiordomo- dalle-banche? «Sono quindici anni che dico queste cose. Ho scritto valanghe di documenti. Leggetevi quelli». Basta cliccare. Enciclopedia Wikipedia, vedi alla voce «Marco Ferrando (Genova, 1955), dirigente politico».
    Ex bordighista, già bolscevico-leninista, poi demoproletario. Trotzkista: «... Nel Prc ha come capisaldi programmatici la critica alla maggioranza di Bertinotti e alla non-violenza (assunta dalla maggioranza stessa come metodo di lotta)... ».
    Critica alla non-violenza? Una volta se l’è presa perfino col povero Gandhi, servo degli imperialisti contro gli zulu... «Il 41% di Rifondazione, non solo io, critica il metodo non-violento. I popoli oppressi devono esercitare la lotta per l’emancipazione con strumenti adatti e non possono costruire il futuro in base a un astratto pregiudizio filosofico. Anche perché dall’altra parte ci sono sempre grandi poteri che usano la violenza. Però sia chiaro: noi siamo contro forme di lotta come il terrorismo ».
    Intifada sì, kamikaze no? «Sta scherzando? Noi sosteniamo tutte le intifade, le grandi sollevazioni dal Medio Oriente all’America Latina. Intifade che naturalmente non sono dei pranzi di gala».
    E la resistenza irachena? «Questione più complessa. C’è un diritto sacrosanto all’autodeterminazione e a resistere a forze d’occupazione militare che stanno lì per interessi colonialistici. Poi ci sono diverse concezioni, tra movimenti di resistenza popolare e fondamentalisti. E la resistenza popolare armata è cosa diversa dal terrorismo contro la popolazione civile».
    Il terrorismo contro i civili. Ma contro i militari? «La lotta armata contro l’occupazione militare è giusta. Noi siamo per la fusione della rivolta contro l’occupazione straniera imperialistica e le lotte sociali dei lavoratori iracheni».
    Quindi è giusto sparare anche sui soldati italiani? «Noi siamo per la rivendicazione del diritto alla sollevazione popolare irachena contro le nostre truppe. Tutti gli episodi in cui ci sono stati nostri caduti, rientrano in tutto e per tutto nelle responsabilità d’una missione militare al servizio dell’Eni ».
    Lei sta dicendo che i nostri soldati morti a Nassiriya erano servi dell’Eni. «Questo l’ha detto un documento riservato prodotto dal ministero delle Autorità produttive di Antonio Marzano, sei mesi prima della guerra, in cui si sosteneva un interesse attivo dell’Eni ad andare a Nassiriya perché lì c’era la partita del petrolio. E questa è la posizione del 41% di Rifondazione, che non è soddisfatto del programma dell’Unione: dall’Iraq ci si deve ritirare e basta, senza condizioni. Io sono contro qualsiasi missione militare all’estero, nei Balcani come in Afghanistan, con o senza Onu».
    Ma a Gaza o in Bosnia, i nostri vigilano su accordi di pace... «Non esistono interventi militari umanitari o sopra le parti. Sono sempre funzionali a interessi di parte».
    Su Israele, non teme d’essere paragonato a uno come l’iraniano Ahmadinejad? «Ma che cosa dice? Io sto agli antipodi! Non civetto con posizioni antisemite. La rivolta del Ghetto di Varsavia fu fatta anche da trotzkisti. In Israele ci sono amici ebrei che sostengono le nostre posizioni. Molti compagni hanno subìto in Iran galera e torture. Io difendo il diritto degli ebrei all’autodeterminazione. E Hamas è una seria ragione di preoccupazione per i palestinesi. Questo però non toglie che Israele sia uno Stato artificiale. E le mie critiche sono alla sua forma profondamente confessionale, al primato aggressivo del suo apparato militare, al fattore propulsivo del suo espansionismo, alla negazione dei diritti di ritorno e perfino di voto della maggioranza araba».
    Lei definisce Prodi amico della Fiat e delle banche. Attacca il centrosinistra di Illy e di Soru. Ma perché si candida con loro? «I 5 punti di cuneo fiscale citati da Prodi sono la stessa cosa che vuole Montezemolo. E i meriti di Soru, quando gli Usa hanno lasciato le basi in Sardegna, sono solo il sottoprodotto di una lunga lotta di popolo».
    Vendola le piace, almeno? «È bravissimo. In Puglia ha fatto una battaglia con Fitto sulla sanità. Ma ora gestisce un piano sanitario stretto da logiche di centrodestra».
    Ma ci sarà almeno una cosa che l’accomuna a Prodi, ai Ds, all’Unione... «Sì: ci siamo impegnati a cacciare Berlusconi. Ma questa cacciata deve avvenire sulle ragioni deimovimenti popolari, non nell’interesse delle grandi imprese ».
    Sarà mica vero, come dice il Cav., che a unirvi è solo l’odio contro di lui? «Berlusconi vede comunisti ovunque. Purtroppo, non siamo ovunque».
    Francesco Battistini
    13 febbraio 2006
    Corriere della Sera - «Sparare ai nostri soldati? Un diritto degli iracheni»
    10-100-1000 NASSIRIYA
    internazionale | guerre e antimilitarismo | opinioni venerdì 29 febbraio, 2008 12:09 scritto da (A)
    UNA DATA FA DA SPARTIACQUE. Dal 12 novembre 2003 la popolazione italiana si è ulteriormente spaccata in due.

    C’è una maggioranza che ha pianto la morte dei diciannove militari saltati in aria nell’attentato avvenuto a Nassiriya: un lutto nazionale, secondo giornalisti ed istituzioni. A morire tragicamente, in quella terra lontana, sono stati i “nostri ragazzi”. Italiani, come noi, che vivevano accanto alla nostra porta di casa, mangiavano lo stesso nostro cibo preferito, tifavano per la nostra stessa squadra del cuore. Morti, uccisi barbaramente da stranieri, dalla lingua incomprensibile, dai costumi sconosciuti, dai gusti discutibili. Le loro bare ricoperte dallo straccio tricolore, le lacrime dei loro familiari, filmate e mostrate infinite volte nel tentativo di suscitare unanime cordoglio.
    Eppure c’è anche — una minoranza, certo! — chi non ha pianto affatto, anzi, ha esultato alla notizia dell’attentato. E da allora continua a gioire ogniqualvolta un militare italiano viene messo nell’impossibilità di proseguire le proprie “missioni” all’estero.
    Nel primo caso, quei morti sono connazionali caduti nell’adempimento del proprio dovere. Nel secondo caso, sono semplicemente degli invasori che hanno fatto la fine che meritano tutti gli invasori di questo mondo; ecco perché qualcuno non esita a gridare durante le manifestazioni, o a vergare sui muri, il suo appassionato auspicio: 10-100-1000 Nassiriya.
    La maggioranza lacrimosa, quella infarcita di amor patrio(t)tardo, lo considera un oltraggio, una vera e propria bestemmia. Per la minoranza gaudente, quella solidale con le popolazioni bombardate, è quasi un’ovvietà: dopo aver ascoltato per anni il ritornello sulla Repubblica nata dalla Resistenza, che la Resistenza è sinonimo di bene, che solo la Resistenza ci ha dato la libertà, come si può condannare la Resistenza degli altri? Qual è la differenza fra chi è insorto, armi in pugno, contro l’invasore nazista e chi sta insorgendo, coi medesimi strumenti, contro l’invasore yankee? Non è somma ipocrisia festeggiare ogni 25 aprile per poi piangere ogni 12 novembre?
    Un riferimento alla Resistenza ritenuto intollerabile dai portavoce della maggioranza lacrimosa, consapevoli che nel cosiddetto immaginario collettivo la Resistenza è un valore sacro e intoccabile. E per questa ragione devono assolutamente dissolvere ogni preteso legame fra quella lotta condotta contro l’esercito tedesco e i suoi alleati in Italia, e l’attuale lotta contro l’esercito statunitense e i suoi alleati in Iraq. Ma per farlo devono riuscire a imporre la loro interpretazione del concetto di Resistenza.
    Nei paesi europei in cui si è combattuto il nazismo, pur con le debite differenze la Resistenza ha presentato alcune caratteristiche comuni, prima fra tutte la lotta di liberazione nazionale contro l’esercito straniero, contro l’invasore. E poi — oltre alla difesa della “nazione” dall’occupazione, dal conseguente controllo politico e dallo sfruttamento economico —, in barba al totalitarismo si è prepotentemente affermato un comune contenuto ideale: la difesa della dignità umana.
    In perfetta sintonia, chi nega che oggi in Iraq sia in corso una guerriglia partigiana è costretto a sostenere che l’esercito degli Stati Uniti e i loro alleati stanno esportando l’acqua benedetta della democrazia in un paese in preda all’oscurantismo politico e religioso. I soldati statunitensi sbarcati a Baghdad vanno paragonati ai soldati statunitensi sbarcati ieri in Normandia: dopo aver liberato le popolazioni locali dalla dittatura di Hitler e Mussolini, oggi le stanno liberando dalla dittatura di Hussein o dei talebani. Ragion per cui, chi si oppone alla loro avanzata non può essere considerato un resistente erede dei partigiani, bensì un oppressore erede dei fascisti. E a sostegno di tale tesi, ai portavoce della maggioranza lacrimosa non resta che sbandierare accanto allo straccio a stelle e strisce la barbarie messa in atto dai ribelli iracheni — mostrati nell’atto di mozzare teste —, la loro soggezione ai leader fondamentalisti della regione, il ruolo giocato al loro interno dai sopravvissuti dell’antico regime.
    Nata come fenomeno che si può definire spontaneo — da atti volontari o dalla presa di coscienza di individui e di piccoli gruppi decisi a ribellarsi all’occupazione —, alla Resistenza hanno contribuito, in maniera e circostanze diverse, da un lato gli ufficiali e i soldati che non accettavano la disfatta, dall’altro la popolazione che istintivamente reagiva all’occupante, allo straniero. La Resistenza non ha mai avuto una identità comune, uniforme. Al suo interno erano presenti tensioni di varia natura: fra chi si trovava in esilio e chi sul campo, fra l’elemento più “politico” e quello più “militare”, fra chi si limitava ad essere un patriota e chi auspicava anche un effettivo cambiamento sociale.
    E c’erano contrasti anche nel modo di concepire la stessa resistenza armata.
    In una Polonia già spartita nel 1939 fra la Germania e l’Unione Sovietica ci furono due resistenze, due governi, due eserciti; in Jugoslavia ci fu una guerra civile fra il “serbo” colonnello Mihajlovic, sostenuto dal governo in esilio a Londra, e lo stalinista Tito; in Grecia la liberazione coincise con la nascita di un’aspra guerra civile. Come si vede, anche nella vecchia Resistenza — quella ufficialmente riconosciuta — non mancavano di certo le spaccature, i conflitti e le ambiguità. Ed anche allora assunse fin da subito i tratti della guerra civile. Come sta accadendo in Iraq. È certo arduo stabilire a favore di cosa si stiano battendo i resistenti iracheni, considerata la loro eterogeneità. Meno problematico è capire contro chi si stanno battendo: le truppe statunitensi ed i loro alleati, considerati nemici dalla quasi totalità della popolazione.
    A differenza di quanto accadde durante la seconda guerra mondiale, quando era in atto uno scontro fra potenze occidentali, le cui popolazioni condividevano grosso modo gli stessi valori culturali, oggi assistiamo all’invasione pura e semplice di un altro paese da parte delle forze occidentali. Ecco perché, se per la popolazione italiana sopraffatta dal nazifascismo i militari statunitensi erano “liberatori”, è impensabile che oggi accada lo stesso per gli iracheni: sanno perfettamente che dietro alla sbandierata libertà occidentale da esportare si nascondono beceri interessi economici da sfruttare.
    Ma facciamo un passo indietro, al lontano 1991. La lacrimosa maggioranza non sa, o finge di non sapere, che all’epoca della prima “guerra del golfo” c’era stata in Iraq la più grande insurrezione della storia moderna. L’invasione del Kuwait, col conseguente intervento delle forze alleate occidentali, aveva esasperato molti soldati dell’esercito iracheno, i quali avevano deciso di disertare e di ribellarsi a Saddam Hussein. Insieme a buona parte della popolazione, del sud e del nord del paese, si erano sollevati contro il tiranno. È per questo motivo che Hussein non venne rovesciato all’epoca, per consentirgli di reprimere una insurrezione generalizzata il cui esito non sarebbe stato controllabile. Il Dipartimento di Stato statunitense aveva deciso che in fondo una dittatura era accettabile, l’anarchia no: meglio un Hussein al potere, che nessun potere.
    Nel 1991 le forze occidentali guidate dal governo degli Stati Uniti presieduti da Bush padre, si ritirarono per consentire a Saddam Hussein di massacrare la popolazione irachena insorta contro la sua dittatura.
    Ed ora, dopo dieci anni di embargo che hanno seminato morte e sofferenza fra gli iracheni, adducendo il pretesto di inesistenti “armi di distruzione di massa” e contro il parere delle stesse Nazioni Unite, il governo degli Stati Uniti vorrebbe dare ad intendere che ha inteso portare la libertà agli iracheni attraverso massicci bombardamenti. Come dovrebbero essere accolti i soldati statunitensi e i loro tirapiedi alleati? Come prodi e valorosi salvatori, o come ipocriti e brutali invasori? Vogliamo domandarlo agli abitanti di Falluja, dove centinaia di persone sono state massacrate per rappresaglia, per vendicare i tre mercenari statunitensi uccisi in quella città? Vogliamo chiederlo alle migliaia di civili rinchiusi e torturati ad Abu Graib? Ma spostiamoci pure in Afghanistan, dove i vecchi alleati degli Stati Uniti — i talebani — sono di colpo diventati l’incarnazione del male: le cose non cambiano poi molto. È evidente che, finché combattevano l’egemonia sovietica nella zona, l’assenza di democrazia o il loro fondamentalismo religioso o il loro disprezzo per le donne... erano tutti dettagli trascurabili.
    Ebbene, se il contenuto ideale della resistenza in questi paesi è alquanto dubbio (a parte quello minimo: buttare fuori le truppe degli invasori), è indiscutibile quello delle forze alleate, che si battono per imporre il totalitarismo della merce e del denaro. La macchina propagandistica dei paesi occidentali può anche ripetere senza sosta i consueti ritornelli sulla democrazia da esportare o sulla pace da edificare. Ma è ormai chiaro quali sono i valori che mira a diffondere e proteggere: quelli del libero mercato.
    Quanto ai “nostri ragazzi”, che secondo la retorica nazionalista dovremmo sostenere — oltre ad accettare scodinzolando basi militari statunitensi e NATO sulla nostra terra —, è impossibile dimenticare che la loro permanenza in Iraq si è espressa dando il meglio di sé con gli arresti degli oppositori del regime di Saddam e nella protezione dei giacimenti di petrolio di Nassiriya in concessione all’Eni. E che poi hanno proseguito «annichilendo» gli insorti, ovunque gli sia stato ordinato di farlo.
    Essi sono quindi a tutti gli effetti degli invasori, mercenari stranieri che impongono i propri voleri alla popolazione locale con la forza armata. E a Nassiriya, il 12 novembre 2003, come tali sono stati trattati.
    10-100-1000 NASSIRIYA - Indymedia Abruzzo

  2. #2
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    han fatto bene quelli di facebook, ora mi devon spiegare xkè tengono aperti quelli inneggianti i mafiosi
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

  3. #3
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Il fatto è che sono 4 gatti e che la cosa nemmeno fa notizia: lo sappiamo tutti che c'è sempre qualcuno che estremizza.
    Poi magari possiamo incoraggiarli un pò dandogli più visibilità di quello che hanno.

    Non vedo perchè gli si debba impedire di esprimersi, lo facciano, il diritto di opinione dovrebbe essere acquisito o sbaglio?
    Il sonno della ragione genera mostri.


    Divergevano due strade in un bosco, ed io...io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Citazione Originariamente Scritto da THE MATRIX Visualizza Messaggio
    Il fatto è che sono 4 gatti e che la cosa nemmeno fa notizia: lo sappiamo tutti che c'è sempre qualcuno che estremizza.
    Poi magari possiamo incoraggiarli un pò dandogli più visibilità di quello che hanno.

    Non vedo perchè gli si debba impedire di esprimersi, lo facciano, il diritto di opinione dovrebbe essere acquisito o sbaglio?
    il diritto di opinione è acquisito, non il diritto di insultare, dileggiare,...
    posso dire che Berlusconi (prendo lui perchè -vista la situazione- tutti possano capire) non mi piace per questo, quello e quall'altro motivo. Non posso dire che è un "pezzo di mer**", nè che gli auguro una morte imminente. Ci son cose che la decenza impedisce di esprimere. Se qualcuno vuol essere indecente, giusto che venga censurato.

  5. #5
    member vetch
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    E' già stato cancellato.

  6. #6
    Viva l'Italia
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Citazione Originariamente Scritto da •Sorz• Visualizza Messaggio
    il diritto di opinione è acquisito, non il diritto di insultare, dileggiare,...
    posso dire che Berlusconi (prendo lui perchè -vista la situazione- tutti possano capire) non mi piace per questo, quello e quall'altro motivo. Non posso dire che è un "pezzo di mer**", nè che gli auguro una morte imminente. Ci son cose che la decenza impedisce di esprimere. Se qualcuno vuol essere indecente, giusto che venga censurato.
    No se se lo possono permettere gli altri. Se lo permette Berlusconi? Ma non da meno se lo permettono gli altri politici contro di lui e, soprattutto contro chi lo vota.
    Ma a parte questo, in Italia esiste una piccola parte di sciocchi che hanno opinioni estreme, pensiamo forse che a censurarli cambino idea? O non verranno piuttosto stuzzicati ad insistere? Pensiamo che se altri li sentono allora la penseranno come loro?
    E in ultimo, meglio saperlo che c'è gente che la pensa così invece di far finta che va tutto bene.
    Il sonno della ragione genera mostri.


    Divergevano due strade in un bosco, ed io...io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Le merde girano sempre indisturbate.
    Nessuno si crea, nessuno si distrugge, tutti si ricandidano.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Citazione Originariamente Scritto da THE MATRIX Visualizza Messaggio
    No se se lo possono permettere gli altri. Se lo permette Berlusconi? Ma non da meno se lo permettono gli altri politici contro di lui e, soprattutto contro chi lo vota.
    Ma a parte questo, in Italia esiste una piccola parte di sciocchi che hanno opinioni estreme, pensiamo forse che a censurarli cambino idea? O non verranno piuttosto stuzzicati ad insistere? Pensiamo che se altri li sentono allora la penseranno come loro?
    E in ultimo, meglio saperlo che c'è gente che la pensa così invece di far finta che va tutto bene.
    Si, come no. Poi cominciano gli emuli degli idioti, e gli emuli degli emuli degli emuli. Fosse stato tuo padre, tuo fratello, tuo figlio a morire ieri a Kabul, non credo che saresti così accondiscendente. Non è questione di ignorare questi idioti, anche perchè è risaputo anche ai sassi che "la madre degli idioti è sempre incinta"e che "la stupidità umana non ha limiti"; è questione di decoro, di decenza, di rispetto.
    Come hai detto tu, non è un problema limitato a facebook, ma più generale. Se i giornalisti, tanto bravi a proclamarsi difensori dell'etica e della ragione, capissero che riportare i fatti senza ricarmarci sopra litigi\insulti\schifezze sarebbe meglio per tutti...

  9. #9
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Misura mai.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Su Facebook un gruppo agghiacciante "Esultiamo per i militari morti a Kabul"

    Citazione Originariamente Scritto da •Sorz• Visualizza Messaggio
    Si, come no. Poi cominciano gli emuli degli idioti, e gli emuli degli emuli degli emuli. Fosse stato tuo padre, tuo fratello, tuo figlio a morire ieri a Kabul, non credo che saresti così accondiscendente. Non è questione di ignorare questi idioti, anche perchè è risaputo anche ai sassi che "la madre degli idioti è sempre incinta"e che "la stupidità umana non ha limiti"; è questione di decoro, di decenza, di rispetto.
    Come hai detto tu, non è un problema limitato a facebook, ma più generale. Se i giornalisti, tanto bravi a proclamarsi difensori dell'etica e della ragione, capissero che riportare i fatti senza ricarmarci sopra litigi\insulti\schifezze sarebbe meglio per tutti...
    La colpa non è sempre di qualcunaltro eh.
    Talvolta l'idiota è idiota non è colpa della madre.
    Quello che in realtà è da combattere, a mio personale modo di vedere, non è la pubblicità/apparizione o meno di questi siti nei confronti del pubblico quanto la mancanza di critica che esercitiamo su di essi.
    I coglioni inneggianti a qualunque forma di pensiero estremo esisteranno sempre, combatterli significa abituare noi stessi a pensare meno ideologicamente e più criticamente nei confronti di ciò che abbiamo intorno.
    Sono partigiana. Nel senso che odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti.

 

 
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