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" REVISIONI


UNA FAMIGLIA E LA SUA STORIA


Non so perché Vittorio Emanuele Savoia abbia voluto cominciare dalla Santa Sede il suo ritorno a Roma e abbia preferito rendere omaggio al Papa piuttosto che alle istituzioni dello Stato. Forse arroganza, vecchi rancori antirepubblicani, scarsa sensibilità politica o, più semplicemente, cattiva educazione. Ma ha dimenticato una pagina importante della sua storia familiare. Quando i bersaglieri entrarono a Roma il 20 settembre 1870, Vittorio Emanuele II rimase ancora qualche mese a Firenze, dove si era trasferito da Torino cinque anni prima. Partì nella notte fra il 29 e il 30 dicembre, appena seppe che il Tevere aveva inondato la sua nuova capitale, e salutò la folla dal balcone del Quirinale alle 3 del mattino. Chiese al marchese Spinola di portare al Papa una lettera di ossequio, ma non esitò a installarsi nel palazzo che aveva ospitato, per alcuni secoli, i pontefici romani. Questi erano i Savoia negli anni dell’Unità d’Italia: cattolici e devoti a Santa Romana Chiesa, ma convinti che occorresse difendere di fronte al Papa l’indipendenza e la dignità dello Stato. Vittorio Emanuele II non fu certo un liberale, ma adottò per istinto la linea di Cavour («Libera Chiesa in libero Stato») e capì che l’Italia sarebbe stata moderna soltanto se avesse saputo tracciare una netta demarcazione tra poteri civili e religiosi.
Il suo lontano nipote ha dimenticato che il grande merito dei Savoia (europeo, non solo italiano) fu di mettere fine alla lunga storia del potere temporale . Una ragione di più per ignorare l’ultimo discendente e ripercorrere, senza di lui, la storia nazionale della famiglia.
Per parlare della guerra contro l’Austria, Napoleone III e Cavour fecero una lunga passeggiata nella foresta di Plombières il 20 luglio 1858. Freddamente e realisticamente s’intesero sulla divisione delle spoglie. Il Piemonte avrebbe costituito un regno dell’Italia superiore con la Lombardia, il Veneto, la Romagna, i ducati. L’Arciduca di Toscana e il Papa avrebbero conservato i loro possedimenti. Nel Sud, sul trono del regno delle Due Sicilie, si sarebbe seduto il principe Luciano Murat. I quattro Stati avrebbero costituito una confederazione sotto la presidenza di Pio IX. E la Francia, oltre a divenire potenza egemone dell’intera Penisola, avrebbe acquisito Nizza e la Savoia. Era un patto duro e semplice, fondato su reciproche convenienze. Ma ecco che improvvisamente l’imperatore dettò un’altra condizione: suo cugino Napoleone, figlio di Gerolamo, avrebbe sposato Maria Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele II. Era davvero così importante, per la sorte dei Bonaparte, che la casa regnante di una delle maggiori potenze europee stringesse legami di sangue con la dinastia di un piccolo Stato, promosso al titolo di regno poco più di cento anni prima?
In una bella summa storica sui Savoia, riapparsa tre anni fa presso Corbaccio, Francesco Cognasso ricorda che i Bonaparte di Ajaccio erano parvenus e i Savoia, invece, la più antica dinastia del continente. Sembra che il capostipite si chiamasse Umberto e che la sua apparizione sul palcoscenico della storia risalisse a una riunione di vescovi e principi che si tenne ad Anse nel 1025. Si alzò in piedi e giurò solennemente che non avrebbe violato chiese, rubato cavalli, imprigionato ecclesiastici, distrutto mulini, svuotato granai, assalito nobildonne e vendemmiato la vigna altrui. Da allora l’albero genealogico dei Savoia si riempì di altri Umberto e di un impressionante numero di Oddone, Aimone, Amedeo, Emanuele, Carlo, Vittorio, Filiberto. Attraversarono le Alpi, si insediarono a Torino, strinsero alleanze e le tradirono, cominciarono le guerre da un lato e le finirono dall’altro, allargarono progressivamente i loro possedimenti e lasciarono all’Europa, in mille anni di storia, una impressionante sequenza di principi, duchi, duchesse, generali, marescialli, vescovi, cardinali, madri superiore, beati, santi e miscredenti. Nel 1858, alla vigilia di una guerra che avrebbe modificato gli equilibri d’Europa, Napoleone III aveva il potere, ma Vittorio Emanuele II aveva il «sangue». Il regno d’Italia, soprattutto se confrontato alle piccole entità preunitarie, fu certamente uno Stato moderno. Ma venne tenuto a battesimo, come usava fare nell’Ancien Régime, da un patto dinastico.
Questo non è il solo paradosso del Risorgimento. Ancora più intrigante, nella storia dell’unità italiana, è la personalità dell’uomo che alzò il sipario e dette il via allo spettacolo. Carlo Alberto era cresciuto all’ombra del grande Napoleone, aveva militato nel suo esercito ed era stato ricompensato dall’imperatore con un titolo nobiliare. Ritornò in patria dopo la Restaurazione e divenne re alla morte di Carlo Felice perché il sovrano non aveva figli maschi; ma dopo un noviziato alla corte durante il quale i vecchi dignitari reazionari dello Stato sabaudo lo avevano trattato con diffidenza e sospetto. Era «liberale», come si andava sussurrando a Torino e in altre corti europee? Era soprattutto romantico, orgoglioso, desideroso di gloria, afflitto da molti malanni e tormentato da amletici dubbi. Un ambasciatore francese, Barante, lo ritrasse con queste note: «Carattere triste, sauvage , inquieto, diffidente, non cattivo; attende agli affari senza entusiasmo, come un fastidio... non vede nessuno, non va in nessun luogo; è un solitario, chiuso nella cornice del cerimoniale... nulla di gioviale e di aperto».
Dopo essere stato incredulo era divenuto devoto, se non addirittura bigotto. Dopo essere cresciuto nel clima spregiudicato dell’impero napoleonico, si era convinto, come lo zar Alessandro I, che i re fossero pastori di popoli, chiamati dalla divina provvidenza a proteggere i sudditi dalle tentazioni del peccato e dalle lusinghe della rivoluzione. Fu quindi, in alcuni momenti, brutalmente poliziesco, repressivo ed esplicitamente «controrivoluzionario». I processi agli affiliati della «Giovane Italia», nel 1833, si chiusero con quindici condanne a morte, di cui dodici eseguite. Vi fu persino un momento della sua vita in cui Carlo Alberto avrebbe voluto mettersi alla testa di una grande armata controrivoluzionaria per debellare i «giacobini» , dovunque avessero osato alzare sulle barricate il berretto frigio delle masse rivoluzionarie. Ma era anzitutto ambizioso e capace, se le circostanze glielo avessero suggerito, di sposare altre cause e mettersi alla testa di altri eserciti. Il reazionario si rivelò così in alcuni momenti coraggiosamente moderno. Abolì i diritti feudali, soppresse le guardie svizzere e creò un Consiglio di Stato, modellato su quello dell’epoca napoleonica, a cui fu affidato il compito di controllare i conti pubblici e sorvegliare l’opera dei ministri. Non basta. Permise che il Paese, nel clima tumultuoso dei moti europei del 1848, avesse uno Statuto. Mentre altri sovrani fuggivano dalle loro capitali e attendevano l’occasione per poter restaurare l’ordine con una manifestazione di forza, Carlo Alberto accettava di rinunciare a una parte delle sue prerogative sovrane . Lo Statuto fu scritto da un Conseil de Conférence che si riuniva nel Cabinet du roi , perché la lingua della corte era ancora il francese.
Ma Aldo A. Mola, in una Storia della Monarchia in Italia apparsa in questi giorni presso Bompiani, ricorda che il conte Borelli lesse al re, durante una delle ultime sedute, la versione italiana: «La lingua che Emanuele Filiberto aveva adottato quasi tre secoli prima per gli atti ufficiali degli Stati sabaudi». La firma del documento fu preceduta da angosce, tentennamenti, minacce di abdicazione, ed ebbe luogo il 5 marzo 1848. I cronisti dell’epoca raccontano che tutti i ministri, alla fine della cerimonia, si inginocchiarono di fronte al re e gli baciarono la mano.
La nascita della monarchia costituzionale italiana venne celebrata con una cerimonia di stampo medievale. Nei giorni seguenti fu approvata una legge sulla stampa e vennero abolite le leggi che negavano agli ebrei piemontesi i diritti civili.
La grande crociata che avrebbe consentito a Carlo Alberto di dare sfogo alle proprie ambizioni fu il «guelfismo», vale a dire il movimento nazionale che venne suscitato nella Penisola dalle promesse del papato di Pio IX. Ma accanto all’obiettivo ideale (un’Italia confederata, presieduta dal Papa) vi fu anche, come in altri momenti della storia dei Savoia, quello dell’espansione territoriale. Quando scoppiarono i moti di Milano nel marzo del 1848, il Piemonte, dopo qualche esitazione, decise d’intervenire. Si combatté in Lombardia e nel Veneto, ma a Custoza l’esercito piemontese fu battuto dalle truppe austriache. Carlo Alberto volle continuare la guerra e difendere Milano. A un generale che gli suggeriva di ritirarsi al di là di Piacenza, disse: «No, no, voglio che si corra al soccorso dei bravi milanesi e si combatta insieme con essi gli austriaci». Amletico e tentennante di fronte alle grandi decisioni politiche, il re poteva essere, sul campo di battaglia, testardo, orgoglioso e impulsivo. La guerra continuò per alcuni giorni di fronte a Milano e si concluse con un armistizio nella prima decade di agosto. Ai piemontesi fu permesso di ritirarsi sul Ticino, ai milanesi che desideravano seguirli di abbandonare la città.
Per Carlo Alberto era soltanto una tregua. Nel marzo del 1849, mentre altre città italiane insorgevano e un’Assemblea costituente proclamava la Repubblica romana, i piemontesi tornarono in campo. La partita si chiuse dopo pochi giorni a Novara (la «fatal Novara», come scrisse più tardi Carducci), dove le truppe del re, strette contro le mura, rischiarono l’annientamento. «I miei figli - disse Carlo Alberto al generale Cadorna - hanno fatto il loro dovere, il duca di Genova ebbe uccisi sotto di sé due cavalli. Ora, ridotti contro la città... e con l’esercito stremato, una ulteriore resistenza è impossibile. Occorre chiedere un armistizio».
Quando gli austriaci comunicarono le loro condizioni vi furono ancora consigli di guerra durante i quali vennero esaminate altre prospettive. Alla domanda del re («E’ possibile continuare la lotta?»), tutti i generali dissero di no. Fu quello il momento in cui Carlo Alberto annunciò la sua abdicazione. «La mia decisione - disse - è frutto di matura riflessione; da questo momento io non sono più re, re è Vittorio, mio figlio». Tre ore dopo l’abdicazione, il principe di Carignano si mise in viaggio. Passò da Nizza, s’imbarcò ad Antibes, sbarcò in Spagna, attraversò Torquemada, Valladolid e León, entrò in territorio portoghese il 15 aprile e giunse a Oporto il 19. Il viaggio e le ferite inferte al suo orgoglio avevano duramente colpito il suo organismo. «Morì il 28 luglio 1849 - scrive Cognasso -, dopo settimane di penitenza e di preghiera».
Il nuovo re, Vittorio Emanuele II, aveva ventinove anni ed era per molto aspetti l’opposto del padre. Mentre Carlo Alberto era continuamente assillato da scrupoli e, nelle parole dell’ambasciatore francese, triste, inquieto, solitario, il giovane principe era gioviale, amava le buone cose della vita, non rifiutava le sfide del potere e sapeva gustarne i piaceri. Quando il padre aveva concesso lo Statuto, nel marzo 1848, aveva manifestato la sua contrarietà. Ma la situazione, da allora, era cambiata. Vi era stata una guerra, il Piemonte aveva combattuto da solo contro l’Austria e rappresentato, agli occhi di molti, una speranza. Lo Statuto non era più una costituzione elargita o, peggio, un segno di debolezza. Era ormai un patto fra gli italiani. Vittorio Emanuele lo avrebbe rispettato e, soprattutto, avrebbe cercato di conservare il patrimonio ideale che il piccolo Stato aveva conquistato sui campi di battaglia nei mesi precedenti. Per la conclusione del nuovo armistizio volle negoziare personalmente con il maresciallo Radetzky e pretese subito che Francesco Giuseppe accordasse l’amnistia a tutti i militari lombardi, ungheresi e polacchi che avevano combattuto contro l’Austria e desideravano rientrare, dopo la fine delle ostilità, negli Stati dell’imperatore. Corse il rischio di un nuovo conflitto, ma puntò tutto sulla convinzione che le grandi potenze non avrebbero permesso all’Austria la ripresa delle ostilità. Vinse e conquistò così, nel momento in cui perdeva una guerra, il diritto di rappresentare le aspirazioni nazionali degli italiani. Era il segno di uno stile nuovo, più giovanile e liberale, che piacque ad Alessandro Manzoni e lo convinse a considerare i Savoia, da allora, una dinastia nazionale.
Era dunque un re «liberale»? Era semplicemente un re moderno, spregiudicato, deciso a esercitare le sue prerogative sovrane, ma attento ai tempi e convinto che occorresse tenere conto delle nuove condizioni politiche e sociali in cui si sarebbero dovuti muovere, dopo il 1848, gli Stati d’Europa . Quando poté permetterselo fu brusco, imperioso e pronto ad affermare un’interpretazione autoritaria dello Statuto. Ma quando si accorse che vi erano forze nuove di cui occorreva tener conto, non esitò a divenire duttile e prammatico. Il suo secondo presidente del Consiglio, Massimo D’Azeglio, disse che «aveva testa grande, cuore eccellente... E’ impossibile avere più buon senso; è un gran piacere avere a fare insieme». E’ lo stesso giudizio che dette di lui, dopo la sua visita a Londra, la regina Vittoria. Con Cavour, quando dovette chiamarlo alla guida del governo, i rapporti invece furono più difficili, talvolta tempestosi. Procedevano di comune accordo, ma il re scavalcava il presidente del Consiglio, teneva contatti personali con i protagonisti della «rivoluzione italiana» (ne ebbe anche con Mazzini) e intralciava con le sue trame quelle non meno spregiudicate e complicate del presidente del Consiglio. Litigarono soprattutto sulla cessione di Nizza e Savoia alla Francia e sulla spedizione di Garibaldi in Sicilia . Rimase famosa una baruffa che scoppiò a Bologna la sera del 1° maggio 1860, alla vigilia della partenza dei Mille da Quarto. Cavour sapeva che il re aveva incoraggiato la spedizione di Garibaldi e si arrabbiò. Vittorio Emanuele gli rispose per le rime e gli disse di andarsene. Ma erano legati l’uno all’altro come fratelli siamesi. «Dopo le parole che Voi ieri pronunciaste - scrisse Cavour il giorno dopo -, qualsiasi ministro avrebbe dovuto dare le sue dimissioni, ma io non sono un ministro qualunque perché sento che ho ancora troppi doveri verso la Dinastia e verso l’Italia. Pertanto rimango». Quando si ammalò, un anno dopo, il re lo andò a trovare e parlò con lui di ciò che occorreva fare, soprattutto al Sud. Fu la loro ultima conversazione.
Dopo la morte di Cavour, Vittorio Emanuele volle dare un segnale di continuità. Rese omaggio al suo vecchio amico- nemico e aggiunse: «Vedo l’avvenire chiaro come in uno specchio e niente può sgomentarmi. Gravi prove ci sono ancora riservate, ma, se Dio mi dà vita, le percorreremo impavidi ed incolumi». Le «gravi prove» furono il brigantaggio, l’ostilità della Francia, le trame dei legittimisti, i moti di Torino allorché la capitale venne trasferita a Firenze, le sconfitte di Custoza e di Lissa durante la guerra del 1866, le imprese di Garibaldi, i dilemmi del governo durante la guerra franco-prussiana, il pareggio del bilancio.
Ma Dio gli diede vita e Vittorio Emanuele, nonostante il suo continuo desiderio di menare le mani sul campo di battaglia, riuscì a navigare tra gli scogli della politica nazionale e internazionale. Lo aiutarono i migliori ministri della Destra, da Ricasoli a Minghetti, da Visconti Venosta a Sella. Non avevano l’autorevolezza e il genio di Cavour, ma avevano dignità, carattere e fermezza di propositi. Anche loro, quando lo ritennero necessario, ebbero il coraggio di dire no al re. Fu così che il figlio di Carlo Alberto poté affacciarsi da una finestra del Quirinale la notte del 30 dicembre 1870 e salutare la folla che si era riunita sulla piazza. Qualche giorno prima aveva scritto alla figlia Clotilde, moglie di Napoleone: «Passai fra serie peripezie, ma tenni diritta la baracca... I fatti che successero furono tali che nel compimento di essi vedesi la volontà di Dio e che Dio li ha permessi». E a un’amica di Parma, Erminia Ghisolfi: «Le fatiche e i pericoli furono grandi, ma la grande opera fu compiuta, il sogno dei secoli verificato. Sappiano gli italiani mantenersi degni della loro gloria, delle loro fortune ».

di SERGIO ROMANO
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